La Basilica di Santa Francesca Romana, con il suo inconfondibile campanile, si erge maestosa tra il Tempio di Venere e Roma e il Foro Romano. Questa sua invidiabile posizione ne ha fatto una meta ambita per i turisti e, in passato, una delle sedi predilette per i matrimoni, prima che i lavori della metropolitana C ne limitassero l'accessibilità.
Anticamente, la chiesa era nota come Santa Maria Nova, nome che sottolineava la sua funzione di rimpiazzo della distrutta Santa Maria Antiqua. All'interno conserva una delle più antiche immagini della Madonna, l'Imago Antiqua, che vi fu trasportata proprio da Santa Maria Antiqua. Il suo nome attuale, Santa Francesca Romana, le fu conferito in onore di Francesca Bussa de’ Leoni, che la frequentò da bambina e poi da oblata, e qui fu sepolta.

La Vita di Santa Francesca Romana: Fede, Famiglia e Carità
Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma nel 1384, in una nobile famiglia del rione a ridosso dell'odierna Piazza Navona. Fin da bambina, si distinse per le sue forti inclinazioni spirituali, amando isolarsi per dedicarsi alla preghiera, alle penitenze e alla lettura devota, praticando un singolare ascetismo monastico all'interno delle mura domestiche. Fu battezzata nella vicina Chiesa di Sant’Agnese in Agone, ancora oggi un importante luogo di culto.
All’età di soli dodici anni, fu data in sposa contro la sua volontà al patrizio Lorenzo Ponziani, appartenente a una ricca famiglia del rione Trastevere, che commerciava in bestiame e granaglie. Sebbene il suo cuore desiderasse la vita monastica, Francesca accettò il matrimonio su indicazione del suo consigliere spirituale, accogliendo il suo destino con obbedienza e fede. Dal loro matrimonio nacquero tre figli.
Le Dure Prove e la Devozione Incondizionata
La vita di Francesca fu segnata da dure prove. Durante il periodo del Grande Scisma, con papi e antipapi che si combattevano e Roma saccheggiata più volte, la città era ridotta in rovina, e i cittadini soffrivano per fame, povertà e malattie. Francesca vide il marito Lorenzo, gravemente ferito nel 1409 e rimasto invalido, catturato ed esiliato da re Ladislao di Angiò. Nel 1410, casa Ponziani venne saccheggiata e i beni di famiglia espropriati. Un’epidemia di peste le portò via due dei suoi figli in giovane età.
Nonostante le avversità e la sua posizione agiata, ella mantenne sempre salda la fede e un profondo amore verso gli altri. Si dedicò con generosità ai poveri e ai malati, mescolandosi a loro senza timore, pensando sia alla loro salute materiale e fisica, sia alla loro assistenza spirituale. La sua casa a Trastevere, gestita "come una vera manager moderna", divenne presto un punto di riferimento per chiunque avesse bisogno d’aiuto in città, mai facendo mancare provviste da distribuire ai bisognosi.

I Miracoli e la Carità Sconfinata
Incurante delle critiche e del disprezzo dei nobili romani, Francesca non si vergognò di chiedere lei stessa l’elemosina per coloro che non potevano o non volevano farla. Il suo primo miracolo è legato proprio alla distribuzione di cibo. Dopo aver svuotato i magazzini di famiglia per i poveri con la cognata Vannozza, il suocero riprese le chiavi. Francesca e Vannozza decisero allora di setacciare la poca pula rimasta per ricavarne grano. Con loro sorpresa, pochi giorni dopo, granai e botti di vino si riempirono nuovamente in modo miracoloso.
Con il consenso del marito, vendette tutti i suoi vestiti e gioielli per donare il ricavato ai poveri, indossando un abito di stoffa ruvida per camminare agevolmente per i vicoli di Roma. Si occupò anche dell'ospedale del Salvatore, fondato dal suocero. Curava varie malattie con rimedi semplici, frutto di un antico patrimonio di sapienza femminile, ed era particolarmente riconosciuta la sua competenza nell’ambito ginecologico e ostetrico.
I romani, ieri come oggi, la chiamavano affettuosamente “Ceccolella”, la "loro" santa del cuore, per la sua vicinanza e il suo stile di vita semplice, che la trasformarono da nobile romana in una “poverella di Trastevere”.
Santa Francesca Romana – La Santa che Vinse il Male con la Preghiera
Esperienze Mistiche e Lotta Spirituale
A Francesca Romana sono stati attribuiti in vita moltissimi miracoli, come aver risanato moribondi, fatto parlare una muta e resuscitato un bambino e un uomo annegato nel Tevere. Tra l’altro, realizzò un unguento portentoso che tuttora viene manipolato nello stesso recipiente da lei usato, custodito come reliquia nel monastero di Tor de’ Specchi. Si dice pure che passasse ore e ore in preghiera cadendo in estasi e che possedesse il dono della dislocazione. Doveva trattarsi quindi di una vera mistica.
A lei fu concesso il dono straordinario di percepire la presenza visibile del suo angelo custode, che la guidava in ogni passo. Le sue ultime parole, prima di morire, furono: «Il cielo è aperto, ci sono gli angeli che discendono e l’arcangelo che ha terminato il suo compito e mi fa cenno di seguirlo».
In quanto mistica, fu anche presa di mira dal diavolo inferocito. Nella biografia di Francesca, scritta in romanesco dal suo confessore Giovanni Mattiotti, parroco di Santa Maria in Trastevere, si racconta infatti che il diavolo le apparve ben quaranta volte, torturandola con sempre maggiore ferocia. Legioni di demoni dall’aspetto animalesco lo accompagnavano e le lasciavano addosso lividi e orrende ferite.

