Le Confessioni, scritte probabilmente tra il 397 e il 398, rappresentano il geniale diario del cammino spirituale di Agostino di Ippona. Esse non sono una dotta esposizione di teorie, ma una cruda trascrizione di un umano percorso, capace di parlare al nostro oggi con abissale attualità. La guida di San Paolo è una presenza costante in questo capolavoro senza tempo, culminando nell'episodio del giardino a Milano, nel 386 della nostra era, che segna la sua definitiva conversione.

Il Travaglio Interiore e la Ricerca della Verità
Agostino desiderava ardentemente ricordare e confessare gli atti della misericordia divina nei suoi riguardi, affinché le sue ossa si impregnassero dell'amore di Dio e dicessero: "Signore, chi è simile a te? Hai spezzato i miei lacci, ti offrirò un sacrificio di lode". Le parole di Dio erano stabilmente penetrate nelle sue viscere e, sebbene avesse visto la vita eterna solo in un enigma e come attraverso uno specchio, ogni dubbio sulla sostanza incorruttibile si era dissipato dalla sua mente. Non desiderava più acquisire una maggiore certezza di Dio, quanto piuttosto una maggiore stabilità in Lui. Tuttavia, la sua vita terrena vacillava e bisognava ripulire il cuore dal "fermento vecchio". La via, ossia la persona del Salvatore, gli piaceva, ma ancora gli dispiaceva passare per le sue strettoie.
In quel periodo, la sua vita nel mondo gli diveniva un grave fardello. Le passioni di un tempo, l'attesa degli onori e del denaro non lo stimolavano più a sopportare un giogo così duro; ormai tutto ciò lo attraeva meno della dolcezza divina e della bellezza della casa di Dio che aveva amato. Ma era ancora stretto da un legame tenace, la donna. Sebbene l'Apostolo non proibisse il matrimonio, invitava a uno stato più alto, desiderando che tutti gli uomini fossero come lui; Agostino, più debole, cercava una posizione più comoda, e questa era l'unica causa delle sue oscillazioni. Era illanguidito e snervato da preoccupazioni putride, poiché la vita coniugale, di cui era devoto prigioniero, lo costringeva ad altri adattamenti che non avrebbe voluto subire.
L'esperienza personale gli faceva comprendere le parole che aveva letto: come le brame della carne siano opposte allo spirito, e quelle dello spirito alla carne. Egli era senza dubbio presente in entrambi questi aspetti, ma più in ciò che dentro di sé approvava che in ciò che disapprovava. In questo ultimo aspetto, Agostino sentiva di non essere più se stesso, poiché subiva contro voglia, anziché agire volontariamente. Tuttavia, l'abitudine si era agguerrita a suo danno e per sua colpa, poiché volontariamente e... il nemico deteneva il suo volere e ne aveva foggiato una catena con cui lo stringeva. Dalla volontà perversa, infatti, si genera la passione, e l'ubbidienza alla passione genera l'abitudine, e l'acquiescenza all'abitudine genera la necessità. Con questi anelli collegati fra loro lo teneva avvinto una dura schiavitù. La volontà nuova, che aveva cominciato a sorgere in lui, volontà di servire Dio gratuitamente e di goderne, unica felicità sicura, non era ancora capace di soverchiare la prima, indurita dall'anzianità. "Quanto tempo ancora? Quanto ancora? Domani, domani!" era il suo tormentato grido, mentre era desolato di non sapersi decidere o a restare nel mondo o a consacrarsi a Dio.

