Il Significato delle Parole di Gesù alla Folla Sconosciuta

Nella sua missione terrena, Gesù era spesso attorniato da una folla numerosa. Tuttavia, non sempre questa "massa di persone" comprendeva appieno il significato di seguirlo o le implicazioni dei suoi insegnamenti. Gesù, consapevole di non farsi illusioni sulla superficialità della fede o sulla ricerca di benefici materiali, vedeva in queste folle non solo un anonimato, ma anche un profondo bisogno.

La Natura della Folla: Anonimato e Bisogno

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Ma tutti sapevano cosa significava seguire Gesù? È facile camminare dietro di lui come una "massa di persone" che non pensa e non discerne. Gesù non si illude. Quando Gesù guarda le folle, le fa sedere e inizia a insegnare a rendere pubblico il suo programma, Egli in realtà vede noi. Spesso nella Bibbia vediamo Gesù attorniato dalla gente, chiamata ora folla, a volte turbe, a volte popolo, e non sempre ha valore positivo. Sovente è "massa indefinita". Questa folla non è più il popolo di Dio e non è ancora la Chiesa, il nuovo popolo. La prima sensazione che proviamo è quella dell'anonimato. Per anni si è vissuto in grandi città, come Milano, usufruendo della metropolitana al mattino presto, e l'anonimato era palpabile.

Un percorso possibile, però, esiste, perché questi - una volta ascoltata la Parola di Gesù - escono dall'anonimato e creano un legame. Si accalcano davanti alla casa di Pietro a Cafarnao perché vogliono ascoltare il profeta di Nazareth. Sulla riva del lago di Tiberiade tanto da costringere il Maestro a salire su di una barca per non rimanerne schiacciato. Ma di colpo la folla diventa anche ostacolo come per Zaccheo che non riusciva a vedere Gesù, o per l'emorroissa che ha dovuto farsi largo anche con una certa aggressività per arrivare almeno a sfiorare la frangia del suo mantello. Quanto antipatica è poi la folla che si è prima riempita la pancia e corre per sequestrare Gesù e farlo re? La stessa che sbraiterà urlando "Crucifige!" preferendo Barabba? "Popolo bue", "popolino pagato", facile ad essere corrotto, "pecoroni da strapazzo!". Facciamo attenzione, allora. Da folla di discepoli a pecoroni da strapazzo il passo è breve. Allora, anche noi apparteniamo alla folla… va bene… ma cosa desideriamo essere?

Gesù che parla a una grande folla su un monte o in riva al mare

La Compassione di Gesù per la Folla

Il brano del vangelo ci narra il ritorno dei Dodici che Gesù aveva inviato in missione. Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Gesù li ascolta compiaciuto e, notando la loro stanchezza, li invita a fare una pausa: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». C'era, infatti, troppo trambusto di persone che "andavano e venivano". Il Maestro era l'attrazione. Forse altra gente dei villaggi che gli apostoli avevano evangelizzato hanno voluto accompagnarli per conoscere Gesù. Il gruppo aveva bisogno non solo di riposo fisico, ma anche di quiete, di riflessione, di confronto con Gesù e con i compagni per valutare quella loro prima esperienza di missione. Lì rischiavano di essere travolti dalla frenesia dell'attivismo o di cadere perfino nell'insidia del protagonismo. «Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte».

La folla, però, questa volta intuì la loro mossa e, a piedi, raggiunse il posto addirittura prima di loro. Una fuga fallita! Come reagì Gesù? Egli "ebbe compassione di loro". Gesù freme di emozione davanti alla folla e cambia i suoi piani. Il suo atteggiamento è per noi una doppia sfida. Prima di tutto, il suo sguardo di compassione. Tutto nasce dallo sguardo. La nostra visione della realtà dipende dal nostro tipo di sguardo. Coltivare uno sguardo compassionevole è oggi una priorità assoluta. Attraverso i media vediamo tutti i giorni queste folle e rischiamo di abituarci alla sofferenza altrui, fino all'assuefazione e all'indifferenza. Lo sguardo di compassione va coltivato: come? Stando attenti ai ragionamenti, ai giudizi e pregiudizi che scattano in noi, anestetizzando i nostri sentimenti. E poi, tradurre la compassione in gesti di solidarietà, seppur ci possano sembrare una goccia nel mare della sofferenza umana.

