La figura di Gesù bambino e adolescente, inserita nel contesto della Santa Famiglia, offre profonde riflessioni sulla sua crescita umana e divina, e sugli eventi significativi che hanno segnato i suoi primi anni di vita. La Chiesa celebra alcune di queste tappe con particolari feste, che sottolineano il mistero dell'Incarnazione non solo come momento del concepimento e della nascita, ma come totale assunzione della nostra realtà umana.
La Presentazione di Gesù al Tempio: La Candelora
La Chiesa celebra la festa della Presentazione di Gesù al Tempio il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il 25 dicembre. Per le Chiese orientali è conosciuta come la festa dell’incontro del Signore ed è anche la festa della vita consacrata, rendendo grazie per ogni vita donata a Dio. Non è possibile sapere con certezza se le date corrispondessero al 25 dicembre per la nascita, al 1° gennaio per la circoncisione e al 2 febbraio per la presentazione, ma il periodo dell'anno era proprio quello, con numerosi indizi dei Vangeli che avvalorano l’ipotesi invernale del Natale, a cavallo tra la fine del 2 a.C. e l’inizio del 1 a.C., in corrispondenza dei mesi di kislev, teveth e shevat del calendario ebraico.
La Purificazione di Maria e l'Offerta del Signore
Secondo la Legge di Mosè, quando venne il tempo della loro purificazione, Giuseppe e Maria portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore. Questo avvenne dopo i quaranta giorni tra la nascita a Betlemme e la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme. La madre, resa impura dal parto, doveva attendere la propria purificazione, secondo quanto stabilito dalla legge del Signore. In Levitico 12,2-8, si legge che la madre di un figlio maschio doveva purificarsi trentatré giorni dopo la circoncisione, il che equivale a quaranta giorni dopo la nascita, prima di presentarsi al sacerdote e offrire un sacrificio.
Nel Vangelo di Luca si legge che la famiglia offrì "una coppia di tortore o di giovani colombi", il che deporrebbe a favore di una condizione di ristrettezza in quel frangente, indicando una mancanza di mezzi per offrire un agnello. Impressiona anche quel numero 33: esattamente trentatré anni dopo, la Madre sarà protagonista di ben altra offerta riparatrice del figlio, per i peccati del mondo. L’agnello lo aveva già offerto senza ancora saperlo.

Le Profezie di Simeone e Anna
Tra i protagonisti dell’episodio della presentazione di Gesù al tempio figurano due anziani. Il primo è Simeone (Lc 2,25), uomo giusto e pio, che attendeva la redenzione di Israele. Lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto senza aver veduto il Messia. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio recitando il Nunc dimittis: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc 2,29-32). A Maria rivolse un ben triste augurio: «A te una spada trapasserà l’anima» (Lc 2,35).
La seconda persona anziana in scena è Anna (Lc 2,36), descritta da Luca come profetessa, figlia di Fanuel della tribù di Aser, vedova e di ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Nelle parole dei due anziani, è grande la pubblicità a quel Bambino. La presentazione di Gesù al Tempio non fu un’anonima cerimonia, bensì un episodio che fece discutere la gente.
Itinerari di spiritualità: la fede di Simeone e Anna
La Fuga in Egitto e il Ritorno a Nazaret
Durante i quaranta giorni tra la nascita a Betlemme e la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme, ci fu la visita dei Magi. Dopo la presentazione, Giuseppe fu «avvertito in sogno» (Mt 2,13) di stare attento ad Erode. Dal Vangelo di Luca è possibile intuire che dopo la presentazione al Tempio andarono a Nazaret e che quindi la fuga in Egitto potrebbe anche essere partita da là, poiché una volta che le indagini di Erode avessero appurato l’indirizzo di Giuseppe, anche la Galilea non sarebbe stata sicura per Gesù. Comunque la famigliola partì per l’Egitto e si stabilirà a Nazaret dopo la morte di Erode.
Il Ritrovamento di Gesù tra i Dottori del Tempio
L’evangelista Luca, nella famosa pagina dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio, mette bene in luce il paradosso singolare di Gesù: da una parte è definito dall’appartenenza ai suoi genitori, Maria e Giuseppe, vive nutrito della fede d’Israele, che si manifesta nelle Sante Scritture, nelle feste e nei gesti cultuali, nel luogo del tempio, cuore della città santa; d’altra parte, c’è, fin dall’inizio, qualcosa di eccedente e di eccezionale nell’umanità del piccolo Gesù, ed è il legame vissuto e custodito con il Padre del cielo, con Colui che è la sua vera origine.
