Il Veto Austriaco nei Conclavi e la sua Abolizione Definitiva

Introduzione: Lo "Jus Exclusivae" e il Diritto di Veto

Lo Jus Exclusivae ("diritto di esclusione") o Jus Exclusionis ("diritto di veto") è stato un "diritto", esercitato in passato, di porre il veto all'elezione di un determinato candidato al soglio pontificio. Con questo diritto, un cardinale, detto Cardinale della Corona, si faceva latore di un messaggio da parte del proprio sovrano, e con esso chiedeva al Conclave di escludere dall'elezione a papa uno dei candidati.

Questo diritto, accampato dalle monarchie europee di tradizione cattolica, non fu mai codificato ma solo tollerato. È rimasto in vigore e operante fino al 1904, quando fu soppresso da Pio X con la costituzione apostolica Commissum nobis del 20 gennaio dello stesso anno. Con tale soppressione ebbe fine un’intera stagione della storia della Chiesa e se ne aprì un’altra, completamente nuova, di libertà e di autonomia dalla politica.

Mappa storica delle monarchie europee di tradizione cattolica nel XVII-XIX secolo

Origini e Conseguenze di un'Ingerenza Laicale

Il veto, o più sbrigativamente lo "ius exclusivae", è un istituto che prende piede in età moderna con l'affermazione delle grandi monarchie europee e con il declino del papato. Fu una sorta di diritto consuetudinario che si attribuirono i sovrani cattolici di Spagna, Francia e Austria nei secoli dell'assolutismo, cioè dell'intreccio strettissimo fra trono e altare. Questa intromissione nell'elezione del Papa da parte del potere laicale ebbe inizio proprio con la richiesta dei Papi di vigilare e proteggere l'elezione. Questa protezione, vigilanza, custodia e difesa assunse man mano un volto ben diverso: una vera e propria ingerenza nell'elezione.

Roma non poté che rassegnarsi e accettare quest’ingerenza, teorizzata e difesa da autorevoli canonisti, che si configura, secondo il giudizio di Paolo Prodi, come "una forma di compartecipazione delle potenze al funzionamento della monarchia elettiva papale".

La manifestazione del veto o dell'esclusiva era solitamente esercitata dal Cardinale della rispettiva nazione di provenienza per nascita o per ministero (Spagna, Francia o Austria). Non potendosi avvalere degli ambasciatori, le tre potenze si avvalevano dei medesimi Cardinali che, potendo entrare in Conclave, erano nella miglior posizione per manifestare la volontà della loro Nazione. Il Cardinale riceveva ufficialmente dall'ambasciatore o dal Re medesimo l'incarico di presentare il veto o l'esclusiva. Egli poteva manifestare personalmente a tutti i membri del Collegio, recandosi nelle celle dei singoli Cardinali, la volontà della sua Nazione, oppure poteva darne comunicazione al Decano del Sacro Collegio, affinché potesse darne comunicazione in forma orale o scritta ai Cardinali elettori.

Gran parte dei conclavi del Seicento e del Settecento sono caratterizzati dal veto dell'uno o dell'altro Governo contro l'elezione a Papa di un cardinale sgradito; cosa che determinò, come conseguenza quasi inevitabile, la scelta ininterrotta di pontefici italiani, dato che le esclusioni reciproche rendevano impossibile l'elezione di prelati provenienti dalle grandi potenze continentali. Ed è anche, probabilmente, l’istituto del veto che spiega la minuzia con cui i Pontefici regolarono sempre lo svolgimento dei conclavi. In presenza di interferenze esterne così marcate, solo il rigoroso rispetto delle regole, anche le più minute, poteva mettere il papato al riparo dal rischio di contestazioni o di accuse di illegittimità.

Il veto sopravvisse tanto al crollo dell'antico regime, facendosi sentire tanto nel conclave del 1846, da cui uscì Papa Pio IX, quanto alla fine dello Stato Pontificio. La bolla *Aeterni Patris Filius* (15 novembre 1621) vietava ai cardinali di cospirare contro un candidato, ma non condannava il diritto di esclusiva.

Il Contesto Politico del Conclave del 1903

L'ultima volta che il veto venne esercitato fu nel 1903, alla morte di Leone XIII. Durante il suo lungo pontificato (1878-1903), Leone XIII era riuscito a districare il cattolicesimo dalle secche dell'intransigenza antiliberale e antimoderna che aveva caratterizzato il regno del suo predecessore, Pio IX. L'enciclica *Rerum novarum*, del 1891, è il documento più significativo di questa sua azione di rilancio morale e sociale della Chiesa. Tuttavia, l'aveva anche pericolosamente esposta ai venti della grande politica internazionale, soprattutto dopo il 1882, l'anno in cui Germania, Austria-Ungheria e Italia avevano stipulato la Triplice Alleanza.