La Fondazione delle Oblate e la Morte
Dotata di grande carisma, Francesca riuscì a coinvolgere altre donne nella sua opera caritatevole, formando così un gruppo di oblate (dal latino oblatus, ovvero offerto, in ricordo di Gesù che offrì se stesso per la salvezza degli uomini). Queste donne si offrirono dal 1425 come oblate secolari per il monastero benedettino di Santa Maria Nova.
Il 15 agosto 1425, Francesca pronunciò la solenne formula di oblazione nella Basilica di Santa Maria Nova, consacrando così la sua vita a Dio. Nello stesso anno, per ampliare la sua opera caritativa, fondò la Congregazione delle Oblate Olivetane di Santa Maria Nuova, conosciute anche come Oblate di Tor de’ Specchi, nel rione Campitelli. Nel 1433 Francesca istituì la Casa delle Oblate Benedettine di Monte Oliveto.
Francesca continuò a vivere con il marito fino alla sua morte, avvenuta nel 1436. Alla morte del marito, si unì anche lei alle sue compagne nel monastero di Tor de’ Specchi, dove si ritirò a vita comune. Trascorse gli ultimi quattro anni nel convento, vivendo intensamente tra veglie, digiuni e penitenze. Morì serenamente la sera del 9 marzo 1440. Le sue spoglie mortali furono esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, poi furono sepolte sotto l’altare della stessa chiesa.
La Storia Millenaria della Basilica di Santa Francesca Romana
Sul luogo dove oggi sorge la chiesa di Santa Francesca Romana anticamente vi era un piccolo oratorio dedicato ai Santi Pietro e Paolo. Questa chiesina fu eretta da papa Paolo I tra il 757 e il 767 a ricordo di un fatto miracoloso e strabiliante: si narra che, proprio in quel luogo, i due santi affrontarono Simon Mago, che voleva dimostrare di possedere poteri divini, librandosi nell'aria dinanzi all'imperatore Nerone e a una gran folla. L'oratorio conservò le due pietre (i silices apostolici) con le impronte che le ginocchia degli apostoli avevano miracolosamente lasciato sulla Via Sacra. Queste pietre si possono ancora oggi ammirare nella chiesa di Santa Francesca Romana, murate lungo la parete destra del presbiterio, verso l’altare.

Da Santa Maria Nova a Santa Francesca Romana
Nell’847, un violento terremoto distrusse la chiesa di Santa Maria Antiqua al Foro Romano, che dovette essere abbandonata. Nell’850, papa Leone IV decise allora di edificare una nuova chiesa al posto dell’antico oratorio dei Santi Pietro e Paolo. La nuova chiesa prese il nome di Santa Maria Nova, proprio per sottolineare l'eredità delle funzioni e del prezioso contenuto della chiesa distrutta: l'icona della Madonna del Conforto, o Imago Antiqua, un dipinto su tavola di arte bizantina databile tra il 565 e il 578, una delle più antiche icone mariane esistenti al mondo e la più antica di tutta Roma.
Il nuovo edificio non potè allungarsi sul lato anteriore o posteriore, ma si sviluppò lungo l'ampia scalinata del Tempio di Venere e Roma, e l’ingresso si spostò dall'antica Via Sacra a dove lo vediamo attualmente. La basilica, originariamente a tre navate con colonne che sostenevano un architrave e illuminata da otto finestre a bifora, subì un importante restauro nel 1161 per opera di papa Alessandro III, cui risalgono il transetto e il magnifico mosaico a fondo d’oro con Vergine in trono e Apostoli che adorna l’abside.

