La figura di Padre Pio da Pietrelcina, uno dei santi più venerati della Chiesa Cattolica, ha toccato e continua a toccare la vita di molte persone, lasciando un'impronta profonda anche nella Riviera Ligure, in particolare ad Alassio. Questa presenza si manifesta sia attraverso esperienze personali di fede e "miracoli", sia nella toponomastica urbana e in eventi di devozione che onorano il Santo di Pietrelcina.
La Storia di Mario Berrino: Un Incontro Mistico e un "Miracolo" Giudiziario
La vicenda di Mario Berrino, cofondatore del leggendario Caffè Roma e Roof Garden, inventore del Muretto di Alassio e pittore di successo, è indissolubilmente legata a un'esperienza di fede con Padre Pio e a un drammatico rapimento che ne ha segnato la vita.
La Nascita del Mito di Alassio: Caffè Roma e il Muretto
La storia ha inizio negli anni dell'immediato dopoguerra quando, di ritorno dallo sfollamento delle città, insieme ai fratelli Giorgio, Adriano ed Elio, rientra ad Alassio anche Mario Berrino. Sono momenti assai difficili, duri, quelli della ricostruzione dell'Italia postbellica e, nonostante tutto, Mario e i suoi fratelli riescono ad aprire nella centralissima via Dante di Alassio il grande Caffè Roma, ritrovo per artisti, scrittori, cantanti e speranza per molti altri di avvio a quella tanto sospirata normalità. Negli anni ’50, con la ripresa economica del Paese, a Mario Berrino si presenta la grande occasione della sua vita. Ha acquistato proprio all'attico dell'edificio ove è situato il suo bar, alcuni locali che adibisce a ritrovo mondano, così come ha già fatto con il piano interrato proprio sotto al Caffè Roma. Nascono così il Roof Garden in alto, e, in basso, il Night Club di Alassio, entrambi eleganti e raffinati punti di incontro e meta abituale della bella gente del luogo, che ne faranno presto il vanto di tutta la riviera. Arrivano così personaggi illustri e grandi celebrità da ogni parte del mondo e arriva anche Ernest Hemingway, il famoso scrittore americano. Proprio con lui Berrino intreccia una grande amicizia e un attivo scambio culturale. Infatti è dal grande scrittore che Mario riceve il profetico suggerimento di raccogliere su alcune piastrelle di ceramica, le firme dei suoi ospiti più illustri, da porre poi a ornamento del lungo ‘Muretto’ di Alassio, proprio dirimpetto al grande Caffè Roma. Prende vita così la più grande attrazione turistica mondana degli Anni ’60. Passano gli anni e Mario Berrino diviene una vera celebrità. Le fotografie lo ritraggono con i personaggi del jet set internazionale finiscono sulla carta patinata dei più autorevoli rotocalchi della stampa italiana e non. Tutti parlano del mitico ‘muretto’ e tutti i protagonisti del mondo della celluloide non si sentono tali se non hanno la loro ‘stella’ incisa sui marciapiedi di Hollywood e la firma sul ‘muretto’ di Alassio. Gli affari vanno dunque benissimo e Giorgio, Adriano ed Elio - in realtà nessuno è ora più in vita - si dedicano attivamente all’impresa famigliare, al ricevimento di quegli ospiti illustri e a ogni loro divertimento notturno, perché quella ‘dolce vita’ nata sui marciapiedi della via Veneto degli anni ’60 a Roma, trovi il suo naturale sfogo anche sulla costa ligure, nella bella ed incantevole Alassio. Da un po’ di tempo, infastidito da tutta questa improvvisa popolarità e memore dei lunghi periodi di magra vissuti insieme a tante sofferenze durante la guerra, Mario Berrino ha riscoperto il piacere di dedicarsi alla cultura, alla ricerca del pensiero e alla cura dello spirito.

