L'Alba della Resurrezione: Speranza, Fede e Riscoperta del Divino

“È possibile raggiungere l'alba solo seguendo il sentiero della notte”, scrive Kahlil Gibran. Questa profonda affermazione trova eco nella narrazione evangelica della resurrezione di Gesù, dove le donne giunsero all'alba recandosi al sepolcro "quando era ancora buio". Questo percorso, intriso di speranza, invita a camminare, passo dopo passo, nel buio della propria storia.

illustrazione di una figura che cammina in un sentiero buio verso un'alba luminosa

La fede, come un desiderio profondo di senso per la nostra vita, ci spinge a questa ricerca. Come cantava il mistico spagnolo Giovanni della Croce, imprigionato in un oscuro carcere, “solo la sete ci illumina”. E così, nel buio di un sepolcro, "Qualcuno verrà a condurti oltre le porte della morte", con la voce dell'Amore che sussurra: “Non temere, io sono te”. Sono parole fiorite nel buio di un dolore infinito e di un sepolcro senza confini. La Pasqua non si raggiunge bypassando il buio e il vuoto del venerdì e del sabato, ma rappresenta l'avventura più audace. Con il passaggio di Cristo, ognuno può passare dalla notte disperata alla luce di speranza di un'alba serena, diventando "compagno dei tuoi fratelli e sorelle sperduti nell'ombra di morte".

La Riflessione di Mons. Pierangelo Sequeri sull'Escatologia

Una conferenza tenuta da mons. Pierangelo Sequeri per la giornata di formazione di preti, diaconi e seminaristi ha offerto una riflessione impegnativa e gratificante. Sequeri ha osservato che i temi escatologici, riguardanti la vita futura e il mondo che verrà, hanno subito una "evaporazione" negli ultimi decenni, evidenziando come il catechismo tradizionale non riesca più ad aprire un orizzonte escatologico. Si parla poco della vita eterna.

Rilanciare il Tema della Vita Eterna

Per rilanciare il tema della vita eterna, Sequeri propone l'analogia del grembo materno: come siamo nati a questa vita con assoluta sorpresa, così nasceremo di nuovo. La prima nascita, segnata dal passaggio drammatico dal grembo materno al mondo, è stata un'esperienza entusiasmante e assolutamente nuova. Così sarà la seconda nascita, che passa attraverso la soglia della lacerazione della morte, alla vita definitiva. Sequeri sottolinea che si apre un orizzonte diverso, non una vita prolungata all'infinito, ma un ambiente pieno di creatività, novità, un luogo luminoso ed esaltante.

infografica che compara il passaggio dal grembo materno alla nascita con il passaggio dalla morte alla vita eterna

Il Tema del Giudizio e l'Amore Incondizionato

Anche il tema del giudizio è "evaporato". Sequeri suggerisce di tornare alla pedagogia delle parabole, spiegando in forma poetica che la salvezza avverrà per grazia e non per meriti. La logica delle parabole è diversa dal comune modo di pensare, esse furono dette per i farisei, che avevano codificato la salvezza in codici etici e legali. Il comportamento di Gesù, al di fuori di questo ambiente, è diverso quando incontra le persone. Il giudizio di Dio non sarà un tribunale, ma più simile all'incontro con la Samaritana, dove c'è la presa di coscienza di sé per favorire un'apertura al mistero di Gesù. Saremo giudicati da uno che offre un amore incondizionato che non "cade addosso" ma esige accoglienza e riconoscimento.

La Vita Eterna come Orizzonte di "Affezione"

Secondo l'analisi di Sequeri, il rapporto con l'aldilà è stato di tipo metafisico, senza coinvolgere minimamente la componente affettiva. La vita eterna è l'orizzonte di una "affezione". L'esistenza di un Assoluto non cambia la vita, ma l'idea che questo Assoluto si mostri "affezionato" a noi, interessato alla nostra condizione e coinvolto pienamente nel nostro destino, cambia il modo di pensare l'Assoluto, accompagnato da un sentire diverso.

L'esempio di Sant'Anselmo è illuminante: dopo aver dimostrato l'esistenza di Dio, egli si chiede perché riesca a pensarlo ma non a sentirlo. Questo lo conduce a una "dimostrazione affettiva" di Dio nella seconda parte del Proslogion, fino a concepire la relazione con Dio compiuta nella visione beatifica, dove il sommo gaudio e la beatitudine consistono nel gioire della felicità altrui. Dio gode della felicità delle creature, di cui non ha necessità. L'uomo partecipa a questa grazia attraverso l'emozione che avvolge il godimento della felicità altrui.

