Amare Gesù: La Realizzazione del Sogggetto e il Simbolismo nel Pensiero di Rahner

La domanda "Che significa amare Gesù?" rappresenta il nucleo pulsante della fede cristiana. Per comprendere la sua incommensurabile profondità, è necessario esaminare e riflettere incessantemente sulla realtà più intima che la fede professa. Karl Rahner, con la sua abilità nel porre domande feconde, ci mostra come anche nell'ovvio si possa celare la realtà più misteriosa, sollevando interrogativi esistenziali che interpellano ogni cristiano.

Ritratto di Karl Rahner

Karl Rahner e il Contributo alla Teologia Antropologica

Karl Rahner (1904-1984), teologo che ha affrontato la vasta problematica del pensiero cristiano con nuove premesse e prospettive, ha trattato anche il tema mariano, apportando un suo contributo nell'ambito della sua teologia antropologica. Egli si è distinto dal fratello Hugo, rifiutando di allinearsi alla sua teologia kerigmatica, ritenendo che l'interesse pastorale sia interno alla teologia. Si è inoltre distinto da Romano Guardini per la capacità di inserire ogni tema nel discorso teologico globale. L'interesse di Rahner per la mariologia è dimostrato dal suo repertorio bibliografico, che contiene «circa 40 titoli di lavori mariologici», inclusi alcuni inediti, oltre ad accenni o trattazioni presenti in altre sue opere.

La Teologia Charicentrica e la Mariologia

La valorizzazione di Maria nel mistero cristiano è un postulato delle premesse filosofico-teologiche del sistema rahneriano, nel quale l'uomo è definito «uno spirito che essenzialmente è in ascolto della possibile rivelazione di Dio... l'essere che ha necessariamente il dovere di ascoltare una possibile rivelazione del Dio libero». Questa capacità metafisica di apertura all'Assoluto si attualizza mediante la grazia, ovvero l'autocomunicazione di Dio accolta dall'uomo nella fede e nell'amore. Il mistero della grazia è il punto di partenza per una riflessione teologica sul cristiano, tanto che la teologia di Rahner può essere definita una «teologia charicentrica» (che ha per centro la grazia, charis).

K. Rahner ha esposto le linee del suo pensiero mariologico nel libretto Maria Madre del Signore, dove rifiuta una trattazione su Maria come qualcosa di autonomo e a sé stante. Di lei non si può parlare che dopo aver risposto alle domande: Chi è l'uomo e chi è il cristiano perfetto? Solo allora ella diventa significante rispetto all'umanità e alla Chiesa e riveste «importanza per la nostra propria vita». Per Rahner, un nesso necessario lega la sequenza teologia-antropologia-mariologia. La teologia, infatti, «mentre è totale glorificazione di Dio solo, è anche necessariamente e non accessoriamente soltanto, ma nel suo più intimo compimento, una teologia di esaltazione dell'uomo».

Schema concettuale della teologia di Rahner

Ragioni della "Teologia dell'Uomo"

Le ragioni di questa «teologia dell'uomo» vanno individuate non solo nell'ordine della creazione, ma anche in quello storico dell'Alleanza e dell'Incarnazione: «Dio stesso... ci ha fatti partecipi del suo proprio vivere eterno... Egli ci ha dato se stesso... Ci ha dato la libertà perché realmente e veramente potessimo essere alla sua stessa presenza suoi interlocutori. Ha concluso con noi un'alleanza. Non ha voluto trattare con noi soltanto attraverso la creazione, dove tutto ciò che incontriamo non è che finito, un segno e un semplice indice a quel Dio che resta sempre al di là. Ha voluto trattare Egli stesso con noi... Egli infine - è il mistero di fede più adorabile - nel suo proprio Verbo si è fatto uomo... In verità quindi non si può dare una teologia senza fare anche un'antropologia».

Se pensiamo al legame che unisce gli uomini in una comunità, nella quale uno influisce sull'altro, specialmente se si tratta di persone di particolare rilievo nella storia della salvezza, allora apparirà chiaro che non si può parlare dell'uomo senza parlare di Maria e viceversa: «Quando fede e teologia si esprimono sul significato e sull'importanza salvifica dell'uomo nella storia di Dio, devono parlare anche di Maria, la Vergine benedetta... Per il fatto che la nostra salvezza è in Gesù Cristo, anche Maria, in questa storia della salvezza, ha un'importanza decisiva, dovuta all'insondabile volontà di Dio stesso. Ecco perché la teologia deve parlare di lei. La teologia diventa necessariamente antropologia e quindi mariologia».