L'Esperienza Spirituale a San Giovanni Rotondo
Un caro amico gli parla di Padre Pio, il primo sacerdote stigmatizzato della storia della Chiesa e di quanto costui faccia in favore dei poveri, quelli che Gesù chiamava “i più piccoli”. Addirittura si dice che abbia costruito il più grande ospedale del Sud con i soldi delle elemosine ricevute dai pellegrini, grati per i tanti miracoli ottenuti proprio dalla sua insostituibile preghiera. Mario Berrino racconta la sua esperienza: “Avevo un gran desiderio di assistere a una messa di Padre Pio. Ero partito da Alassio con mia moglie e mio suocero. Mi dissero che il Padre avrebbe detto Messa alle 4,30 del mattino”. Scendono in una pensioncina retta dalle suore, “così semplice e spartana da sembrarci profumare di santità”. La mattina seguente, il 5 maggio 1962, alle 4,30 in punto, assistono alla funzione. “Eravamo posizionati al lato destro dell’altare, per chi guarda frontalmente il grande quadro della Madonna delle Grazie, nella chiesetta piccola. E quindi Padre Pio lo vedevamo, dalle primissime file, di profilo destro. Fu un’esperienza irripetibile, la messa durò oltre due ore e mezza ma ci sembrò brevissima, non più lunga di dieci minuti”. Finita la celebrazione, il buon Padre Pio riceve tutti gli uomini, e solo uomini, in sacrestia per la confessione. “Curvo sull’inginocchiatoio e con il cappuccio ben calzato sul capo, tanto da solo intravederlo, pregò lungamente; assorto totalmente nelle sue orazioni sgranava tra le dita il lungo rosario appeso al cingolo del suo saio. Non volava una mosca, un silenzio totale avvolse tutta la sala della sacrestia”. Terminata la preghiera, il Padre sale le scale che lo portano alla sua cella e, a metà rampa, si gira per benedire e salutare tutti i presenti. “A quel punto mi lanciò uno sguardo profondo e pieno di contenuto che non potrò mai più dimenticare. Poi ci disse: ‘Buona giornata a tutti!’”. Quello sguardo, lungo e penetrante, che Padre Pio gli indirizzò solo per pochi istanti dopo essersi alzato dall’inginocchiatoio, doveva però contenere un ben più lungo messaggio che la sola assoluzione per i semplici peccati di tutti i giorni. Sì, perché quella giornata trascorsa in preghiera nella chiesina di San Giovanni Rotondo e in compagnia dell’uomo che sulla terra incarnava in se stesso il tormento della passione di Cristo sulla croce, Mario Berrino se lo ricorderà per tutta la vita.

Il Rapimento e la "Luce" della Verità
A metà dell’anno 1974, Mario Berrino viene brutalmente rapito. “Nel 1974 fui rapito - prosegue il racconto di Berrino - e pagammo un riscatto di ben 300 milioni”. Dovette trascurare il suo lavoro al Caffè Roma per dedicarsi completamente a fare il pittore di professione. “Con i soldi ricavati dalla vendita dei quadri pagavo abbastanza agevolmente le mie rate di mutuo per il prestito bancario di 300 milioni del riscatto”. In una sua visita a San Giovanni Rotondo da alcuni suoi parenti, Mario si sfoga per il cattivo esito del processo, “perché stavo ricevendo tanto il ‘danno’ quanto la beffa. A tutti i costi volevano coinvolgermi nella vicenda, lasciando credere che io fossi probabile complice del fattaccio e dunque anche simulatore del rapimento. Avevo il cuore a pezzi e il morale sotto le scarpe. Non credevo più a nulla. Solo il Padre fu per me di grande sostegno”. La parente Maria Rosa gli suggerisce: “Mario telefona a Madre Pura!”. Mario chiede chi sia e riceve la risposta: “È una santa! Pensa che ha assistito sempre il Padre ed è sempre stata a contatto diretto con lui. Vive in Veneto in un antico convento”. Maria Rosa le telefona e le racconta quanto accaduto a Mario. Pochi giorni dopo, il suo avvocato (suo genero), all’epoca dei fatti componente dello studio legale dell’avv. Uckmar (Genova), gli dice che in tribunale a Savona avevano depositato gli atti del suo rapimento. L'avvocato va ad esaminare tutto il poderoso carteggio, circa 22 faldoni, ma non trova nulla di particolare. Quella sera stessa però, mentre cenava con la moglie, improvvisamente rammenta che in un fascicolo, attaccata all’interno della copertina, aveva visto una busta arancione. Il giorno dopo, incuriosito, torna in tribunale alla ricerca di quella busta. Trovatala, l’apre e rimane sbalordito: era la ‘grande luce’!!! Vale a dire, conteneva la lettera che i suoi rapitori avevano scritto al loro avvocato confessando il nome dei veri autori del misfatto. La lettera, datata 10 settembre 1974 e indirizzata all'avv. Nuvolone, diceva: “Questa idea l’abbiamo avuta dopo che sabato mattina siamo venuti a conoscenza che il giudice Ferro non aveva rimandato l’ordine di cattura ai Laurettani, i quali sono i veri colpevoli, e loro potrebbero dire tutto del sequestro del sig. Berrino. Se è possibile per Lei venire nella nostra cella, a conferire. Credo che quello che stiamo facendo (lo sciopero, ndr) lei lo faccia presente alla stampa”. Gli avvocati dei malviventi, depositando gli atti di parte - memorie, verbali d’interrogatorio e quant’altro - inavvertitamente si erano dimenticati, tra i loro fogli del carteggio, proprio quella lettera. Inviata allo studio legale dal carcere, la missiva conteneva la confessione scritta di pugno dei rapitori. Passato poi di mano per più di otto magistrati tra pubblici ministeri, giudici, giudici istruttori e inquirenti, il poderoso carteggio di tutto il procedimento giudiziario non aveva rivelato all’ultimo consigliere d’appello, il rapporto intercorso tra gli arrestati: i fratelli Mombelli e i veri colpevoli. Così, lo sguardo di Padre Pio e l'intercessione indiretta di Madre Pura hanno preceduto la rivelazione che ha scagionato Berrino dall'accusa di simulazione.
