Per vivere pienamente, è necessario vivere in accordo con la propria creazione. La Bibbia rivela che l'uomo è stato creato a immagine di Dio. Di conseguenza, l'unica vita che ha vero valore è quella che imita Dio, come ci viene comandato in 1 Pietro: "Siate santi, perché Io sono santo". Oltre alla santità, siamo chiamati a imitare anche altri attributi divini, in particolare l'amore di Dio, menzionato ripetutamente nelle Scritture. In 1 Giovanni 4:8 e 4:16 leggiamo che Dio è amore. Essendo stati creati a sua immagine, è giusto che viviamo amandoci gli uni gli altri.
Infatti, se non si vive amando veramente gli altri, la propria vita rischia di essere sprecata, il cuore insoddisfatto e si sarà in ribellione contro Dio. Non importa quanto si faccia per Dio; se manca un amore autentico, la vita sarà un disastro.

L'Amore per il Prossimo: Un Comandamento Fondamentale
La Bibbia è ricca di insegnamenti che attestano la natura amorevole di Dio e il nostro comandamento di amare gli uni gli altri. Un esempio lampante si trova in Marco 12, dove Gesù, interrogato sul comandamento più grande, risponde:
- Marco 12:28-31: "Il comandamento più importante è di amare Dio, e il secondo è di amare il nostro prossimo, come noi stessi."
L'amore per il prossimo è cruciale; non esiste vita cristiana senza un vero amore per gli altri.
Che Cos'è l'Amore Che Dio Intende?
Quando Dio ci comanda di amare il nostro prossimo, non si riferisce solo a un sentimento. L'amore che Dio intende è un modo di considerare e di comportarsi con una persona. Esso riflette come Dio stesso ci considera e ci tratta. Dobbiamo amare nello stesso modo in cui siamo amati da Dio. Consideriamo alcuni brani che ci aiutano a comprendere come dobbiamo amare gli uni gli altri.
1. Amare Teneramente
In Romani 12:10, Dio ci comanda di "amare teneramente gli uni gli altri" e di "avere riguardo nell’onore gli uni con gli altri". Amare teneramente è più di un sentimento; è un modo di rapportarsi con una persona. Per capire questa tenerezza, pensiamo all'amore di Dio per noi. Dio ci ama teneramente, prendendosi cura di noi e prestando attenzione alle nostre grida. Non dobbiamo implorarlo, poiché il suo cuore è già pronto ad ascoltarci e a curarci. Anche quando sembra lontano, Dio è sempre vicino a chi è umile di spirito, come leggiamo nei Salmi:
- Salmo 34:18: "Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato e salva gli spiriti affranti."
- Salmo 145:18: "Il Signore è vicino a tutti quelli che lo invocano, a tutti quelli che lo invocano in verità."
- Salmo 147:3: "Egli guarisce quelli che hanno il cuore spezzato e fascia le loro ferite."
Noi, che siamo credenti e assaporiamo l'amore tenero di Dio che interviene con tempismo nella nostra vita nonostante i nostri peccati, siamo chiamati ad amare teneramente i nostri fratelli e sorelle, le persone intorno a noi. Questo significa avere un cuore tenero nei confronti degli altri.
Chi Sono "Gli Altri" Che Dobbiamo Amare?
In realtà, dovremmo mostrare questo atteggiamento verso tutte le persone che Dio pone nella nostra vita. Tuttavia, per comprendere la vera condizione del nostro cuore, dobbiamo esaminare come trattiamo le persone più vicine a noi: prima quelle della nostra casa, e poi quelle della chiesa. È facile essere gentili con persone che non vediamo spesso, ma il vero amore si riconosce primariamente nel modo in cui ci comportiamo con coloro che vediamo quotidianamente. Se amiamo veramente le persone a noi vicine, questo amore è un chiaro segno che amiamo Dio. Questa verità è ribadita in 1 Giovanni 4:8 e 1 Giovanni 3:14-18. Un vero amore è tenero, attento e premuroso.

2. L'Umiltà nello Stimare gli Altri
Un'altra qualità del vero amore è l'umiltà. L'orgoglio è incompatibile con il vero amore; quando siamo orgogliosi, eleviamo noi stessi e non c'è spazio nel cuore per l'amore autentico. L'umiltà è strettamente legata all'amore. Vediamo l'umiltà in Gesù Cristo stesso, come uomo. Filippesi 2:1-5, pur non menzionando esplicitamente la parola "amore", descrive il sentimento che era in Gesù Cristo. Egli, per amore nostro, andò alla croce. Chi è in Cristo è chiamato ad amare, prendendo dall'abbondanza dell'amore che riceve da Dio e amando gli altri con umiltà.
