L'esperienza di un incontro personale con la divinità può manifestarsi in modi inaspettati, rivelando la sua presenza non solo in luoghi sacri, ma anche nella quotidianità. Un esempio toccante è l'impatto dello sguardo e dell'abbraccio di Cristo, un tema che si lega intrinsecamente alla comprensione della Comunione Eucaristica e al suo significato per la vita cristiana.
L'Intensità dello Sguardo e dell'Abbraccio del Cristo Pantocratore
In una sera inoltrata, il parroco della Cattedrale di Monreale accolse un piccolo gruppo di visitatori. Con l'accensione di tutti i riflettori, i presenti rimasero abbagliati dalla straordinaria bellezza dell’apparato musivo che riveste completamente l’interno di Santa Maria Nuova. Con grande profondità teologica, il parroco immerse i visitatori nella storia della salvezza attraverso le scene bibliche dei mosaici di scuola bizantina a fondo oro.
Un racconto particolare rimase sicuramente nel cuore di tutti: ogni volta che, al termine della visita, chiede ai turisti e ai pellegrini da che cosa siano rimasti più colpiti, la risposta è sempre la stessa: l’abbraccio e lo sguardo del Cristo Pantocratore. Gli occhi del Cristo Pantocratore hanno un’intensità difficile da descrivere: parlano di compassione, di comprensione, di perdono, di fiducia, di speranza. Sono vivi! E quelle braccia che ci benedicono, ci accolgono e ci sostengono sempre, ci ricordano che nessuno di noi «è il frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico-chimiche».

Ciascuno di noi «è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita. […] Questa libertà dimostra che l’esistenza dell’uomo ha un senso» (Benedetto XVI). L’esperienza di questo incontro personale con lo sguardo e l’abbraccio di Cristo c’è stata - in modalità molto diverse - nella vita di ogni persona che ha intrapreso un cammino vocazionale nella Chiesa.
È proprio questo il “luogo” in cui scopriamo che il fondamento della nostra libertà è il nostro essere figli di Dio: siamo veramente liberi perché siamo figli di Dio, figli molto amati da Dio. Siamo liberi perché possiamo contare sempre sulla misericordia del Padre, come testimoniano le parole che Gesù mette in bocca al padre misericordioso, in una tra le più celebri parabole: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31).
Queste parole, vere sempre per ogni persona umana e in qualsiasi condizione, sono il fondamento della nostra libertà, il contenuto della nostra fede e la fonte della nostra speranza. San Josemaría sottolinea che la verità della nostra filiazione divina è il culmine del cammino della libertà: «sapere che siamo opera delle mani di Dio, che siamo prediletti dalla Santissima Trinità, che siamo figli di un Padre eccelso» (Amici di Dio, n. 26).
L'Abbraccio di Dio nella Vita Quotidiana
Chi è una persona dell’Opus Dei? È una persona normale che ha scoperto che lo sguardo e l’abbraccio di Cristo sono la realtà più vera in assoluto. Pur essendo eterno - anzi proprio perché è eterno! - questo sguardo è vivo e dà vita, proprio come lo sguardo vivo del Pantocratore di Monreale. Una persona dell’Opera è una persona normale che ha scoperto che l’abbraccio di Cristo è sempre rigenerante, perché è l’abbraccio del Padre al figlio amato, tutte le volte che si incontrano i propri limiti, le miserie personali, le chiusure verso gli altri e nei propri confronti.
Chi ha scoperto, nel bel mezzo della strada, la libertà di essere figlio di Dio, profondamente amato dal Padre, è un lampione acceso. Illumina, dà calore, attrae! «Nel riprendere il tuo consueto lavoro, ti sfuggì come un grido di protesta: sempre la stessa cosa! E io ti dissi: - Sì, sempre la stessa cosa. Ma questo lavoro ordinario - uguale a quello dei tuoi colleghi - deve essere per te una continua orazione, con le stesse parole appassionate, ma ogni giorno con una musica diversa. È missione molto nostra trasformare la prosa di questa vita in endecasillabi, in poesia eroica» (San Josemaría, Solco, n. 500).

È proprio lì, nella vita di tutti i giorni e soprattutto nel lavoro, che una persona dell’Opus Dei scopre l’abbraccio e lo sguardo di Cristo. Anche quando “non ci arriviamo”, anche quando ci giostriamo tra le nostre giornate intessute di impegni assorbenti, anche quando siamo “travolti dalla vita”, sappiamo scorgere lo sguardo di Cristo che subito ci ridona la pace: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). È proprio questo abbraccio che ci rende lampioni accesi!