La Generazione e il Concilio di Nicea

Ritornando al tema di Dio, Sequeri insiste sulla "generazione", rivisitando la categoria del Concilio di Nicea. "Generato non creato", affermano i Padri niceni a proposito del Figlio, definizione entrata nel Credo. Questo è il lascito straordinario della singolare riflessione di Nicea sull'Essere di Dio. Senza generazione non c'è né Padre né Figlio. Il Padre è definito dall'alterità del Figlio (che non è una sua replica), e il Figlio è definito dall'alterità del Padre (che non è mai un altro sé, ma un altro da-sé). Senza generazione non c'è neppure lo Spirito Santo, che procede dalla generazione che definisce il Padre e il Figlio e non si riduce a nessuno dei due. L'amore di donazione di cui è fatto Dio, precisa Sequeri, non può ritornare semplicemente su se stesso, ma si apre a un'ulteriore alterità, quella dello Spirito, evitando il cortocircuito di pensare a un Dio Assoluto, autosufficiente, che può amare solo se stesso.

La Riscoperta di un Dio Diverso: Dalla Bibbia alla Controriforma

La Bibbia ha rivelato un Dio diverso dagli dèi naturali, non riconoscendo il sentimento religioso preesistente nel mondo, ma salvando la novità del proprio Dio. I profeti distrussero gli idoli fabbricati dal popolo di Israele quando cercava un "dio come tutti gli altri popoli". Sapevano che nei culti della natura c'era una misteriosa presenza del Dio vero ("I cieli narrano la gloria di Dio" - Salmo 19), ma dovevano distinguere il Dio che ci raggiunge "dal cielo" dai culti che cercano di raggiungerlo "dalla terra", per non permettere che la forza della terra "mangiasse" la fragilità del cielo, mantenendo alta la dignità umana con il messaggio: "non sei fatto a immagine di idolo".

Il Cristianesimo Medievale e Moderno e le Pratiche Sincopate

La vicenda del Cristianesimo medievale e moderno è stata in parte diversa. Incontrando i popoli europei, ha spesso tollerato che la gente continuasse i suoi riti naturali, "battezzando" con nomi cristiani i culti precedenti. Nacque così l'Europa cristiana. Mentre l'umanesimo biblico aveva provato a liberare gli uomini e le donne svuotando il mondo dai tanti spiriti e demoni, i cristiani lo hanno lasciato abitato da angeli, santi e demoni, sperando che bastasse questa sostituzione per liberare gli esseri umani dalla paura della morte e del dolore.

Con la fine del Medioevo e l'Umanesimo, divenne evidente la necessità di una riforma generale della Chiesa medievale romana, come dimostrato dalle tesi di Erasmo da Rotterdam. La Riforma di Lutero cambiò e complicò i piani, e la reazione della Controriforma cattolica bloccò quel primo tentativo di rinnovamento interno, producendo una restaurazione proprio sugli aspetti più criticati da Lutero. Così, le antiche pratiche "meticce" (culto dei santi, devozioni, indulgenze, voti, reliquie) divennero un tratto distintivo della Chiesa cattolica, radicando molti dei suoi mali.

Il Sacrificio: Una Questione Cruciale

Il grande tema del sacrificio, presente nelle religioni e culti antichi, divenne un punto di scontro. Lutero condusse una battaglia campale contro l'idea della messa come sacrificio, affermando: "La messa è il contrario di un sacrificio". Criticò anche l'idea che la messa fosse la ripetizione del sacrificio della croce. La reazione cattolica fu molto forte: il sacrificio divenne una colonna della teologia, della liturgia e della pietà. La croce di Cristo produsse così "le nostre croci", intese come necessarie e volute da Dio, e la vita religiosa divenne un lungo e costante sacrificio per meritarsi il paradiso, sotto la costante visione dell'inferno. Il dolore era incoraggiato come "divina moneta" per lucrare meriti, e il messaggio di amore reciproco, gratuità e compassione del Vangelo restava sullo sfondo di una teologia e pratica dolorista.