Questo brano ci comanda di amare avendo una sola mente, non cercando il nostro proprio interesse, ma vivendo pensando e impegnandosi per il bene degli altri. Il vero amore non agisce per rivalità o vanagloria, ma umilmente stima gli altri più di se stesso, prendendo decisioni che considerano non solo la propria situazione, ma anche quella degli altri.
In pratica, non pensare unicamente al proprio interesse significa essere sensibili alle situazioni e alle circostanze altrui prima di prendere una decisione. Ad esempio, anche se si è molto impegnati, se in chiesa c'è bisogno di aiuto, agire con amore significa informarsi della situazione altrui. Se altri hanno meno impegni, si potrebbe chiedere il loro aiuto. Ma se si scopre che gli altri sono più oberati, nonostante i propri impegni, si dovrebbe chiedere grazia a Dio e offrirsi di fare il lavoro. Questo è camminare per fede, fidandosi che la via di Dio è giusta e che Egli darà la grazia necessaria.
In ogni decisione, il vero amore valuta se c'è un modo per produrre del bene per gli altri e per edificarli. Vivere per i propri diritti o preferenze contrasta con il vero amore, che richiede il sacrificio di essi per il bene altrui. Se questo sembra difficile, ricordiamoci che Gesù Cristo ha fatto questo per noi, dandoci per grazia tutto ciò che abbiamo. Non dobbiamo lottare per i nostri diritti, ma umiliarci e vivere per la gloria di Cristo e per il bene del suo popolo, trovando così la soddisfazione in Lui.
La Sfida dell'Amore e la Potenza di Dio
Spesso, potremmo pensare: "Io non riesco ad amare così! Vorrei essere così, ma non ci riesco. Non è il mio carattere!" Ed è vero. Nella nostra forza, nessuno di noi riesce a camminare come Dio ci comanda. Tuttavia, quando Dio salva una persona, inizia a operare in essa con la sua potenza divina. Troppo spesso, dimentichiamo la potenza di Dio all'opera in noi e guardiamo alle nostre capacità, cadendo nell'orgoglio o nello scoraggiamento. La vita cristiana è un cammino di fede, che significa tenere gli occhi su Cristo Gesù e confidare nella SUA potenza all'opera in noi. Se non riusciamo ad amare come Dio comanda, la soluzione è riconoscere il nostro peccato e confessarlo a Dio.
Immaginiamo quanto la vita potrebbe cambiare se amassimo gli uni gli altri sempre di più. Quanto potrebbe migliorare la vita familiare e di chiesa! Quando c'è più amore, c'è più gioia. Amare come Dio insegna non solo ci porta più gioia, ma ci rende una fonte di gioia per gli altri, avvicinandoci sempre più a Cristo.
L'Amore in Azione: Portare i Fardelli e la Correzione Fraterna
La liturgia della XXIII Domenica del Tempo Ordinario offre una ricca riflessione sull'amore, mettendolo in relazione con il sentirsi responsabili dell'altro. Ciò comporta il lasciarsi "scomodare" dall'altro fino ad agire per il suo bene, accettando rifiuti ed errori propri, e accogliendo la correzione altrui. Si tratta di camminare insieme. La Parola di questa domenica ci dice che l'amore fraterno non può lasciarci indifferenti davanti al male che l'altro "fa" o "si fa". La carità non prevede, non tollera, non accetta l'indifferenza.
In Matteo 18, Gesù dice ai suoi discepoli:
- Matteo 18:15-17: "Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano."
L'espressione "sia per te come il pagano e il pubblicano" può sembrare severa, ma non lo è. Significa che, se un fratello si chiude alla correzione fraterna, manifesta un'immaturità che richiede di ricominciare da capo, con la carità che assume le sfumature della pazienza. Non è un invito a rompere i rapporti, ma a comprendere e accompagnare la fatica dell'altro nel mantenere il passo della comunità di fede.
