Il Fascino della Parola: L'Omelia che Nutre l'Anima

Quando abbiamo letto nell'esortazione Evangelii Gaudium ciò che Papa Francesco scrive a proposito dell'omelia, ci siamo sentiti interpretati sia nell'insofferenza che proviamo ascoltando certe prediche sia nella gioia che suscitano in noi altre omelie che alimentano la nostra vita spirituale, suscitano la preghiera, svegliano nel cuore riflessioni e propositi di bene. Ora che quei pensieri hanno trovato una sistemazione organica nel Direttorio omiletico presentato in Vaticano, possiamo sperare in una predicazione che dica in modo essenziale il Vangelo e parli il linguaggio del nostro tempo?

I Difetti dell'Omelia: Tra Divagazioni e Astrattezza

Qualche volta dobbiamo ammettere che non solo certe omelie ci hanno messo in imbarazzo, ma che abbiamo sperato che i nostri figli o i nostri nipoti non fossero a Messa quel giorno, per non essere impegnati, a casa, in discussioni interminabili nelle quali saremmo stati a corto di argomenti. Questi, però, sono casi limite. Più frequentemente ci capita di ascoltare omelie che sono inutili, che non fanno che ripetere con scarsa efficacia la pagina della Scrittura ascoltata, senza riuscire a far cogliere di essa l'anima e il rapporto con la nostra vita di tutti i giorni.

Sono soprattutto tre i difetti che rendono inutile la predicazione e faticoso l'ascolto:

  • Divagazioni: Ci sono omelie che costituiscono divagazioni su temi che poco hanno a che vedere con la Parola che viene proclamata. Questi sono limiti che anche il Direttorio indica.
  • Astrattezza e Distacco: Vi sono omelie astratte e lontane dalla vita, che offrono spunti dottrinali talvolta interessanti, più spesso fuori contesto, difficili da accettare. Questo accade perché la dottrina, soprattutto quella che riguarda aspetti morali o questioni sociali, avrebbe bisogno di essere posta in relazione con la vita concreta delle persone, con le loro situazioni, con i loro drammi. Enunciata in maniera fredda e distaccata, rischia di apparire persino violenta e di generare distanza; senza considerare il disagio che si prova quando si ascoltano ad esempio valutazioni della situazione politica, che riguardano aspetti opinabili. L'omelia implica una comunicazione unidirezionale, e allora ci si agita sulla sedia, e si cerca di pensare ad altro. Ci resta il sapore amaro di un appuntamento mancato con la Parola.
  • Linguaggio Obsoleto: Poi ci sono le omelie che parlano un linguaggio di altri tempi e che sembrano portarci in una dimensione temporale diversa da quella quotidiana.
Sacerdote che predica durante una Messa, con l'assemblea che ascolta attentamente

Le Caratteristiche di un'Omelia Efficace: Radicamento e Umanità

Gesù ha spiegato i misteri del Regno ricorrendo alle immagini della vita dei suoi ascoltatori: la semina, la pesca, il banchetto, la famiglia. Ha usato parole piene di umanità, dense, concrete, semplici. E ha affascinato perché in esse le persone hanno colto verità, autenticità, interesse per la loro situazione. Che cosa può capire della vita cristiana un giovane che sente parole come salvezza, redenzione, intercessione, offerta? Solo traducendo queste parole nella realtà umana che esse interpretano, solo riportandole alle dimensioni esistenziali che contengono, potranno risultare comprensibili. Solo chi è aiutato, ad esempio, a riconoscere nella sua vita l'esperienza di essere perduto può comprendere cosa significa essere salvato.

Ci sono alcuni preti le cui celebrazioni sono affollate: sono quelli che sanno coinvolgere con il loro linguaggio vivo, semplice, umile, umano. Personalmente, sono soprattutto due le caratteristiche che cerco in un'omelia: il suo radicamento nella Parola di Dio annunciata e la sua umanità. Non interessano le divagazioni sull'attualità: quelle si sentono, se si vuole, in molti altri luoghi. Interessa essere aiutati a stare in ascolto del Signore che parla a ciascuno, alla sua Chiesa, al mondo intero. Non interessa ripassare il catechismo, ma sentirsi interpellati dal Signore e dal suo Vangelo, essere aiutati a capire che la sua Parola è anche per noi, oggi, nella situazione concreta in cui ci si trova. E la illumina, o ci sostiene nel portarne l'oscurità. Si vorrebbe sentire una parola carica di umanità, di passione per la vita, di attenzione a ciò che passa nelle giornate ordinarie. Ogni omelia dovrebbe darci in qualche modo l'emozione di quelle parole del Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce...» e farci respirare il profumo del Vangelo. Allora ogni celebrazione sarà veramente annuncio di una notizia buona: che nel Signore Gesù la vita raggiunge la sua pienezza, e vale veramente la pena di essere vissuta.

