La temperanza occupa il quarto posto nella classificazione delle virtù cardinali. Sebbene sia l'ultima in ordine di menzione, la sua importanza risiede nella sua capacità di toccare la dimensione più intima dell'essere umano. A differenza delle altre virtù che si focalizzano sul bene comune, la temperanza si concentra sulla rettitudine interiore della persona, condizione indispensabile per un agire virtuoso.
Come afferma il testo di riferimento [1], la temperanza "è ordinata all’uomo stesso [...] significa: prendere di mira se stessi e la propria condizione, dirigere sguardo e volontà su noi stessi". Questa virtù possiede un carattere riflesso, plasmando il soggetto e portando armonia interiore tra sensibilità, intelletto e volontà, permettendo così alla persona di esprimere appieno le sue potenzialità.

Origini e Significati del Termine "Temperanza"
La temperanza era una virtù altamente apprezzata nel mondo antico, come dimostra l'analisi dei termini correlati. La parola greca enkrateia deriva dalla radice krat (potere, dominio, governo, autorità) unita a en (se stessi). Pertanto, la temperanza è intesa come la capacità di governare se stessi, di padroneggiare sensibilità e pensieri. Essa rappresenta il culmine di un percorso di conoscenza e plasmazione di sé, un ideale filosofico antico riscoperto recentemente, ma in parte smarrito nella modernità [2].
L'ambito specifico dell'enkrateia riguarda la sensibilità (la facoltà concupiscibile, epithymētikon), tutto ciò che concerne la cura del corpo - sessualità, cibo, bevande, attività, riposo - e la sua integrazione con la parte razionale dell'anima. In quanto dominio di sé, la temperanza aiuta anche a padroneggiare l'aggressività (la facoltà irascibile), rendendola così indispensabile per un'azione lucida e un ragionamento non offuscato dalle passioni (cfr. Pseudo-Platone, Definizioni, 412 b; Senofonte, Memorabili, II, 1, 1).
La Temperanza nel Pensiero Greco
Con Socrate, l'enkrateia divenne una virtù centrale per l'etica e il comportamento virtuoso, rendendo l'individuo degno di fiducia e capace di assumersi responsabilità (cfr. Repubblica, III, 390 b). Al contrario, l'incontinente (akratēs), privo di freni, è inaffidabile e pericoloso, incapace di portare a termine un incarico (cfr. Senofonte, Symposium, 8, 27; Giuseppe Flavio, De Bello Iudaico, 1, 34).
Il dialogo platonico Gorgia (492c-500c) affronta il tema della temperanza in un confronto tra Socrate e il sofista Callicle. Secondo Callicle, l'uomo esprime la sua capacità imponendosi sui deboli e dando libero corso ai sensi, dimostrando così di saper governare. Temperare il desiderio è per lui un segno di debolezza. Socrate, invece, sostiene che è proprio l'intemperante ad essere debole, incapace di controllo, e infelice, poiché non raggiunge mai il piacere desiderato, paragonandolo a una botte forata. Il piacere, inoltre, non è sempre un bene assoluto e richiede disciplina dell'anima e ascesi per liberare l'uomo dalle passioni e consentirgli di conseguire il bene nei suoi molteplici aspetti. Solo così si può provare un piacere autentico (cfr. Gorgia, 492c-500c).
Aristotele, nell'Etica Nicomachea (VII libro), distingue la persona continente, che obbedisce alla ragione e padroneggia i propri desideri, dall'uomo comune. La capacità di governare se stessi distingue l'uomo dagli animali, per i quali non si può parlare di continenza o incontinenza. L'uomo, invece, può formulare giudizi sulla situazione concreta, compiendo scelte buone o cattive (cfr. Etica Nicomachea, 1147b 1-6).
Per Aristotele, chi non riconosce l'intemperanza come un male blocca la sua valutazione sulla situazione puntuale, assolutizzandola senza confrontarla con ciò che è veramente bene. In pratica, segue la sensibilità e disattende la ragione, confermando l'idea socratica che il male deriva da un difetto di valutazione. L'incontinente, a differenza dell'intemperante, riconosce il suo atto come cattivo, ma non ha la forza di contrastarlo. L'intemperante che persegue il male è come una città retta da leggi malvage; l'incontinente è una città con leggi buone, ma ineseguibili. A quest'ultimo manca la conoscenza, ma soprattutto la prudenza, la capacità di ponderare con cura senza precipitazione; chi difetta di temperanza è ancora un bambino, incapace di ascoltare la ragione e dominarsi [3].
Aristotele afferma che solo l'uomo saggio conosce il piacere autentico, frutto dell'armonia interiore tra ragione e desiderio, e questo piacere rende la sua azione più incisiva (cfr. Grande etica, 1206a 13).