Sant'Agostino nelle sue Confessioni (V, 2) ricorda che Dio è vicino anche a chi si allontana, invitando a tornare a Lui. Francesco d'Assisi bramava ardentemente ritornare agli umili inizi, rallegrato dall'immensità dell'amore, e progettava di ricondurre il suo corpo, sebbene stremato, alla primitiva servitù. Come credenti, dobbiamo desiderare il vero bene di una persona e impegnarci, al punto di sacrificarsi, per il vero bene degli altri. Questo non è comodo né facile, spesso è doloroso, ma è un atto d'amore.
Molti credenti possono fare "naufragio" spirituale senza che ciò sia visibile esternamente, continuando a frequentare la chiesa o a servire il Signore, ma con un cuore non più radicato. Saremo giudicati non per la salvezza, ma per come abbiamo vissuto. In 2 Corinzi 5:6-11 e Romani 14 si sottolinea che tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo per rendere conto delle nostre azioni. Amare significa fare il bene, e questo è il regno di Dio in azione: persone salvate che crescono per assomigliare a Cristo, aiutando gli altri a riconoscerlo e a crescere.
Seminare per lo Spirito, facendo il bene, è la via. Le nostre membra possono essere strumenti di giustizia, stimolando altri verso Cristo. Questo è un sacrificio vivente: rinunciare a ciò che è comodo per aiutare gli altri a crescere, anche quando comporta dolore e stanchezza, perché la gioia di Cristo si manifesta proprio in questo.

L'Espiazione di Cristo e l'Empatia
Portare il fardello degli altri è una definizione semplice ma potente dell'Espiazione di Gesù Cristo. Quando proviamo a portare i fardelli altrui, ci allineiamo simbolicamente con il Redentore. Nell'Espiazione, Gesù ha provato su di Sé per procura i peccati, i dolori, le fatiche e le lacrime di tutta l'umanità, portandone il fardello. Non avendo peccato personalmente, ha provato il dolore e le conseguenze di coloro che lo hanno fatto. Questa è l'unico vero esempio divino di empatia che il mondo abbia mai conosciuto: "l'atto di comprendere e di provare per procura i sentimenti, i pensieri e le esperienze di un'altra persona".
Troppi figli di Dio soffrono in silenzio e in solitudine. Di fronte a tanto dolore, scoraggiamento e disperazione, dobbiamo offrire la rassicurazione che non sono soli. Forse non possiamo alterare il loro viaggio, ma possiamo assicurarci che nessuno lo compia da solo, camminando insieme e condividendone il peso. Questo ci porta a un apprezzamento nuovo e più intenso per ciò che il Salvatore fa per noi.
I nostri atti di servizio più altruisti spesso non sono sufficienti a confortare gli altri come ne hanno bisogno. Ma Cristo e Dio Padre possono aiutare. Chi cerca onestamente di portare i fardelli altrui deve anche rinnovare le proprie forze e prendersi cura di sé. Anche Gesù ha provato tale fatica e si è sentito stanco, ma ha continuato a dare. Anche chi presta cure agli altri ha bisogno di cure, bilanciando il ruolo di assistente con gli altri aspetti della vita.
La speranza in Gesù non è un sentimento, ma la fiducia nella promessa che Egli non ci lascerà né ci abbandonerà mai. Dio è conscio dei nostri fardelli e ci rafforzerà per rafforzare gli altri. Il servizio che offriamo, portando i fardelli di qualcun altro, è l'opera del Maestro. Siamo chiamati ad essere "angeli di misericordia" nel senso più letterale del termine.
Il Nuovo Comandamento: Amatevi Come Io Vi Ho Amato
In Giovanni 13:34, Gesù insegnò: "Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri." E aggiunse: "Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (versetto 35). Questo si riferisce specificamente agli altri credenti. Gesù ha creato un gruppo identificato da una cosa soltanto: l'amore. Il colore della pelle, la lingua, le regole alimentari o le usanze non contano. La Chiesa delle origini dimostrò questo tipo di amore, soddisfacendo i bisogni reciproci (Atti 2:44-45).
Come Ama Gesù?
Gesù ama in modo incondizionato (Romani 5:8), sacrificale (2 Corinzi 5:21), con clemenza (Efesini 4:32) ed eternamente (Romani 8:38-39). Il suo amore è anche santo, caratterizzato da una purezza morale trascendente (Ebrei 7:26). Il culmine di questo amore è la sua morte, sepoltura e resurrezione (1 Giovanni 4:9-10).