Ci sfida pure la prontezza con la quale Gesù reagisce a questa situazione. Alla vista di quella folla gli apostoli avranno sperimentato irritazione, come capita a noi tante volte, quando qualcuno, o un evento, ci obbliga a cambiare i nostri programmi. Spesso è anche nostra la loro situazione: troppo occupati con le nostre faccende, trascinati dalla frenesia delle nostre giornate, rischiamo di diventare spiritualmente denutriti e, senza nemmeno accorgerci, di essere risucchiati dalla voragine di una visione materialista della vita. È essenziale coltivare momenti di pausa, di silenzio e di quiete per leggere la Scrittura o un buon libro, per riflettere e pregare.

La folla "erano come pecore che non hanno pastore". Era la folla di cui parlava il profeta Geremia, una moltitudine allo sbando, una folla trascurata dai pastori. Questa folla possiamo essere anche noi. In momenti di malessere e vuoto interiore, di stanchezza e domanda di senso, di sbando e di smarrimento, se non stiamo attenti, tutti possiamo essere incantati dai pifferai che pullulano nella nostra società.

Gesù circondato da una folla, con espressione di compassione

Insegnamenti di Gesù sulla Vita e i Valori

La Necessità del Discernimento e del Sacrificio

Per centrare tutta la nostra vita su Gesù morto e risuscitato e lasciarci guidare dallo Spirito Santo, il discernimento ci porta alla decisione di avere il cuore libero da ogni tipo di relazione significativa che possiamo tessere in questa nostra bella esistenza terrena. Gesù ci dice: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. [...] Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26.33).

Questo non è un invito a disprezzare le relazioni essenziali con i nostri familiari e le necessarie relazioni con i beni materiali che ci permettono di vivere con dignità. Questo è il senso più profondo dell'esigenza più importante che Gesù rivolge a ciascuno di noi oggi: «Chi non porta la sua croce e non cammina dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27).

CALENDARIO Cristiano del 23 Aprile 2021: "Portare la propria croce" -- La BIBBIA in un anno

La Parabola del Seminatore: La Generosità della Parola di Dio

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Se uno lo prende alla lettera in modo superficiale, sembra davvero un invito allo spreco: questo seminatore sprecone, getta la semente in modo sconsiderato, senza guardare se cade sulla strada, o sulle rocce o tra le spine. Non penso proprio che Gesù ci inviti a sprecare quello che abbiamo, le risorse e i beni. Qual è dunque l'insegnamento nascosto in queste parole così particolari di questa parabola? Gesù prima di tutto parla di se stesso e di Dio. Nel seminatore Gesù descrive se stesso, nel suo cammino e nella sua predicazione: non si è mai tirato indietro quando si trattava di parlare di Dio e del suo Regno. Gesù non ha mai avuto “le braccine corte” quando i poveri lo avvicinavano in cerca di una parola e di una guarigione. Mi piace pensare così Gesù con me, seminatore instancabile e sprecone. Conosce le mie zone aride come una strada, piene di durezze come le rocce e paurose come le spine. Ma conosce che ho anche tanta terra buona in me. Parole, predicazioni, testimonianze, esperienze di vita… in tutto questo sento che il Signore semina nella mia vita. E anch'io, che in Gesù ho un modello di vita, sono chiamato a seminare amore in chi mi sta vicino.

Illustrazione della parabola del seminatore con i diversi tipi di terreno

La Parabola del Ricco Stolto: Avidità e il Vero Senso della Vita

In quel tempo uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». La narrazione lucana ci mostra Gesù mentre parla ai discepoli e a una numerosa folla.

La richiesta di un anonimo che, di mezzo alla folla, gli chiede di farsi arbitro su una questione di eredità e la secca risposta negativa di Gesù, costituiscono la prima parte della pericope, che poi, attraverso una frase di transizione con cui Gesù mette in guardia i suoi uditori dalla cupidigia, prosegue e si conclude con una parabola seguita da un commento applicativo che ne trae la morale. Gesù rifiuta dunque di intervenire in una disputa tra fratelli per questioni di eredità. Di fronte al penoso e purtroppo ricorrente spettacolo delle divisioni profonde che attraversano le famiglie quando si prospetta di dividere un’eredità, Gesù si tira indietro e non si attribuisce compiti che nulla hanno a che fare con la missione che ha ricevuto dal Padre.