La Maternità Divina di Maria

Il significato storico-salvifico di Maria è determinato dalla sua maternità divina, intesa non come fatto puramente biologico o biografico, ma come avvenimento spirituale-corporeo e punto decisivo della storia della salvezza: «La sua maternità divina è opera della sua fede (Lc 1,45 e Lc 2,27s.) e perciò, non un puro processo biologico.»

La Sfida dell'Infinità di Dio e la Parola Abbreviata in Gesù

Il pensiero di Dio come infinito, senza confini, dove tutto è presente realtà, può generare angoscia nella finitezza umana. «Tu sei l'infinito, mio Dio, il senza confini. Tutto, quanto è e può essere, è presente realtà in te. Quanto io posso conoscere ha avuto dall'eterno sua patria nella tua mente; quanto io bramo tu hai da sempre posseduto; quanto io amo, è, nella sua ultima verità, quello che tu hai compreso da sempre nel tuo amore: sei tu. Tu la sapienza, la potenza, la bontà, la vita, la forza, tu tutto quanto io posso pensare, tutto quello in cui può terminare la mia nostalgia.»

La Difficoltà Umana di Comprendere il Tutto

La nostra esistenza finita, invece, è sempre spartita e dispersa: il pensiero è atono, la bontà è impotente, la potenza è senza amore. Non possiamo stringere insieme vita e sapienza, bontà e potere. Dobbiamo stabilire una scala di valori, tenendo ordine e misura, affinché lo spirito non diventi avversario dell'anima, la bontà debolezza o la forza violenza brutale. In questa divisione, spendiamo la nostra forza finita in piccole porzioni, senza mai prodigarci interamente, sotto pena di annientare noi stessi.

Ma dove si trova l'onniscienza che è eterno amore, e l'onnipotenza che rimane ogni bontà? Dove tutto quanto è grande può crescere all'infinito senza distruggere, ma essere ogni altro valore? «In te, mio Dio: tu sei il tutto di ogni perfezione e intero in ciascuna. Ed ogni valore che noi pensiamo in te grande senza confini, non esclude nessun altro dal regno delle realtà, ma gli dà anzi luogo nella propria ampiezza senza fine.»

L'Angoscia Davanti all'Infinità Divina

L'amore per la santità divina, libero da ogni misura, rende tollerabile la nostra vita costretta all'ordine. La nostalgia di infinito del nostro cuore può dilatarsi senza traviare. Tuttavia, questa infinità minaccia la nostra sicurezza e ci smarrisce. C'è il timore che l'infinità di Dio sia solo per Lui, dove tutto è uno e lo stesso. «Tu sei sempre tu, il tutto, comunque tu tratti con me; tu sei per te sempre l'infinita unità di ogni realtà, tanto se mi ami quanto se passi via da me; tanto se mi tocca la tua bontà o la tua potenza, la tua misericordia o la tua giustizia.»

Questa infinità annienta ogni consiglio del nostro essere finito, rendendo il calcolo della nostra vita un enigma insolubile. «Come posso contare sulla tua bontà se essa è il tuo santo rigore, o sulla tua misericordia, se essa è anche la tua inesorabile giustizia? Tu mi dici sempre tutto: la tua infinità. Ma questa parola annienta ogni consiglio del mio essere finito. E così tu sei la perenne minaccia nella mia vita, e la fine di ogni mia sicurezza.»

La Necessità di una "Parola Abbreviata"

L'uomo ha bisogno di una parola finita, che non significhi ogni cosa e tutto ad un tempo, una parola che possa entrare nella sua piccolezza senza distruggere la sua dimora. «No, Signore, tu mi devi dire una parola che non possa significare ogni cosa e tutto ad un tempo. Mi devi dire una parola che significhi una cosa sola, una cosa che non sia tutto.» Questa "verbum abbreviatum", questa parola rimpiccolita, consente all'uomo di ritrovare il respiro.

Altro eppure vicino - 10° LEZIONE

Dio ha voluto dirci questa parola, assumendo una parola umana: Gesù Cristo. «Tu sei venuto in parola d'uomo. Poiché tu, infinito, sei il Dio di nostro Signore Gesù Cristo. Egli ci ha parlato in parole d'uomo: e il nome dell'amore non nasconde più nulla che io debba temere.» In Gesù, l'amore di Dio è espresso da un cuore d'uomo, un cuore finito, ma indicibilmente più ricco solo in amore, senza celare la terribile infinità divina. È in Cristo che la nostra speranza si radica, e il suo cuore manifesta ciò che Dio è per noi, redimendo la nostra finitezza.

