"Assassinio nella cattedrale" è un'opera teatrale di grande impatto, scritta dal celebre poeta e drammaturgo Thomas Stearns Eliot. Il dramma mette in scena l'assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, che si oppone al re per le sue pretese di controllare e dominare la Chiesa. Il personaggio di Becket è trattato con profonda umanità, non come un eroe mistico, ma come un individuo vulnerabile. Becket, pur mostrando fragilità, supera le varie prove che gli si presentano, e la sua morte diventa una testimonianza di martirio che verrà ricordata dal popolo.
Contesto Storico e Tematico dell'Opera
Eliot ambienta la sua opera nell'epilogo delle vicende storiche che videro contrapporsi Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, e Enrico II, re d'Inghilterra, nel dicembre del 1170. In passato, Thomas Becket era stato un grande amico e consigliere del re, il quale lo aveva nominato suo cancelliere. Tuttavia, dopo la sua ascesa alla carica di arcivescovo e primate d'Inghilterra, Becket si trovò a prendere le distanze dal monarca.
Becket sosteneva fermamente la superiorità della legge divina su quella promulgata ed esercitata dall'organizzazione dello stato, che aveva nel re il suo punto più elevato e nella nobiltà il suo punto di forza. Questo profondo contrasto costrinse Becket all'esilio in Francia, dove trovò protezione e amicizia nel re di Francia Luigi VII e un'importante alleanza con papa Alessandro III.
Il capolavoro di Eliot rappresenta una testimonianza senza tempo sul rapporto fra opposti nel cuore della civiltà occidentale: Potere Temporale e Potere Spirituale, Ragione e Fede, Individuo e Stato. Il dramma evidenzia anche lo iato fra la micro e la macro Storia, fra la grande vicenda dell'Umanità e la vicenda privata di ciascuno di noi. L'ambiguità del Potere e del suo Sistema nel rapporto con gli individui emerge chiaramente: manipolatorio, ricattatorio e inafferrabile. È una costante dell'infingimento e della manipolazione del Sistema, che indirizza i destini di interi popoli apparentemente senza coercizione, ma promuovendo libertà e democrazia.

Non a caso, rappresentato nel 1935 proprio nei luoghi della vicenda reale, il dramma sembrava allora narrare più l'ascesa e il pericolo del nazismo che le vicende dei Plantageneti. Questa "trasversalità" storica e "atemporalità" consente di togliere la matrice specifica al conflitto, restituendola a una dimensione più generalmente estesa.
L'Arrivo a Canterbury e il Coro
Il lavoro teatrale di Eliot inizia proprio al momento dell'arrivo di Thomas a Canterbury, dopo sette anni di permanenza in Francia. All'inizio del dramma, un coro di donne lamenta che l'arrivo dell'arcivescovo sia foriero di disgrazie. La sua assenza dal suolo inglese era infatti coincisa con un periodo di pace e sicurezza, durante il quale la povera gente poteva adempiere alle proprie attività senza timori. Le donne cantano: “Contente - se nessuno si cura di noi”.
D'altro avviso sono i preti, che dopo sette anni vedono terminare la lunga assenza del loro superiore. Essi sperano che l'imperio del re e della nobiltà avrà finalmente termine, e che la Chiesa riprenderà il suo ruolo nella società. Tuttavia, si chiedono, quale sarà il rapporto dell'arcivescovo con il re?
Il Messaggero, che annuncia l'arrivo dell'arcivescovo, parla di una situazione "rabberciata". Ciò crea ulteriore sgomento fra le donne, ma i preti le sgridano, sostenendo che l'arcivescovo, tornando, restituirà alla Chiesa il suo ruolo e tutti coloro che vivono al suo interno ne saranno compartecipi.
Le Quattro Tentazioni di Becket
Becket, come Enrico II, è profondamente vulnerabile, una fragilità che viene sapientemente esplorata attraverso le figure dei quattro tentatori. Essi rappresentano momenti diversi della vita dell'arcivescovo e le diverse sfide che ha dovuto affrontare, in particolare la tentazione del martirio, che si rivela la più subdola.
Il Primo Tentatore: I piaceri del passato
Il primo tentatore ricorda a Thomas la piacevole vita che conduceva ai tempi del suo cancellierato, quando godeva dell'amicizia del re e disponeva di tutte le ricchezze necessarie. In quel periodo, Thomas non si mostrava particolarmente severo nei confronti dei peccatori. Il tentatore lo esorta a riconquistare l'amicizia del sovrano per potersi riappropriare dei piaceri terreni che tale amicizia gli consentiva. La risposta di Thomas è categorica: non serve a nulla rievocare il passato, poiché il tempo scorre e ciò che è stato non potrà essere rievocato una seconda volta.
