Abbazie in Italia: Chiaravalle di Fiastra, Chiaravalle Milanese e San Mercuriale a Forlì

L'Italia vanta un patrimonio storico e architettonico inestimabile, testimoniato dalla presenza di numerose abbazie che, oltre ad essere centri di spiritualità, rappresentano capolavori artistici e custodi di tradizioni secolari. Tra queste, spiccano l'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra nelle Marche, l'Abbazia di Chiaravalle Milanese in Lombardia e l'Abbazia di San Mercuriale a Forlì.

Abbazia di Chiaravalle di Fiastra

L’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra è un magnifico monastero circondato da uno scenario naturale incantevole, la Riserva Naturale Abbadia di Fiastra. Per raggiungere l’Abbazia di Fiastra occorre prendere l’uscita della SS77var della Val di Chienti e uscire a “Macerata Ovest”, seguendo la segnaletica turistica marrone “riserva naturale Abbadia di Fiastra”.

Storia e Architettura

La sua storia affonda le radici nel 1142, quando un gruppo di monaci cistercensi milanesi si fermarono nelle Marche, vicino ad Urbisaglia, e decisero di fondare il Monastero. L’architettura dell’abbazia rispecchia lo stile romanico-gotico lombardo; gli architetti-monaci francesi si avvalsero dei caratteristici tratti cistercensi come l’uso del mattone. La pianta, più in stile francese, si presenta con un quadrilatero a tre navate, otto campate e un transetto sporgente.

Interni della Chiesa

L’interno della chiesa è molto suggestivo, con pianta a croce latina, tre navate e antiche volte a crociera. Sono presenti molti elementi distintivi delle abbazie cistercensi, come le semicolonne che poggiano su mensole di pietra (peducci) a forma di cono rovesciato e, in alcuni pilastri, le semicolonne sono tagliate e senza capitelli.

Il Chiostro e gli Spazi Monastici

Il chiostro, il cuore dell’abbazia, è un grande quadrilatero dove i monaci pregano e leggono i Sacri Testi. Al centro del Chiostro spicca un pozzo ottagonale in pietra e mattoni. Il refettorio fu costruito con le macerie della vicina città romana di Urbs Salvia, e al suo interno si possono ammirare i capitelli, i fusti e i basamenti di colonne romane. Questa sala da pranzo è considerata sacra perché simboleggia la comunione di vita e la condivisione dei monaci, uno degli aspetti della carità fraterna.

Il Palazzo Giustiniani Bandini, eretto nel XIX secolo dall’architetto Ireneo Aleandri (che progettò anche lo Sferisterio di Macerata), è in stile neoclassico e presenta alcune stanze riccamente decorate. Il giardino adiacente alla costruzione è il classico giardino all’inglese dove sono piantati secolari lecci e una maestosa quercia da sughero.

La Sala del Capitolo, chiamata anche “sala dell’ascolto dello Spirito”, era usata in passato per la lettura mattutina di un capitolo della Regola di San Benedetto. È divisa in sei campate quadrate con volte a crociera, sostenute da due colonne romane. Un’epigrafe all’ingresso della sala esorta il monaco a parlare poco (“Parla poco, odi assai et guarda al fine di ciò che fai”).

Le Grotte, scavate nel XII secolo sotto la chiesa, sono una serie di corridoi che si intersecano, con volte a botte e a crociera, profonde 5,73 metri. I cunicoli venivano usati come via di fuga o celle frigorifere per il deposito alimentare. La Sala delle Oliere era impiegata per contenere le brocche con l’olio d’oliva prodotto dall’Abbazia.

La Riserva Naturale Abbadia di Fiastra

La Riserva Naturale di Fiastra si sviluppa su un’area di quasi 2000 ettari, circondando completamente l’Abbazia. Racchiude sentieri natura, percorsi ippici, ciclistici, ampi e accoglienti spazi verdi completi di molti servizi e numerose attività. Per chi viaggia in camper, è disponibile l’area sosta a pagamento “Abbadia di Fiastra”, situata accanto al parcheggio del parco naturale, con servizi che includono piazzola di sosta, carico acqua, scarico WC, corrente elettrica e docce.

Foto aerea dell'Abbazia di Chiaravalle Milanese con il suo campanile

Abbazia di Chiaravalle Milanese

L’Abbazia di Chiaravalle, situata alle porte di Milano, è uno dei complessi monastici più affascinanti della Lombardia. L’Abbazia di Chiaravalle Milanese venne fondata nel 1135 da San Bernardo di Clairvaux, uno dei principali riformatori dell’ordine cistercense.