Questa alleanza fu percepita oltre Tevere come pericolosamente antivaticana, dato che segnava l'ingresso dell'Italia nella politica internazionale e il suo riavvicinamento a Vienna, l'ultima potenza cattolica del continente, dalla quale il Pontefice si aspettava ben altra condotta. La Santa Sede temeva che, se la Triplice si fosse consolidata e l'Italia sempre più inserita nel suo meccanismo, la soluzione della questione romana, che era il "primum" della politica vaticana, sarebbe diventata sempre più difficile.

Da quel momento la linea della Santa Sede fu dominata dall'idea di far fallire la Triplice e di rompere l'isolamento di cui si sentiva prigioniera. L'unica via parve quella dell'avvicinamento alla Francia e successivamente alla Russia, le due potenze che tra il 1891 e il 1894 stipularono un'intesa reciproca proprio in funzione antitriplicista. Il gioco della Santa Sede era difficile e rischioso: la sua posizione internazionale era debolissima, le spinte antivaticane dovunque molto forti, le opposizioni, anche in ambito cattolico, molto vive.

Leone XIII dovette scrivere numerose encicliche per far digerire ai cattolici francesi, tutt'altro che entusiasti della Terza repubblica, il suo avvicinamento al governo parigino. L'esecutore di questa politica leoniana, azzardata e anche avventurosa, fu un grande prelato, Mariano Rampolla del Tindaro, che Leone nel 1887 chiamò a Roma dalla nunziatura di Madrid - dove aveva come assistente il giovane Giacomo della Chiesa, futuro Benedetto XV - elevò al cardinalato e promosse Segretario di Stato.

Nelle condizioni in cui si trovava la Chiesa, non bastò un grande segretario di Stato per realizzare una politica molto probabilmente sproporzionata rispetto alle possibilità della Santa Sede. Le grandi potenze ancora condizionavano i rispettivi cardinali e tutte le cancellerie ebbero perciò modo, nella lunga fase di invecchiamento di Leone XIII, che faceva continuamente temere il suo decesso (morirà a novantatré anni), di affinare le armi in vista del conclave, impartendo precise istruzioni ai grandi elettori e risfoderando - con l'Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe - l'antico, desueto, ma ancora operante e in vigore diritto di veto. La Santa Sede aveva fatto troppa politica e la politica, quella vera, la ripagava ora con la stessa moneta.

Foto di Leone XIII e Mariano Rampolla del Tindaro

Il Conclave del 1903: L'Ultimo Veto Austriaco

Il conclave, l'ultimo della storia realmente dominato dagli interessi delle potenze civili, si aprì il 31 luglio del 1903, undici giorni dopo la morte di Leone XIII (Gioacchino Pecci). Durò fino alla mattina del 4 agosto e vi parteciparono 62 porporati elettori. Due furono assenti per impedimento: il cardinale Patrick Francis Moran, che non giunse in tempo da Sidney, e il novantenne Michelangelo Celesia, gravemente malato, che morì l'anno successivo. La composizione del collegio elettorale rifletteva un'impostazione allora completamente eurocentrica della Chiesa, con l'unico cardinale non proveniente dal Vecchio Continente, lo statunitense James Gibbons, arcivescovo di Baltimora.

Il conclave ruotò interamente attorno alla figura di Rampolla, che alla fine ne uscì stritolato. Il Collegio cardinalizio si trovò davanti alla candidatura "forte" dell'ex segretario di Stato, cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, unica figura nota internazionalmente e fautore di una politica nettamente contraria alla Germania, all'Austria-Ungheria e all'Italia, riavvicinando la Santa Sede alla Francia e alla Russia. Era quindi il candidato "unico" della Francia e lo "spauracchio" delle nazioni della Triplice Alleanza. La sua ascesa era favorita dalla maggior parte dei cardinali francesi, ma era osteggiata dall'Austria per la sua politica di sostegno alle aspirazioni degli slavi in fermento nei Balcani. Il nome di Rampolla si affermò nei primi tre scrutini, ma l'intervento di uno degli elettori ne arrestò la corsa.