Amare Gesù: Un'Esperienza Personale e Collettiva

Negli Esercizi spirituali ignaziani è evidente che l'esperienza di Dio è personale, ma nel senso evangelico della parola, rispecchiando la personalità più profonda: «Gesù-io». Imparare a vivere «da Gesù», a «trovare Dio in ogni momento», significa saper perdere il Dio in sé per il Dio nei fratelli. Ciò che si realizza è l'unità dove si è uno, ma non si è soli, una cellula viva del Corpo mistico che diviene Cristo totale, Parola, Verbo. Questa è una nuova forma di attuazione del soggetto chiesa, che supera la maniera puramente profana e dovrà essere praticata e sviluppata anche in futuro.

L'amore per Gesù non è unicamente religioso, ma implica l'impegno nei problemi umani, nell'arte, nella politica, nelle comunicazioni. Richiede una scrittura collettiva, ad opera di un soggetto collettivo, per esprimere la dinamica spirituale/mistica fondamentale di un'esperienza collettiva. Tale esperienza si realizza nella realtà del Corpo mistico di Cristo.

Il Cuore di Cristo come Simbolo dell'Amore Divino

La teologia dell’oggetto e del senso della devozione al Sacro Cuore, pur non essendo ancora stata pienamente sviluppata in una teologia del simbolo, è stata affrontata da Rahner. Egli osserva come la simbologia del cuore, sebbene non disattesa nell’enciclica HA, non rientri come considerazione preminente nella determinazione dell’oggetto del culto. Rahner evidenzia la mancanza di una precisa definizione categoriale e di una spiegazione metafisica del termine "simbolo" tra i teologi, e la discordanza sull'interpretazione del Cuore come simbolo dell'amore di Cristo. Il contrasto tra le diverse teorie è più apparente che reale, poiché simbolo e cosa simbolizzata non devono essere coordinate in modo puramente esteriore.

La Nozione di Simbolo e la Sua Funzione

Il passaggio obbligato per la teologia della devozione del Sacro Cuore è considerare il mistero del Cuore di Cristo, unitario e simultaneamente articolato, sotto l'aspetto simbolico. Le obiezioni riguardo all'insufficienza del simbolo del Cuore per esprimere la globalità della spiritualità di Gesù sono fondate su una concezione errata e ristretta di simbolo, che porta a dividere significante e significato. Il simbolo, inteso rettamente, è una realtà originaria che fonda una logica altrettanto originaria: il discorso simbolico. Il semantismo del simbolo si costruisce sullo scambio effettivo tra un oggetto capace di alludere a un “di più” ed un soggetto in grado di captarlo. La vocazione del sym-bolon è quella di mettere insieme, di comunicare più che di spiegare.

Ogni atto umano di comunicazione è costituito da un significante (immagine materiale), un significato (contenuto mentale stabile) e un referente (realtà allusa). Il discorso simbolico si fonda sul referente, poiché comunicare qualcosa è simultaneamente un comunicarsi, un relazionarsi, una comunicazione con - vissuta, cioè il simbolico fa perno sulla qualità della presenza della cosa al soggetto, ne comunica il senso. L'uomo vive, conosce e si manifesta in un universo simbolico che egli stesso costruisce, e il suo approccio al Sacro non può che essere simbolico.

Simbolismo Religioso e Linguaggio Biblico

In campo religioso, il termine simbolo si riferisce sia alle forme concrete con cui una religione si esplica, sia al modo di conoscere, intuire e rappresentare proprio dell'esperienza religiosa. L'attività simbolica dell'uomo è un tipo di approccio al mistero: il simbolo non è una spiegazione razionale, ma una sua rappresentazione intuitiva, una traduzione, una rivelazione dell'esperienza del mistero attraverso la "deformazione" di immagini, segni e simboli. Il linguaggio religioso e quello biblico sono fondamentalmente simbolici, allusivi, proiettandosi verso una realtà che, benché al di là del sensibile, si riflette in essi.

L'interpretazione simbolica propria della devozione del Cuore di Gesù è una contemplazione sempre alla ricerca del significato profondo del mistero. Quando l'HA parla del Cuore di Cristo come simbolo dell'immenso amore di Dio per noi, avverte che la realtà è molto più ampia della semplice figurazione dell'organo anatomico. È necessario includere non solo la vita affettiva, ma anche la persona stessa di Cristo, riconoscendo al Cuore di Cristo un autentico valore rivelativo.