Questa realtà apre un altro scenario bellissimo. Gesù ci abbraccia e ci riempie della sua luce, del suo calore, della sua capacità di attrazione per essere proprio noi il suo abbraccio e il suo sguardo in mezzo al mondo. Una persona è chiamata - con tutti i suoi limiti e senza pensare di essere migliore e diverso dagli altri - a rendere presente l’abbraccio e lo sguardo di Cristo in mezzo al mondo, nelle situazioni più abituali e ordinarie, e soprattutto nei tanti luoghi del lavoro umano.
Magari chi incrocia il nostro sguardo al lavoro, per strada, in palestra, a scuola e, forse soprattutto, tra le mura di casa nostra, potesse riconoscere il suo abbraccio, il suo sguardo! Così possiamo prendere questo mondo e riportarlo nel cuore di Cristo.
L'Abbraccio: Espressione Fondamentale dell'Esperienza Umana e Cristiana
Papa Francesco, rivolgendosi all'Azione Cattolica, ha sottolineato l'importanza dell'abbraccio come espressione spontanea dell'esperienza umana e spirituale, dal primo gesto di accoglienza dei genitori all'ultimo, quello del congedo. E soprattutto, la vita è avvolta dal grande abbraccio di Dio, che ci ama per primo e non smette mai di stringerci a sé, specialmente quando ritorniamo dopo esserci perduti, come ci mostra la parabola del Padre misericordioso (cfr Lc 15,1-3.11-32).
Il Papa ha proposto tre tipi di abbraccio per la riflessione:
L'Abbraccio che Manca
Lo slancio che esprimiamo festosamente non è sempre accolto con favore nel nostro mondo: a volte incontra chiusure e resistenze, per cui le braccia si irrigidiscono e le mani si serrano minacciose, divenendo non più veicoli di fraternità, ma di rifiuto e contrapposizione, anche violenta, di diffidenza nei confronti degli altri. All’origine delle guerre ci sono spesso abbracci mancati o rifiutati, a cui seguono pregiudizi, incomprensioni e sospetti, fino a vedere nell’altro un nemico. La via dell’abbraccio è la via della vita.
L'Abbraccio che Salva
Umanamente, abbracciarsi significa esprimere valori positivi e fondamentali come l’affetto, la stima, la fiducia, l’incoraggiamento, la riconciliazione. Ma diventa ancora più vitale quando lo si vive nella dimensione della fede. Al centro della nostra esistenza, infatti, c’è proprio l’abbraccio misericordioso di Dio che salva, del Padre buono che si è rivelato in Gesù, e il cui volto è riflesso in ogni suo gesto - di perdono, di guarigione, di liberazione, di servizio (cfr Gv 13,1-15) - e il cui svelarsi raggiunge il suo culmine nell’Eucaristia e sulla Croce, quando Cristo offre la sua vita per la salvezza del mondo, per il bene di chiunque lo accolga con cuore sincero, perdonando anche ai suoi crocifissori (cfr Lc 23,34).

Perciò, non perdiamo mai di vista l’abbraccio del Padre che salva, paradigma della vita e cuore del Vangelo, modello di radicalità dell’amore, che si nutre e si inspira al dono gratuito e sempre sovrabbondante di Dio (cfr Mt 5,44-48). Lasciamoci abbracciare da Lui, come bambini (cfr Mt 18,2-3; Mc 10,13-16), ognuno di noi ha qualcosa nel cuore di bambino, per poter abbracciare i fratelli e le sorelle con la stessa carità.
L'Abbraccio che Cambia la Vita
Sono molti i santi nella cui esistenza un abbraccio ha segnato una svolta decisiva, come San Francesco, che lasciò tutto per seguire il Signore dopo aver stretto a sé un lebbroso, come lui stesso ricorda nel suo testamento. Se questo è stato valido per loro, lo è anche per noi. Ad esempio per la vita associativa, che è multiforme e trova il denominatore comune proprio nell’abbraccio della carità (cfr Col 3,14; Rm 13,10), unico contrassegno essenziale dei discepoli di Cristo (cfr Lumen gentium, 42), regola, forma e fine di ogni mezzo di santificazione e di apostolato.