Il Monastero e le Trasformazioni Architettoniche
Accanto alla chiesa, sulla destra, sorgeva il monastero, che dal 1352 ospitò i benedettini di Monte Oliveto Maggiore, gli Olivetani, tuttora residenti. Questa struttura inglobò anche l'Arco di Tito e parti del Tempio di Venere e Roma, venendo poi parzialmente demolita tra il 1812 e il 1823 durante i lavori di liberazione dell'Arco di Tito dalle fortificazioni medievali.
Dopo aver accolto il corpo della Santa, la chiesa divenne meta di pellegrinaggio, e subì diversi lavori di restauro e abbellimento. L’architetto Carlo Lambardi trasformò la chiesa in una grande aula rettangolare con quattro cappelle laterali, conferendole l’aspetto di sfarzosa chiesa barocca che ammiriamo oggi, con un magnifico soffitto di legno dorato a cassettoni. Nel 1649, papa Urbano VIII fece adornare la cripta che custodiva il corpo della Santa con un tempietto su disegno di Gian Lorenzo Bernini, ornato da quattro colonne di diaspro e una statua che raffigura la santa in compagnia dell’Angelo Custode.
La grande popolarità della Santa portò infine la chiesa di Santa Maria Nova a essere dedicata alla “più romana di tutte le sante” e chiamata, in suo onore, Santa Francesca Romana.
Il Monastero di Tor de’ Specchi: un Tesoro Artistico e Spirituale
Il Monastero delle Oblate Benedettine di Monte Oliveto, noto come Tor de’ Specchi, conserva preziose testimonianze della vita e delle esperienze mistiche di Santa Francesca Romana. L'ingresso del Monastero è in via del Teatro di Marcello ed è aperto al pubblico solo il 9 marzo.
Gli Affreschi sulla Vita della Santa e la Lotta con Satana
Nell’antico refettorio del suo monastero, un anonimo pittore nel 1485 ha raffigurato, in affreschi monocromi in terra verde, lo sconcertante rapporto della Santa con Satana. Questi dipinti, dieci riquadri disposti su due livelli, rappresentano la più spettacolare documentazione romana delle torture diaboliche e delle trasformazioni sataniche. Ogni riquadro reca al di sotto un’iscrizione in gotico librario che spiega la scena raffigurata. La santa appare sempre con velo e aureola e alle sue spalle c’è l’angelo custode su due nuvolette. Tra gli episodi, si descrive l'apparizione di tre demoni in forma di leone, drago e serpente, o l'episodio in cui i demoni le strapparono i libri e la gettarono su un mucchio di cenere.
Nella cosiddetta Scala Santa, da cui parte la visita alle stanze storiche, è collocato un bell’affresco di Antoniazzo Romano, raffigurante la Madonna tra Santa Francesca Romana e San Benedetto. L’oratorio, a base quasi quadrata, è decorato con grande freschezza narrativa da un ciclo di venticinque affreschi sulla vita e i miracoli della santa, terminati nel 1463 e attribuiti ad Antoniazzo Romano e alla sua scuola. Tra i miracoli descritti, oltre a quelli delle guarigioni, ve ne sono alcuni che ricordano quelli evangelici delle moltiplicazioni di cibo, come quello del 1402 quando, in seguito a una grave carestia, Francesca ritrovò il granaio colmo miracolosamente dopo aver dato tutto il grano ai poveri.
Sono descritti anche gli episodi storici, come la prima Oblazione nella chiesa di Santa Maria Nova il 15 agosto del 1425, e le sue estasi e visioni, come quella del “figlio Evangelista, morto di peste nel 1411, con un angelo che egli lasciò alla madre come compagno visibile per tutta la vita”. L’ultimo episodio è quello della morte di Francesca Romana e raffigura la sua anima come un bambinello, accolto in cielo da Cristo.