L'Influenza di Simpliciano e l'Esempio di Vittorino
In questo periodo di profondo travaglio interiore, Agostino sentì l'ispirazione di far visita a Simpliciano, un servo di Dio di grande grazia, maestro e padre spirituale dell'allora vescovo Ambrogio. Simpliciano, ormai vecchio, aveva vissuto a lungo una vita consacrata, acquisendo grande esperienza e sapienza. Nel descrivergli la tortuosità dei suoi errori, Agostino accennò alla lettura di opere di filosofi platonici, tradotte in latino da Vittorino, già celebre retore a Roma, che era morto da cristiano. Simpliciano si rallegrò che Agostino non si fosse imbattuto negli scritti di altri filosofi, ove pullulavano menzogne, e poi, per esortarlo all'umiltà di Cristo, gli narrò la storia di Vittorino.
Vittorino possedeva vasta dottrina ed esperienza in tutte le discipline liberali, aveva letto e ponderato un numero straordinario di filosofi ed era stato maestro di moltissimi nobili senatori. Per lo splendore del suo altissimo insegnamento, aveva meritato una statua nel Foro Romano. Nonostante avesse difeso per lunghi anni gli dèi pagani con eloquenza terrificante, iniziò a leggere la Sacra Scrittura e tutti i testi cristiani con la massima diligenza. In segreto, diceva a Simpliciano: "Devi sapere che sono ormai cristiano". Simpliciano, tuttavia, rispondeva: "Non lo crederò finché non ti avrò visto nella chiesa di Cristo". Vittorino replicava sorridendo: "Sono dunque i muri a fare i cristiani?". Si peritava di dispiacere ai suoi amici, superbi adoratori del demonio.
Poi, però, dalle avide letture attinse una ferma risoluzione. Temette di essere rinnegato da Cristo davanti agli angeli santi se avesse temuto di riconoscerlo davanti agli uomini. Si sentì reo di un grave delitto ad arrossire dei sacri misteri del Verbo umile di Dio, quando non arrossiva dei sacrilegi di demòni superbi, da lui accettati e imitati. Perso il rispetto verso il suo errore e preso da rossore verso la verità, all'improvviso, disse all'amico: "Andiamo in chiesa, voglio divenire cristiano". Simpliciano, straripante di gioia, lo accompagnò. Vittorino ricevette i primi rudimenti dei sacri misteri e, non molto dopo, diede il suo nome per la rigenerazione del battesimo, tra lo stupore di Roma e il gaudio della Chiesa. Al momento della professione di fede, egli, che aveva insegnato retorica pubblicamente, scelse di professare la sua salvezza al cospetto della santa moltitudine, recitando la sua professione con straordinaria sicurezza.
Questa storia ebbe un profondo impatto su Agostino: "Allorché il tuo servo Simpliciano mi ebbe narrata la storia di Vittorino, mi sentii ardere dal desiderio d'imitarlo". Simpliciano aggiunse un altro particolare: che, ai tempi dell'imperatore Giuliano, un editto proibiva ai cristiani d'insegnare letteratura onoraria, e Vittorino, inchinandosi alla legge, aveva preferito abbandonare la scuola delle ciance anziché la Parola di Dio.

L'Episodio del Giardino: Il Culmine della Conversione
Il libro VIII delle Confessioni rievoca il momento cruciale della vicenda esistenziale di sant’Agostino, culminante nella definitiva conversione, descritta nella famosa “scena del giardino” della sua casa milanese. Il complesso intrecciarsi di sentimenti, pensieri e rivolgimenti interiori di Agostino, che progressivamente ma con estrema fatica si distaccava dalle attrattive del mondo per dedicarsi completamente a Dio, fu preparato dall'efficace racconto dell’esperienza di conversione vissuta da altri personaggi.
Agostino stesso si rendeva conto che gli avvenimenti che si succedevano stavano preparando la strada alla soluzione del suo dramma interiore. Fu dopo aver ascoltato il racconto della conversione di due funzionari di Treviri, narrato dall’amico e compatriota Ponticiano, che Agostino sentì nascere in sé una forte e lacerante crisi interiore. In quel momento, come egli stesso scrive, Dio lo faceva ripiegare su se stesso, "togliendomi da dietro al mio dorso, ove mi ero rifugiato per non guardarmi, e ponendomi davanti alla mia faccia, affinché vedessi quanto era deforme, quanto storpio e sordido, coperto di macchie e di piaghe. Visione orrida; ma dove fuggire lontano da me stesso? Così mi rodevo in cuore e mi sentivo violentemente turbare da un’orrenda vergogna al racconto di Ponticiano".
Questo grande tumulto del cuore lo spinse a uscire di casa con Alipio, portando con sé il libro delle Epistole di San Paolo. Andarono a sedersi lontano, sotto un albero di fichi, nel giardino. Alipio si allontanò di qualche passo, ma lo seguiva con occhio attento e partecipava alla lotta con l'animo e col cuore, in silente preghiera. Agostino era tutto un fremito, anima e cuore. "Quando dal più profondo dell’anima mia - dice Agostino - l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore, scoppiò una tempesta ingente, grondante un’ingente pioggia di lacrime".
Per scaricare tutta la sua pena, si alzò e si allontanò da Alipio, gettandosi disteso sotto una pianta di fico, dando libero corso alle lacrime. "Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio gradevole per te, e ti parlai a lungo, se non in questi termini, in questo senso: 'E tu, Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità'". Sentendosi ancora trattenuto, lanciava grida disperate: "Per quanto tempo, per quanto tempo il "domani e domani"? Così parlavo e piangevo nell'amarezza sconfinata del mio cuore affranto.
A un tratto, dalla casa vicina, gli giunse una voce, "come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: «Prendi e leggi, prendi e leggi»". Agostino mutò d'aspetto all'istante e cominciò a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordava affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, si alzò, convinto che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrebbe trovato.
Così, tornò concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove aveva lasciato il libro dell'Apostolo. Lo afferrò, lo aprì e lesse tacito il primo versetto su cui gli caddero gli occhi. Diceva: "Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze". Non volle leggere oltre, né gli occorreva. Appena terminata, infatti, la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel suo cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono.

