Yehoshua ben Yosef: La Figura Storica e il suo Messaggio

La figura di Yehoshua ben Yosef, meglio conosciuto come Gesù di Nazareth, è una delle più discusse e influenti nella storia umana. La vastità e la varietà degli scritti su di lui testimoniano l'interesse per la sua persona, la sua filosofia e la genealogia spirituale dei suoi insegnamenti. Questo articolo esplora la figura storica di Gesù, analizzando le diverse interpretazioni della sua natura, il contesto storico-religioso in cui visse e le sfide nella ricostruzione della sua biografia attraverso le fonti disponibili.

Yehoshua ben Yosef: Uomo o Divinità?

La questione della natura di Gesù, se fosse un Dio-uomo o Dio nell’uomo, ha generato due sistemi interpretativi opposti fin dalle origini del cristianesimo. Le scritture bibliche possono essere lette sia attraverso la lente del cristianesimo ecclesiastico, fondato sul Concilio di Nicea che sancì la divinità di Gesù come Figlio unigenito di Dio, sia attraverso interpretazioni alternative che enfatizzano la sua umanità.

Cristologia Adozionista vs. Alta Cristologia

Una delle risposte alla "domanda su Gesù" lo considera un figlio adottivo di Dio, insistendo sulla sua natura umana. Questa cristologia adozionista vede in Gesù, prima di tutto, un uomo elevato al rango della divinità in seguito a un avvenimento eccezionale, come la resurrezione, la trasfigurazione o il battesimo. Tracce di questo orientamento si ritrovano nei Vangeli sinottici e in antichi testi come il Codice di Bezè e la Vetus Latina, che riportano le parole di Dio durante il battesimo: "Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato", in accordo con il Salmo 2,7.

Al contrario, l'alta cristologia, prevalsa nei secoli e scolpita nel Vangelo di Giovanni ("Io ed il Padre siamo uno", Gv. 10,30), tende a fare di Gesù un Dio incarnato o disceso dal Cielo, negando l'adozionismo. Questa prospettiva considera Gesù alla pari con Dio.

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La Scomparsa dell'Adozionismo dai Testi Canonici

L'adozionismo, in origine un'intronizzazione simbolica di un Re-Messia, è quasi completamente scomparso dai testi canonici. L'espressione "prediletto", che compare nei Vangeli di Matteo e Marco dopo "Tu sei mio figlio", non è una semplice aggiunta sentimentale, ma un richiamo a Genesi 22,2, dove Dio si rivolge ad Abramo riguardo a Isacco. Questo introduce uno scenario sacrificale, prefigurando il sacrificio di Gesù. L'espressione "mi sono compiaciuto" potrebbe provenire da Isaia 42,1.

Per i primi cristiani, lo scenario del sacrificio come sistema di salvezza era interpretato in due modi: la tradizione ebraica lo vedeva come un'eco di Isaia 53 (il "servo sofferente"), mentre la tradizione "greca" lo collegava agli antichi culti misterici in cui il Dio muore e risorge per la salvezza dei fedeli.

Eresia e Ortodossia: la Scelta delle Letture

La tendenza a considerare Gesù un'incarnazione diretta di Dio non fu accettata da molti cristiani nei primi tre secoli, che furono poi etichettati come eretici dopo il Concilio di Nicea. Il termine "eresia" in greco significa "scelta", indicando una lettura di un testo biblico che produce un senso e una visione diversi da quelli considerati ortodossi.

Contrariamente alla credenza comune di un'iniziale unanimità religiosa, la diversità di interpretazioni precedeva l'unità. La complessità e la dissonanza erano presenti all'inizio, e solo in seguito si stabilì una "doxa" (opinione dominante) imposta dall'autorità. I dogmi, promulgati per definire ciò che si doveva credere e pensare, miravano a un unanimismo obbligatorio, spesso evolvendo da una preoccupazione pastorale a una questione di potere.

Nonostante l'affermazione del credo nel Gesù Cristo unigenito Figlio di Dio dopo i primi quattro secoli, l'idea adozionista non è mai del tutto tramontata. Ancora nel 535 d.C., alcuni affermavano che Gesù ignorava alcuni particolari della salvezza, inclusa la data del giudizio finale, una posizione dichiarata eretica ma più fedele a testi evangelici come Marco 13,32 ("Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno li sa, neanche gli angeli del cielo, neanche il Figlio, ma solo il Padre"). Questo rafforza la cristologia adozionista che subordina il Figlio al Padre.

