Abbazie e complessi monastici di rilevanza storica vicino Lucca

La Toscana è una regione ricca di grandi complessi ecclesiastici, tra cui monasteri e abbazie, che rappresentano non solo importanti centri di fede e spiritualità, ma anche edifici di incalcolabile valore storico ed artistico. Questi luoghi, di grandissimo fascino e meravigliosi esempi di armonia tra architettura e paesaggio, sono spesso ancora abitati dalle stesse comunità di monaci che vi hanno vissuto per secoli. Sebbene le province di Firenze e Siena siano particolarmente ricche di questi complessi, non mancano esempi significativi nel resto della regione, capaci di attrarre un notevole flusso di "turismo religioso", in particolare nelle vicinanze di Lucca, dove si trovano siti di profondo interesse storico e spirituale.

L'Eremo di Calomini: Un capolavoro incastonato nella roccia della Garfagnana

Eremo di Calomini in Garfagnana, vista della struttura incavata nella roccia

Situato in Garfagnana, nel comune di Fabbriche di Vergemoli, l'Eremo di Calomini è un capolavoro di architettura rupestre, letteralmente scavato in una parete di roccia a strapiombo sulla valle del Turrite Secca. Visibile fin da lontano, ricorda il Santuario della Madonna della Corona, essendo anch'esso come sospeso a mezz'aria e costruito nella roccia. L'Eremo di Calomini è l'esempio perfetto della fusione tra la mano dell'uomo, la natura e l'opera divina, un luogo che rigenera completamente grazie al silenzio, all'accoglienza del complesso e alla bellezza della natura circostante.

Storia e Leggende dell'Eremo

L'Eremo di Calomini fu eretto intorno all'anno Mille, in un luogo dove si pensa sia avvenuta un'apparizione della Madonna. Da un semplice e piccolo eremo che accoglieva pochi devoti, nel corso degli anni la venerazione della Vergine si diffuse notevolmente, tanto che fu necessario l'ampliamento della chiesa. A partire dal XVII secolo, pellegrini da varie Diocesi giunsero qui, facendo dell'eremo uno dei luoghi di preghiera e religiosi più importanti della zona. Agli inizi del Settecento, ulteriori lavori, come la costruzione del duplice colonnato, l'allargamento della grotta e la sistemazione del pavimento, furono compiuti grazie alle ingenti donazioni dei fedeli. Gli eremiti di Calomini hanno custodito questo santuario fino al 1868, poi subentrarono i Padri Cappuccini di Lucca e dal 2011 i Discepoli dell'Annunciazione della città di Prato. Nel 1966, l'Eremo è diventato, con decreto del Vescovo, Santuario Diocesano.

Sull'origine dell'Eremo di Calomini si tramandano principalmente tre leggende:

  • La prima leggenda narra di una pastorella a cui apparve l'immagine della Madonna nel luogo dove ancora oggi si trova la fontana d'acqua pura. La notizia si sparse e alcuni pastori decisero di portare la reliquia in una chiesa a Gallicano. Il giorno dopo, però, l'immagine fu ritrovata di nuovo nel luogo dell'apparizione, e così si decise di lasciarla lì e costruirvi intorno una chiesa.
  • La seconda leggenda racconta che alcuni pastori trovarono nei pressi della montagna una statua della Madonna. Decisero di riporla all'interno di una grotta al sicuro dalle intemperie. In seguito a questo fatto si compirono numerosi miracoli, facendo diventare il luogo meta di pellegrinaggio e successivamente sede di una chiesa.
  • La terza leggenda, più "dark", narra di una donna che, mentre scalava l'alta parete rocciosa della montagna, inciampò e precipitò nel vuoto. Mentre cadeva, invocò la Santissima Vergine e, una volta a terra, rimase miracolosamente illesa.

Architettura e visita

Una volta arrivati al piazzale antistante l'ingresso, si è accolti da tre fontane di acqua purissima e fresca proveniente dalla montagna, luogo dove si crede sia avvenuta l'apparizione della Madonna. Proseguendo, un piccolo viale offre sulla sinistra la vista del meraviglioso verde della Garfagnana, mentre sulla destra la parete rocciosa su cui è costruita la chiesa e l'ingresso alla Sacra Grotta. Qui si è catapultati in un'atmosfera di pura religiosità, percepibile dalla bellissima immagine della Madonna e dall'altare dedicato a Padre Pio, il tutto reso ancor più suggestivo dalle lucine che fanno sembrare il "soffitto" roccioso quasi un cielo stellato. La chiesa è a navata unica, scavata per ben 20 metri nella roccia della montagna. Al suo interno risaltano i cori in legno di noce intagliato, la miracolosa effige della Beata Vergine dei Martiri, pregevoli dipinti, altari laterali in marmo e pietra e un meraviglioso tabernacolo. Accanto alla chiesa, le celle cenobiali sono anch'esse scavate nella roccia, con una statua lignea di salice ancora oggi oggetto di culto e devozione. La Sacrestia presenta uno stipo in legno di Luca Pini e Antonio Corti di Trassilico, oltre a un coro in legno, confessionali e un ambone in rilievo. È presente anche un'erboristeria con negozio. La custodia dell'Eremo è dei Cappuccini di Lucca, che ne curano le attività e hanno permesso l'installazione di una erboristeria con negozio.