Il Trionfo della Fede e la Gioia di Monica
Calmo, sereno, il volto ancora irrorato di pianto, Agostino si volse ad Alipio e gli annunciò il trionfo di Dio. Alipio gli chiese il libro, lesse le parole che Agostino gli aveva mostrato e continuò a leggere: "Chi è debole nella fede fa' di assisterlo!". Con un abbraccio e un pianto di consolazione, entrambi furono convertiti. Agostino si recò subito dalla madre, Monica, che si gettò al collo del figlio, lo baciò con tenero esultante amore e pianse di viva commozione. I suoi occhi brillavano di gioia, come per un trionfo, e benedisse Dio che aveva esaudito le sue preghiere oltre ogni aspettativa. La conversione di Agostino, infatti, era il ritorno nelle sue profondità per liberare il cuore dal male e riempirlo di Cristo. Era l'inizio di agosto del 386; Agostino aveva trentatré anni, Monica cinquantaquattro, vicina a presentare la sua offerta al Signore.
Monica era colma di gioia, Agostino ne era come inondato. Era festa per tutti: amici e parenti esultavano nel gaudio, contemplando il giubilo di Agostino. Quello di Agostino fu un volo superbo di aquila, che si librava al di sopra di ogni vetta e affiggeva le pupille nell’altissimo cielo. Sentiva, infatti, una frenesia indescrivibile: voleva liberarsi di ciò che gli impediva di levarsi in alto. La scuola d’un tratto gli divenne pesante, i discorsi alla corte noiosi; una nuova via gli si apriva dinanzi: quella della sapienza, della contemplazione, della santità. Sopravvennero anche fastidi fisici: dolori al petto, affievolimento di voce, oppressione ai polmoni. Se faceva lezione, si lasciava vincere dall’ansia e dall’attesa che terminasse l’anno scolastico. L’amore alla retorica e all’eloquenza era svanito; gli scolari gli erano di peso, le lezioni senza soddisfazione. Ai primi di settembre terminò l’anno scolastico: fu la sua liberazione. Con l’aiuto di Monica, sfumò il matrimonio con la fanciulla promessa. Agostino pensò seriamente al battesimo, deciso a realizzare il suo proposito di seguire il modello della vita apostolica.

L'Eredità delle Confessioni: Agostino e Santa Teresa d'Avila
Le Confessioni sono un'opera di grande fascino, non solo per la sua qualità letteraria e filosofica, ma anche per la sua capacità di toccare l'anima dei lettori attraverso i secoli. La sua autocoscienza talmente profonda è in grado di parlare anche al nostro oggi, facendoci prendere coscienza della moderna adorazione di nuovi e vecchi idoli fatti di carne e immagine, falsi ideali e solitudine mascherata da consenso massificato. Non una parola delle Confessioni appare datata, e questo permette loro di attraversare i secoli fino ai nostri giorni, passando per un Petrarca che nove secoli dopo se ne farà guida nel suo Secretum. La memoria, ad esempio, è un altro motivo dominante e modernissimo dell'opera, descritta come un «santuario vasto, infinito» che può essere affrontato solo con l'aiuto divino.
L'eco delle Confessioni e in particolare dell'episodio del giardino è risuonata in modo potente anche in Santa Teresa d'Avila. Teresa, grande devota di Sant'Agostino, lo ammirava perché il monastero dove era stata da secolare era del suo Ordine e, soprattutto, perché era stato peccatore. Trovava grande consolazione nei santi che erano stati peccatori e che Dio aveva chiamato al suo servizio, sentendo in essi un appoggio e la fiducia che il Signore avrebbe perdonato anche a lei.
Leggendo le Confessioni di Sant'Agostino, le parve di vedere la sua stessa vita: "Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che udì in giardino, ne ebbi una così viva impressione come se l'udissi pur io, e per lungo tempo rimasi a sciogliermi in lacrime con l'anima travagliata da grandissima lotta. Oh, la libertà che mi rendeva padrona! Io mi stupisco di aver potuto sopravvivere a tanta angoscia!" Questa lettura e quel pianto non furono inutili per la Santa, che riconobbe la misericordia di Dio all'opera. Senza dubbio, in Agostino, Teresa trovò l'esempio di un santo peccatore, scelto dal Signore per guidare il suo popolo, un santo che si è convertito dopo l’incontro decisivo con il Signore Gesù.
Un punto in comune, centrale e non nascosto, tra le Confessioni di Agostino e la Vita di Teresa è la misericordia di Dio. Se Teresa, infatti, scrive con l’intento di "far conoscere la misericordia di Dio", anche Agostino comincia il libro ottavo, quello della conversione, proprio con queste parole: "Dio mio, fa’ ch’io ricordi per ringraziarti e ch’io confessi gli atti della tua misericordia nei miei riguardi". Entrambe le opere offrono una testimonianza potente di come la grazia divina possa trasformare le vite, portando alla gioia più grande dopo il più grande tormento.

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