La visione adozionista rende la figura del Cristo-Gesù più vicina agli uomini "normali" e il suo messaggio meno inaccessibile. Numerosi passi dei Vangeli, come il suo rifiuto di essere chiamato buono ("Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio", Lc. 18,19) o l'affermazione "se voi mi amaste vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me" (Gv. 14,28), suggeriscono che Gesù non avesse una visione "divina" di sé nel senso del Concilio di Nicea.

Questa prospettiva adozionista enfatizza la qualità spirituale e il percorso formativo di Gesù, presentandolo come una guida per gli uomini per percorrere il suo stesso cammino, non attraverso un'improbabile imitazione di un Dio-Uomo, ma utilizzando le "chiavi" lasciate nel suo insegnamento ("A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli", Mt. 13,11).

Il Problema del Dio Interiore e la Tradizione Ebraica

La frase "Io ed il Padre siamo uno" solleva la questione del Dio interiore, che trova risposte nella tradizione ebraica. I mistici cabalisti credono che ogni individuo abbia una scintilla divina imprigionata e che il destino dell'uomo sia liberarla per fondersi con la creazione e il Creatore.

Secondo la teologa americana Elizabeth Clare Prophet, il concetto di unione con Dio era presente nell'Ebraismo fin dal tempo di Gesù, ma fu tenuto segreto o represso per non violare il Primo Comandamento ("Non avrai altro Dio all'infuori di me").

La Mistica della Merkavah e Hekhalòth

Alcuni secoli prima di Gesù, i rabbini praticavano rituali riservati volti a ottenere una visione mistica di un Essere divino sul trono, simbolo dell'unione con Dio. Questa pratica, conosciuta come mistica della Merkavah ("Carro del Signore") o Hekhalòth ("Palazzo"), implicava digiuni, purificazioni e la ripetizione del Nome di Dio, con i mistici che raccontavano di ascensioni attraverso palazzi celesti e incontri con Esseri di Luce.

Illustrazione o schema della mistica della Merkavah

Alcuni brani delle scritture cristiane riflettono passaggi di Merkavah e Hekhalòth, suggerendo che Gesù e Paolo potessero conoscere questa tradizione. Manoscritti del Mar Morto, scoperti a Qùmran nel 1947, hanno definitivamente dimostrato l'esistenza della tradizione mistica ebraica nel I secolo a.C., con probabile origine nel III secolo a.C. Inni e testi come i "Canti del sacrificio del Sabato" a Qùmran testimoniano la mistica della Merkavah, descrivendo la visione di un Essere divino seduto su un carro circondato da Angeli e luce splendente. Il Primo Libro di Enoch, anch'esso trovato a Qùmran, è considerato la prova più antica della mistica della Merkavah e la sua datazione suggerisce che tale tradizione fosse nota nel I secolo d.C.

Anche il Vangelo di Giovanni sembra rivelare la convinzione di Gesù riguardo alla presenza della divinità nell'uomo e le difficoltà di affermarlo in ambiente ebraico, come dimostra l'episodio in cui i Giudei tentano di lapidarlo per aver detto "Io e il Padre siamo uno" (Gv. 10,30-32).

La Ricerca del Gesù Storico: Fonti e Interpretazioni

La mole di scritti su Yehoshua ben Yosef è ampia e variegata. Tuttavia, la ricostruzione della sua figura storica è complessa a causa della natura delle fonti e delle diverse interpretazioni che ne sono state date nel corso dei secoli.

Gesù: Un Ebreo del I Secolo

È fondamentale riconoscere che Yehoshua ben Yosef era un ebreo a pieno titolo. Per secoli, la teologia e la storiografia filo-cristiana hanno riluttato a riconoscere questo dato, presentando il predicatore come un innovatore assoluto e distaccandolo dal suo contesto ebraico. Questo rifiuto si inserisce in una più generale volontà di separazione tra 'vecchio' e 'nuovo' credo. Tuttavia, le Sacre Scritture, come rivendicato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, sono proprietà storica, religiosa e culturale del popolo giudaico, non del mondo cristiano, e l'opera di Dio si muove al servizio del popolo giudaico.

Le Fonti su Gesù: Limiti e Criticità

Per la figura di Gesù, non possediamo testimonianze materiali, ma solo testi scritti. Le fonti narrative presentano due limiti principali: sono prodotte dai suoi seguaci, il che solleva il problema di interpolazioni favorevoli, e presentano anacronismi, riferendosi a realtà e contesti posteriori ai fatti di quasi mezzo secolo.

Mappa della Galilea e Giudea nel I secolo d.C.

