Il Vangelo di Matteo si presenta come uno scritto che attesta il ministero di Gesù, rendendolo presente e riproponendolo come testo nel quale i credenti possono inoltrarsi. Nella Chiesa dei primi secoli, fu considerato il primo «catechismo» per l’educazione alla fede della comunità, offrendo tematiche pastorali e orientamenti significativi per un itinerario di fede.
L’autore del primo vangelo, spesso identificato con lo "scriba, divenuto discepolo" di cui si parla in Mt 13,53, ha la genialità dell’ebreo bilingue, capace di accedere alla lingua ebraica e tradurla in un greco elaborato, interpretando le sue fonti secondo un originale progetto teologico. Il suo scopo è far capire come Matteo abbia compreso Gesù, risalendo la strada che dal testo evangelico ci riporta all’evento di Gesù, alle azioni e alle parole del suo ministero cariche della forza della rivelazione.
Il Vangelo secondo Matteo è organizzato in sette sezioni, con un corpo centrale diviso in cinque sezioni o "libretti" che rievocano il Pentateuco mosaico. Questa struttura evidenzia il materiale tradizionale attorno a unità tematiche, il cui punto focale è la confessione di fede di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
Il Vangelo di Matteo: Un Testo Catechistico e Cristologico
Il Vangelo di Matteo, sebbene sia un testo catechistico per eccellenza, è in primo luogo cristologico. L’evangelista espone il significato salvifico della persona di Gesù, della sua parola e della sua vicenda umana. Il ritratto del Gesù di Matteo non si allontana da quello degli altri evangelisti, ma assume tratti caratteristici che lo rendono originale. Gesù è il Messia davidico annunciato dalle Scritture, il Maestro superiore a tutti gli scribi d’Israele (7,28-29) che insegna con autorità. Egli è il nuovo Mosè che porta a compimento la Toràh, la legge della nuova alleanza, sul cui volto risplende la gloria di Dio (cf. Es 34,20-30; Mt 5,21-48; 17,1-8). Gesù è il Signore risorto, il Kyrios, che annuncia il regno di Dio agli uomini; l’Emmanuele, che accompagna il cammino della comunità cristiana; egli è il Figlio dell’uomo, a cui è conferito ogni potere in cielo e in terra, e che la comunità dei credenti riconosce quale Signore e Giudice della storia e del mondo, colui che valuta le azioni dell’uomo e mette in risalto i tratti trascendentali e l’autentica manifestazione di Dio.
Il fascino del Vangelo di Matteo si concentra sul discorso programmatico che Gesù rivolge alle folle nel «Discorso della Montagna» (5,1-7,29), dove è contenuta la proclamazione del Vangelo del Regno riassunta nelle parole «Il regno dei cieli è vicino» (4,17.23). La missione di Gesù consiste nel far conoscere la volontà del Padre come progetto di vita per i discepoli. Questa adesione alla volontà di Dio si compie per mezzo della «giustizia», condizione essenziale per diventare veri discepoli del Maestro e per entrare nel Regno, facendo parte della famiglia dei figli di Dio (5,17.20.48; 7,12; 22,37-40).

La Chiamata alla Piccolezza e all'Umiltà
In un momento significativo, i discepoli si avvicinarono a Gesù chiedendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?» (Mt 18,1). Gesù, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4). Questo paragone sottolinea l'importanza fondamentale dell'umiltà e della piccolezza per la vita cristiana.
Gesù prosegue con un severo monito: «Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6). La parola "piccoli" si riferisce qui ai credenti, e le espressioni "porre una pietra d’inciampo" o "essere occasione di peccato" traducono la parola greca skandalizō, che significa appunto "far inciampare". Gesù usò la metafora della macina da mulino appesa al collo per indicare quanto sia grave far vacillare nella fede chi crede in Lui.
L'importanza dei "piccoli" è ulteriormente accentuata: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). In questo, il Padre celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli (Mt 18,14).
Il Regno dei Cieli e la Necessità del Perdono
La Parabola della Pecora Smarrita
Per illustrare la sollecitudine divina verso ogni singolo individuo, Gesù chiese: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,12-13). Questa parabola evidenzia l'amore incondizionato di Dio che cerca attivamente chi si è allontanato.

La Parabola del Servo Spietato
Il tema del perdono è centrale nel Vangelo di Matteo. Quando Pietro gli si avvicinò e gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21), Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Per spiegare l'ampiezza di tale perdono, Gesù disse: «Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi» (Mt 18,23).
La parabola narra di un servo che doveva diecimila talenti, e che fu condonato dal suo padrone mosso a compassione. Appena uscito, però, lo stesso servo trovò un suo compagno che gli doveva cento denari, una somma infinitamente inferiore, e lo fece imprigionare perché non poteva restituire. Alla fine, il padrone, sdegnato, lo fece chiamare e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,32-33). Questa parabola sottolinea l'imperativo del perdono illimitato, che riflette la misericordia divina ricevuta.
Discepoli come Sale della Terra e Luce del Mondo
Nel Discorso della Montagna, Gesù descrive il ruolo essenziale dei suoi discepoli nel mondo, affermando che con "fiducioso coraggio e nella fedeltà evangelica essi saranno «sale della terra e luce nel mondo» perché tutti gli uomini possano riconoscere l’unico Padre buono che è nei cieli". Questa metafora sottolinea la responsabilità dei credenti di influenzare positivamente la società, preservandola dalla corruzione e illuminandola con la verità.
Metafore sulla Discepolanza e la Fedeltà
Prendere la Propria Croce
Gesù pose una condizione radicale per chi desiderava seguirlo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Questa metafora, facilmente comprensibile per i contemporanei che conoscevano la crocifissione come mezzo di esecuzione, suggerisce che essere discepoli implica la rottura di ogni legame che unisce una persona persino a se stessa, sottomettendo la propria volontà a quella del Padre. Egli aggiunse: «Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?» (Mt 16,25-26).