Dieta mediterranea: il dottor Franco Berrino tiene una lezione magistrale su cibo e malattie
Vincenzo Mombelli: La Ricerca di Giustizia e l'Ombra del Passato
La complessa vicenda del sequestro di Mario Berrino ha avuto un impatto devastante anche sulla vita di Vincenzo Mombelli, accusato, incarcerato e poi assolto per il sequestro e il pagamento di un riscatto. Egli trascorre la vecchiaia all’Istituto Trincheri di Albenga, con un chiodo fisso: “prima di morire voglio giustizia”. Per gli ospiti, i visitatori e il personale, Vincenzo è un simbolo di chi non si rassegna, nonostante l’età, le malattie, le disgrazie. Non dà tregua a un paio di avvocati, contrariato perché “promettono e non fanno”, e ha nel suo mirino il mondo dell’informazione, lamentando di essere ignorato. Si dice scandalizzato che, quando è morto suo fratello Ezio, pure lui arrestato con accuse infamanti e scagionato, media e social locali non abbiano scritto neppure una breve, con la sola eccezione di trucioli.it. Vincenzo non passa giorno senza cercare di parlare al fotoreporter Silvio Fasano e con l’anziano cronista che aveva seguito dall’inizio il ‘giallo Berrino’. Altri giornalisti che si occuparono di quella triste e drammatica vicenda sono in vita: Camillo Arcuri, Natalino Bruzzone e Daniele La Corte. A luglio saranno passati 44 anni da quei fatti, e Vincenzo è ormai un robot nel suo ricordare, narrare, insistere, ripetere, accanirsi.
Il Dramma Familiare e il Legame con Padre Pio
Vincenzo, seduto ad una tavola della grande sala da pranzo del Trincheri, veste in modo semplice e dignitoso. Tra una parola e l’altra confida “ma non è da scrivere” che gli capita di dover aiutare economicamente la sorella più giovane, a sua volta ospite di una casa di riposo ad Andora. “Poverina ha sofferto tanto pure lei, è malata, ci sentiamo al telefono quasi tutti i giorni e se posso l’aiuto volentieri, è una brava pittrice; io sono solo, ho rinunciato a sposarmi; eravamo una famiglia numerosa, non benestante, ma neppure poverelli, anzi…”. Per sbarcare il lunario, Vincenzo aveva anche fatto il lavapiatti al convento dei frati di Pontelungo, dove “mi hanno prestato anche dei soldi, dovevo pagare l’avvocato”. Il nuovo Trincheri di viale Liguria è oggi la sua casa, la sua famiglia, un ente pubblico di assistenza sorto per volontà del benemerito notaio benefattore Cav. Domenico Trincheri. Vincenzo Mombelli tiene tra le mani, tremanti, il libro “I Miracoli che hanno fatto santo Padre Pio”, scritto da Enrico Malatesta per ‘Piemme’. “Prima di chiudere per sempre gli occhi vorrei poter parlare con i giudici viventi che hanno seguito il ‘sequestro Berrino’ e che io continuerò a chiamare un ‘giallo inventato’, visto che, con mio fratello Ezio, siamo stati assolti con formula piena e lui è finito imputato di calunnia e simulazione”. La sofferenza della sua famiglia fu immensa: “La mia povera mamma si è uccisa dal dispiacere bevendo acido muriatico, una santa donna, disperata al punto che mi diceva ‘quello è da ammazzare... (Berrino ndr)’”. Nessuno ricorda che sua madre scriveva poesie e componeva canzonette anche al Caffè Roma. Il padre “ha lavorato una vita ed ha perso la testa al punto che un giorno si era presentato con un’accetta al Caffè Roma e sono intervenuti i carabinieri”. Avevano perso un fratello primogenito in un incidente stradale, ucciso a 20 anni. Sua madre, dopo che loro erano finiti in carcere con tutte quelle accuse, in prima pagina con giornali e tivù, locandine cubitali davanti alle edicole, il loro cognome nei titoli di testa delle Tv nazionali, era finita alle Molinette per due mesi, ridotta a pesare 30 kg. Scrisse al Secolo XIX una lettera, non fu pubblicata, se non con qualche accenno in uno dei tanti servizi giornalistici. E sua sorella Vania per sette anni ha vissuto con Ernani Iezzi, anche lui ha scelto di togliersi la vita mentre si trovava a Montecatini, era in pensione dai telefoni di Stato, scriveva per la Gazzetta del Popolo, per Il Secolo XIX, Il Gazzettino Ligure della Rai, per