La città campana, Napoli, si distingue come la capitale italiana delle immagini e delle scritte incise sulla pelle, un vero e proprio universo di storie e significati. Qui, mostri, madonne, calciatori, arabeschi, animali e nomi si fondono in un campionario immenso di simboli.
Napoli: Capitale del Tatuaggio e la Devota Iconografia
Ogni tatuaggio fatto a Napoli racchiude un mondo. Ad esempio, Luigi, un ex marinaio diventato pizzaiolo, ha una Madonna tatuata per ogni viaggio compiuto. La più grande e significativa tra queste è la Madonna dell’Arco, raffigurata in stile barocco e di dimensioni imponenti sulla sua schiena. Altri esempi testimoniano la profonda connessione tra fede e identità, come Gigino, sessantenne dal Bùvero, un rione popolare di Napoli, che si è fatto tatuare gli stemmi vaticani in occasione dell'elezione di Papa Giovanni Paolo II.
Il campionario di immagini e significati all’ombra del Vesuvio è vastissimo, una sorta di cabala scritta su pelle che spazia da simboli della malavita a dichiarazioni di fede calcistica. Tra queste, le icone sacre rivestono un ruolo fondamentale: rosari, edicole votive, Madonne con bambino o con il cuore trafitto, il Cristo coronato di spine e il Cristo redentore, e ancora santi e protettori. Questi tatuaggi sono atti di devozione e promesse di riscatto, immagini propiziatorie, in cui la scaramanzia napoletana si mescola alla religione, il sacro con il profano. Il memento mori, rappresentato dal teschio, è un’iconografia ricorrente per esorcizzare la paura della morte, fungendo da talismano con valenze apotropaiche.
Il "Napoli Ink Project": Un Ritratto della Cultura del Tatuaggio Partenopeo
Questo fenomeno è stato approfondito da due autori, Rocky Casale, giornalista americano per il “New York Times”, e Giuseppe Di Vaio, fotografo napoletano, classe 1981 ed esperto di street photography. Insieme hanno ideato il “Napoli Ink Project”, un’iniziativa che da luglio li ha visti incontrare e fotografare il popolo dei tatuati nella città di Napoli. Il loro percorso si è esteso dai Quartieri Spagnoli a Posillipo, dal Rione Sanità a Secondigliano e fino a Pozzuoli.
Ogni foto del progetto è un ritratto della persona e del luogo in cui vive, catturando corpi disegnati e scorci di Napoli. Le immagini, scattate tra i vicoli e le pedamentine storiche, in periferia e sul mare di Posillipo, alla fermata dell’autobus e dentro una stanza, compongono centinaia di frammenti di membra istoriate sullo sfondo di una Napoli sempre diversa. Questa galleria inedita in bianco e nero ambisce a diventare un libro e una mostra itinerante. Finora, i due hanno fotografato più di duecento persone, uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale, documentando padri con il nome del figlio scritto su un braccio, donne che si imprimono poesie, nostalgici innamorati di Maradona, di Sofia Loren e di Totò.

Il Tatuaggio come Espressione di Identità e Narrazione Personale
La ricerca di Casale e Di Vaio documenta il dilagare di un fenomeno che in Italia vanta quasi sette milioni di tatuati, corrispondente al 12,8 per cento della popolazione, secondo una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità. Il fenomeno è prevalentemente meridionale, con solo un tatuato su quattro residente nel Nord Italia, confermando Napoli come la capitale italiana dei corpi scritti o dipinti.
Un tempo il tatuaggio era considerato segno di emarginazione e trasgressione, retaggio di una vita dissoluta o codice criminale. Oggi è diventato tendenza, vezzo e ornamento, una forma di espressione corporea. Sociologi e antropologi concordano sul fatto che il tattoo sia un modo per comunicare qualcosa, sia un’appartenenza che un bisogno interiore, talvolta persino un modo per esorcizzare paure. Secondo David Le Breton, antropologo e professore all’Università di Strasburgo, i tatuaggi sono "protesi identitarie". Segnare la pelle in maniera indelebile esprimerebbe la volontà di affermare la propria identità, di scrivere il proprio diario personale, di dar voce al proprio sentire, talvolta con un valore terapeutico. Con l’inchiostro che entra nella carne e nel sangue si scrivono sogni erotici e promesse di vendetta, si ricordano date, anniversari, i propri cari estinti; si grida amore e odio, ci si assicura benevolenza e protezione. Il corpo si costituisce come archivio della propria vita, e l’epidermide è concepita come pagina bianca su cui scrivere.
Napoli - Tattoo Fest 2017 alla Mostra d'Oltremare (13.05.17)
La Varietà Iconografica Napoletana
Fatte salve le origini e le componenti arcaiche e mistiche dei tatuaggi, oggi prevale il fenomeno di massa e la fascinazione moderna che spinge milioni di persone a non fermarsi a un solo tattoo. Per molti è una passione incontenibile che invade e colora l’intero corpo, un’ennesima forma di bulimia contemporanea.
La devozione al Calcio Napoli rappresenta un capitolo a sé, esprimendosi in accorate dichiarazioni di fede scritte sul braccio o sulla coscia con i colori e l’immagine della squadra, con frasi come “orgoglio partenopeo” o “finché morte non ci separi”. I bestiari sono un evergreen, tra fantasy e realismo, con draghi sputafuoco, serpenti, unicorni e sirene, aquile e squali, ma anche delfini, gabbiani, farfalle e coccinelle. Non mancano le influenze esterne: «Gli ideogrammi giapponesi prevalgono sui corpi di Scampia», dicono Casale e Di Vaio, a dimostrazione che ogni quartiere ha le sue mode e i suoi linguaggi.
La scelta del tatuaggio è profondamente personale: c’è chi ostenta e chi nasconde. «Abbiamo fotografato tatuaggi enormi e segni minimali nascosti dietro la nuca o tra le falangi di una mano». L’importante, piccolo o grande, è averne almeno uno, come dimostra anche il rapper campano Clementino, che nella sua autobiografia ha dedicato un intero capitolo ai suoi tatuaggi. Egli ha dodici animali tatuati, ognuno con un significato specifico: la iena, suo nickname; un rinoceronte per la sua "capatosta"; un elefante che ricorda un viaggio in Birmania; un panda come simbolo del rapper bravo in via d’estinzione; un leone sulla gamba per la potenza durante i live; un cane con la scritta “Gescal” per le sue origini popolari; un pappagallo per la vivacità; uno squalo per il legame con il mare e la necessità di essere "squali" nella vita; e infine una tigre, semplicemente "perché mi piaceva".