La chiesa di Sant’Agata a Cremona è un maestoso edificio di culto e uno dei monumenti più significativi della città. Situata di fronte al Palazzo Cittanova, ha assunto notevole importanza nel periodo di lotta tra Ghibellini e Guelfi nel XIII secolo. Insieme al Cittanova e al Palazzo Trecchi, la chiesa rappresentò nel 1200 il nuovo nucleo dell’espansione medievale di Cremona, la "Città Nova" guidata dai Guelfi con la fazione dei "popolari", che si opponevano ai "notabili" Ghibellini del centro città.
La Chiesa di Sant'Agata: Un Monumento Storico di Cremona
Origini e Contesto Storico
Il primo momento significativo della storia della chiesa è quello medievale, che inizia nel 1077. Martino Cenagallo e sua moglie Cristina donarono al Papa tre appezzamenti di terra: su uno di questi sorse una chiesa consacrata a Sant’Agata e su un altro un ospedale. La chiesa fu costruita grazie alle donazioni di un gruppo di devoti, evidenziando il forte aspetto comunitario che ha caratterizzato la sua vicenda storica.
La chiesa originaria, risalente al 1077, fu ricostruita in stile romanico nel corso del XII secolo. Un altro momento fondante è quello rinascimentale, nel 1454, quando, con la riduzione progressiva dei canonici regolari che gestivano il complesso ecclesiale e l’ospedale, si arrivò alla soppressione del monastero e all’istituzione della prepositura secolare.
Evoluzione Architettonica e Ristrutturazioni
L’antica chiesa romanica fu rifatta nel 1496 da Bernardino de Lera, e di questa fase il monumento conserva ancora oggi la planimetria e le cinque navate. Nel XIX secolo la chiesa venne nuovamente trasformata, e la sua facciata ripensata e affidata allo stile neoclassico. L'attuale facciata in stile neoclassico è opera dell’architetto cremonese Luigi Voghera, realizzata tra il 1835 e il 1845.
L'ingresso è maestoso, con un pronao centrale ionico esastilo, una trabeazione e un timpano ornato da un alto rilievo di G. Seleroni (XIX secolo) rappresentante il Martirio di Sant’Agata. Questo è coronato dalle statue del Redentore e dei Santi Pietro e Paolo scolpite da G. Giudici. Nonostante lo stile neoclassico fosse criticato in passato, oggi gode di una nutrita schiera di ammiratori.

Dettagli Architettonici della Facciata e del Campanile
Del momento storico di intense divisioni interne a Cremona, nel complesso della chiesa di Sant’Agata, rimane solo il campanile, risalente al XII secolo. La torre campanaria di Sant’Agata è la più antica di Cremona. La sua struttura, di impianto quadrato, è ravvivata dagli archetti pensili che le conferiscono dinamicità. Sullo sfondo si innalza il campanile romanico aperto a bifore e trifore.
Il Patrimonio Artistico della Chiesa
L’interno della chiesa non ha mantenuto quasi nulla della primitiva decorazione del Cinquecento. È stato infatti affrescato nel 1872 con le allegorie della virtù sulla volta della navata centrale. A ricordo degli antichi affreschi sono rimasti alcuni frammenti: una Madonna addolorata nella navata destra e un Cristo alla colonna nella navata sinistra.

Gli Affreschi di Giulio Campi
Le pareti laterali del presbiterio, che venne sfondato e prolungato nel 1900, contengono un ciclo di affreschi del 1537 di Giulio Campi, famoso pittore cremonese, che raffigura quattro episodi della vita di Sant’Agata. Le scene, che fanno parte dell’opera giovanile del pittore, sono di grande effetto e si distinguono per il buon gioco di prospettiva dal basso all’alto, che rivela la grande abilità di Campi nel creare traiettorie di spazio illusivo.

Altre Opere di Rilievo
Da vedere con attenzione, nel primo vano della navata sinistra, è il Mausoleo Trecchi realizzato nel 1502 da Giovanni Cristoforo Romano, grande scultore e medaglista del Rinascimento italiano. Si tratta della tomba della nobile famiglia Trecchi di Cremona, di cui è rimasto il Palazzo nelle vicinanze della chiesa. È un’opera di grande suggestione che richiama il gusto classico.
Nella cappella laterale della navata di sinistra, superato il transetto, è collocata una preziosa tavola che rappresenta la Sacra famiglia con Maria Maddalena, dipinta da Boccaccio Boccaccino nel 1518.