Come il Credente Può Amare Come Cristo?
Il credente in Cristo possiede lo Spirito Santo (1 Corinzi 6:19-20). Obbedendo allo Spirito, per mezzo della Parola di Dio, può amare come Cristo, manifestando quell'amore incondizionato, sacrificale e clemente verso i fratelli, ma anche verso amici, familiari e colleghi (Efesini 5:18-6:4; Galati 5:16, 22-23). Questo amore non è quello egoista, inflessibile e insincero generato dalla carne, ma richiede una trasformazione del cuore attraverso l'accettazione di Cristo come Salvatore personale. Solo in Cristo, il credente sa di essere veramente amato da Dio e può partecipare della natura divina (2 Pietro 1:4).
Le Caratteristiche dell'Amore di Gesù
Raccogliendo le diverse indicazioni del Nuovo Testamento, possiamo riassumere le caratteristiche dell'amore di Gesù in tre formule:
- Amore teologale: Gesù amava consapevole di "rimanere nell'amore del Padre" (Gv 15, 10), esprimendo e rivelando la misericordia divina. Questo implicava la consapevolezza della presenza di Dio e la sintonia fedele alla sua azione. L'amore di Dio è fontale, gratuito e creatore, e in noi l'azione divina si esprime come amore. Il termine greco "agàpe" indica primariamente la trascendenza dell'amore di Dio rispetto al nostro, e insieme la dipendenza del nostro amore dal suo. Gesù viveva nella consapevolezza di una forza che lo attraversava e lo costituiva, affermando: "Non faccio nulla da me stesso" (Gv 8, 28). La sua bontà non era sua, ma un riflesso dell'azione divina.
- Amò sino alla fine (Gv 13, 1: éis telos egàpesen autoùs): Questa espressione non indica solo la continuità dell'amore di Gesù nel tempo, ma anche la sua qualità e ricchezza fino alla sua morte, all'estremo. Di fronte al conflitto con i capi del popolo e al rifiuto della sua proposta, Gesù si rese conto che l'annuncio del regno di Dio passava attraverso la sua fedeltà fino alla morte. Questa intuizione, alimentata nella preghiera, lo condusse ad affrontare il rischio della morte per amore degli uomini. Il Vangelo usa il verbo greco "déi" (è necessario) per indicare che Gesù era giunto alla convinzione che la sua sofferenza e morte erano storicamente necessarie per il compimento del progetto divino, non come esecuzione di un decreto divino, ma come atto di amore e fedeltà in circostanze ingiuste e violente. Il segreto della sua forza fu la preghiera, e la sua fedeltà prevalse sulla paura. La forma estrema del suo amore fu il perdono degli uccisori e la disponibilità a morire per la salvezza del mondo.
- Amò in modo da portare il peccato del mondo: Giovanni Battista qualificò Gesù come "l'agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo" (Gv 1, 29). L'immagine dell'agnello racchiude tre valori simbolici: il riferimento al rito pasquale (liberazione dalla schiavitù), ai carmi del servo di Dio (che è come un agnello condotto al macello, trafitto per i nostri delitti), e al rito di espiazione dello Yom Kippur (purificazione dai peccati attraverso il sangue). Gesù, attraverso la sua vita e la sua morte, ha offerto il sacrificio che toglie il peccato del mondo, donando la sua vita.

Sottomissione Reciproca nel Timore di Cristo
In Efesini 5:21, Paolo ci comanda di "sottomettervi gli uni agli altri nel timore di Cristo". Questo comandamento generale è seguito da applicazioni pratiche nei vari ruoli della vita. Ogni credente ha diversi ruoli (marito, padre, dipendente, cittadino, membro di chiesa, anziano), e in ognuno ha responsabilità diverse. La forma della sottomissione varia da ruolo a ruolo: la moglie è sottomessa al marito in modo diverso dal marito alla moglie, ma entrambi devono rinunciare alla carne e vivere per l'altro. I figli ai genitori diversamente dai genitori ai figli. Gesù stesso, Signore dei suoi discepoli, era sottomesso a loro nel senso che sacrificava il proprio bene per il loro bene.