Il Simbolismo Naturale e Culturale del Cuore

Il valore simbolico del cuore fisico di Cristo non si fonda su concezioni scientifico-filosofiche, né il simbolismo naturale del cuore è di per sé sufficiente. È necessario considerarli insieme ai vari significati culturali che la parola "cuore" ha assunto nel corso della storia. La parola "cuore" non indica primariamente l'organo anatomico o l'affetto interiorizzato dell'amore, ma la relazione che si stabilisce tra emozione affettiva e reazione corporale. A partire dal Rinascimento, lo sviluppo delle scienze anatomiche e fisiologiche ha modificato il funzionamento della metafora, rendendo il significato anatomico il primo, mentre il secondo continuava ad evocare l'idea di un centro che unisce gli aspetti corporali e morali dell'esperienza umana.

Rappresentazione storica del cuore come simbolo

La ricerca biblica e antico-orientale mostra una diversa concezione del termine "cuore" rispetto alla cultura occidentale moderna. Qui, la parola non indica una parte dell'uomo, ma la persona intera, nella sua unità (corpo e spirito) e nel suo centro decisionale. Il cuore è l'interiore nascosto che si manifesta con la figurazione dell'esteriore aperto, il costato. Oggi, nella nostra cultura, "cuore" continua ad indicare affettività, amore umano sentimentale e sensuale, tenerezza. Tuttavia, è importante notare che ogni segno è intelligibile solo unito ad altri segni e inserito in un contesto più ampio, soprattutto per i segni cristiani. Il Cuore di Cristo è simbolo dell'amore misericordioso con cui Dio ha amato l'uomo, un amore che si manifesta nell'insieme del mistero dell'alleanza e della salvezza.

L'Amore Agape e la Rivelazione Divina

Il verbo "amare", in greco agapan, nel greco biblico e neotestamentario, acquista il significato tecnico di «amare gratuitamente e per traboccamento». L'amore agapico si differenzia sia da quello erotico (eros), in quanto non è mosso da concupiscenza, sia da quello amicale (philìa), poiché non è motivato da alcun titolo inerente all'amato. Non è possibile restringere l'amore agapico a un mero concetto di virtù. Ridurre la comprensione dell'agape a un orizzonte puramente interumano significherebbe cogliere una sola dimensione di una realtà che richiede e fonda un linguaggio nuovo, che probabilmente non si lascia circoscrivere nei termini del vocabolario umano.

«L'agape di Dio», ovvero «l'essere stesso di Dio come amore», è il luogo teologico che rende possibile ogni sua comprensione: «Lui è l'amore e soltanto nell'amore e quindi nella libertà può essere concepito.» Poiché l'autoesplicazione dell'unico mistero di Dio è avvenuta in modo conclusivo e riassuntivo in Gesù Cristo, egli è per eccellenza il cammino per giungere a tale conoscenza.

L'amore di Dio, realizzato negli interventi in favore di Israele, si qualifica in termini diversi. Israele ha riletto il suo rapporto con Dio attraverso lo schema culturale dell'alleanza (berîth), un rapporto di amicizia stabilito in modo libero e personale. La teologia profetica ha approfondito ulteriormente il senso del nome di Jahvè come Dio salvatore, testimoniando il suo amoroso volgersi verso il suo popolo, nel quadro dell'alleanza. Essa è vista come esperienza della sua «fedeltà» (émeth), «giustizia» (sedaqah) e «bontà» (hésed), che richiede conformità ed obbedienza da parte dell'uomo, ed è espressa in termini di «amore agapico» ('ahabha).

Con tale linguaggio si reagisce a ogni materializzazione e riduzione a contratto del rapporto di alleanza e nel contempo viene sottolineata l'iniziativa gratuita e assoluta da parte di Dio, che si esprime talora con accenti di amore coniugale (Os 2, 21; Ger 2, 2; 3, 7; Ez 16; Is 50, 1; 54, 5 - 7) talora di amore paterno (Dt 14, 1; 32, 5; Os 11, 1 - 4; Is 1, 2; 63, 16; 64, 7; Ger 3, 14). Nella rivelazione dell'amore di Dio come anima dell'alleanza culmina quella visione che permette di comprendere la vicinanza di Dio in Gesù Cristo.

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