Scritti Cristiani e Non Cristiani

Le fonti si classificano in scritti cristiani (Vangeli canonici e apocrifi) e scritti non cristiani. I Vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sono considerati dalla teologia gli unici in grado di restituire autenticamente la figura di Gesù, ma la loro canonizzazione manca di una metodologia critica di base e non ha valutato la reale attendibilità di ogni singola opera. Essi sembrano rivolgersi a una comunità già credente per rafforzare l'ideologia salvifica del messia, piuttosto che fornire una testimonianza storica.

Le fonti "non cristiane", come le "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, sono spesso state oggetto di interpolazioni cristiane che ne hanno alterato il senso originale. Alcuni studi suggeriscono che il testo originale di Flavio potesse esprimere uno sprezzamento nei confronti di Gesù, molto diverso dall'immagine tramandata dalla tradizione cristiana.

La Vita di Yehoshua ben Yosef: Contesto e Eventi

Yehoshua ben Yosef visse gran parte della sua vita in Galilea, spostandosi in Giudea nei suoi ultimi anni. La sua nascita è collocata tra l'8 e il 4 a.C., mentre la crocifissione è presumibilmente avvenuta negli anni '30 del I secolo, durante i principati di Augusto e Tiberio.

Il Giudaismo del I Secolo e Giovanni il Battista

Nel I secolo, la religione ebraica era caratterizzata da un polimorfismo, con numerose correnti oltre a Farisei, Esseni, Sadducei e la Quarta Filosofia, tanto da essere definita "giudaismi". In questo contesto di dominio romano e declino della credibilità sacerdotale, proliferarono sette escatologiche che predicavano l'arrivo di un messia per annientare il dominio straniero e ristabilire la pace in Israele.

La figura di Giovanni il Battista, profeta popolare di ispirazione escatologica, si inserisce in questo scenario. Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni non rappresentò solo una purificazione dell'anima, ma un vero e proprio rito di passaggio e un atto di "iniziazione" al movimento del Battista, che univa la matrice escatologica a un forte sentimento politico nazionalista. Giuseppe Flavio conferma che il messaggio del Battista mirava a una restaurazione nazionale, destando preoccupazione alle autorità filo-romane.

La Crocifissione: Un Atto Politico

Le informazioni sulla morte di Gesù, sebbene moderate, suggeriscono una crocifissione come atto politico. La crocifissione non era una pena per semplici criminali, ma per ribelli e agitatori, nemici dell'Impero. Il fatto che Gesù non morì da solo, ma affiancato da due lēstaí (briganti o coloro che attuavano violenza politica contro Roma), rafforza l'idea di un'esecuzione di un gruppo dissidente.

Il titulus crucis, la tabella posta sulla croce con la scritta "Re dei Giudei", aveva un chiaro significato politico, rimarcando con ironia la regalità del galileo morente. Anche la scena della flagellazione, con le truppe romane che lo schernivano acclamandolo "re dei Giudei", evidenzia il suo ruolo politico.

Yehoshua ben Yosef: Un Dissidente Politico e Leader Carismatico

La stragrande maggioranza delle informazioni suggerisce che Yehoshua ben Yosef fosse un dissidente politico, un leader carismatico capace di attirare una moltitudine di persone insofferenti al governo romano. Sebbene i Vangeli abbiano limiti come fonte storica, coadiuvati dalla scienza storiografica, collocano Gesù nel polimorfismo religioso della Giudea del I secolo. Era un ebreo del suo tempo, uno dei tanti che, come Giovanni il Battista o Giuda, trovavano nelle masse un modo per esprimere il proprio giudaismo, spesso di stampo escatologico e anti-romano.

La morte di Gesù, così come quella di Giuda (descritto come un oppositore del regime straniero e seguace di Gesù), segnò il fallimento del progetto politico-nazionalista. Per i discepoli, la resurrezione divenne una necessità psicologica per auto-convincersi della validità degli insegnamenti del maestro, legittimando la sua predicazione come il primo israelita a rinascere nel Regno dei Cieli.

Il Gesù dei Cristiani: Un Prodotto Culturale

L'immagine del Cristo è un prodotto culturale stratigrafico, ricco di elementi mitologici, leggendari e talvolta "supereroistici", con la finalità di esaltarlo come portatore di una nuova religiosità, più matura e "vera" di quella ebraica. Tuttavia, non si nega l'esistenza di Yehoshua ben Yosef, ma si sottolinea la necessità di essere consapevoli della costruzione culturale della figura del Cristo.

La data di nascita di Gesù non è il 25 dicembre dell'anno zero, ma tra il 6 e il 7 gennaio del 6 o 7 d.C. (o dopo l'anno uno). Anche la sua "rinascita come Dio", fondamento esoterico della Pasqua Cristiana, ha un significato diverso per la tradizione ebraica.