Il Secondo Tentatore: Il potere temporale
Compare il secondo tentatore, il quale ricorda a Thomas il grande potere che aveva come cancelliere. La sua nomina ad arcivescovo lo aveva indotto ad abbandonare la carica e il potere che ne derivava, per dedicarsi esclusivamente alla vita spirituale. Questo, suggerisce il tentatore, è stato un errore, poiché il potere è presente e tangibile, mentre la santità è postuma. Egli esorta Thomas a ritornare al potere, e alla domanda di Thomas su come ottenerlo, il tentatore risponde che occorre una certa sottomissione, ovviamente nei confronti del re. Solo subordinandosi al re, secondo il tentatore, potrà avere ragione dei baroni che nel contesto attuale hanno recuperato il loro potere. Thomas non accetta: il potere temporale può certamente influire sul benessere della gente e sull'ordine costituito, ma ora egli ha il potere che proviene dalla Chiesa, un potere superiore a quello temporale. Agisce in nome del papa per la salvezza delle anime e rifiuta di inchinarsi al re per passare da un potere superiore a uno inferiore.

Il Terzo Tentatore: L'alleanza con i baroni
Il terzo tentatore approva l'intransigenza di Thomas. A differenza del secondo, lo sollecita a mantenere l'opposizione al re e, per avere maggior forza, ad allearsi con gli esponenti della nobiltà, che dall'autoritarismo centrale del re si sentono danneggiati. Afferma: “I re non sopportano altro potere oltre il proprio. La Chiesa e il popolo hanno buone ragioni contro il trono”. Thomas risponde che egli non è contro il re e certamente non si fida di chi vuole distruggerlo.
Il Quarto Tentatore: Il martirio per gloria personale
Oltre i tre tentatori attesi, ne compare un quarto, il cui tema è di più difficile soluzione. Egli mette sul piatto la gloria della santità e approva senza mezzi termini la condotta di Thomas. Sostiene che Thomas non può fidarsi del re, il quale si era fidato di lui nominandolo cancelliere, e ora si sente tradito. Un re, argomenta, non può fidarsi due volte della stessa persona, quindi è inutile cercarne l'amicizia. Allo stesso modo, non può allearsi con i baroni, i quali pensano solo al loro profitto e sono spesso in lotta fra loro. La via giusta, dunque, è quella intrapresa. In sostanza, gli dice: “tu hai le chiavi del cielo e dell’inferno, hai il potere di sciogliere e legare… Tu che possiedi questo potere, mantienilo”.
Ma Thomas si rende conto che tutto questo non porta da nessuna parte. La ruota gira, le cose sono destinate a dissolversi, e questo potere finisce per essere un potere temporale, non certo quello che Dio vuole. Allora il tentatore gli pone l'ultimo grande problema: questo potere, se perseguito, porta al martirio, che è la gloria eterna. I troni cadono, ma la gloria della santità è il vero premio. Thomas capisce che se questa visione, che sente al suo interno come un desiderio, dovesse prevalere, non sarebbe un adempimento alla volontà di Dio, ma solo la ricerca di un proprio interesse, seppur di alto livello. Il destino di Thomas si va così definendo: abbandonati i piaceri dell'esistenza, il senso del potere terreno e respinto anche l'ultimo tradimento - quello di “compiere l'azione giusta per la ragione sbagliata” - gli resterà un percorso di sofferenza e di morte. Il fine di questo percorso è la gloria di Dio, e il prezzo sarà pagato non solo da lui, ma anche dal popolo.
Il Sermone di Natale e la Pace di Cristo
Siamo nella Cattedrale di Canterbury, è il 2 dicembre 1170, gli ultimi giorni dell'arcivescovo Thomas Becket, di ritorno dalla sua permanenza in Francia durata sette anni. Nell'interludio tra il I e il II atto, che corrisponde temporalmente alla mattina di Natale, Becket tiene un lungo sermone sul tema, con allusioni alla morte che sente oramai imminente.
Le ORRIBILI Ultime Ore di Thomas Becket - OMICIDIO nella CATTEDRALE
È Natale. Nel discorso viene portata alla luce l'esistenza dei due sentimenti contrastanti che albergano nell'animo dell'uomo giusto: la gioia e il dolore. Proprio a Natale questi due sentimenti trovano composizione: la gioia per l'anniversario della nascita del redentore, e il dolore per il suo sacrificio che si rinnova nell'ambito della Messa. Così gioia e dolore si realizzano anche nel giorno successivo, quello di Santo Stefano, il primo martire. Dolore per la sua morte, gioia per la consapevolezza che egli gode della vista di Dio nei cieli. E così sarà per tutti i martiri, che continueranno a esserci.