La Sfida e la Gioia del Predicatore

Spesso noi predicatori veniamo accusati di essere noiosi. Nelle sacrestie, alcuni fedeli eruditi e con il gusto dell’ironia ci dicono: «In brevitate, veritas!» che nella loro immaginazione sarebbe un modo per dire che dobbiamo parlare poco e, comunque… di meno. Talvolta, smaliziati chierichetti che eccedono nella confidenza, fanno un ammiccante gesto delle dita poste a mo’ di forbice e dicono: «mi raccomando… taglia!». Certo, potremmo replicare che le stesse persone che ci accusano di essere lunghi nel parlare, quando poi prendono la parola spesso si dimenticano del loro prezioso consiglio e si dilungano senza sosta. Volendo comunque tralasciare le insolenze, il consiglio di predicare senza dilungarsi esageratamente rimane un buon consiglio. Annoiare l’assemblea non è certo un gran servizio che si fa al Vangelo.

Ma perché è così difficile parlare poco? Un diacono o un sacerdote lo scoprono subito all’inizio del loro ministero: il fatto è che predicare è bellissimo! È un'avventura costante, una sfida, una tensione dell’animo che suscita le migliori energie. Il Mistero di Cristo è talmente affascinante e ricco che non si finirebbe mai di parlarne. E, paradosso del predicatore, spesso se ne scoprono lati ancora più affascinanti mentre lo si predica, quindi verrebbe la voglia di proseguire, di aprire altri capitoli, di approfondire degli aspetti. E che dire del pensiero - che brivido - che qualcuno possa tramite le nostre parole veder baluginare un riverbero della luce di Cristo!

Data la tensione e l’importanza del momento, il predicatore si prepara in molti modi: studiando la Bibbia, l’anno liturgico, la teologia e anche un po’ di metodo oratorio. Ma non sempre questo basta a rendere la predica poco noiosa. Viceversa, due aspetti del predicare risultano quasi sempre efficaci: la tensione emotiva e la cura per la forma. Nell’omelia si sente risuonare l’esperienza spirituale del predicatore, i fedeli si accorgono se chi sta parlando mette in campo il suo vissuto, se trepida nell’annunciare la tensione per il Vangelo di cui lui stesso vive. Per questo curare la forma attraverso l’ordine, la disposizione del testo e la concisione sono atteggiamenti che aiutano a rendere l’omelia più efficace; non bisogna lasciarsi prendere dall’emozione, ma utilizzarla per suscitare l’interesse ricercando la semplicità e la profondità.

L'Omelia come Testimonianza: Esempi di Fede Viva

Il Dono della Vocazione e la Risposta del Sacerdote

La parola del Signore è una chiamata all'accoglienza e alla gratuità. In un'omelia, si è ricordato che «O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio, e damme fede diritta, speranza certa e caritade perfetta, senno e cognoscimento, Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento». Questo momento centrale della vita "per Cristo, con Cristo e in Cristo" può dare senso e significato al cammino vocazionale, laddove il Signore illumina "le tenebre" della vita e affida un progetto d'amore. L'«Eccomi» pronunciato è la parola più alta che una creatura possa mai rivolgere al suo Creatore. Come la Vergine Maria all’arcangelo Gabriele, nell’Eccomi, si dice: «ecco il servo del Signore, avvenga per me secondo la tua Parola» (Cf. Lc 1,38).