La mattina del 2 agosto, dopo aver prima informato Rampolla, a portare in conclave il veto dell'imperatore d'Austria, Francesco Giuseppe, fu l'arcivescovo di Cracovia (allora austriaca), il cardinale Jan Maurycy Paweł Puzyna de Kosielsko. Con un fil di voce e una formulazione chiaramente infelice, visto che c’era ben poco di cui "farsi onore", pronunciò la fatidica dichiarazione, in un latino incerto e con voce tremula, le cui parole iniziali erano:

«Honori mihi duco, ad hoc officium jussu altissimo vocatus, humillime rogare vestram Eminentiam, prout Decanum Sacri Collegii Eminentissimorum Sacrae Ecclesiae Cardinalium et Camerarium S. R. E. Autore del veto fu l’imperatore d’Austria. Ma molti elementi fanno pensare che a muovere Vienna sia stata la lobby polacca, dato che latore in conclave del veto fu un cardinale polacco e che il ministro degli esteri di Vienna, Agenor Goluchowski, era pure polacco. I polacchi forse temevano che un pontificato Rampolla avrebbe ulteriormente avvicinato la Santa Sede alla Russia, con la quale Roma aveva già aperto relazioni diplomatiche nel 1895, rinviando a chissà quando la soluzione della loro questione nazionale.»

Subito dopo, sia il camerlengo che lo stesso Rampolla protestarono. Tutti si associarono, considerando assurda e inopportuna l'ingerenza. Grande fu lo sdegno tra il collegio elettorale, parte del quale in segno di protesta non cessò di esprimere la propria preferenza per Rampolla. Ciononostante, quella mattina, nella votazione, l'ex segretario di Stato di Leone XIII non guadagnò neanche un voto rispetto ai 29 della sera prima. I retroscena di quel veto, il più dirompente e clamoroso ma anche l’ultimo della storia, non sono ancora del tutto chiari, anche se molto è stato scritto. Non è neppure escluso che dietro la mossa di Vienna ci sia stata, più prosaicamente, un'imbeccata del Governo italiano, che non gradiva l'elezione a Papa di un cardinale che era stato tanto attivo sulla scena politica europea e molto poco amico di Roma.

Delpini contro il Papa per la nomina a cardinale del vescovo di Como

L'Elezione di Giuseppe Sarto (Pio X)

Mentre la candidatura di Rampolla tramontava, il patriarca di Venezia, il cardinale Giuseppe Sarto, nato cittadino austriaco nel 1835 in provincia di Treviso, cominciò a guadagnare voti. Già al primo scrutinio, Sarto ottenne 5 voti, salendo a 10 nel pomeriggio e a 21 dopo il veto. Sarto, che dall'inizio alla fine cercò di convincere i colleghi della sua inadeguatezza, commentò l'ascesa dei suoi voti dicendo: "Volunt iocari supra nomen meum", vogliono divertirsi sul mio nome. Insistette: "È sicuro che non accetterò mai il papato, per il quale mi sento indegno. Chiedo che gli eminentissimi dimentichino il mio nome." Parole considerate come una doccia fredda dai suoi sostenitori, che non intendevano eleggerlo per poi sentirsi dire che non accettava. Un cardinale francese volle accertarsi della sua idoneità chiedendogli se parlasse la sua lingua. Sarto, rispose ovviamente di no, pur avendo studiato il francese a Padova e leggendo correntemente opere in francese. Si sentì quindi rispondere: "Non loqueris gallice? Ergo non es papabilis, siquidem papa debet gallice loqui" (Non parli francese? Allora non sei papabile, perché il papa deve parlare francese).

Di fronte a questa situazione di stallo, il cardinale Ferrari, tra gli altri, tentò di convincere Sarto, che però resisteva: "Mi sento impari a tanto peso. Non è possibile che io me lo sobbarchi… Io avrò i primi nemici fra i più vicini; quelli stessi che mi portano li conosco bene, non possono esser benevoli…". Decisivo in quelle ore fu l'intervento del cardinale Francesco Satolli, che, incontrando Sarto mentre usciva dalla cella, lo rimproverò: "Vostra eminenza vuol resistere alla volontà di Dio manifestata così apertamente dal Sacro Collegio…". Sarto finalmente capitolò. Alzò le mani in segno di resa e affermò: "Sia fatta la volontà di Dio".