Ogni anno la Santa Famiglia si recava a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Era un pellegrinaggio che aveva il sapore giubilare, sostenuto dalla fiducia in Dio. Quando Gesù aveva dodici anni, la famiglia si recò a Gerusalemme per la Pasqua. Il viaggio verso Gerusalemme fu intenso, con discorsi tra Giuseppe e Gesù, e con il ragazzo libero di giocare con i suoi amici. La visita al tempio fu come gli altri anni: intensa, gioiosa, piena di preghiera. Nulla di diverso dal solito, se non un Gesù più grande, più intraprendente e più vivace.
L'Angoscia di Maria e Giuseppe
Venne il tempo di ripartire. La carovana si muoveva e all’inizio Gesù era con loro. Durante la giornata era abituale che le donne stessero con le donne e gli uomini con gli uomini. Gesù aveva detto: «Voglio stare con mio padre». La giornata di viaggio trascorse tranquilla. Maria non vide Gesù, ma lo sapeva con Giuseppe o con i suoi amici, o con i loro parenti. Fu alla sera, al radunarci per la cena, che non arrivò e Giuseppe disse a Maria che era convinto che stesse con lei a continuare i discorsi del viaggio d’andata. Cominciarono a cercarlo nei vari gruppi seduti per la cena attorno ai fuochi, facendo fatica a restare sereni e a non farsi prendere dall’ansia. Nessuno lo aveva visto durante il cammino di quel giorno.
I genitori si guardarono negli occhi, angosciati, ma riuscirono a superare insieme la tentazione di darsi la colpa l’un l’altro. Quella notte, Giuseppe e Maria decisero di tornare verso Gerusalemme, affrontando la paura del silenzio e dei rumori della notte, il timore dei briganti e i giochi delle ombre. Si tenevano per mano, dicendosi di concentrarsi su un passo dopo l'altro. La luna piena di Pasqua li aiutò. Stravolti, arrivarono a Gerusalemme al mattino. Un giorno intero di ricerche senza esito sulle mura, nelle piazze, nelle botteghe, nell’Orto degli ulivi, sulla spianata del tempio, nei vicoli stretti, dove dormivano i pellegrini e anche per strada.
Il dolore di quei momenti era non sapere. La mente vagava tra mille possibilità, alcune terribili, ricordando le atrocità di Erode. Maria, tuttavia, era più serena di Giuseppe, aveva una percezione materna che lui fosse vivo, sano e vicino. Pregherò insieme i salmi dell’angoscia: «Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Giunga fino a te la mia preghiera (Sal 88,2-3). Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 22,2). Nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido perché tu mi rispondi (Sal 86,7).»
Passarono un’altra notte in mezzo alla marea di pellegrini. Nell’addormentarsi vicini per scaldarsi e proteggersi si sussurravano domande su cosa potesse essere successo a un "ragazzo d’oro, un tesoro infinito come lui".

Il Ritrovamento nel Tempio
Il mattino seguente, la giornata luminosa e Gerusalemme scintillante nella sua bellezza diedero loro speranza. Ringraziarono Dio per la notte e per il giorno, poiché li rendeva così uniti in quell'avversità. Maria ricordò le parole di Gesù: «Voglio stare con mio padre». Se non era con Giuseppe durante il viaggio, avrebbe voluto stare nella casa del Padre, nel tempio. Nonostante Giuseppe avesse obiettato che lo avevano già cercato lì, Maria insistette per andare dove c'erano i sacerdoti, forte del suo ruolo di madre.
Andarono decisi, con la determinazione di una madre a cui hanno "rubato un figlio", con le forze moltiplicate. Invocando gli angeli del Signore di proteggerli, trovarono il modo, usando vie secondarie e deserte del tempio. Arrivarono in una sala dove solevano radunarsi i maestri a discutere sulle Scritture e sulla legge di Dio. Udirone la sua voce squillante. Osservarono meravigliati la scena: Gesù era seduto come il maestro dei maestri, e tutti intorno a lui lo ascoltavano e lo interrogavano. I maestri erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte (Lc 2,46-47).
Nel cuore di Maria e Giuseppe si mescolavano sentimenti diversi: la gioia di averlo ritrovato sano e salvo, la gratitudine a Dio, ma anche lo stupore e una certa preoccupazione. Giuseppe non si fidava dell'ammirazione dei sacerdoti, ricordando Erode e i suoi tentativi di uccidere Gesù. Decisero di andarsene al più presto.
Maria, con la potenza di una madre ferita, si fece avanti incurante dei dottori del tempio e disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). Gesù rispose a entrambi: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). Non comprese la sua risposta, pensando che le cose del Padre suo fossero anche a Nazaret, e nel lavoro di Giuseppe. Ma tacquero, capendo che lui era troppo in alto rispetto a loro.
Gesù tornò con loro, docile e amorevolmente disponibile. Cresceva ancora, e Maria custodiva tutte queste cose nel suo cuore, a maturare. Questo episodio è meditazione della settima coppia di dolore e gioia della vita di San Giuseppe.