Nomi come Dolores, Mercedes, Addolorata, Catena, Crocifissa, scelti per le bambine nei Paesi cattolici dei secoli scorsi, e i nomi delle Congregazioni femminili in età controriformista (suore vittime, crocifisse, schiave, umiliate) testimoniano questa cultura. I cattolici hanno spesso fatto esperienza di un Dio che "stava dalla parte sbagliata", che voleva la loro sofferenza nell'aldiqua per premiarla nell'aldilà.

Oggi la teologia cattolica ha finalmente preso le distanze dalla teologia dell'espiazione e dalla lettura sacrificale della passione di Cristo, riconoscendo che "altrimenti si rischia di non indirizzare lo sguardo nella direzione giusta del mistero di Dio" (Giovanni Ferretti, Ripensare evangelicamente il sacrificio, 2017). La logica del sacrificio va trasformata nella logica del dono, che è il suo opposto perché tutta gratuità.

Implicazioni Civili ed Economiche e la Meritocrazia

Sarebbe necessaria una purificazione della memoria della Chiesa cattolica, soprattutto per quanto accaduto nei monasteri e conventi femminili. I dolori nel mondo esistono e la civiltà umana deve fare di tutto per ridurli, e Dio - il Dio rivelato in Gesù Cristo - è il primo a volerlo. Quando il dolore arriva, occorre viverlo nel modo eticamente e spiritualmente migliore, ma "guai pensare e dire che è Dio a mandarcelo o che lo gradisce".

Le implicazioni civili ed economiche sono notevoli. L'idea della meritocrazia, nata in un ambiente calvinista e poi esportata, si è secolarizzata in categoria economica. I Paesi cattolici sono entusiasti per la meritocrazia (l'Italia di oggi ha inserito la parola "merito" nel nome del Ministero dell'Istruzione). La teologia basata sull'accoppiata sacrificio-merito produce una visione commerciale di Dio e della vita: più ti sacrifichi, più otterrai. Dio diventa un contabile passivo di debiti e crediti, e la gratuità-grazia esce di scena in un mondo pelagiano dove ci si salva da soli, lucrando meriti con la moneta delle sofferenze. La categoria di merito legata al sacrificio ha prodotto l'idea che la virtù abbia bisogno di sofferenza e che i veri meriti siano quelli che ci guadagnano il paradiso o il purgatorio, portando a svalutare economicamente le occupazioni a prevalenza femminile (scuola, cura, servizi, lavori delle consacrate), perché il denaro ridurrebbe la purezza del "sacrificio" e dei suoi veri meriti. Questo porta al grande tema dell'eccessivo e asimmetrico peso portato dalle donne.

infografica che mostra la correlazione tra sacrificio, merito e valore economico percepito delle professioni

Nella Gaia scienza di Nietzsche, l'uomo folle annuncia che "Dio è morto" e che "siamo stati noi a ucciderlo". Se il "dio morto" fosse quel dio troppo lontano dal cuore delle donne e degli uomini, allora ci sarebbe una luce anche in questa notte. "È ancora buio e le donne si recano al sepolcro di Gesù, le mani cariche di aromi. Vanno a prendersi cura del corpo di lui, con ciò che hanno, come solo le donne sanno. Gesù non ha nemici fra le donne."

La Resurrezione nel Vangelo di Giovanni e la Teologia della Fede

Il Vangelo di Giovanni racconta la mattina che ha cambiato per sempre la storia dell'umanità. Da quell'alba del primo giorno, dopo il sabato, in ogni luogo in cui la vita è oppressa può riaccendersi una speranza di vita. Maria di Màgdala si reca al sepolcro di mattino, quando è ancora buio, e vede che la pietra è stata tolta. Corre da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, dicendo: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!". I due discepoli corrono al sepolcro: il discepolo amato arriva per primo, si china e vede i teli, ma non entra. Pietro, che lo segue, entra e osserva i teli e il sudario avvolto a parte. Allora entra anche l'altro discepolo, "e vide e credette".

L'evento della resurrezione di Gesù è presente nelle tre letture della Domenica di Pasqua nelle forme della narrazione (vangelo), dell'annuncio (I lettura) e della parenesi (II lettura). La narrazione mostra il divenire della fede pasquale, il suo carattere dinamico che comporta l'ingresso nel mistero divino attraverso le evidenze di morte (bende, sudario, sepolcro). L'annuncio svela il carattere dinamico della storia di salvezza che nella resurrezione di Gesù trova un punto culminante, ma non conclusivo. La parenesi mostra il carattere dinamico della vita del battezzato, innestato nella morte e resurrezione di Cristo, che lo immette in una ricerca incessante, un dinamismo spirituale continuo sotto il segno della grazia.