La "Tavola di Sant'Agata": Un Capolavoro e un Enigma
Nella stessa navata sinistra, dopo i due altari laterali e in prossimità del presbiterio, si ammira la celebre Tavola di Sant’Agata. Custodita in un apposito loculo protetto da un elegante cancelletto settecentesco, questa stupenda tavola di autore anonimo precede la maestria del grande Giotto.
Descrizione e Attribuzione Artistica
La Tavola di Sant’Agata è una meravigliosa raffigurazione con al centro San Pietro e Sant’Agata, attorniati da piccoli riquadri che raccontano la storia della Santa Martire catanese. Si tratta di un’opera di autore anonimo di grande valore su cui molti studiosi si sono soffermati. Il legno, come è noto, è dipinto su entrambe le facce. Da una parte raffigura la Madonna con il Bambino e, al di sopra, in proporzioni assai più ridotte, la scena della Pentecoste.
Dall'altra parte racconta, distribuiti in quattro fasce, episodi della vita e del martirio di Sant'Agata. Il bordo è costituito da un fregio che svolge sui quattro lati un motivo di piccoli archi continui, in cui Vittorio Sgarbi ha voluto vedere un motivo derivato dall’arte islamica. Sgarbi ne attribuisce l'esecuzione all’opera di un artista lombardo, attivo verso il 1294-1295, sensibile alla cultura toscana, ma orientato verso quella corrente realistica che da Wiligelmo arriva sino ai Campi e a Caravaggio. Il suo valore artistico, peraltro, è una scoperta recente di Roberto Longhi.