L'obbedienza al Padre porta Gesù a non sentirsi legittimato a intervenire sempre, in ogni caso e su questioni di qualsiasi ordine e natura. «Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» (12,13). Il legame tra questo episodio e la successiva parabola si trova in quella "morte" di cui si parla apertamente nella parabola (12,20), ma che è presente anche nel breve dialogo che apre la pericope e che verte su una questione di eredità. L’eredità è uno dei modi con cui l’uomo tenta di addomesticare la morte, di farla rientrare nel mondo dei vivi. Noi trasmettiamo, lasciamo eredità (non solo di tipo economico) ad altri per far passare qualcosa della nostra vita in altri che vivranno dopo che noi saremo morti.

Di fronte alla morte, come agli altri aspetti che costituiscono il lato mancante della vita - cioè il lato che fa sperimentare la vita come mancanza, come perdita, come vuoto (morte, appunto, colpa, malattia) - Gesù non dà regole, non fornisce norme, non emana precetti o leggi, non si rifugia in soluzioni legali o giuridiche. Gesù invece ne fa l'occasione affinché l’uomo possa conoscere il proprio cuore, possa vedere qual è il suo ubi consistam, in che cosa pone il senso della sua vita e da che cosa la fa dipendere, e indica una soluzione nella via della relazione: la relazione con Dio e la relazione con gli altri uomini. Emblematico il finale della parabola: «ciò che hai accumulato di chi sarà?» (12,20). Perché la vita non dipende dai beni ma sta appesa alle relazioni, ad altri a cui ci leghiamo per amore.

La risposta di Gesù al suo anonimo interlocutore risale dal piano esteriore delle dispute al piano interiore del cuore: egli mette in guardia tutti dalla cupidigia, dall'avidità, dalla brama di possedere. L’avidità proviene dal cuore (cf. Mc 7,22) ed è equiparabile all'idolatria (cf. Col 3,5). E la cupidigia che qui emerge a proposito di un’eredità famigliare è la stessa che ostacola l’ottenimento dell’eredità del Regno di Dio (cf. 1Cor 6,10; Ef 5,5). L’idolatria dà illusioni di vita, ma produce morte. La vita non consiste nei beni, dice Gesù. E nasce per noi la domanda: in che cosa consiste la vita? In che cosa facciamo consistere la nostra vita?

«Ma che è mai la vostra vita?» chiede Giacomo ai ricchi che dicono «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni», mentre non sanno e non possono sapere «che cosa sarà domani» (Gc 4,13-14). La cupidigia, la logica dell’accumulo e del possesso sono una via che gli umani percorrono per scongiurare la morte: risposta fallimentare a un problema reale. Al problema radicale che la morte pone a ogni vita e a tutta la vita. E questo mettere le mani sul futuro viene rimproverato anche al ricco insensato della parabola che fra sé e sé dice di avere a disposizione molti anni illudendosi di poter padroneggiare il tempo.

La cecità a cui la ricchezza dà origine è evidenziata nella figura del ricco stupido, letteralmente "senza intelligenza" (áphron: 12,20). Egli pensa di possedere anche ciò che per definizione è indisponibile: il tempo, il futuro, la vita. E il binomio ricchezza - stupidità è espresso in modo tale che il "pieno" della ricchezza sembra camuffare il desolante "vuoto", la penosa carenza di intelligenza e di sapienza del ricco. La carenza di intelligenza diviene anche mancanza di relazioni e rifiuto di fraternità perché l'orizzonte interiore ed esistenziale del ricco è tutto assorbito dal proprio ego: egli "arricchisce per sé" (12,20) dimenticando Dio e i fratelli.

Illustrazione del ricco stolto con i suoi granai pieni

La Saggezza Umana e la Volontà di Dio

Le sfide della vita sono sempre più grandi delle nostre capacità e delle risorse umane e materiali a nostra disposizione. La nostra natura umana ci porta a desiderare di raggiungere grandi traguardi. È come uno che ha intenzione di costruire una torre senza fare un serio preventivo dei costi, e rimane con i lavori incompiuti e con le beffe dei vicini che commentano quello spreco finanziario. Molte volte ognuno di noi corre il rischio di sentirsi onnipotente nella capacità di raggiungere un obiettivo nella propria vita, pensando di avere un esercito di possibilità, e improvvisamente si trova di fronte ad altre persone più forti e più potenti che entrano in competizione con noi. Allora è necessario accettare il limite e scendere a compromessi, per non rimanere frustrati.

