Le origini del dibattito sulla traduzione
Il dibattito sulla corretta traduzione del Padre Nostro, e in particolare sulla formula «e non abbandonarci alla tentazione», affonda le sue radici negli anni '80. Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento - SM di Leuca, ha sottolineato come le voci più autorevoli della Chiesa fossero consapevoli che qualsiasi traduzione risulterebbe inadeguata a esprimere pienamente il significato profondo delle parole originali. Il passaggio dall'aramaico al greco, al latino e infine alle lingue moderne non è mai un processo indolore.
La modifica liturgica, introdotta nel Messale Romano, non è stata un'iniziativa isolata di Papa Francesco, ma il punto di arrivo di un percorso iniziato già nel 2002. Come evidenziato da Sandro Magister, l'allora arcivescovo Betori - stretto collaboratore di Benedetto XVI - aveva già previsto che la traduzione adottata per il lezionario avrebbe inevitabilmente condizionato la scelta futura per il rito liturgico, rendendo difficile la coesistenza di due formulazioni diverse.

Analisi esegetica: «Non ci indurre» o «Non abbandonarci»?
Il nodo centrale della disputa riguarda il versetto greco μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo eisphérō significa letteralmente "portare dentro", tradotto correttamente nel latino della Vulgata come inducere.
La prospettiva biblica e patristica
Molti teologi e studiosi, tra cui don Carlo Rusconi, notano come la versione tradizionale corrispondesse fedelmente al testo greco. La tentazione, nel contesto biblico, è spesso intesa come prova (peirasmos). Dio mette alla prova l'uomo non per perderlo, ma per farlo crescere, come accadde ad Abramo o come viene descritto nel percorso di correzione descritto nella Lettera agli Ebrei.
- Sant'Agostino: La tentazione non è eliminabile; la preghiera serve a far sì che essa non diventi caduta.
- San Tommaso d'Aquino: Distingue tra la tentazione come prova pedagogica (permessa da Dio) e la tentazione come inganno (opera del demonio).
- Benedetto XVI: Nel suo Gesù di Nazaret, interpreta la richiesta come una supplica affinché Dio non ci imponga prove che superano le nostre forze.
1. “Padre nostro”. Piccola guida per capire cosa stai chiedendo.
Implicazioni teologiche: il rischio di una visione dualista
La nuova traduzione «non abbandonarci alla tentazione» mira a evitare l'idea che Dio possa essere l'autore del male. Tuttavia, alcuni critici sollevano dubbi significativi:
| Interpretazione | Rischio teologico |
|---|---|
| Tradizionale (indurre) | Rischio di interpretare male la natura della prova divina. |
| Nuova (abbandonare) | Rischio di scivolare in una visione dualista o gnostica, separando il bene di Dio dal male del mondo. |
Come osserva don Giulio Meiattini, dire a Dio di "non abbandonarci" sposta la difficoltà teologica: un Padre che abbandona il figlio nella tentazione non appare meno problematico di uno che lo conduce in essa per metterlo alla prova. Il monoteismo cristiano, invece, afferma che Dio è Signore anche della prova, mantenendo la sovranità sull'intera vicenda umana senza esserne l'autore del male.
La fede oltre la prova: l'esempio di Padre Pio
La sofferenza e la prova non sono estranee alla vita dei santi. La storia di Padre Pio, il cui carisma di intercessione ha segnato innumerevoli vite, dimostra come la preghiera sia un'arma contro il male. Il caso del piccolo Matteo Pio Colella, guarito miracolosamente da una meningite fulminante, testimonia un intervento soprannaturale che la scienza medica ha riconosciuto come inspiegabile. Queste vicende ribadiscono che il senso della vita umana, nell'ottica cristiana, si compie proprio attraverso l'unione con la Croce, dove il dolore non è un'assenza di Dio, ma il luogo in cui si sperimenta la sua presenza misericordiosa.