Costruzione e Sviluppo

La costruzione del complesso iniziò nel XII secolo e proseguì nei secoli successivi, dando vita a uno degli esempi più significativi di architettura cistercense in Italia. Nel corso dei secoli l’abbazia attraversò periodi di grande prosperità, ma anche momenti difficili. Visitare l’Abbazia di Chiaravalle significa immergersi in uno dei complessi religiosi più suggestivi della Lombardia.

Elementi Architettonici

Il cuore del complesso è la chiesa, costruita in stile gotico lombardo. All’interno della chiesa si possono ammirare splendidi cicli di affreschi realizzati tra il XIV e il XVI secolo. Il chiostro rappresenta uno degli spazi più suggestivi dell’abbazia, dove i monaci trascorrevano momenti di meditazione e lavoro quotidiano. Simbolo dell’abbazia è la torre campanaria, decorata con motivi in cotto e marmo, uno degli esempi più originali di architettura gotica lombarda.

Posizione e Accessibilità

L’Abbazia di Chiaravalle si trova a circa 7 chilometri dal centro di Milano, nel territorio del Parco Agricolo Sud Milano. Uno dei percorsi più utilizzati parte dal centro di Milano e segue il Naviglio o le piste ciclabili della zona sud fino a raggiungere Chiaravalle.

Facciata e campanile dell'Abbazia di San Mercuriale a Forlì

Abbazia di San Mercuriale a Forlì

L'abbazia di San Mercuriale si trova in piazza Aurelio Saffi, nel centro di Forlì, ed è un monumento di grande importanza storica e architettonica.

Origini e Traslazione delle Reliquie

Il santo, secondo l'usanza del cristianesimo dei primi secoli, si fece seppellire in un sepolcreto posto ad est della città e si può ipotizzare che anche i successivi vescovi ne abbiano seguito l'esempio, anche in considerazione del divieto, in vigore fino al V secolo, di inumare i corpi entro le mura cittadine. Proprio per l'usanza di seppellire i vescovi nelle cattedrali, alcuni studiosi ritengono possibile che la prima cattedrale di Forlì sorgesse nel luogo dell'attuale abbazia e che fosse di seguito trasferita nel centro cittadino nella chiesa di Santa Croce. Un bassorilievo di epoca bizantina rappresentante l'Eucaristia (il pellicano) che nel calice beve il sangue di Cristo, testimonia la sua antica sacralità. È possibile ipotizzare che, a seguito del lungo periodo di incertezze causate dalle invasioni del V e del VI secolo, una comunità di credenti cominciò a vivere in una zona esterna alla cinta difensiva della città, nei pressi della tomba del primo vescovo, Mercuriale, venendo in seguito a traslare le reliquie del protovescovo e dei santi Marcello e Grato in un nuovo edificio religioso.

Prime Testimonianze e Ricostruzione

La più antica testimonianza della chiesa e del monastero di San Mercuriale risale ad un atto nell'archivio storico dei vallombrosani, datato 8 aprile 894, con il quale Domenico Ublatella, arcivescovo di Ravenna, fece una donazione di alcuni fondi a Leone, allora abate di San Mercuriale. Nel 1173, a seguito di scontri tra guelfi e ghibellini, un incendio distrusse numerose costruzioni danneggiando, oltre alla città, anche l'edificio di culto.