Canonizzazione, Patronati e Tradizioni
Francesca testimoniò per tutta la vita l’attaccamento ai valori spirituali più profondi, ben oltre quelli materiali, incarnando ideali francescani come la povertà personale e il significato spirituale della questua. Fu canonizzata da Papa Paolo V il 29 maggio 1608, diventando la prima donna italiana canonizzata dopo Santa Caterina da Siena e la prima cittadina di Roma moderna a ricevere gli onori degli altari. In quello stesso giorno, il Senato romano la dichiarò patrona della città, imponendole il nome di “Romana” in luogo del cognome Ponziani. La cripta dietro i suoi resti, nella cosiddetta confessione, è collocato un gruppo marmoreo, opera di Giosuè Meli (1866) che la raffigura con accanto il suo angelo.
Nel 1950 papa Pio XII l’ha dichiarata patrona degli automobilisti, perché il suo Angelo Custode l’accompagnava sempre durante i suoi spostamenti, sprigionando una luce che le permetteva di vedere chiaro anche di notte, evitandole le strade pericolose e indicandole la via migliore da seguire per portare avanti le sue opere di carità.
Iconografia e Simbolismo
Santa Francesca Romana è ritratta con l’abito benedettino, abito nero e il velo bianco propri delle monache, talvolta con un angelo custode al suo fianco. Questa iconografia richiama il suo legame spirituale con la regola di San Benedetto e la comunità delle Oblate da lei fondata, pur avendo vissuto a lungo nel matrimonio. La presenza dell’angelo accanto a lei rimanda alla tradizione secondo cui le fu concesso di percepire visibilmente il proprio Angelo custode, segno della particolare protezione divina che accompagnò la sua vita.
Le Tradizioni Legate alla Santa
- Nel mese di marzo, in occasione della festa della santa, in alcune zone del centro Italia si preparano semplici e fragranti crespelle fritte, poi ricoperte di zucchero. L’impasto, povero ma gustoso, viene modellato spesso a forma di ciambella e fritto, richiamando lo stile sobrio e concreto della santa.
- A Roma, nel giorno della sua ricorrenza liturgica (9 marzo), è ancora viva l’usanza della benedizione dei veicoli. Presso la basilica a lei dedicata nel Foro Romano, molti fedeli conducono automobili, motocicli e altri mezzi per ricevere la benedizione, affidando a Dio i propri spostamenti quotidiani.
- Le suore di Tor de’ Specchi, sempre il 9 marzo, preparano e benedicono uno speciale unguento che Francesca insegnò loro, usato per sanare malati e feriti, preparandolo nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa.

Insegnamenti Spirituali di Santa Francesca Romana
La vita di Santa Francesca Romana offre profonde riflessioni sulla fede e sulla condotta cristiana, esprimendo un messaggio di fedeltà e carità che risuona ancora oggi:
- Sulla vocazione: "Non è il luogo che avvicina o allontana da Dio, ma l’amore con cui si compie la sua volontà. Non separate ciò che può essere unito. Se la preghiera vi distoglie dai doveri, non è ancora pienamente offerta; se i doveri vi fanno dimenticare Dio, non sono ancora trasfigurati dall’amore."
- Sulla carità: "La carità non nasce dall’abbondanza, ma dalla fiducia. Quando svuotavo il granaio e la cantina per i poveri, non lo facevo perché avessi molto, ma perché temevo più la durezza del cuore che la povertà della casa. Non si comincia salvando molti, ma accorgendosi di uno. Non occorrono gesti straordinari, ma una fedeltà concreta: visitare chi è solo, condividere un pasto, offrire ascolto paziente, restituire tempo a chi non conta agli occhi del mondo. Non attendete di sentirvi pronti o generosi: iniziate. La carità cresce esercitandola. E ricordate: non date soltanto cose. Date rispetto. Date sguardo. Date tempo."
- Sulla ricchezza: "Le ricchezze e l’onore non sono un male in sé; diventano un peso quando il cuore vi si posa come su un trono. Il Signore non mi chiese anzitutto di disprezzare ciò che avevo, ma di non chiamarlo “mio”. L’insegnamento non è necessariamente fuggire le ricchezze, ma attraversarle senza lasciarsene possedere. Usarle senza esserne usati. Possedere senza essere posseduti."
- Sulla presenza divina: "Il Signore concede a ciascuno segni diversi della sua vicinanza. A me fu dato, per misericordia, di percepire accanto un santo angelo, ma la grazia più grande non fu vederlo, bensì imparare ad ascoltare. È necessario custodire brevi spazi di silenzio, come si protegge una lampada accesa nel vento. È nella continuità che l’anima si fa attenta. Non attendete manifestazioni straordinarie."
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