Nella Stoa, l'enkrateia è la virtù che permette alla ragione di dominare il piacere astenendosi da esso, liberando così da ogni condizionamento [4]. Cicerone traduce enkrateia con temperantia, definendola come "la ferma e moderata padronanza della ragione sui desideri e le passioni e sulle sue altre sfrenate emozioni della mente" (De inventione, II, 164). Questa definizione coglie l'essenza della problematica: la valutazione della ragione e la sua capacità di intervenire moderatamente sulle passioni.

La Temperanza nella Tradizione Biblica
Nella Bibbia, il termine "temperanza" appare raramente. Nei libri sapienziali, indica la capacità di porre un freno alle dissolutezze, specialmente quelle sessuali (cfr. Sir 18,30), ma non è conseguibile con sforzi umani, essendo un dono di Dio (cfr. Sap 8,21).
Nel Nuovo Testamento, l'enkrateia è assente nei Vangeli. San Paolo la introduce con un significato sportivo: come l'atleta deve comportarsi da asceta per vincere una gara, così il discepolo deve fare rinunce per conseguire il premio (cfr. 1 Cor 9,25). L'astinenza è presentata anche come ideale di vita (cfr. 1 Cor 7,9).
L'enkrateia compare nell'elenco delle virtù, contrapposta alla sfrenatezza nei confronti di cibo, bevande e sessualità (cfr. Gal 5,23). Infine, assume il significato di pazienza e padronanza di sé, virtù indispensabile per il pastore, chiamato a governare la comunità (cfr. Tt 1,8; 2 Pt 1,6).
Si nota una significativa assenza del termine nel Nuovo Testamento rispetto alla filosofia greca. La prospettiva biblica si concentra sull'accoglienza della volontà salvifica di Dio, liberamente donata, come elemento centrale per l'uomo. Il comportamento etico è una risposta a questo dono, che precede e rende possibile ogni iniziativa umana.
I Molteplici Significati del Termine "Temperanza"
Il termine "temperanza" racchiude un ventaglio di significati che si applicano riccamente alla vita ordinaria. "Temperare" rimanda all'atto di moderare, dare il giusto spazio, come un moderatore in una tavola rotonda dà la parola a ciascuno, incoraggiando chi è riluttante e frenando chi eccede i limiti, permettendo così a ognuno di contribuire [6].
"Temperanza" è anche legata al tempo, alla temperatura, al temperamento, termini che indicano misura e umore, essenziali per una vita ben vissuta. Si riferisce anche al corretto intervento su un prodotto grezzo: si tempera il vino (mescolandolo con acqua), un metallo (per conferirgli la giusta consistenza), una matita (per renderla appuntita e incisiva). Queste azioni preparano all'efficacia, all'equilibrio, alla profondità e alla capacità di agire bene.
Queste azioni richiamano un'ascesi, un processo di sottrazione necessario affinché il prodotto raggiunga il suo scopo. In ambito etico, la temperanza richiede un lavoro su di sé, faticoso ma necessario per la corretta integrazione dei vari aspetti della personalità, fondamentale per un carattere stabile (ēthikē), specialmente nel campo degli affetti. La temperanza implica la capacità di frenarsi, indispensabile per la riflessione e il governo di sé, per non essere succubi dell'impulso del momento.

Il Contributo di San Tommaso d'Aquino
Secondo Tommaso d'Aquino, la temperanza ha il compito di regolare le passioni legate al tatto, grazie all'apporto della saggezza e al governo della volontà, ordinandole al bene umano: la capacità di amare, ciò che egli definisce, riprendendo Agostino, ordo amoris, l'amore ordinato, radice della virtù [7].
Tra le passioni oggetto della temperanza, Tommaso menziona quelle legate alla conservazione dell'individuo (mangiare, bere, vestire, cura di sé, denaro) e alla conservazione della specie (unione tra uomo e donna), mirando al piacere derivante dal bene conseguito [8].
Il suo trattato sulla temperanza evidenzia l'antropologia unitaria di Tommaso, dove sensibilità e intelletto collaborano strettamente a livello conoscitivo e pratico. Il tatto, per Tommaso, è fondamentale per l'intelligenza, anzi, è il senso più appropriato per l'attività intellettuale [9]. Esso ha un influsso rilevante sul corpo, nella dimensione del piacere e della sofferenza. La temperanza permette di vivere al meglio il primo e di padroneggiare la seconda, conferendo pace all'anima e dominio di sé [10].
Tommaso riprende molti aspetti della riflessione classica, in particolare le analisi di Aristotele sull'etica della sobrietà, castità e continenza, decisive per la padronanza di sé e la libertà interiore. Integra questi concetti con il pensiero cristiano, attingendo alla Bibbia e agli scritti di Agostino. Rielabora questi molteplici filoni di pensiero in modo originale, offrendo spunti significativi per la psicologia dello sviluppo, come l'importanza del ruolo genitoriale nello sviluppo infantile in relazione all'incontinenza [11].