La Nuova Costruzione Romanica

L'edificio era a tre navate e tre absidi, con un altare centrale che poggiava su una voluminosa cripta, un protiro che precedeva il portale, e il possente campanile che ancora oggi svetta. Compare anche l'intitolazione a San Mercuriale, della quale comunque si hanno le prime notizie già nel IX secolo. Del protiro, presente in quasi tutte le chiese romaniche di stile lombardo, rimangono poche tracce nella struttura dell'abbazia. Alcune di queste sono due mensole in marmo, a forma di goccia, ai lati del portale. All'interno della chiesa è ospitato il resto di un leone, consunto e deformato dal tempo e dalle intemperie, che è sempre stato considerato lo stiloforo del protiro. La nuova costruzione testimoniava la ricchezza raggiunta dall'abbazia forlivese, in grado di finanziare un così monumentale edificio, decorato da maestranze famose, come quelle che scolpirono la lunetta. Tra il X ed il XII secolo, infatti, il monastero aveva ricevuto continue donazioni e privilegi che ne avevano aumentato il potere e lo avevano reso indipendente dall'autorità episcopale e dalle potenti chiese del ravennate. In particolare, le donazioni del vescovo Alessandro (vescovo di Forlì per trent'anni dal 1160 al 1190) avevano favorito l'abbazia, che a quel punto era diventata proprietaria di fondi e terreni posti ad est della città fino al confine con la diocesi di Forlimpopoli e la sua influenza si spingeva fino alla pieve di San Martino in Barisano. Alessandro, peraltro, è noto per aver chiamato i monaci vallombrosani a governare l'Abbazia. È difficile spiegare per quale motivo il vescovo abbia concesso all'abbazia tali privilegi che andavano a discapito del proprio potere, ma è possibile pensare che vi fosse una profonda stima ad unire il vescovo con i benedettini vallombrosani.

Il Complesso Abbaziale nel Contesto Urbano

Il complesso abbaziale non era costituito solo dalla chiesa, ma anche dal monastero con l'annesso chiostro, dal cimitero e da un ospedale per l'accoglienza dei pellegrini, i quali dovevano essere numerosi considerata la posizione privilegiata di passaggio della città lungo la via Emilia, in direzione di Roma o dei porti meridionali verso la Terra Santa. L'aumento demografico della città attorno al XII secolo, così come l'aumento della propria importanza politica come centro del ghibellinismo romagnolo, portarono all'ampliamento della cinta muraria, con l'inglobamento della chiesa nel centro cittadino almeno dal 1161 e lo spostamento del campo dell'abate all'interno del nucleo urbano verso il quale furono gradualmente spostate le attività commerciali. Nel 1212 il Comune richiese all'abbazia la concessione del terreno per l'istituzione della futura piazza. La chiesa assumeva perciò un notevole potere all'interno della città. La chiesa rimase fuori dalle mura fino al XIII secolo, quando fu inglobata all'interno del tessuto urbano. Nei secoli, il "Campo dell'Abate" si trasformò nella "Piazza Maggiore" e l'abbazia divenne parte dell'attuale centro storico.

Modifiche e Restaurazioni nel Tempo

Nel XIV secolo il protiro venne sostituito dal portale gotico tuttora esistente e vennero realizzate le due cappelle laterali di facciata, estroflesse rispetto alla struttura e demolite nel 1646 (rimangono oggi i due archi con la monofora centrale). Nel XV secolo venne annesso alla chiesa il chiostro dei vallombrosani, di forma rettangolare e decorato con slanciate ed eleganti colonne. Alla chiesa, per fornire maggiore stabilità alla copertura delle navate laterali, venne avviata la costruzione di un nuovo soffitto con volte a crociera, in sostituzione di quello medievale a capriate con travi a vista. Nello stesso periodo la chiesa andò arricchendosi di numerose cappelle laterali edificate dalle famiglie nobili di Forlì o da confraternite locali. Nel 1505 la volta del presbiterio rovinò distruggendo la sottostante cripta e seppellendo le reliquie del santo che vennero ritrovate solo nel 1575 e collocate nella cappella della famiglia Mercuriali, al termine della navata destra. Nel 1506 si approntarono i cantieri per la ricostruzione dell'intera area absidale e si decise di non riedificare più la cripta. Il nuovo impianto dell'altare non soddisfece le esigenze dell'abbazia e nel 1568 si decise di allungare il corpo della chiesa realizzando un presbiterio di forma rettangolare, illuminato da 5 finestre. La navata centrale venne allungata di circa un terzo, sacrificando in via definitiva i resti della cripta. L'incarico della nuova fabbrica, inizialmente affidato a Jacopo da Faenza, passò nel 1575 a Bastiano di Riccio e a Tommaso da Forlì, mentre il lombardo Zampiero Morelli completò la volta nel 1586. Il presbiterio venne poi arredato con un coro ligneo di Alessandro Begni, realizzato tra il 1532 ed il 1535. Nel 1581 nell'abbazia fu traslata la reliquia di un dito di San Giovanni Gualberto proveniente dalla chiesa cittadina di Santa Maria del Voto, chiamata dal volgo dei Romitii.