Il vangelo presenta, con i tre personaggi, un itinerario di fede che è anche un itinerario del vedere: da un vedere che ha per oggetto la pietra ribaltata e fa nascere la supposizione di un trafugamento, al vedere che si incentra sulle bende e sul sudario, a un vedere che "vede e basta", che sfocia sulla fede o un inizio di fede da completare con l'ascolto delle Scritture. La fede cristiana confessa e crede la resurrezione vedendo segni di morte, ma sono l'intelligenza dell'amore (il "discepolo amato") e la fede nelle Scritture a introdurre alla fede nella resurrezione. Nel discepolo amato, la fede nasce dall'amore (fides ex charitate). Questa fede, che interpreta il vuoto della tomba, può soccorrere la vita nel momento del terrore del vuoto di amore e della paura dell'abbandono. L'atto di entrare nel sepolcro di Pietro e del discepolo amato ha una valenza simbolica: noi entriamo in numerosi luoghi di morte durante la vita, e lasciamo entrare la morte in noi. La fede nella resurrezione, al cuore della fede cristiana, non coincide con una semplice fiducia nella vita, ma crede la vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell'amore di Cristo.

Il Gesù Storico: i racconti della RESURREZIONE

"Forte come la morte è l'amore!", dice il Cantico dei Cantici. Il vero nemico della morte non è la vita, ma l'amore. Tutti noi siamo qui sulla terra per fare cose che meritano di non morire. In ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui domina la violenza, la guerra, la miseria, laddove l'essere umano è umiliato e calpestato nella sua dignità, malmenato fino alla morte, in quel luogo, proprio in quel luogo, può ancora riaccendersi una speranza di vita. È necessario gettarsi nel mistero della risurrezione, come ci si getta nell'acqua, certi che essa si aprirà sotto di noi, e ripartire dalla storia, abbandonando uno stile di vita accomodato e individualista.

"La Risurrezione" di Alessandro Manzoni: Un Inno di Gioia Corale

Composto nel 1812, "La Risurrezione" è il primo degli Inni Sacri scritti da Alessandro Manzoni. L'autore portò a termine il componimento il 23 giugno 1812, svincolando la datazione dal calendario liturgico cristiano. Nell'inno emerge tutta la gioia di Manzoni di essere cristiano, aprendo il poema con l'annuncio "È risorto" ripetuto tre volte con enfasi crescente. Manzoni fa della parola il suo "messaggero incarnato", intrecciando gli eventi storici all'esegesi biblica, trasformando la profezia in verità. L'immortalità del messaggio di Resurrezione si riflette nell'intreccio dei tempi verbali: presente, passato e futuro si alternano dando luogo a un "tempo non tempo", parlando a una realtà che sfuma nell'eterno e si rivolge a tutti i fedeli senza distinzione.

Cristo è risorto: come fu ripresa alla morte la sua preda, come ha vinto le porte nere della morte, come è possibile che sia di nuovo salvo colui che si trovò in balìa del potere altrui? Cristo è risorto: la sua testa santa non è più avvolta nel velo del sudario. Lui è risorto e ora la pietra tombale è rovesciata a un lato del sepolcro vuoto. La lieta notizia si diffuse tra gli animi dormienti del popolo di Israele. Il Signore ha spalancato le porte della morte! Lui, il Signore, Emmanuele! Prima di Cristo, quale mortale sarebbe mai asceso in Paradiso? Il Redentore è venuto per salvare dalle pene silenziose dell'inferno, Vecchi Padri d'Israele.

Apparve dunque un giovinetto sconosciuto (l'Angelo) che si appoggiò al sepolcro. Aveva un volto radioso ed era vestito di bianco. Si deponga ora dai paramenti sacri il triste color viola (simbolo di morte), torni a brillare l'oro consueto. Dall'altare si leva un grido: "rallegrati Maria, regina del cielo, godi poiché portasti in grembo il figlio di Dio. Ora è risorto, come disse. O fratelli cristiani, il rito della messa oggi parla solo di gioia. Oggi è giorno di banchetti, in cui ogni uomo esulta. Il pasto del ricco sia sobrio; non manchi cibo in ogni tavola. Sia lontano il frastuono di una gioia sfrenata e inutile."