Il Ruolo del Piacere secondo Tommaso
A differenza dello stoicismo, dell'etica puritana e del razionalismo, il piacere ha per Tommaso un valore importante per la bontà dell'atto. La sua assenza non è considerata positivamente; gli anaffettivi, i flemmatici, i tiepidi e gli insensibili non possono essere considerati virtuosi, poiché mancano dell'energia necessaria per compiere il bene, indispensabile per la temperanza. Quest'ultima non è un'inclinazione spontanea, ma un atto deliberato che richiede governo di sé [12].
L'importanza etica del piacere è legata al fatto che, per Tommaso, esso è un bene dell'anima che si manifesta quando si è raggiunto un bene oggettivo. Il piacere è sfuggente, gratuito e paradossale, una conseguenza indiretta del valore conseguito, mai un fine in sé. Il suo carattere irriducibile alla sensibilità è dimostrato dal fatto che, quando lo si cerca come scopo dell'azione, non lo si raggiunge. Questa conclusione è condivisa da Freud e dalla ricerca psicologica successiva [13].
Il piacere, essendo proprio dell'anima, ha una dimensione intellettuale. Per questo, il piacere virtuoso è superiore a quello vizioso, poiché nel vizio il bene cercato era solo apparente. Il giusto ordinamento delle azioni presenta sempre una dimensione piacevole, sia nel lavoro manuale, nello studio, nello sport, nelle relazioni o nel servizio al prossimo.
Tommaso distingue piacere da gioia: il primo è proprio dei sensi esterni, mentre la gioia (come memoria e fantasia) è legata ai sensi interni e alla volontà guidata dalla retta ragione. Questa distinzione aiuta a comprendere situazioni non piacevoli, ma fonte di gioia, come nel caso dei martiri [14].

L'Intemperanza e i suoi Rimedi
Se la temperanza è una virtù dell'anima, la sua corruzione trova anch'essa le sue radici in essa: la fantasia è il vero alimento della lussuria, che porta la ragione ad asservirsi alle passioni. La lussuria è un disturbo della mente, una ricerca malata dell'Assoluto, la cui facoltà principale è l'immaginazione, non la sensibilità, che anzi resiste alle sue fantasie perverse. Poiché l'immaginazione è potenzialmente infinita, non trova mai soddisfazione. In questo modo, la ricerca viziosa del piacere diventa una forma di auto-punizione, fino all'autodistruzione [15].
La lussuria non è il vizio più grave, ma quello che degrada maggiormente l'uomo, imbruttendolo e spogliandolo della sua dignità, poiché infetta la sua facoltà più alta, l'intelligenza. Indebolendo i freni inibitori, indispensabili per la riflessione, la valutazione e la decisione - che richiedono calma e ponderazione -, la persona diventa schiava del capriccio del momento: "Nei piaceri che sono oggetto dell’Intemperanza la luce della ragione, da cui dipende tutto lo Splendore e la Bellezza della virtù, viene oscurata al massimo. Cosicché questi piaceri si dicono sommamente da schiavi" [16].
Questa "bruttezza dell'anima" è espressa letterariamente nel romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray. Tommaso, in linea con Aristotele, nota che l'intemperanza è propria di chi è rimasto allo stadio infantile, concentrato sul piacere e incapace di affrontare le difficoltà della vita. La rabbia e la frustrazione che ne derivano impediscono di godere della propria vita e aprono la porta dell'anima a ulteriori vizi: ira, superbia, gola, ubriachezza, violenza sessuale. La castità, intesa come capacità di vivere relazioni all'insegna del rispetto, del dono di sé e del non possesso, corregge questa tendenza, la modera e consente di vivere un piacere autentico e integrato [17].

Il Buon Pastore: Autorità e Amore
Il brano evangelico del Vangelo della Santa Messa del 1° maggio 2023, tratto dal capitolo decimo di San Giovanni (versetti 11-18), pone l'accento sulla figura del buon pastore. La vita che il buon pastore dona è offerta attraverso l'autorità e l'amore, due realtà inscindibili.
L'autorità non va confusa con l'autoritarismo, ma intesa come autorevolezza. Affinché si possa veramente dare la vita per gli altri, sono necessarie entrambe le qualità: autorità e amore. Non basta l'amore del pastore; la pecora, il fedele, il discepolo deve riconoscere l'autorità e darle credito.
Il Mercenario e il Pericolo del Silenzio
Il testo distingue il buon pastore dal mercenario, colui che cerca i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo. Il mercenario manca del coraggio di riprendere liberamente chi ha peccato, di correggere o richiamare alla verità, preferendo voltare la testa dall'altra parte per preservare i propri interessi. Questo comportamento è paragonato a quello di chi, per timore di perdere vantaggi o inimicizie, tace di fronte al male.