Interventi Barocchi e Neoclassici

Nel 1646 l'abate allora in carica Garei diede avvio a profondi lavori di rifacimento della basilica, che interessarono sia la facciata che il corpo della chiesa con l'intento di creare un ambiente interno ben illuminato, in linea con le nuove regole dell'architettura religiosa che si andavano imponendo. Venne rimaneggiata la facciata, con l'atterramento delle due cappelle sporgenti ai lati del portale intitolate a San Ludovico (a sinistra) e a San Rocco (a destra) e unite da una loggia. Al loro posto furono aperte due porte d'ingresso, mentre la facciata veniva ridisegnata su linee baroccheggianti, coprendo l'originario stile romanico, ed allargata alle estremità fino a saldarla con la base del campanile. Oltre alla demolizione delle cappelle laterali, anche il portico trecentesco di collegamento venne demolito per permettere l'apertura delle due entrate sulle navate laterali. L'ingresso della basilica venne valorizzato con l'edificazione di un largo sagrato ottagonale, elevato di tre gradini rispetto al livello della piazza. Nel 1781 vennero approntati lavori di rifacimento della facciata con altre aggiunte decorative. Nel 1786 l'allora abate Bruno Gnocchi dispose che l'interno fosse rimodernato in stile neoclassico e che sulla facciata fossero aperte due nuove finestre e che fosse ridisegnato il lunettone. Nel 1794 i monaci eliminarono la scalinata costruita nel 1646 e protessero il sagrato con fittoni e catene.

La Fine dell'Abbazia e i Restaurai Moderni

La storia dell'edificio in qualità di abbazia stava volgendo al termine, infatti nel 1796 le truppe francesi, guidate da Napoleone, scesero in Italia e cominciarono a sciogliere gli ordini ecclesiastici e a requisire i beni della chiesa. I monaci dell'abbazia di San Mercuriale non ebbero sorte diversa: furono cacciati e non fecero mai più ritorno. Da allora all'antica chiesa rimase solo il titolo di parrocchia. Nel 1902 furono avanzati i primi progetti per il ripristino della facciata. Tali lavori, avviati non senza polemiche generali, si rendevano necessari, oltre che per il gusto neomedievale di ripristinare l'"aspetto originario" dei vetusti edifici, anche per scongiurare pericoli di crollo dell'abbazia. Solo nel 1904 gli ingegneri Cesari e Pantoli compilarono il progetto esecutivo, che prevedeva per la facciata un rosone o una trifora al posto del lunettone, la sostituzione delle volute e la modifica dei portali e delle finestre laterali. Nel 1915 l'archeologo Gerola studiò il ripristino stilistico dell'abbazia riproponendo modelli che si basavano sul gusto del romanico lombardo. La facciata doveva presentare un protiro davanti al portale e al posto del lunettone una grossa trifora. I primi interventi iniziarono verso il 1916 ma solo nel 1921, in occasione del sesto centenario della morte di Dante Alighieri, si apprestarono frettolosi lavori di restauro che portarono alla demolizione delle prime due cappelle della navata destra. In quell'occasione venne rinvenuta, sulla parete del campanile, un frammento di affresco del Cinquecento, oggi quasi totalmente dilavato dalle intemperie. Si intervenne anche sulle linee della facciata, chiudendo le porte laterali e sostituendo il lunettone tardo barocco con un rosone centrale in stile romanico che fu preferito all'idea di una trifora o di una polifora. Fu nuovamente ripristinata la gradinata del sagrato e venne atterrata la prima cappella di sinistra, sostituita con un ingresso laterale. Sempre a livello della facciata, venne posta una cornice a dentelli a coronamento delle navate minori. Per facilitare l'accesso alla basilica si creò un ingresso sul lato nord, eliminando una cappella di devozione posta all'estremità della navata sinistra.