un’agenzia di stampa nazionale e aveva continuato la sua battaglia di verità sul loro dramma dalle pagine di un periodico locale che gli fruttò uno scontro fisico con Mario Berrino durante una cerimonia pubblica. Ernani, assistito dal compianto penalista Nazzareno Siccardi, che aveva presentato denuncia-querela, ha accettato la transazione dietro il versamento di 13 milioni e l’impegno a non rivelare a nessun organo di stampa la notizia. Motivo? Ernani disse: “Sono al verde, col fido in banca…”. Vincenzo si scalda, si agita, cambia colore, balbetta: “Ma lo sa chi era mio padre? Uno che lavorava, uomo di fiducia dei conti Marzotto, Franco e Nicoline, grazie a loro ha potuto comprare i primi camion in proprio. Poi aprì un grande ristorante a Capriolo, mio fratello fu travolto e ucciso da dei contrabbandieri, era il 1962, io avevo 7 anni ed oggi quanti anni mi dà? Sono della classe 1953, ne dimostro molti di più… Sono stato rinchiuso in quattro carceri con mio fratello, abbiamo fatto lo sciopero della fame e a Marassi i detenuti hanno inscenato una protesta salendo persino sui tetti…; nel carcere di Savona hanno fatto una rivolta per i Mombelli causando milioni di danni”. Le storie dei miracoli di Padre Pio, come si legge a pagina 344 del libro di Mombelli, descrivono “miracoli che salvano la vita, ce ne sono altri che producono radicali conversioni spirituali ma ci sono anche miracoli capaci di cambiare il corso drammatico degli eventi”, un concetto che risuona profondamente nella sua incessante ricerca di giustizia e verità.

I Giardini Padre Pio ad Alassio: Un Luogo di Fede e Sfida Sociale
Nel cuore della città di Alassio, a pochi passi dal mare, si trovano i Giardini Padre Pio, dedicati al Santo di Pietrelcina. Quello che dovrebbe essere un angolo di pace e verde, si sta trasformando in un’area di emergenza sociale. I giardini sono finiti al centro delle lamentele di alcuni residenti per una situazione di degrado che sembra farsi sempre più cronica: la trasformazione delle aiuole e delle panchine in un bivacco notturno e diurno. Non è raro, infatti, imbattersi in sacchi a pelo stesi tra i cespugli, zaini abbandonati e residui di pasti consumati all’aperto. Quello che per molti è un luogo di passaggio o di sosta per le famiglie, per altri è diventato l’ultimo rifugio disponibile. La presenza di senzatetto che occupano stabilmente gli spazi verdi ha sollevato un coro di proteste legato alla sicurezza e al decoro urbano, biglietto da visita fondamentale per una cittadina a forte vocazione turistica come Alassio. Il problema, tuttavia, non è solo estetico. Dietro i giacigli di fortuna si nasconde il dramma della marginalità. Se da un lato i cittadini chiedono interventi più decisi da parte della Polizia Locale per lo sgombero delle aree e il ripristino della legalità, dall’altro emerge la necessità di una risposta strutturata da parte dei servizi sociali. Il rischio, segnalano molti abitanti della zona, è che lo spostamento forzato dei disperati da un vicolo a un giardino non risolva il problema, ma lo sposti semplicemente di qualche isolato.

Le Reliquie di San Pio: Un Momento di Devozione per Alassio
La devozione a San Pio da Pietrelcina ad Alassio si manifesta anche attraverso eventi religiosi significativi. In occasione della memoria di San Pio, nella parrocchia dell’Insigne Collegiata di S. Ambrogio in Alassio, sono state esposte alla devozione dei fedeli le reliquie del santo. Dal convento francescano di San Giovanni Rotondo è giunto un piccolo lembo di una pezzuola con la quale è stato asciugato il sangue del costato di Padre Pio. Le reliquie, partite dal porto e scortate dalla capitaneria e dai marinai d’Italia, sono state accolte al molo Bestoso per le mani dei padri Cappuccini e professionalmente portate dal parroco, il Can. Gabriele Maria Corini, nella chiesa parrocchiale. Qui hanno potuto essere venerate sino a lunedì 23 settembre alle ore 18,30, quando la solenne concelebrazione con i parroci della città ha concluso la tre giorni di preghiera.