I laici sono chiamati a stringere a sé e sorreggere ogni fratello bisognoso con braccia misericordiose e compassionevoli, ricchi di una grande tradizione, formati e competenti, e al tempo stesso umili e ferventi nella vita dello spirito. Così potranno porre segni concreti di cambiamento secondo il Vangelo a livello sociale, culturale, politico ed economico nei contesti in cui operano. La “cultura dell’abbraccio”, attraverso i cammini personali e comunitari, crescerà nella Chiesa e nella società, rinnovando le relazioni e costruendo legami per un futuro di pace.
La Comunione Eucaristica: L'Incontro Sacro con l'Amato
La Comunione è uno dei sette sacramenti, tappe fondamentali nella vita di un cristiano. È la prima vera occasione che i bambini hanno di incontrare Gesù e di partecipare attivamente alla Messa, mangiando l’ostia consacrata. Tutto questo fa della Comunione un evento molto importante per il bambino e per tutta la famiglia.
I Vangeli raccontano che, nella sua Ultima Cena prima di essere messo in croce, Gesù era a tavola con gli apostoli e compì dei gesti simbolici: prese il pane, lo spezzò e lo diede ai discepoli; poi prese il vino e condivise anche questo con i dodici apostoli. Si tratta di gesti simbolici perché il pane è il corpo stesso di Gesù e il vino è il suo sangue: Gesù ha quindi voluto rappresentare attraverso la cena ciò che sarebbe successo il giorno dopo, cioè la sua morte, il suo sacrificio per l’umanità.

Tutto questo avviene nuovamente ad ogni Messa, dove il prete, attraverso la transustanziazione, trasforma l’ostia (cioè il pane) e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Partecipare all’Eucaristia, oltre all’incontro con Gesù, significa entrare a pieno titolo nel mondo dei cristiani, entrare a far parte di una comunità: era già accaduto attraverso il battesimo, ma ora si tratta proprio di una partecipazione, di un incontro e di una conoscenza.
L'Eucaristia è il Fulcro della vita cristiana, l’incontro con l’Amato. Se Lui è con me ho tutto! E proprio perché Lui mi aspetta, nel Tabernacolo, ogni giorno, pur tra mille difficoltà voglio essere presente, perché Amare il Signore significa amare l’Amore, cioè vivere un sentimento totalizzante, che ti trasforma, che ti rende umanamente diversa e spiritualmente forte. La partecipazione quotidiana alle celebrazioni eucaristiche può trasformare la vita, sostituendo la tristezza con la gioia e il sorriso, perché con il Signore non si può essere tristi.
Le Posture nella Comunione: Significato e Libertà di Scelta
I significati della Comunione in ginocchio e di quella in piedi sono chiari: ognuno esprime una sensibilità specifica. Tuttavia, la confusione seguita al Concilio Vaticano II ha portato a una mancanza di consapevolezza in chi riceve la Comunione in mano.
"Prima del Concilio" vigeva la Comunione in ginocchio alla balaustra e sulla lingua. "Dopo il Concilio" alla postura in ginocchio si è affiancata quella in piedi e alla Comunione sulla lingua si è affiancata la Comunione in mano. Il punto di partenza legislativo è l’Istruzione Inaestimabile donum del 3 aprile 1980, che al n. 11 prevede che la Comunione «può essere ricevuta dai fedeli sia in ginocchio che in piedi, secondo le norme stabilite dalla Conferenza Episcopale».
La Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in data 19 luglio 1989, emanò la delibera n. 56 secondo la quale: «La santa comunione può essere distribuita anche deponendo la particola sulla mano dei fedeli» (ECEI 4/1845). La stessa CEI pubblicò contestualmente una Istruzione Sulla comunione eucaristica che al n. 15 stabiliva la libertà di scelta tra i due modi ammessi, pur esigendo un segno di venerazione, un leggero inchino, non richiesto se la Comunione era in ginocchio. La situazione che ne seguì fu la difficoltà di trovare e di insegnare il previsto gesto di venerazione, per cui la recezione della Comunione avviene per lo più senza questo gesto e, spesso, senza lo “spirito” di venerazione/adorazione che esso dovrebbe esprimere.

Giovanni Paolo II nella Dominicae cenae (24 febbraio 1980), al n. 11, stigmatizzava in alcuni casi «mancanze di rispetto» e repressioni quanto alla libertà di scelta di coloro che intendevano ricevere la Comunione in bocca. Benedetto XVI favorì la Comunione in ginocchio nelle celebrazioni da lui presiedute, non senza polemiche, dal momento che il n. 160, par. 2 della Istitutio generalis Missalis Romani prevede la libertà di scegliere la postura, a meno che la Conferenza Episcopale non abbia stabilito una postura obbligatoria.