L'autore del libro della Sapienza illumina quanto Gesù ci sta insegnando. Si immagina di essere il famoso re Salomone. Il figlio di Davide era ricordato per la sua saggezza e le sue grandi opere. Tuttavia, nonostante la sua grandezza, giunse a riconoscere la sua fragilità e incapacità di vedere umanamente il senso più profondo della vita: «I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima e la tenda d'argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?». La consapevolezza della nostra fragilità e dei limiti delle nostre capacità umane ci porta ad aprirci alla proposta di comunione o di alleanza con Dio creatore, redentore e santificatore. È bene alimentare il desiderio di cercare Dio e la sua volontà.

La fragilità della nostra vita terrena in questo mondo, pur essendo come un respiro che passa, come l'erba del campo che, tagliata con la morte fisica, presto appassisce, è inserita in un progetto divino più grande di tutti i nostri progetti personali di crescita e di autorealizzazione. Immedesimiamoci nell'autore del libro della Sapienza, che pensa a Salomone chiedendosi: «Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?» (Sap 9,13). L'autore del libro della Sapienza pone in bocca al re Salomone la domanda che rivela la scelta di lasciarsi guidare da Dio chiedendo due cose: la Sapienza e lo Spirito Santo: «Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall'alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?» (Sap 9,17). Questo desiderio di camminare in comunione con Dio implorando il dono della Sapienza e dello Spirito Santo di Dio è espresso anche nel Salmo 89: «Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi! Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni».

Per noi cristiani, il desiderio della sapienza di Dio e del suo spirito, espresso nel testo del libro della Sapienza, si è compiuto con la missione di Gesù, Figlio prediletto del Padre, e la missione dello Spirito Santo, dono gratuito per ciascuno di noi del Cristo morto e risuscitato, per volontà del Padre. San Paolo risponde all'autore del libro della Sapienza scrivendo agli Efesini: «Dio Padre ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,9-10).

L'Ascolto e la Misericordia: Risposta alla Folla

Che cosa ci dice Gesù se non che è interessato alla misericordia e non al sacrificio. L'accoglienza, le porte aperte sono misericordia; le porte chiuse evidenziano sempre più il sacrificio. Pensiamo alle tante case sfitte e mezze vuote. Pensiamo a quante persone accoglierebbero una persona di queste in casa loro. Ma la burocrazia non lo permette. Ci accorgiamo sempre più che non è tanto il parlare con Lui o di Lui che ci fa dei suoi, quanto l'ascoltarlo.

I suoi cercano di parlargli e a Lui parla uno sconosciuto, un anonimo tra la folla, magari preoccupato del fatto che il Signore non desse udienza adeguata ai suoi. Gesù parlava alla folla, Gesù parla a noi che siamo affaticati ed oppressi. Dio solo sa quanto bisogno abbiamo di una parola vera, non ridondante, non piena di interesse. Gesù parlava alle folle, che siamo noi, e ci dice che non esiste legge che possa passare sopra l'uomo: non è il sabato per l'uomo ma l'uomo per il sabato. Le frontiere e le burocrazie non sono fine a se stesse, le persone che arrivano rifugiate non sono per giustificare le nostre burocrazie sempre più disumane e sempre più inutili, ma le frontiere sono per le persone. Le frontiere non servono per chiudere le porte: servono per dare il benvenuto. Magari c'è fatica e vi sono difficoltà, ci sembra di non farcela. Ma ciò che ci renderà capaci di farcela è il desiderio di bene per l'altro. È quando siamo senza vita e senza amore che noi non troviamo stimoli e pensiamo di non farcela perché non abbiamo mezzi e soldi. Bastano cinque pani e due pesci per sfamare una folla, se abbiamo cuore di condividere. La solitudine demoniaca dei confini chiusi viene vinta e viene distrutta, il giogo diventa leggero e il peso dolce, un dolce peso appunto.

Mani che si uniscono o si accolgono, simbolo di misericordia e accoglienza

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