Becket sottolinea che Cristo disse all'uomo: "Vi porto la pace". Ma la sua pace non è quella terrena, la pace fra le nazioni che non si fanno guerra, la pace degli uomini che vivono in ben pasciute famiglie. È una pace più profonda e spirituale.
L'Assassinio e la Giustificazione dei Cavalieri
Si giunge così al quarto giorno dopo Natale, il 29 dicembre. A Canterbury arrivano quattro cavalieri. Vogliono parlare con l'arcivescovo in nome del re. I frati li accolgono con gentilezza, ma i quattro cavalieri sono molto irritati e determinati. Appena sono davanti a Thomas, lo accusano di aver tradito la fiducia che il re aveva posto in lui e gli rinfacciano la sua umile origine. La risposta di Thomas è aspra: "non siete venuti per portarmi un messaggio del re, ma per insultarmi e bestemmiare. Io non risponderò. Se c’è un’accusa del re nei miei confronti - ribadisce - io mi discolperò pubblicamente."
I cavalieri vogliono che egli si discolpi “qui ed ora”, senza attendere un processo pubblico. Gli elencano quelli che essi giudicano i suoi misfatti:
- Non aver espresso gratitudine al re per essere stato riaccolto in Patria dopo sette anni di volontario allontanamento e dopo essere stato reintegrato nel suo titolo. Non solo, ma di aver fomentato discordie e denigrato il re presso il re di Francia e presso il papa.
- Aver scomunicato i vescovi che hanno convalidato l'incoronazione del figlio del re.
Thomas nega la prima accusa, nel senso di essersi sempre dimostrato un suddito fedele, a parte il suo stato nella Chiesa; e per quanto riguarda la seconda accusa, la scomunica proviene dal papa, ed egli ne è stato solo uno strumento. I cavalieri non si placano e gli intimano di lasciare l'Isola in nome del re. Thomas rifiuta: è stato sette anni lontano dal suo popolo, e niente, neppure la morte, ora potrà impedirgli di stargli vicino. Becket ribadisce di essere disposto a morire.
I preti si rendono conto della serietà della situazione e impongono a Thomas di rifugiarsi. Si trasferiscono all'interno della Cattedrale dove Thomas si dedicherà alle sacre funzioni. I frati sbarrano la porta del tempio, ma Thomas ordina loro di riaprirle, accogliendo il suo destino.
La giustificazione dei Cavalieri al popolo
Usciti sulla piazza, dopo l'omicidio, i cavalieri si rivolgono al popolo. Essi sono consapevoli che la gente avrà pietà per l'arcivescovo e disprezzerà loro, che in quattro, armati, hanno ucciso un uomo disarmato. Il Cavaliere che prende la parola cerca di giustificare l'azione, sostenendo che una simile interferenza da parte di un Arcivescovo offende i sentimenti di un popolo. Egli afferma che il dissenso nasce solo sulle misure adottate per rimettere le cose a posto, e che nessuno più di loro si rammarica di aver dovuto per necessità ricorrere alla violenza.
Il Cavaliere prosegue argomentando che vi sono tempi in cui la violenza è l'unico modo per assicurare giustizia nella società. In tempi diversi, l'Arcivescovo sarebbe stato condannato da un voto espresso dal Parlamento e poi giustiziato come traditore. Se oggi si è arrivati a una giusta subordinazione delle pretese della Chiesa al superiore interesse dello Stato, è stato grazie a loro che hanno fatto il primo passo. Essi non furono altro che degli strumenti per raggiungere quell'assetto politico che il popolo oggi approva, servendo i suoi interessi e meritando il suo plauso. Conclude che, se c'è una qualsiasi colpa in questo affare, il popolo deve condividerla con loro.
I cavalieri presentano le loro motivazioni in tre punti:
- Assenza di guadagno personale: I quattro cavalieri non hanno guadagnato nulla da questa azione. Il re Enrico dovrà comportarsi in merito come impongono le circostanze del governo.
- Conflitto di interessi: Lo scopo del re è quello di governare il paese, mentre quello dell’arcivescovo è di governare gli interessi della Chiesa, anche contro gli interessi del Paese. In condizioni normali, ciò avrebbe comportato un processo all'arcivescovo e la condanna a morte per tradimento.
- Volontà dell'arcivescovo: L’arcivescovo stesso, con i suoi atti, ha dimostrato di voler essere ucciso: non è fuggito, quando avrebbe potuto farlo; ha aperto le porte della chiesa quando i suoi sacerdoti le avevano chiuse per proteggerlo; non ha lasciato loro, esaltati dall'asperità del contrasto, il tempo di far sbollire l'ira. Di fatto, con i suoi atti ha dimostrato di volere la morte.