La Congregazione per il Culto divino, con la lettera This Congregation (1 luglio 2002), chiarificò che: «Pur avendo la Congregazione approvato la legislazione che stabilisce per la santa comunione la postura eretta, [...] lo ha fatto chiarendo che i comunicandi che scelgono di inginocchiarsi non devono per questo motivo subire un rifiuto». Un documento successivo, Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004), ribadiva la stessa legge di libertà: «Non è lecito negare a un fedele la santa comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi».
Le difficoltà sorgono perché a volte “qualcuno” - un parroco, un formatore di seminaristi o di religiosi, un vescovo - sconsiglia o vieta la Comunione in ginocchio, evidentemente abusando della sua autorità. Dando per scontato che la Comunione in mano e in piedi sia al momento irreversibile, è importante comprenderne il significato, motivando nel contempo la Comunione in ginocchio e la libertà di scelta per entrambe a seconda della “grazia” personale.
Il Significato Teologico delle Posture
- La Comunione in ginocchio mette in evidenza l’adorazione, la preghiera in ginocchio presente nel Vangelo da parte di Gesù (Lc 22,41) e poi di tanti altri verso Gesù o semplicemente nella preghiera (Mt 1,40; 10,17; 17,14; Lc 5,8; At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5). È un restituire a Cristo in adorazione ciò che nella passione ricevette per scherno (Mt 27,29; Mc 15,19). È un riconoscimento del disegno grandioso della salvezza e della vittoria escatologica di Gesù Cristo (Ef 3,14; Fil 2,10; Rm 14,11), anticipo del regno futuro che si attua nell’Eucaristia.
- La Comunione in piedi (sulla mano) e camminando si riallaccia simbolicamente al “pane del cammino” del profeta Elia, che «con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio» (1Re 19,8), o alla manna data per sostenere il popolo durante il cammino (Es 16,1ss.). Dunque ricevere la Comunione in piedi e processionalmente - con un previo atto di riverenza/adorazione - è un gesto simbolico del cammino della vita verso Cristo per riceverne forza e per camminare orientati a lui.
Questa “sinfonia cattolica” accetta che, per dono dello Spirito, alcuni fedeli nell’atto di ricevere la Comunione esprimano una pluralità di atteggiamenti. Lasciando coesistere le due forme, si ha un vicendevole influsso e un arricchimento: la Comunione processionale ricorda la serietà di vivere il rapporto con Cristo ben radicandolo in questo mondo; la Comunione in ginocchio ricorda che il senso ultimo della vita non si riduce a sistemare bene questo mondo, ma ad adorare e lodare il nostro unico Salvatore nella forza dello Spirito e a gloria del Padre.
La Chiesa, in quanto fedele ermeneuta di Gesù Cristo, può e potrà modificare tale disciplina, e bisognerà attenervisi. Ma ad oggi - leggi alla mano - stabilire a chi e quando sia dato l’uno o l’altro carisma non dipende dagli operatori pastorali.
L'Abbraccio di Gesù come Missione nel Mondo
Gesù ci abbraccia e ci riempie della sua luce, del suo calore, della sua capacità di attrazione per essere proprio noi il suo abbraccio e il suo sguardo in mezzo al mondo. Una persona è chiamata - con tutti i suoi limiti e senza pensare di essere migliore e diverso dagli altri - a rendere presente l’abbraccio e lo sguardo di Cristo in mezzo al mondo, nelle situazioni più abituali e ordinarie, e soprattutto nei tanti luoghi del lavoro umano.
La “cultura dell’abbraccio”, attraverso i cammini personali e comunitari, può crescere nella Chiesa e nella società, rinnovando le relazioni familiari ed educative, i processi di riconciliazione e di giustizia, gli sforzi di comunione e di corresponsabilità, costruendo legami per un futuro di pace. Questo spirito si lega al concetto di sinodalità, un cammino che richiede persone forgiate dallo Spirito, “pellegrini di speranza”, capaci di tracciare e percorrere sentieri nuovi e impegnativi. Si è invitati ad essere “atleti e portabandiera di sinodalità” nelle diocesi e nelle parrocchie, per una piena attuazione del cammino compiuto.
Le esperienze associative, come il rinnovo dei responsabili, dovrebbero essere vissute non come adempimenti formali, ma come momenti di comunione e corresponsabilità ecclesiale, in cui contagiarsi a vicenda con abbracci di affetto e di stima fraterna (cfr Rm 12,10).