Il Nazareno e Gamala

L'espressione "Gesù il nazoreo" (o nazareno/nazareno) nei Vangeli non si riferisce a una città di Nazareth, di cui non si trovano tracce storiche fino al IV secolo d.C. È più probabile che Gesù sia cresciuto a Gamala, una cittadina che Giuseppe Flavio menziona e a cui potrebbe essere tornato dopo la Pasqua a Gerusalemme.

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Gesù Barabba: Una Controversia Testuale

L'analisi di un testo "riveduto" del Vangelo di Matteo (Mt. 27,16-17) suggerisce l'esistenza di un "Gesù Barabba", un prigioniero famoso. Questa lettura, sebbene "strana", non ha un'origine anti-cristiana. L'aggiunta di "Gesù" prima di Barabba e l'espressione "che è chiamato Cristo" acquisirebbero maggiore senso se entrambi fossero chiamati Gesù, distinguendoli così tra "Gesù Barabba" e "Gesù il Cristo". Il termine "Abbà" usato da Gesù per rivolgersi a Dio ("Abbà, Padre", Mc. 14,36) è una traduzione letterale dell'aramaico ebraico "Figlio del Padre". Secondo questa interpretazione, Matteo avrebbe liberato "il figlio di Dio", cioè il predicatore nazoreo, condannando a morte l'aspirante Re d'Israele per lesa maestà contro l'imperatore romano.

La Resurrezione di Cristo: Un'Interpretazione Contestata

Il Vangelo di Marco, il più antico, nelle sue versioni più antiche, non menziona o riduce ai minimi termini la resurrezione di Cristo, l'evento più importante su cui si fonda il Cristianesimo. Teologi cattolici cristiani confermano che al vangelo furono aggiunti "non pochi importanti aggiustamenti" in seguito. Originariamente, il vangelo di Marco terminava al versetto 16,5-8, descrivendo il ritrovamento del sepolcro vuoto e l'annuncio di un giovane che Gesù "si è risvegliato" o "è stato destato", ma non in senso di resurrezione dalla morte come inteso oggi.

Il Corano, nel Sura IV, versetti 157-159, afferma che Gesù non fu né ucciso né crocifisso, ma "così parve loro", e che Allah lo ha elevato a Sé. Questo suggerisce un'interpretazione diversa dell'evento.

Nel Vangelo di Matteo (cap. 27), si narra che i sommi sacerdoti e i farisei chiesero a Pilato di sorvegliare il sepolcro per evitare che i discepoli rubassero il corpo di Gesù e diffondessero la voce della resurrezione. Pilato concesse le guardie solo il giorno dopo, lasciando ai discepoli tutta la notte per trafugare il corpo. Alcuni studiosi collegano questo a ossari ritrovati, tra cui uno con la scritta "Giacomo Figlio di Giuseppe Fratello di Gesù", suggerendo la presenza dei resti di Gesù e della sua famiglia.

Giulio Busi: Gesù, il Re Ribelle. Una Storia Ebraica

Giulio Busi nel suo saggio "Gesù, il re ribelle. Una storia ebraica" presenta Yehoshua ben Yosef come un rabbi itinerante, un profeta che parla per immagini criptiche, una guida basata sulla tradizione orale ebraica, un taumaturgo-guaritore, un maestro senza fissa dimora. Busi cerca di desumere l'ebraicità di Gesù dagli stessi testi evangelici, riconoscendo la complessità del contesto ebraico originale.

Gesù rifiuta l'ascetismo e la mortificazione, preferendo stare tra la gente, discutere e confrontarsi. La Galilea, terra di confine e ribellione contro l'occupante romano, fu il suo ambiente. Busi lo descrive come un esule che vagabonda di luogo in luogo, sempre a casa in un "Altrove", l'unico che lo possa accogliere.

Il Messaggio Universale di Yehoshua ben Yosef

Riccardo Petroni, nel suo libro "Yehoshua ben Yosef detto Gesù - la vera storia. La forza delle sue idee", frutto di oltre 40 anni di studi, evidenzia un profilo insolito di Gesù: una personalità affascinante e una grandezza universale del suo pensiero, antesignana della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e degli Animali. Il suo messaggio, attualissimo e tragicamente moderno, pone al centro i diritti civili, l'amore e il rispetto reciproco, soprattutto per i più deboli, i poveri, gli "ultimi" e gli "invisibili".

Yehoshua ben Yosef, un ebreo nato e morto ebreo da padre (Giuseppe) e madre (Maria) ebrea, non intendeva fondare una nuova religione, ma "dare compimento" all'ebraismo, completare le interpretazioni "operative" della Torah Ebraica. Questo è il messaggio storico legato alla sua figura, che ha segnato la storia prima e dopo di lui.

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