Gesù, «quando venne l’ora», fece comprendere ai suoi discepoli che la logica da seguire non era quella del mondo, ma quella provvidenziale del servizio, come modalità per “stare in mezzo”, al fine di diventare mediatori e costruttori di relazioni fraterne, assumendo la condizione propria dei piccoli. Servire alla maniera stessa di Cristo. L'unzione consacra con l'olio di letizia e manda «a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a promulgare l’anno di grazia del Signore, a consolare gli afflitti». L'Apostolo Pietro, ricordando il comportamento che ogni credente deve osservare nell'attesa dell'incontro finale con Cristo, consegna le linee guida per vivere il ministero: "un vero programma di vita: da attuare sempre e di nuovo!".

Il Cardinale Joseph Ratzinger nel 1991 scriveva: «Il sacerdote dev’essere un uomo che conosce Gesù nell’intimo, che lo ha incontrato e ha imparato ad amarlo». Tommaso da Celano, primo biografo di san Francesco, diceva di lui che «non era tanto un uomo che pregava, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in una preghiera vivente». Questo perché la preghiera è espressione di un desiderio profondo del Signore, come diceva sant’Agostino: il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Per l'apostolo Pietro bisogna anche vivere in una costante attenzione di carità, che si esprime in modo particolare nel ministero dell’ospitalità, della prossimità, nella fraternità da praticare in modo ascetico, mettendo sempre a tacere risentimenti o mormorazioni. La vita presbiterale è un continuo passaggio dalla carità ricevuta a quella donata.

La Fede Autentica: Tra Dubbi e Miracoli Quotidiani

Nel percorso di fede, il dubbio di Giovanni il Battista - quando manda i suoi discepoli a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?» - risuona potente. Si scopre che "senza il dubbio non c'è fede autentica", che la fede, in fondo, è un continuo passare dal dubbio alla fiducia. Gesù risponde a Giovanni coi miracoli, ma questi non sono prodigi eclatanti quanto piuttosto i gesti concreti che si vedono intorno a sé: "i ciechi aprire gli occhi, gli zoppi camminare". Questi "miracoli" sono persone che aiutano a vedere, che mettono una mano sulla spalla, che rimettono in cammino, dando fiducia e speranza. Sono i "gesti di tenerezza, di pazienza, di attenzione, di dolcezza" che fanno dissipare i dubbi e permettono di conservare la fede. Non c'è soltanto male, violenza, cecità, ingiustizia, ma anche tanta gente che fa il bene, che ama la giustizia, che mostra i gesti concreti della tenerezza, della bontà, della speranza, della vita. Questi sono i segni che permettono di credere.

Un'immagine che evoca il dubbio e la speranza, magari con una persona che guarda verso una luce fioca in un ambiente scuro

L'Immacolata Concezione: Modello di Gratuità e Accoglienza

Maria rimane il modello dell'incontro con Dio, nella gratuità, nella lode, nello stupore, nella contemplazione. Lei, quando incontra Dio, non chiede nulla: sa soltanto sgranare gli occhi e dire: «Eccomi, sono pronta! Si faccia di me secondo la tua volontà!». Non una parola sui suoi problemi o difficoltà. Di tutto il discorso dell'Angelo, sembra capire solo che Elisabetta, la sua parente, aspetta un figlio ed ha bisogno di lei; allora si alza e parte. La sua è la capacità di accogliere, il dire: «sono pronta!», l'alzarsi e il mettersi in cammino. Forse tutti dovremmo imparare da Lei, per essere condotti sempre più sulla strada della gratuità, sulla strada del dono di noi stessi, sulla strada dell'amore disinteressato, sulla strada dell'accoglienza. Il Natale ci porta il dono che è Gesù, ma ci chiede anche i nostri doni: l'impegno ad accogliere il Signore, a moltiplicare i gesti di amore, a saper donare, a metterci al servizio gli uni degli altri. Come ha fatto Maria.

Il Sacerdote come Segno di Speranza e Servizio

L'ordinazione di un sacerdote è un giorno di grazia in cui il Signore fa dono di un nuovo sacerdote. È un disegno di amore coltivato sin dall'eternità: il Signore "ti ha voluto bene da sempre, ti ha affascinato, ti ha sedotto, ti ha chiamato a seguirlo: ora trasforma radicalmente la tua vita, ti conforma a lui Sommo Sacerdote e Pastore della Chiesa". Il "sì" del sacerdote è totale, incondizionato, per sempre. Le mani del sacerdote sono consacrate per "abbracciare senza trattenere, accarezzare senza deturpare, benedire senza aggredire, consacrare senza infangare, assolvere senza condannare". Sono mani innalzate per pregare, per servire i poveri, sostenere i deboli, incoraggiare i depressi.