La notizia si trasmise subito di bocca in bocca nel conclave. La mattina del giorno dopo i cardinali francesi, irritati dalla resistenza di Rampolla, passarono dalla parte di Sarto che, anche grazie a loro, ottenne 50 voti (ne occorrevano 42), mentre Rampolla ne ottenne 10 e Gotti 2. L'eletto rispose alla domanda di rito: "Quoniam calix non potest transire, fiat voluntas Dei [Poiché il calice non può passare, si compia la volontà di Dio]. Fiducioso nella protezione divina e dei santi apostoli Pietro e Paolo e dei santi pontefici che si sono chiamati col nome di Pio, soprattutto di quelli che strenuamente nel secolo scorso combatterono contro le sette e gli errori dilaganti, assumo il nome di Pio X."

Sia come sia, dal 4 agosto Sommo Pontefice fu Giuseppe Sarto - che prese il nome di Pio X - e non Mariano Rampolla del Tindaro. Nei suoi undici anni di regno, Pio X realizzò molte riforme che cambiarono il volto della Chiesa, dal rifacimento della Curia alla creazione del *Codex iuris canonici*.

Ritratto di Papa Pio X

L'Abolizione Definitiva del Veto

La prima riforma cui Pio X mise mano fu proprio l'abolizione del diritto di veto, cioè dell'istituto cui doveva l'elezione. I predecessori di Sarto, pur considerando quest'istituto anacronistico, superato e pericoloso, avevano preferito soprassedere, temendo, da parte dei Governi titolari di tale diritto, reazioni politiche che avrebbero ulteriormente isolato la Santa Sede. Ma dopo il conclave d'agosto la misura parve colma e Pio X affrontò la questione con la stessa determinazione di cui darà prova in tutti i successivi atti di governo.

Affidò il problema a una commissione cardinalizia preparata e istruita dalla Sacra Congregazione per gli Affari Straordinari, allora presieduta da Pietro Gasparri, che a sua volta incaricò un giovane minutante allora ventisettenne di studiare la pratica e di preparare un dossier. Quel minutante si chiamava Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, che nel 1954 canonizzerà Pio X riconoscendone la santità. La conclusione cui giunse Pacelli, nello studio che presentò a fine dicembre, era inequivocabile: "Se il veto delle Potenze cattoliche poteva essere tollerato dalla Santa Sede al tempo del principato civile dei Papi, con la caduta del potere temporale esso diventa inaccettabile arbitrio e ingiustificata ingerenza nella vita interna della Chiesa, e come tale deve essere decisamente abrogato."

La commissione cardinalizia, della quale faceva parte anche Rampolla, che si astenne dall'intervenire alla riunione decisiva, fece proprie le conclusioni di Pacelli e suggerì al Papa di intervenire. Lo strumento lo impose Pio X il giorno seguente, nell'udienza che concesse a Gasparri, scegliendo la forma più alta e giuridicamente vincolante: la costituzione apostolica. Nacque così la costituzione Commissum nobis del 20 gennaio 1904, che condannava nella forma più solenne ogni intervento esterno nei lavori del conclave, anche "sotto forma di semplice desiderio", e prevedeva la scomunica *latae sententiae* (cioè automatica) per chiunque, cardinale o semplice conclavista, se se ne fosse fatto interprete o latore o mediatore. Il documento, quale fonte ufficiale, tolse ogni dubbio: l'eventuale concessione fatta attraverso un silenzio assenso, che avrebbe costituito un diritto consuetudinario, non aveva fondamento, anche perché nessuno mai aveva ricevuto ed esercitato tale diritto con l'approvazione della Chiesa Romana.

Pio X tornò sull'argomento alla fine dell'anno con una seconda costituzione, Vacante sede apostolica (25 dicembre 1904), che ribadiva il precedente documento, e quindi la soppressione del diritto di veto, e riformava l'intero istituto del conclave, modificando le modalità di espressione del voto - scomparve allora l'antica e complicatissima votazione "per accesso" - e prevedendo, fra le altre cose, norme rigidissime e perentorie in materia di segretezza. Con questi due provvedimenti di Pio X la Chiesa - dopo secoli di interferenze politiche, civili e secolari che ne avevano mortificato la libertà e menomato il prestigio - si riappropriava del momento più alto e solenne della sua vita: l'elezione del Papa.