Pietro come Pietra e Avversario
Giunto nella regione di Cesarea di Filippo, Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?» (Mt 16,13). Dopo le varie risposte, disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,17-18). Il nome Pietro, traslitterazione del termine greco petros (un'altra forma per petra), significa "pietra" o "roccia", indicando il suo ruolo fondamentale nella costruzione della Chiesa.
Tuttavia, Gesù usò un paragone severo nei confronti di Pietro quando quest'ultimo tentò di dissuaderlo dal suo destino di sofferenza e morte. «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: "Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai"» (Mt 16,22). Gesù, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). Chiamando Pietro "Satana", Gesù non intendeva insinuare che fosse Lucifero, ma utilizzava la parola ebraica satan, che significa "avversario" o "accusatore", per indicare che Pietro stava assumendo un atteggiamento di opposizione alla suprema missione di salvezza del Salvatore.
La Prova dei Falsi Profeti
Nel contesto dell'impegno di fedeltà agli insegnamenti di Gesù-Maestro, la comunità cristiana ha visto riflesso nel Vangelo di Matteo il monito contro i falsi maestri: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi» (Mt 7,15-17). Questa chiara analogia fornisce un criterio pratico per discernere la vera dottrina dalla falsa.
Contrasti e Moniti di Gesù
Il Lievito dei Farisei e Sadducei
Gesù mise in guardia i suoi discepoli riguardo all'influenza delle autorità religiose del tempo. Dopo aver dimenticato di prendere del pane, i discepoli discutevano tra loro. Gesù se ne accorse e disse: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,6). Essi non capirono subito, ma Gesù spiegò: «Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,11-12). Il "lievito" qui è una metafora per la loro dottrina o la loro ipocrisia.
Il Segno di Giona
I Farisei e i Sadducei, cercando di metterlo alla prova, chiesero a Gesù un segno dal cielo. Gesù rispose, rimproverandoli per la loro incapacità di interpretare i "segni dei tempi": «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Mt 16,1-4). Questo paragone si riferiva alla resurrezione, così come Giona fu nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti.
3 minuti di Vangelo. Il segno di Giona
Israeliti e Gentili: Il Pane dei Figli e i Cagnolini
Un esempio eloquente dell'apertura del ministero di Gesù anche ai non-Israeliti si trova nell'episodio della donna Cananea. Quando questa donna Gentile chiese aiuto a Gesù per la sua figlia malata, Lui inizialmente non rispose, poiché la sua missione consisteva nel rivolgersi in primo luogo al popolo dell’alleanza, cioè il casato d’Israele. Al persistere della donna, Gesù rispose con un'analogia che paragonava Israele a dei figli e i Gentili a dei cagnolini: «Non è bene prendere il pane dei figli [ossia le benedizioni dell’alleanza] per buttarlo ai cagnolini» (Mt 15,26). La parola greca tradotta con "cagnolini" fa riferimento ai cani di piccola taglia, spesso tenuti come animali domestici. La donna Gentile comprese l’analogia e la distinzione, ma dimostrò umiltà e grande fede, rispondendo: «Dici bene, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,27). Gesù riconobbe la sua straordinaria fede e guarì sua figlia, indicando l'universalità della salvezza che trascende i confini etnici.
La Purezza Spirituale vs. Rituale
Gesù insegnò ai Farisei che dovevano preoccuparsi maggiormente di essere spiritualmente puri anziché ritualmente puri. Egli disse: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo; ma sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo» (Mc 7:15, citato dal Vangelo di Marco ma con concetto fondamentale anche in Matteo, cfr. Mt 15:10-20), ponendo l'accento sulla purezza interiore del cuore.
La Presenza di Gesù nella Comunità dei Credenti
L'elevata ecclesiologia di Matteo lo rende l’evangelista della comunità cristiana, poiché il suo scritto si concentra attorno alla persona di Cristo e alla vita comunitaria. La concezione ecclesiologica di Matteo si concentra attorno alla persona di Cristo, come afferma l’evangelista quando riporta le parole del Signore: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Questa frase rivela la presenza costante e operante di Gesù all'interno della sua comunità.
La missione della Chiesa si lega a quella del Maestro, che invia i suoi discepoli «alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 10,6) e successivamente «ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,19). Le istruzioni che Gesù rivolge ai Dodici diventano la magna carta per tutti i discepoli di ogni tempo, mandati a far proprio l’annuncio dell’evangelo con una testimonianza coerente di vita (10,1-42). Tale missione è esposta all’insicurezza, al rifiuto e alla persecuzione in un mondo spesso ostile al messaggio di Gesù, ma è sostenuta dal dono dello Spirito: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).
La norma di vita che permette al cristiano di praticare la "giustizia" rimane la legge dell’amore, criterio ultimo e di giudizio da parte di Dio sulle azioni umane. Il giudizio finale, infatti, verterà sulle opere di misericordia praticate verso il prossimo affamato, assetato, forestiero, nudo, ammalato o in carcere, accolto come la persona stessa di Gesù (Mt 25,31-46). Tutto è sotto il segno del giudizio, come bene si esprime il discorso della montagna: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).