Nella liturgia, tre parole risuonano come invito al sacerdote e, per estensione, a tutti i credenti:

  • Gioia: Il sacerdote è chiamato ad essere servitore della gioia, messaggero di speranza che annuncia cieli nuovi e terra nuova. La gioia nasce dal dono del Signore e si comunica agli altri, specialmente ai giovani.
  • Coraggio: Non bisogna avere paura della grande missione e dei limiti della vita. Il Signore è sempre con noi, e la forza nasce dal nutrirsi alle fonti della fede e dell’amore, ogni giorno, celebrando l’Eucaristia, la preghiera della Chiesa, vivendo la comunione.
  • Pazienza: Non è rassegnazione, ma capacità di resistere e di durare nella prova, di non abbandonare la croce, sapendo che è una condizione ineludibile della sequela.

La nostra identità nasce da un'appartenenza incondizionata a Dio, fondata sul «sì» alla sua chiamata. È questa fede che garantisce l'efficacia dell'azione sacramentale che compiamo: non siamo noi a salvare, è Cristo che opera in noi e attraverso di noi. Dalla fede scaturisce anche lo stile della vita, che si esprime nella **povertà** (libertà del cuore e amore concreto per i bisognosi), nell'**obbedienza** (volto essenziale della sequela, riconoscendo la voce del Signore nelle chiamate del Vescovo), e nel **celibato** (segno di una dedizione totale e indivisa, pienezza di amore per tutti in Dio). La fede genera la **fraternità**, che nasce dal riconoscerci figli dello stesso Padre, e non si riduce a semplice alleanza tra soci. La vera fraternità è la testimonianza più bella che possiamo offrire al mondo di oggi.

Il Papa: serve discernimento nelle vocazioni

La Santità e la Carità di Don Carlo Gnocchi

Il progetto che abita il cuore di Dio è la santità, una strada divina ma al tempo stesso umana e umanizzante. Don Carlo Gnocchi era profondamente convinto di questo progetto di amore e di felicità, e non temeva di proporlo in modo affascinante ed esigente ai suoi giovani: «Non vi è al mondo che una tristezza: quella di non essere santo». Questa è la sfida che ci interpella: portare nel nostro mondo il fuoco della santità, dell’amore, della vera gioia. Don Carlo, come l'eunuco etiope, è stato un inquieto cercatore di Dio e, come Filippo, un coraggioso cercatore dell'uomo. Ha consumato la sua vita nella ricerca del volto di Cristo impresso nel volto d’ogni uomo: in ogni soldato, in ogni bimbo violato dalla guerra, in ogni vittima innocente dell’odio. Il segreto del suo amore risiede nella vivissima coscienza che nel cuore di ogni essere umano abita lo splendore del volto di Dio.

La carità di Don Gnocchi si esprimeva nell'intimo legame tra carità e giustizia. Egli ha saputo coinvolgersi con dedizione entusiasta e disinteressata non solo nella vita della Chiesa, ma anche in quella della società. Ha operato una sintesi concreta di pensiero e di impresa, ponendo come criterio necessario e insuperabile la centralità della persona umana, sempre onorata nell’inviolabilità della sua dignità e nella globalità unitaria delle sue dimensioni. Non ha mai dimenticato il privilegio e comandamento evangelico del servizio agli "ultimi". Il suo impegno nel mondo era lungi dalle nostalgie del passato, calato cordialmente nel presente, aperto, profetico e anticipatore del futuro, mai nel segno del pessimismo o della paura. Come scrisse in "Educazione del cuore": «Amiamo di un amore geloso il nostro tempo, così grande e così avvilito, così ricco e così disperato, così dinamico e così dolorante, ma in ogni caso sempre sincero e appassionato».

Il mandato missionario di Gesù risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» è stato obbedito da Don Carlo Gnocchi. Anche noi siamo chiamati a dire di «sì» con tutto il cuore al progetto di santità voluto da Dio, vivendolo nella fiducia e nell’umile e generosa carità d’ogni giorno, dalla quale dipende la salvezza del mondo. La santità, come quella dichiarata per Don Carlo, irradia tacitamente Fede e bontà, avendo il "magico potere di convertire".

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