L'Abbazia di San Mamiliano a Montecristo: Storia, Misteri e Prospettive

Introduzione all'Isola di Montecristo e all'Abbazia

L'Isola di Montecristo, parte del territorio del comune di Portoferraio, è oggi una riserva naturale integrale, un gioiello di natura selvaggia e mare cristallino, nota per essere la più solitaria e selvaggia tra le isole toscane. Montecristo, con una superficie di 10,4 chilometri quadrati e un perimetro costiero di 16 chilometri, è anche una riserva biogenetica del Consiglio d’Europa e riserva di caccia della famiglia Savoia. Attualmente, l'isola è abitata solo dalla famiglia del custode e, in estate, da qualche agente del Corpo forestale. Su di essa, sopra Cala Maestra, a circa 400 metri sul livello del mare, si trovano i ruderi dell'antica Abbazia, con la chiesa quasi intatta. Questi resti costituiscono il monastero che rese celebre sin dall'antichità l'isola.

Mappa dell'Arcipelago Toscano con evidenziata l'Isola di Montecristo e la posizione dell'Abbazia

Le Origini e i Primi Secoli del Monastero

La persuasione diffusa è che la fondazione dell'Abbazia sia opera dello stesso San Mamiliano, che si insediò sull'isola nel V secolo insieme ai suoi compagni. Il Santo, proveniente da Palermo e peregrinando in seguito alle persecuzioni di Genserico, dopo brevi soggiorni all'Elba, si stabilì su quella che allora si chiamava Mons Jovis (Monte di Giove) e che, da allora, tramutò il nome in Mons Christi. Certo è che all'epoca del santo il monastero non aveva, né poteva avere, quella grandiosità che poi assunse, trattandosi con molta probabilità di un semplice "cenobio". La fama della santità della vita che là si conduceva si diffuse ben presto nelle isole vicine.

Cominciarono poi ad accorrervi persone dalla Corsica e dalla Sardegna, e con il trascorrere del tempo, iniziarono le donazioni al monastero da parte di re e di privati. Così questo si arricchì e si ingrandì a tal punto da avere possedimenti in Corsica, Sardegna, Elba, Giglio, Pianosa e Piombino. I monaci seguirono dapprima la regola benedettina, improntata a silenzio, solitudine, preghiera, operosità e agricoltura. Intorno al 1200, la disciplina religiosa cambiò: per volere di Papa Gregorio IX nel 1237, la comunità monastica benedettina fu sostituita da quella camaldolese. Tuttavia, i monaci di Montecristo si caratterizzarono sempre per una certa indipendenza e indisciplina, talché molti sono stati i richiami, anche papali, all'ordine.

All'inizio dell'VIII secolo, il convento venne assaltato, preso e distrutto dai pirati musulmani. Durante questo evento, tutti gli atti e documenti che comprovavano i diritti del monastero sui moltissimi beni situati nelle isole vicine andarono dispersi, e si perse anche la memoria del tempo esatto in cui fu costruito ed ampliato. Il primo abate di Montecristo di cui si abbia ricordo è Silvegio (anno 902).

Ricostruzione grafica di un cenobio monastico paleocristiano

Periodo di Splendore e la Leggenda del Tesoro

La chiesa e il convento di Montecristo raggiunsero un periodo di massimo splendore e ricchezza nel XIII secolo, grazie alle numerose donazioni di terre, conventi e possedimenti vari effettuate da signori della Toscana, della Sardegna e della Corsica ai monaci dell’isola. Tuttavia, ciò che rese l'isola famosa in tutto il mondo fu la pubblicazione, nel 1844, del romanzo "Le Comte de Monte-Cristo" di Alexandre Dumas.