Abbazia di San Mercuriale | Puntata 26 - II° parte

I Danni del 1944 e la Ricostruzione Postbellica

L'Abbazia di San Mercuriale fu gravemente danneggiata da un'incursione aerea del 24 agosto 1944. A causa di un bombardamento alleato, la chiesa rimase gravemente lesionata: la gravità dei danni fu così imponente che indusse il Genio Civile ad ordinare la demolizione delle volte della navata centrale, realizzate tra Cinque e Settecento. Dopo i bombardamenti si rendeva perciò necessario un intervento definitivo che risolvesse i problemi di staticità della chiesa per ripristinarne la stabilità e favorirne il consolidamento. I primi sondaggi, sotto la guida del professor Selli, ebbero luogo nel 1951 e proseguirono fino al 1956 e condussero alla scoperta della primigenia Pieve protocristiana di Santo Stefano e della successiva basilica che andò distrutta nell'incendio del 1173. Si decise una radicale opera di consolidamento che privilegiasse le forme trecentesche, riconosciute come parti originali della chiesa, a discapito delle strutture edificate successivamente, come l'impianto neoclassico settecentesco, liberando mura, capitelli e colonne. Ciò portò a sacrificare molte strutture dell'abbazia, come sette cappelle delle navate laterali risalenti al XV secolo. Venne ripristinata la pavimentazione originaria in cotto e mosaico veneziano e furono riportati alla luce le basi dei pilastri. Frammenti di capitelli furono conservati e servirono come base per la costruzione di altri nello stesso stile. L'abside, edificata nel Cinquecento, fu invece salvata a discapito della cripta che non venne ricostruita. Di questa furono solo ripristinati i sei archi che sorreggevano la volta. Venne inserito, all'altezza della terza campata, un doppio ordine di archi in mattoni a vista. La chiesa, in mattoni nel tipico color rosso forlivese, si presenta con la caratteristica facciata romanica "a salienti", suddivisa in tre parti corrispondenti alle tre navate interne, con la centrale più ampia rispetto alle laterali. La navata centrale è rafforzata da due contrafforti delimitanti la rientranza ad arco che ospita il rosone, la lunetta e il portale marmoreo. I fronti delle navate laterali sono entrambi occupati da un arco, resto delle antiche cappelle sporgenti. Per incarico diretto di Mussolini, che finanziò anche l'opera, l'ingegnere Giovannoni assunse la direzione della ristrutturazione del complesso di San Mercuriale, coadiuvato dalla soprintendenza ai monumenti della Romagna. Il chiostro, dopo secoli di abbandono, si trovava in uno stato di degrado elevato e i continui rimaneggiamenti avvenuti nel tempo ne avevano snaturato le linee originali tanto che numerosi periti e tecnici ne avevano proposto la demolizione. La demolizione avrebbe consentito l'isolamento del campanile e della chiesa e permesso un collegamento diretto con la piazzetta retrostante presso la quale sarebbe sorta da lì a poco il nuovo palazzo di giustizia. Il nuovo portico e la sovrastante canonica furono costruiti in laterizi e cemento armato e poggiavano sulle originarie colonne in marmo e muratura. Per il progetto del restauro Giovannoni non adottò, seguendo le indicazioni della sovrintendenza, soluzioni architettoniche definitive, riservandosi, in corso d'opera, di confermare le scelte che apparivano più opportune in base alle rilevazioni archeologiche. Il portale è costituito da sottili colonne di marmo chiaro, finemente scolpite, due delle quali, tortili, non giungono fino a terra ma sono completate, nelle medesime forme, da laterizio. I battenti del portale in legno, intagliato e dipinto. Sono entrambi suddivisi in più riquadri, nei quali sono applicate alcune formelle, una delle quali reca la data 1651 e che corrisponde, probabilmente, all'anno di realizzazione dell'opera.

Il Campanile di San Mercuriale

Il campanile, in mattoni nel tipico color rosso forlivese, è posto sul lato destro della chiesa (per chi guarda), isolato rispetto alla struttura dell'edificio. La pianta è di forma quadrata e poggia su un cosiddetto dado, una sorta di piedistallo in pietra sul quale si eleva l'intera struttura del campanile. Il dado, di 9,20 metri di lato, era un tempo più alto, nel senso che ne era visibile una porzione maggiore: con il passare dei secoli, però, le varie pavimentazioni della piazza che si sono succedute hanno contribuito a sotterrarlo parzialmente. Il campanile, a prima vista, appare essere un parallelepipedo perfetto. In realtà questo tende a restringersi gradualmente verso la vetta, tanto che a circa 50 metri da terra la sezione ha un lato di 8,45 metri, ovvero 75 centimetri in meno rispetto alla base. Ciò non è detto che sia stato ottenuto tramite l'applicazione delle leggi prospettiche, vista l'epoca di costruzione del campanile, anteriore rispetto alla loro diffusione. È più probabile che il restringimento della sezione sia forse stato imposto da conoscenze empiriche sul tema.

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