Il complesso dell’Abbazia di San Nicolò del Boschetto sorge non lontano dalla sponda destra del Polcevera, sulle prime pendici della collina di Coronata. Ebbe origine da una piccola cappella costruita nel 1311 dalla nobile famiglia Grimaldi, che ne divenne patrona in un sito denominato "Boschetto" per la sua folta vegetazione.

Evoluzione Storica del Complesso
Nel 1410 la chiesa fu affidata ai Benedettini, sotto la guida del monaco Gioacchino da Pavia. Grazie a numerose donazioni, il complesso si ampliò e si abbellì, trasformandosi in una chiesa conventuale a cui fu aggiunto il grande monastero, che assunse presto una notevole importanza nella regione. Nel 1502 i monaci realizzarono una chiesa in stile gotico-rinascimentale, un’abbazia e un hospitale per dare ristoro ai pellegrini diretti a Roma. Nel 1533 la struttura fu elevata al rango di abbazia.
La storia del Boschetto vanta un passato glorioso, sebbene oggi difficilmente leggibile a causa dei restauri necessari. Nel 1747, durante l’occupazione delle truppe austriache, il monastero fu saccheggiato e devastato. Successivamente, nel 1810, il complesso fu espropriato a seguito dei decreti napoleonici e messo all'asta. I Benedettini poterono farvi ritorno solo nel 1904, finché nel 1958 il complesso passò all'Opera Don Orione. Ad oggi sono stati ripristinati il chiostro, decorato con magnifici affreschi del '500, e la foresteria.
Il Patrimonio Funebre e i Sarcofagi
L'Abbazia è stata scelta come luogo di sepoltura da molte tra le maggiori famiglie genovesi. La maggior parte delle epigrafi e delle tombe non si trova nella posizione originale: i continui lavori di ampliamento hanno spesso costretto i frati a spostare i monumenti funebri e le lapidi commemorative.
Altorilievo della Tomba di Pellegrina Doria De Franchi
Situata nella controfacciata della navata sinistra, quest’arca fu commissionata da Tomaso del Franchi Bulgaro per la moglie Pellegrina Doria De Franchi. Nonostante non vi sia l’indicazione della data di morte, l'ultimo testamento di Pellegrina fu rogato il 15 settembre 1520. L'iscrizione latina recita:
«Qui giace Pellegrina, figlia del fu Signore Giacomo Doria del fu Signore Bartolomeo, sposa di Tomaso De Franchi Bulgaro del fu Signore Battista, la quale visse sempre più da religiosa che da moglie, alla quale il marito Tomaso, come ultimo dei suoi doni fece fare (quest’arca)».
Lo studioso Arturo Dellepiane descrive così l'opera: la defunta ha le sembianze riprodotte sul coperchio del sarcofago, distesa con il capo affondato nel guanciale e un libro di preghiere tra le mani. La testa è avvolta in bende monacali e i lineamenti leggiadri, non contraffatti dall’agonia, emergono dal marmo che possiede la lucentezza dell’avorio e la pastosità della cera.

Il Sarcofago di Origine Paleocristiana
Nella controfacciata della navata destra si trova un sarcofago marmoreo databile intorno al IV secolo. Fu rinvenuto in prossimità del torrente Polcevera, dove veniva utilizzato impropriamente come vasca. L’urna presenta un medaglione centrale, il clipeo, con la raffigurazione di due presunti coniugi. Ai lati si trovano pannelli "strigilati", ornati con strie ondulate che richiamano lo strigilo antico. Alle estremità dell’urna sono scolpite le raffigurazioni del Buon Pastore. Una piccola croce, incisa direttamente al momento della creazione, è visibile vicino al medaglione centrale.
La Famiglia Spinola nell'Abbazia
Nell’Abbazia si conservano numerose testimonianze legate al casato Spinola, in particolare del ramo di San Luca.
Il Sepolcro del Doge Battista Spinola
La tomba del Doge si trova davanti all’ingresso della Cappella di San Benedetto, nella navata di sinistra. Battista Spinola, eletto Doge per il biennio successivo alla recuperata libertà dei Genovesi, è ricordato da un'epigrafe che ne celebra le virtù e il felice governo della Repubblica.
| Personaggio | Titolo | Collocazione Tomba |
|---|---|---|
| Battista Spinola | Doge di Genova | Navata sinistra (Cappella S. Benedetto) |
| Giovanni Battista Spinola | I Duca di San Pietro | Cappella della Madonna (Navata destra) |
| Maria Spinola | Consorte del Duca | Cappella della Madonna (Navata destra) |
| Gio Filippo Spinola | Principe di Molfetta | Cappella della Madonna (Navata destra) |
Giovanni Battista Spinola, Duca di San Pietro
Nella Cappella della Madonna si trova la tomba con lapide commemorativa di Giovanni Battista Spinola, nominato Duca di San Pietro nel Salento dal Re Filippo IV di Spagna in cambio di supporto finanziario e militare. L'epigrafe del 1634 ne ricorda il ruolo di ambasciatore e la morte prematura. Accanto a lui riposa la moglie Maria Spinola (morta nel 1642) e il figlio secondogenito Gio Filippo (morto nel 1660), Principe di Molfetta. Per questi ultimi due personaggi si conservano i relativi cuscini tombali di piombo, di recente ritrovamento.
Architettura e Decorazioni della Cappella
Particolare rilievo assume la cappella chiusa da una superba cancellata marmorea, attribuita a Gian Giacomo Paracca da Valsoldo. L'opera presenta lastre decorate con putti fitomorfi ad altorilievo e un monumentale portale sormontato da un Crocefisso marmoreo, affiancato dalle statue della Vergine e di San Giovanni.
La volta è decorata da affreschi che raffigurano la Creazione al centro, i profeti Noè, Abramo, Geremia e Isaia ai lati, e nelle lunette storie della vita della Vergine. Tali dipinti sono attribuiti da alcuni studiosi ai fratelli Lazzaro e Pantaleo Calvi, mentre altri vi riconoscono la mano di Perin del Vaga.
Leggende e Personaggi Illustri
L’Abbazia ospitò personaggi del calibro di Luigi XII re di Francia, che nel 1502 visitò Genova. Al re è legata la leggenda di Tommasina Spinola: tra i due nacque un'intesa platonica e, alla falsa notizia della morte del sovrano, la giovane morì di dolore. Si narra che anni dopo Luigi XII, entrato di nascosto in città vestito da frate, visitò la tomba di Tommasina pronunciando la frase: “Avrebbe potuto essere un amore perfetto”.
Oltre ai nobili genovesi, l'abbazia è legata alla memoria di figure religiose come il beato Nicolò di Prussia e ha offerto ospitalità, nei suoi chiostri e nelle sue celle, a numerosi operai che nel corso del tempo sono giunti a Genova per lavoro.