"Montecristo è realtà o sogno?". Inizia così il resoconto storico letterario di don Gaetano Chierici che si recò all’isola di Montecristo nel 1875, trent'anni dopo il successo mondiale del romanzo di Dumas. Il romanzo narra l’appassionante vicenda di Edmondo Dantès che, ingiustamente condannato e imprigionato, riesce a vendicarsi dei suoi nemici grazie al tesoro che l’abate Faria, incontrato in prigione, e altri monaci avevano nascosto sull’isola di Montecristo. Dumas trasse ispirazione per questa opera dalle leggende che aleggiavano intorno all’isola e al suo tesoro, custodito dai monaci presso il monastero di San Mamiliano. Da quel momento, Montecristo, più che come luogo di una lunghissima storia di vita religiosa, divenne nota come l'"isola del tesoro". Ma i monaci custodivano davvero un favoloso tesoro?

Il tesoro fu probabilmente depredato dalle incursioni dei Saraceni che, con Dragut, saccheggiarono il monastero nel 1553. Tuttavia, ciò che i pirati saraceni non poterono depredare fu un altro tesoro: la chiesa di San Mamiliano con il convento e le radici cristiane racchiuse nel complesso architettonico.

Il Conte di Montecristo (1998) | L'Epica Miniserie con Gérard Depardieu

Decadenza e Abbandono

La decadenza del monastero cominciò, come per tutti gli altri complessi monastici, con il passaggio dall’economia feudale a quella comunale. Il crollo del sistema feudale, le continue scorrerie saracene e le mire della Repubblica Pisana furono le principali cause della graduale decadenza del monastero che, per tali ragioni, fu restaurato nel 1323 dagli stessi monaci. Di fatto, i monaci hanno sempre governato il monastero, anche se esso, come tutta l'isola, passò sotto dominazioni diverse: dai Pisani ai Genovesi, dalla famiglia Appiani e Ludovisi Boncompagni, alla Francia, e dal 1814 al Granducato di Toscana fino all'annessione di questo al Regno d'Italia.

Dopo l'ultima devastante incursione dei pirati turchi di Dragut, alleati con la Francia, nel 1553, il monastero fu abbandonato definitivamente dai monaci. Federico De Bellis (1555) fu l'ultimo degli abati a governare il monastero quando era ancora nella pienezza della sua ricchezza e potenza. Fino alla prima metà dell'Ottocento, il complesso fu saltuariamente abitato da eremiti che cercavano un luogo di silenzio e preghiera. Uno degli ultimi monaci/eremiti che visse sull'Isola fu un certo David Lazzaretti, intorno al 1870. Nel 1890, il complesso monastico fu persino scelto come bersaglio per esercitazioni militari dalla Regia Marina Militare, sotto il comando del vice ammiraglio Giuseppe Lovera Di Maria.

Incursione saracena in un monastero costiero, illustrazione storica

Descrizione Architettonica e Stato Attuale

Gli anni 1833 e 1852 rappresentano due date importanti per l’Abbazia, poiché sono quelli in cui il Prof. Giuli prima e il Dott. Vincenzo Mellini poi, sbarcarono sull’isola e la descrissero in modo mirabile e scientifico, facendo anche una pianta del monastero quale risultò ai loro occhi. All'Abbazia si giunge attraverso un viottolo incastrato nel granito. La porta principale d'ingresso, posta ad levante, immette in un vestibolo scoperto che, attraverso un'apertura ad arco, comunica con un grande giardino contenuto, con tutto il monastero, dentro alte e possenti mura perimetrali.

Il complesso monasteriale era composto da:

  • La chiesa, dedicata a Cristo Salvatore e anch'essa nominata per San Mamiliano, coperta da una volta a botte, lunga 25 metri per 8. Si trova sul lato di tramontana, occupandone buona parte, e vi si accede tramite una gradinata (residui sono presenti ancora oggi). Al suo interno, che è a forma di T, la prima parte doveva essere riservata a possibili fedeli o pellegrini naviganti, mentre un muro divisorio, interrotto al centro, apriva al Coro, affiancato da due Cappelle laterali. In tutta la chiesa, coro e cappelle comprese, erano aperte piccole finestre gotiche.
  • La sagrestia, con due sacrestie contigue alla cappella più interna del Coro.
  • Una grande sala per riunioni.
  • Un chiostro con cisterna centrale.
  • Le stanze riservate ai monaci (dormitori che occupavano tutto il lato di ponente, senza finestre esterne).
  • Refettori e cucine che occupavano tutto il lato di mezzogiorno con finestre tipo gotico.