Manzoni celebra volutamente una gioia corale, comunitaria, che coinvolge tutti i fedeli. L'intero componimento è fondato sulla tensione vibrante dell'annuncio gioioso: "È risorto!", che l'autore spiega in tutte le sue declinazioni storiche, sociali e religiose. Manzoni intreccia sapientemente riferimenti al Nuovo e all'Antico Testamento per spiegare la Resurrezione di Cristo in una prospettiva duplice: sia quella del suo compimento che quella della sua attesa. Si serve sia del linguaggio biblico che di quello popolare, affinché l'inno sia accessibile a tutti i fedeli. Al riferimento biblico si alternano metafore più semplici, come quella del pellegrino che, sperduto nel bosco, sente una foglia cadergli sul capo e osserva quella foglia secca lentamente rinvigorirsi, simboleggiando la caducità della vita umana e l'evento miracoloso della Resurrezione di Cristo. Dopo aver spiegato l'evento sul piano spirituale e storico, Manzoni ne elogia la liturgia. L'azione si sposta nella Chiesa ornata a festa, dove il prete celebra il sacro rito della Pasqua e la gioia invade il cuore dei fedeli raccolti in preghiera. La datazione de "La Risurrezione" suggerisce un percorso d'indagine svincolato da circostanze liturgiche, mostrando un Manzoni che abbraccia il mistero più grande del cristianesimo con l'entusiasmo della scoperta.

Adesione Consapevole alla Fede

In molta critica si è sempre parlato di "conversione" del Manzoni, travisando il significato del termine. Alessandro, a differenza della moglie Henriette, fu educato e cresciuto secondo gli insegnamenti della morale cattolica fin da bambino. Per questo, è più pertinente parlare di "adesione consapevole" alla religione cristiana, anziché di conversione. Attraverso questo inno, Manzoni esprime con entusiasmo che aderire alla fede cattolica non sia sofferenza e dolore, bensì gioia condivisa. Annuncia la risurrezione di Cristo con lo stupore di chi proclama la scoperta: "È risorto…, È risorto", e ancora, "È risorto", ripetendo per tre volte, giurandone e portandone le prove con l'eccezionalità di un sudario senza corpo e di un sepolcro miracolosamente rimosso in un inno di luce e di levità. "È risorto" è un annuncio ripreso anaforicamente da "Che parola si diffuse/ tra i sopiti di Israele", dove Alessandro "urla la sua gioia" e ricorre alla similitudine delle strofe tre e quattro per convincere un vasto pubblico, per "svegliare le menti annebbiate".

Nell'intero inno, il gioco degli aspetti verbali è complesso, orchestrato con mirabile maestria: passato, presente e futuro si intersecano, si confrontano e si fondono nella realizzazione di un evento che, seppur atteso, sembrava solo tensione. Il Vangelo secondo Matteo, più dettagliato e completo, sostiene la narrazione e libera Manzoni da responsabilità interpretative. Le strofe undici e dodici de "La Risurrezione" interpretano il dovere della Chiesa di diffondere il compimento delle scritture, entrando nella Liturgia e nella simbologia dei colori delle vesti dei celebranti. La narrazione di un evento di eccezionale unicità e immensità si radica sempre più nella dimensione terrena, e come olio santo, si riversa su chiese, altari, vesti, mense, trasformando e santificando gli animi. La gioia e il gaudio di questo momento, dice Manzoni, non devono essere di distrazione o allontanare dal vero messaggio di Cristo: è nel quotidiano che dobbiamo mantenere la sobrietà e accogliere le necessità dei più bisognosi, perché la gioia dei giusti non sta nell'allegria di un giorno di festa. La concitazione del ritmo delle prime strofe si placa fino a ridurre i numerosi richiami biblici e storici in un'unica lapidaria e sintetica asserzione: "Nel Signor chi si confida/ Col Signor risorgerà". Questi ultimi due versi sono una dichiarazione compiaciuta di fede assoluta: agire nella fede, confidando in essa, santifica il presente e il futuro, eliminando ogni dubbio e fatica. La Passione di Cristo, il dolore degli uomini sembrano ormai lontani, anzi, totalmente dimenticati.

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