L'ingresso alla chiesa è gratuito. Generalmente è visitabile il sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, e la domenica dalle 9 alle 12, ma gli orari possono variare in base alla stagione e alla disponibilità dei religiosi. Per raggiungerlo, si devono seguire le indicazioni da Gallicano alla Grotta del Vento fino al bivio per Trasillico, proseguendo poi su una stradina stretta fino al piazzale, o parcheggiando all'inizio e percorrendo circa 20 minuti di sentiero a piedi.

Ecco il nuovo Eremita dell'Eremo di Calomini

L'Abbazia di San Pietro di Pozzeveri ad Altopascio

Ricostruzione grafica dell'antica Abbazia di San Pietro di Pozzeveri con il lago di Sesto

L'Abbazia di San Pietro di Pozzeveri, già chiesa abbaziale della Badia di Pozzeveri, si trova nell'omonima località del comune di Altopascio (LU), in posizione leggermente sopraelevata (circa 20 m s.l.m.) rispetto a quella che durante il Medioevo costituiva la sponda nord orientale del Lago di Sesto. L'abbazia era posta a brevissima distanza dal tracciato della Via Francigena, permettendole di dominare la distesa lacustre e gli acquitrini circostanti.

Dalle prime menzioni alla sua ascesa e declino

La prima menzione della località di Pozzeveri risale all'anno 952, quando Uberto, margravio di Tuscia e figlio di Ugo di Provenza, concede possedimenti in "loco et finibus ubi dicitur Pozeuli". Nel 1039, le carte lucchesi nominano nuovamente la località come un borgo che comprende due edifici ecclesiastici: la chiesa di Santo Stefano e la chiesa di San Pietro. Successivamente al 1044, il borgo e la chiesa di Santo Stefano non saranno più menzionati, mentre la chiesa di San Pietro, a partire dal 1056, diventa la sede di una comunità di sacerdoti. Questa nuova canonica, istituita seguendo i dettami della riforma della Chiesa, è la terza nella diocesi lucchese dopo quelle di Santa Maria a Monte (1025) e della cattedrale di San Martino (1048).

Già nel 1086, i documenti parlano di "ecclesia et monasterium beati sancti Petri apostoli qui est consctructus in loco ubi dicitur Potieule". Il riconoscimento della trasformazione della canonica in monastero è sancito nel privilegio del pontefice Urbano II del 1° febbraio 1095, che stabilisce anche il diritto di libera sepoltura. A partire dal 1103, fa la sua comparsa un "abbas" come rettore del monastero, in probabile coincidenza con l'ingresso a Pozzeveri dei Camaldolesi di San Romualdo. Nello stesso anno si ha notizia di un ospedale annesso al monastero, retto da un certo Morando, sottolineando lo strettissimo rapporto dell'istituzione monastica con la viabilità francigena.

L'abbazia, riccamente dotata dai nobili porcaresi, suoi giuspatroni, riceve ulteriori donazioni nel corso del XII e XIII secolo, ampliando il proprio patrimonio immobiliare. Tra le attività economiche più redditizie dell'ente, insieme ai proventi delle coltivazioni di numerosi appezzamenti di terra nella lucchesia orientale, spiccano le attività molitorie condotte in cinque opifici installati sulla Pescia Minore, a cui si aggiungono l'allevamento del bestiame e lo sfruttamento della porzione nord orientale del padule e del lago di Sesto. Dal Libellus extimi lucane diocesis del 1260, l'abbazia di Pozzeveri viene stimata 2800 lire, collocandosi tra le istituzioni religiose più ricche della diocesi.

Il XIV secolo vede l'area dell'abbazia al centro delle vicende belliche toscane, con conseguente danneggiamento del suo territorio e degrado dell'istituzione. Nel settembre del 1325, l'abbazia è occupata dagli accampamenti dell'esercito fiorentino e il 22 settembre, proprio tra la Badia e Altopascio, si svolgono le operazioni militari della celebre battaglia che vide il trionfo di Castruccio Castracani. L'abbazia viene abbandonata per alcuni decenni dalla comunità di monaci a causa delle continue guerre con Firenze, e le rendite sono limitate dalle distruzioni e dai saccheggi che causano lo spopolamento delle terre del monastero.