Un brano importante è Romani 14 e 15, dove Paolo esorta i forti a sopportare le debolezze dei deboli e a non compiacere a se stessi, ma a compiacere al prossimo nel bene per la sua edificazione, seguendo l'esempio di Gesù Cristo. Galati 6:2 aggiunge: "Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo." Portare i pesi altrui significa sottomettere i nostri diritti e preferenze per aiutare gli altri.
L'apostolo Paolo stesso è un ottimo esempio di chi si sottomette agli altri per promuovere il loro bene. In 1 Corinzi 9:19-22 e 10:33, Paolo spiega di essersi fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero, non cercando mai il proprio vantaggio ma quello dei molti. Pietro in 1 Pietro 4:10-11 ci esorta a servire gli altri con i nostri doni, sottomettendo i nostri desideri e preferenze per il loro bene. Questo richiede un cuore che pensa agli altri, li stima e si impegna per il loro bene, come descritto in Filippesi 2:3.
La sottomissione giusta deriva da un cuore pieno di umiltà. Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili (1 Pietro 5:5). Quando la sottomissione è difficile, è l'orgoglio che ci ostacola e ci allontana da Dio. Confessando il nostro orgoglio e rivestendoci di umiltà, conosceremo l'abbondante grazia di Dio.
Il Timore di Cristo: Chiave per la Sottomissione
Sottomettersi al bene degli altri è un combattimento contro la nostra carne. La chiave per vivere questo comandamento è avere il giusto timore di Cristo, ovvero il timore di Dio. Questo significa comprendere la realtà del nostro rapporto con Dio ed è essenziale per la santificazione. Dobbiamo distinguere tra il timore di Dio e la paura del giudizio. La paura allontana da Dio, mentre il timore di Dio è un santo timore che ci spinge alla santità e alla confessione dei peccati. Dio è un Dio santo e disciplina chiunque cammini nel peccato, senza parzialità (2 Cronache 19:5-7). Provocare Dio a gelosia tramite l'idolatria o il peccato può portare alla sua dura disciplina (1 Corinzi 10).
Sottomettersi gli uni agli altri significa vivere i ruoli che Cristo, il nostro Capo, ci ha dato, non per piacere a noi stessi o per le nostre preferenze, ma per edificare gli altri membri del corpo di Cristo. Questa via imita il cammino di Gesù Cristo, che, pur avendo ogni diritto, sacrificò ogni preferenza per salvarci. Camminando nella via della santità e della stretta comunione con Dio, la potenza divina opererà in noi, conosceremo la gioia di Dio e la chiesa sarà fortificata.
Vivere una Vita Benedetta e Gioiosa
La vita più benedetta e gioiosa non si trova nel fare ciò che ci piace, ma nel vivere pienamente sottomessi alla volontà di Dio, come fece Gesù Cristo. In Giovanni 15, Gesù insegna come avere piena gioia, la sua gioia:
- Giovanni 15:1-5: "Io sono la vera vite e il Padre mio e l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie via; ma ogni tralcio che porta frutto, lo monda affinché ne porti ancora di più. Voi siete già mondi a motivo della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla."
Portare molto frutto significa aiutare gli altri a vedere di più Cristo. Questa è la vita abbondante: avere una vita dove Dio ti dà opportunità che usi, portando molto frutto, così la tua gioia sarà completa. Vivere portando molto frutto, seminando per fare del bene e cercando per primo il regno di Dio, porta a una gioia completa. Confessiamo i nostri peccati di non amare abbastanza e preghiamo per avere il chiaro frutto di vivere, sacrificando noi stessi, vedendo opportunità anziché ostacoli, e investendo in esse per una vita che conta. Saremo giudicati su come abbiamo vissuto, e perseverare nel fare il bene è il frutto che siamo veramente discepoli di Cristo: una vita di sacrifici, fatica, stanchezza e privazioni, ma anche una vita di gioia.
L'apostolo Pietro, presente quella sera con Gesù, comprese l'importanza dell'amore. Anni dopo, poco prima della distruzione di Gerusalemme, raccomandò ai cristiani: "La fine di ogni cosa si è avvicinata. . . . Soprattutto, abbiate intenso amore gli uni per gli altri" (1 Pietro 4:7, 8). Queste parole sono significative per noi che viviamo negli "ultimi giorni" (2 Timoteo 3:1). L'amore "agàpe", a cui si riferiva Pietro, non è un'emozione spontanea, ma un atto della volontà guidato da un principio altruistico, che spinge all'azione.