Sant'Agostino viene citato per sottolineare le conseguenze del silenzio di fronte al peccato grave. Se si scomunica o si rimprovera qualcuno, si rischia di renderselo nemico e di subire le conseguenze. La paura di perdere amicizie vantaggiose o riconoscimenti porta al silenzio. Il mercenario, per non incorrere nell'inimicizia altrui, tace, temendo di perdere tutto ciò che ha. La paura è vista come una fuga dell'anima.
Vengono citati esempi di figure come Monsignor Oscar Romero e il sacerdote polacco Popiełuszko, che non tacquero di fronte all'ingiustizia e furono perseguitati e uccisi. La loro scelta di parlare, di chiamare le cose col loro nome, contrasta con la vigliaccheria del mercenario.
Il testo ammonisce che, di fronte al tribunale di Dio, non basterà dire di essere stati al proprio posto se si è taciuto per paura. Di fronte a situazioni di male conclamato e ingiustizia, non si può voltare la testa dall'altra parte, pena il sentirsi dire che si è fuggiti per aver taciuto.
La Pecora e il Lupo
Il testo paragona il mercenario al lupo che afferra la pecora alla gola. Il lupo può rappresentare lo spirito maligno o i falsi profeti che, pur presentandosi in veste di pecore, sono lupi rapaci (Matteo 7,15).
Si mette in guardia dall'ascoltare persone sbagliate che propongono una falsa dottrina, ingannando e confondendo. L'abitudine di condividere interventi "alla cieca", senza valutarne l'autenticità e l'utilità, è considerata un atto di imprudenza e stupidità. Bisogna diffondere il bene, il vero e il bello.
Viene criticata l'improvvisa emersione di "teologi" o "specialisti" senza titoli di studio adeguati, paragonandola al tentativo di un non-neurochirurgo di operare al cervello. Si sottolinea l'importanza della competenza e del rispetto delle proprie vocazioni.
Confusione e Verità
Il testo affronta la presunta "confusione" nel mondo odierno, affermando che non c'è confusione sui principi e sulle verità fondamentali della fede. La confusione è creata da chi, per incompetenza o malizia, opera in tal senso. Le verità di fede rimangono immutate nel tempo.
Si esalta la competenza di sacerdoti e predicatori che insegnano con rigore e rispetto, offrendo un ascolto piacevole e formativo. Viene citato San Francesco di Sales, che sottolinea l'importanza che ognuno svolga il proprio ruolo secondo la propria vocazione: il sacerdote faccia il sacerdote, il laico il laico, ecc.
Viene raccomandato di informarsi sull'autore prima di leggere un libro, per evitare di perdere tempo con "venditori di chiacchiere o di menzogne". Si privilegiano letture che fanno crescere nell'amore di Dio e nella sapienza.
L'Animale "Quokka" e il Sacrificio dell'Innocente
Viene menzionato un animale dal nome strano, il quokka, noto per il suo aspetto simpatico. Le femmine di quokka, quando inseguite da un predatore, compiono un atto sconvolgente: gettano il loro cucciolo tra le fauci del predatore per salvarsi la vita. Questo comportamento viene portato come monito a non sacrificare l'innocente per salvare la propria vita terrena.

Il Mercenario e le Pecore
Anche se il mercenario predica Cristo, le pecore seguono la voce del pastore che si fa sentire attraverso di lui. Gesù stesso segnalò i mercenari: gli scribi e i farisei sedevano sulla cattedra di Mosè; bisognava fare ciò che dicevano, ma non ciò che facevano (Mt 23, 2). Ciò significa che si deve ascoltare la voce del Pastore udita attraverso i mercenari, poiché per loro mezzo insegna Dio.
Tuttavia, se pretendessero di insegnare le proprie cose, non dovrebbero essere ascoltati. Sebbene cerchino i propri interessi, non hanno mai osato dire al popolo di Cristo di cercare i propri interessi. Il male che fanno reca danno per le loro azioni, non per ciò che predicano bene. Bisogna imparare a fare questo discernimento: imitare ciò che di bene dicono, non il male che fanno.
Il mercenario, pur assumendo l'ufficio di pastore, non cerca il bene delle anime. Anela a vantaggi terreni, onori e guadagni personali. Le anime non gli interessano. Il lupo, che ogni giorno sbrana le anime, è lo spirito maligno che insidia gli ovili dei fedeli.
Il brano si conclude con un appello alla vigilanza su chi si ascolta e a cosa si ascolta, per evitare di essere ingannati da false dottrine. Si invita a diffondere solo il bene, il vero e il bello, e a esercitare discernimento sulle informazioni che si condividono.