L'Abbazia di San Salvadore di Sesto: Una storia dal Ducato Lucchese

Antica mappa del lago di Sesto o di Bientina con indicazione delle aree circostanti

La storia medievale delle abbazie di campagna, spesso edifici non molto grandi e con un numero limitato di religiosi, è poco studiata. Un esempio nell'antico ducato lucchese fu l'Abbazia di San Salvadore di Sesto, fondata dai Benedettini nell'VIII secolo e già in decadenza nel XIII secolo. Questa abbazia, insieme ad altre nella zona, ebbe un'importante motivazione per la sua nascita e sussistenza, legata alla gestione delle attività rurali e soprattutto del Lago di Sesto, o di Bientina, esteso nella depressione formatasi fra i Monti Pisani, le Colline delle Cerbaie, l'Arno e il Serchio. I suoi confini comprendevano grossomodo i territori di Altopascio, Orentano, Bientina, Buti, Colle, Compito e Capannori.

Oggi la zona appare come una rilevante area naturale, acquitrinosa quando piove molto, ma per lo più a prati, attraversata in lunghezza dalla strada Provinciale 3, detta popolarmente Bientinese e ufficialmente via Alessandro Manetti, ingegnere che negli anni '50 dell'Ottocento bonificò la zona, facendo "sparire" il lago. Indubbiamente, nei secoli precedenti questa ingegnosa opera idraulica, il Lago di Sesto con la sua presenza creò delle difficoltà agli abitanti, che ebbero una vita povera e insalubre per l'umidità e la malaria. Per contro, rappresentò una risorsa in Toscana per le pescaie, ricche di lucci, storioni, anguille e tinche, vendute nei mercati dello stato.

La porzione del lago sulla quale si affacciava l'abbazia di San Salvadore, dopo l'abbandono, non perse la sua prerogativa di zona economicamente pregiata e fu oggetto di contese tra il ducato lucchese, il granducato di Toscana e i rispettivi comuni. È citata, ad esempio, già nel 1296, al tempo dell'abate generale camaldolese don Frediano, dell'abate di Pozzeveri don Antonio e del suo sindaco e procuratore don Giovanni Rosso. In quell'anno, molte parti in controversia concordarono un compromesso nei priori della Società delle Armi del Popolo di Lucca e scrissero un lungo atto, alla fine del quale sentenziarono che si dovesse costruire una fossa per la gestione delle acque. Tra il Seicento e il Settecento, sempre sulla via Romana, venne stabilito, o forse confermato, un confine di stato nell'osteria del Turchetto, appartenente al granducato.

A rendere più interessante la storia dell'abbazia di Pozzeveri (anche se il testo originale qui si riferisce a Pozzeveri, la sezione si concentra su Sesto, quindi la frase viene adattata per coerenza con il flusso del testo che precede il caso di cronaca nera), un'ultima nota d'archivio riguarda un fatto di cronaca nera: nell'agosto 1343 o poco prima, fu ucciso il suo abate dai fratelli Giuntoro e Cola, che confessarono il delitto e furono condannati "in amputatione chapitis" (alla decapitazione). Il motivo dell'omicidio non è specificato. La carta relativa riporta solo una notificazione del notaio Vito del fu Naffo da Montecatini, ordinata dagli ufficiali esecutori dei bandi e condanne del comune di Lucca, fatta alla loro madre Contessa vedova di Bonaiuto Giuntori da Capannori. Secondo quanto scritto, la donna, per ragione di restituzione di dote, non doveva essere privata dei beni a lei spettanti (terre a Capannori e a Paganico) o esserne molestata a causa della condanna a morte pronunciata contro i suoi figli.

Un Monastero Benedettino con legami lucchesi

Immerso tra colli e boschi fin dal XIV secolo, un monastero benedettino vicino a Lucca fu ampliato e restaurato nell'Ottocento. Questo complesso conserva un prezioso Reliquario della Santa Croce in lamina d'argento dorato, in stile bizantino, databile tra l'XI e il XIII secolo. I Monaci, essendo di stretta clausura, non permettono la visita del Monastero. Grazie alla Principessa Maria Luisa di Borbone, Governatrice di Lucca, Monache Benedettine vi si trasferirono dopo le soppressioni napoleoniche. Nel 1936, dopo importanti lavori di restauro del complesso, ebbe inizio l'Adorazione Perpetua. Questo luogo di profonda spiritualità e storia testimonia la ricchezza del patrimonio religioso del territorio lucchese.

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