Itinerari di spiritualità: la fede di Simeone e Anna
Il Mistero della Santa Famiglia e l'Educazione
La festa della Santa Famiglia esprime una piena intelligenza, da parte della Chiesa, del mistero dell’Incarnazione. La vita dell’uomo conosce una trama essenziale fatta di affetti, di lavoro e di riposo, di tempo festivo, e il volto di ogni persona si forma attraverso un processo di crescita fisica, psicologica e spirituale, fortemente plasmato dai rapporti primari che si configurano e si realizzano nella famiglia d’appartenenza. Tutto questo riguarda anche Gesù, che ha condiviso l’esperienza dell’essere membro di una famiglia, di una storia, di una tradizione religiosa, ed è cresciuto ‘in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini’.
Con poche ed incisive pennellate, Luca riassume tutto il lungo periodo della residenza a Nazaret: «Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso». Maria e Giuseppe si ritrovano di fronte al mistero che dimora nella persona di quel figlio, avuto in modo miracoloso ed accolto come dono, nel suo provenire dal Padre e nel suo essere il messia d’Israele: pertanto, si lasciano sfidare e provocare dall’irriducibile novità di Gesù.
Pur non comprendendo appieno la misteriosa risposta di Gesù, si fidano di lui, accettano che si compia il destino del loro figlio, riconoscendo che non è loro, ma appartiene a Dio, al Padre da cui proviene ogni paternità. Questo rivela l’amore autentico che dovrebbe animare i rapporti dentro la famiglia: amare l’altro nella sua identità, nel suo mistero, nella sua diversità da noi, desiderando accompagnare la libertà di chi aderisce al suo destino, di chi si concepisce figlio del Padre, chiamato a compiere la volontà e il disegno di Dio.
C’è, dunque, una vera e propria conversione di sguardo e di cuore che Maria e Giuseppe sono chiamati a vivere, senza la pretesa di dominare e di comprendere il mistero di Gesù, e accettando questa ‘distanza’, rinunciando a un possesso del figlio, imparano ad amarlo e ad entrare nel suo segreto. Tuttavia, la pagina di Luca fa intravedere un cammino anche per Cristo, nel senso che pur riaffermando la sua radicale appartenenza al Padre e il desiderio di stare nella casa del Padre, nel tempio, Gesù acconsente a scendere a Nazaret, e lì vive un’esistenza ritmata dall’obbedienza a Maria e a Giuseppe, nella lunga normalità di una vita ordinaria, fatta di gesti che si ripetono. Un cuore grande, spalancato al Padre, che vivrà sempre di più la passione per il Regno, ma che accetta di vivere il rapporto con l’Eterno, nelle circostanze concrete della sua famiglia, in modo tale che ‘l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano eroico’ (Giovanni Paolo II).
È sempre una grande tristezza vedere i giovani sbandati, lasciati in balia di se stessi, ma è anche una tristezza oggi vedere l’eccesso contrario: i giovani non educati alla responsabilità ma telecomandati. I figli non sono bamboline, sono persone che vanno educate a rispondere responsabilmente alla chiamata di Dio che ci vuole santi e ciascuno deve farsi Santo secondo il cammino tracciato sin dall’eternità da parte di Dio. È lì che i genitori, in qualche modo, come la Madonna, non comprendono il mistero del proprio figlio perché prima di essere figlio loro è figlio di Dio. I genitori devono essere maestri di Fede e di virtù con l’esempio e con la parola, ma di fronte ai segni della chiamata di Dio anche loro devono farsi da parte, perché anche per i loro figli è valido quello che Gesù ha detto ai suoi genitori: «Non sapete che mi devo occupare delle cose del Padre mio?»
La Devozione al Sacro Cuore
Nella sua enciclica "Dilexit nos", Papa Francesco afferma: «Benché nelle Scritture abbiamo la sua Parola sempre viva e attuale, a volte Gesù ci parla interiormente e ci chiama per portarci nel posto migliore. E il posto migliore è il suo Cuore. Ci chiama per farci entrare lì dove possiamo recuperare le forze e la pace: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Per questo ha chiesto ai suoi discepoli: «Rimanete in me» (Gv 15,4).» Stiamo perdendo lo stupore e forse stiamo perdendo Gesù.
La devozione al Sacro Cuore configura ognuno nella propria identità spirituale, unendo il corpo e l’anima, la carne e lo spirito, fondendo insieme i frammenti della vita, rendendo possibili legami autentici di comunione con le altre persone. È come un ponte tra contemplazione ed evangelizzazione. L’amore ricevuto ed espresso nella preghiera deve trasformarsi in azione, spingendo i cristiani a testimoniare la misericordia di Dio nel mondo.
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