All'interno della chiesa giaceva una colonna frammentaria in granodiorite, osservata da Vincenzo Mellini nel 1852. Oggi, dell'originario complesso, non rimangono che la chiesa, della quale si è conservata anche la copertura, e parte delle mura che la circondano, ma tutto giace in uno stato di completo abbandono.

Per documentare con accuratezza lo stato di fatto del monastero, il 10 giugno 2013, il Prof. Fabio Radicioni e l’ing. Aurelio Stoppini, insieme agli ingegneri Raffaella Briganti e Gino Centi dell’Università di Perugia, Laboratorio di Topografia e Fotogrammetria, hanno realizzato un rilievo tridimensionale e materico dell’Abbazia con tecniche geomatiche integrate (laser scanner-lidar), stazione totale, GPS e fotogrammetria digitale.

Planimetria ricostruttiva dell'Abbazia di San Mamiliano basata su descrizioni storiche

Appelli per il Recupero e la Valorizzazione

Se è vero che l'Abbazia di San Mamiliano è quasi distrutta dal tempo e dagli uomini, è altrettanto vero che giace in uno stato di quasi completo abbandono e pur rappresenta oltre mille anni di storia. L'importanza che questo monastero ha avuto nella storia religiosa dell'Arcipelago Toscano, e il legame di devozione comune a tanti luoghi delle isole vicine, esigono un preciso interesse fra Autorità Civili e Religiose del territorio. Già nel 1986, al tempo di S.E. Mons. Lorenzo Vivaldo, furono rivolte pressanti richieste all'allora Ministro dell'Agricoltura, On. Pandolfi, affinché il patrimonio artistico/religioso dell'Isola potesse essere restaurato, conservato e difeso, con l'obiettivo di recuperare anche le antiche tradizioni religiose delle popolazioni isolane, che ancora nutrono viva devozione per San Mamiliano.

Ne seguì una "Lettera di intenti" che preludeva a impegni precisi ed entusiasmanti, ma evidentemente troppa acqua è passata sotto i ponti. Oggi, è fondamentale proporre progetti e proposte di recupero dell'antica Abbazia, del Mulino e della Grotta del Santo in Montecristo. Quest'ultima, situata lungo le pendici del Monte della Fortezza e dominata dai resti di un fortilizio fatto costruire dagli Appiani alla fine del XIV secolo, è il luogo che la devozione popolare ha sempre identificato come dimora del santo eremita e scenario di leggende, come quella dell'uccisione di un drago, simbolo evidente del paganesimo.

I sentieri d'accesso ai luoghi religiosi di Montecristo, ben rimessi in efficienza dal Corpo Forestale dello Stato, rappresentano un primo passo per un lavoro di "recupero e di salvaguardia" che esige passione civica e memoria religiosa della vita. Questo è un invito rivolto all'Amministrazione comunale di Portoferraio ma anche alla Diocesi di Massa Marittima-Piombino, di cui Montecristo è parte integrante, essendo territorio parrocchiale di Marina di Campo.

Sia Mons. Vivaldo che Mons. Comastri visitarono l'Isola; è ancora ben vivo il ricordo di una celebrazione Eucaristica di Mons. Comastri, nella Grotta del Santo, nel luglio del 1991, accompagnato dal Parroco di Marina di Campo e da D. Giorgio Mattera (Abate onorario dal 1986), che, con l'assistenza del Corpo Forestale, ne organizzò la visita e la possibilità di celebrarvi la Santa Messa. L'auspicio è che si possa realizzare, almeno una o due volte all'anno, una Celebrazione Liturgica in onore del Santo, salvando e restaurando il salvabile di questo inestimabile patrimonio.

Foto della Grotta di San Mamiliano sull'Isola di Montecristo

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