Scan della Costituzione Apostolica Commissum nobis

Conclave del 1903: Peculiarità e Sfide

Ripercorrendo a ritroso la storia fino a quella memorabile estate del 1903 in cui, al riparo dalla calura, nella Cappella Sistina si svolsero i sette scrutini, emergono evidenti le divergenze con le regole attuali del Conclave. L'archivista vaticano di origini argentine, Alejandro Mario Dieguez, precisa che il conclave era allora disciplinato da norme molto meno precise di quelle attuali. Anzitutto era molto difficile garantire la riservatezza dell'adunanza cardinalizia perché il Vaticano non era ancora la Città-Stato che conosciamo oggi, frutto della mente di Pio XI, ma una congerie disordinata di palazzi aperti e mal controllati, esposti alla sorveglianza dei servizi informativi italiani ed esteri. Tanto che Leone XIII mantenne aperta la possibilità di far eleggere il suo successore lontano da Roma: o a Malta, o in Spagna o all'abbazia benedettina di Einsiedeln in Svizzera, per proteggere l'elezione del Papa da pressioni politiche.

Logisticamente poi, prima della costruzione della Casa Santa Marta nel 1996 - per volere di san Giovanni Paolo II, destinata ad accogliere i cardinali radunati in Conclave - anche la loro sistemazione era un problema: le celle venivano ricavate anche in uffici, spogliatoi o abitazioni degli inservienti pontifici, disseminati all'interno dei Palazzi Apostolici. Per quanto riguarda la segretezza e la libertà delle votazioni avvenute nella Cappella Sistina, mentre oggi si fa affidamento alla tecnologia con disturbatori di segnale per blindare le adunanze e scongiurare fughe di notizie, nel Conclave del 1903 si pensò che bastasse installare un solo apparecchio telefonico collegato con l'esterno, a disposizione del segretario del Conclave Rafael Merry del Val. Non mancarono sospetti che le notizie potessero filtrare per altre vie, come la concessione fatta al cardinale Kolos Vaszáry, Primate di Ungheria, di farsi cucinare i pasti dal suo cuoco personale, introdotti in Conclave da un ussaro attraverso il sistema delle ruote.

Con la costituzione apostolica del 1904, Pio X pose anche rimedio a un'altra criticità emersa durante il Conclave che lo aveva eletto: il pullulare di diari, memoriali e relazioni scritte dai partecipanti, la cui diffusione, vietata in seguito al provvedimento di Papa Sarto, permise di ricostruire, quasi ora per ora, quanto avvenuto nel ritiro della Sistina e molti dettagli dell'attività dei cardinali prima e durante il Conclave. Oltre al cardinale Andrea Carlo Ferrari, arcivescovo di Milano, che scrisse un diario o resoconto segreto reso pubblico dopo la sua morte, anche i porporati della Curia Romana Francesco di Paola Cassetta e Domenico Ferrata, lo statunitense James Gibbons e Georg von Kopp, Adolphe-Louis-Albert Perraud, François-Marie-Benjamin Richard e Domenico Svampa, rispettivamente vescovi o arcivescovi di Breslavia, Autun, Parigi e Bologna, lasciarono ai posteri memorie su quanto avvenuto nel segreto di quelle calde giornate agostane. Dalle carte conservate nell'Archivio Apostolico Vaticano è possibile ricostruire le vicende di quelle consultazioni nella Cappella Sistina.

Alejandro Mario Dieguez ricorda ad esempio il disappunto dei cardinali quando "nella seconda congregazione generale fu distribuita una scheda per lo scrutinio perché imparassero a usarla: la cosa era tanto ovvia che i porporati si risentirono, credendo di trovarsi all'asilo infantile". C'è poi il caso di un elettore italiano "affetto da 'anemia cerebrale', dalla quale guarì prodigiosamente anni dopo: votò *Neminem eligo*, ovvero 'non scelgo nessuno' in tutti gli scrutini, quindi un voto in bianco continuo". Tanti gli aneddoti e le cronache legate a quel Conclave svoltosi tra il 31 luglio e il 4 agosto.

Interno della Cappella Sistina durante un conclave (illustrazione d'epoca)

Archivi e Ricostruzioni Storiche

L'Archivio Apostolico Vaticano custodisce documenti dei secoli dal XV al XIX nell'Archivio Concistoriale, mentre per gli ultimi due secoli la serie della Segreteria di Stato denominata "Morte dei Pontefici e Conclavi" raccoglie le norme e tutti i documenti emanati per la loro organizzazione, con gli elenchi dei cardinali elettori, le piantine sull'alloggiamento dei cardinali nel Palazzo Apostolico e persino degli esemplari di schede per la votazione. Da queste fonti, studiosi come Luciano Trincia hanno potuto analizzare dettagliatamente il veto a Rampolla nel sistema delle potenze europee.

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