L'Iconografia di Sant'Agata e la Tavola
Gli artisti medievali si sono ispirati a diversi episodi della Legenda agiografica di Agata. Fra questi, la visita di San Pietro alla martire carcerata per sanarle il seno straziato, sembra essere la scena rappresentata più di frequente. Questo episodio agiografico è ben evidenziato nella Tavola di Sant’Agata di Cremona, dove il maestro dell’opera (fine XIII-inizio del XIV secolo) raffigurò l’evento soprannaturale facendone il motivo centrale dell’intera composizione, comprensiva di vari episodi della vita della santa.
Con l’incorporazione degli attributi peculiari del suo martirio, Agata diventa ormai facilmente riconoscibile agli occhi dei fedeli. Gli artisti, perciò, traggono dal racconto del supplizio i principali emblemi della Santa. Gli strumenti del martirio - tenaglie o vari altri oggetti taglienti - diventano i suoi attributi convenzionali, mentre spesso lei stessa presenta i seni recisi in un piatto o in una coppa. Sono possibili anche diverse altre combinazioni iconografiche, come Agata che tiene in una mano la palma del martirio e nell’altra i seni asportati, o che presenta il petto mutilato e insanguinato, o che reca una fiaccola, chiaro riferimento al suo supplizio o alla fama di poter fermare le devastanti eruzioni dell’Etna.
Le pillole della direttrice: Il santo del giorno, iconografia di sant'Agata
La Leggenda della Tavoletta Marmorea e la Reliquia
Per millenni, la Tavola di Sant'Agata è stata ritenuta non solo un prezioso oggetto d'arte, ma un vero e proprio reliquiario, e, come tale, oggetto di particolare venerazione. Anche il gesuita e storico belga Jean Bolland, che raccolse l'informazione da un certo padre Giulio Mazzarino, riporta negli “Acta Sanctorum” (pubblicati a partire dal 1643) la notizia tramandata oralmente che la tavoletta di Cremona era di marmo bianchissimo.
Secondo la tradizione, la martire, dopo aver subito tante torture, morì in carcere e al momento della sepoltura un angelo avrebbe posto accanto alla sua testa una tavoletta in cui era scritto MSSHDEPL
, cioè mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem
(mente santa spontanea, onore per Dio e liberazione della patria). Da questo sarebbe invalsa la consuetudine di celebrare ogni anno una processione.
Il vescovo Guglielmo Durando, nel suo trattato di liturgia Rationale divinorum officiorum
, ci informa che ai suoi tempi (morì nel 1296) era ancora viva l'eco delle vicende del martirio di Sant'Agata. Le otto iniziali (M.S.S.H.D.E.P.L.) hanno avuto una notevole diffusione nel corso dei secoli, tanto da essere riprodotte in diversi luoghi di Catania.
La Controversia con Catania e le Indagini
La leggenda dell'identità delle due tavole sarebbe nata nel XVII secolo ad opera di Giuseppe Bresciani. Per oltre millecinquecento anni, si è consumato un silenzioso ma costante braccio di ferro tra le diocesi di Cremona e Catania per la proprietà di una preziosa reliquia che si credeva incapsulata all'interno della Tavola. Nel 1575, San Carlo Borromeo, in visita pastorale alla basilica, si limitò a pregare e venerare la tavola, senza ordinarne l'apertura.
Nel 1760, il Capitolo della Cattedrale e il civico Senato di Catania scrissero all'allora vescovo di Cremona Ignazio Maria Fraganeschi, per indurlo a effettuare una ricognizione della preziosa tavoletta. Ma il vescovo fu lapidario: il popolo cremonese non era assolutamente disponibile a che la cassetta venisse manomessa, per evitare che i catanesi avanzassero un’eventuale pretesa per la restituzione del presumibile furto. Il vescovo agì come il suo predecessore Nicola Sfondrati, divenuto poi papa Gregorio XIV. Ancora nel 2002, il vescovo di Catania monsignor Santo D'Arrigo era convinto che i cremonesi si fossero impossessati di quella reliquia da 14 secoli e sperava si decidessero ad aprire la cassetta. Tuttavia, le indagini condotte da don Achille Bonazzi hanno dimostrato che la tavola è un pezzo di legno unico, dipinto su entrambi i lati, e non vi è nulla da aprire. Anche la delegazione catanese giunta a Cremona in quegli anni dovette ammetterlo.
Il vescovo Sicardo, morto nel 1215, spiega nel Mitrale
di aver appreso da una precedente relazione che quella tavoletta era stata collocata in una piccola chiesa, costruita in onore di Sant'Agata presso la Porta Pertusia
per essere poi trasferita nella nuova basilica, edificata a partire dal 1077 e affidata alle cura dei Canonici Lateranensi a nome della Sede Apostolica. Questa testimonianza è confermata anche da un privilegio, concesso in quel tempo da Enrico IV, e dal papa Urbano II nel 1090.
Il Restauro e la Riscoperta Artistica
La Tavola fu sempre ritenuta un reliquiario fino a quando nel 1925 venne “riscoperta” da Ugo Gualazzini, il quale giunse alla conclusione che non era la tavoletta che la tradizione voleva fosse posta da un angelo sotto le spoglie della Vergine catanese. La tavola, come i cristalli che la proteggevano, era del tutto annerita per il depositarsi secolare del fumo delle candele, al punto che, almeno fino a tutto il Settecento, si pensava fosse una lastra marmorea. Ridotta in condizioni di totale illeggibilità, se ne è potuto ignorare il significato artistico per tanti secoli.
Fu soltanto l’operazione “abusiva” di aprire i cristalli che la racchiudevano a rivelare la presenza dei dipinti sulla tavola di legno e ad avviare il prezioso cimelio verso la celebrità. Ci volle un anno perché il restauratore Mauro Pelliccioli riuscisse a riportare in vita la tavola, pazientemente consolidata e ripulita, nella pienezza dei suoi valori. Tuttavia, un esame radiografico eseguito nel 1979 non ha dato una risposta definitiva sulla presenza di una lastra marmorea al suo interno, mostrando solo un indecifrabile corpo opaco, della forma di una monetina, appena sopra la testa della Madonna
.
Il Culto di Sant'Agata e la Sua Diffusione
Iconografia di Sant'Agata nel Medioevo
La prima iconografia agatina propone «ritratti» idealizzati senza attributi particolari della Santa, a parte in qualche caso la tradizionale palma e l’iscrizione del suo nome. Altre rappresentazioni, come quelle della Pinacoteca Santa Maria degli Angeli di Castroreale (Scene della vita di Agata
, 1420 circa) o il retablo di notevole interesse nella stessa pinacoteca, sviluppano parimenti un programma ornamentale riproducente diversi episodi della vita della Vergine. Mentre la scena del terremoto o quella della sua sepoltura ebbero una certa posterità iconografica, molto più rare furono le raffigurazioni dell’appropriazione delle ricchezze da parte di Quinziano, la processione col mantello-velo della Santa o l’episodio dei carboni ardenti.

La Processione e il Culto a Cremona e Altrove
La diffusione del culto della martire catanese si fa risalire probabilmente a un’iniziativa della regina longobarda Teodolinda, che tra il VI e il VII secolo decise di titolare molte chiese del regno a santi e martiri cristiani, tra cui Agata, diffondendone così il culto. Questo è confermato anche dalla tradizione secondo cui nel 568, in occasione dell’invasione dei Longobardi, un prete avrebbe trafugato la tavoletta da Catania portandola a Cremona. Se si presta fede alla tradizione siciliana, il prete avrebbe diffuso a Cremona l'usanza di portare in processione la tavoletta in giro per la città, al chiarore di tanti lumi accesi e con il concorso della folla dei fedeli.
La processione è documentata anche a Cremona e per secoli la tavola fu portata in processione in occasione di calamità naturali: dagli incendi alla siccità o a eccessive piogge, per debellare la peste bovina. Vale la pena osservare che in altre città dell’Italia settentrionale sono in uso processioni in onore della santa siciliana nella ricorrenza del 5 febbraio, come a Santhià (Vercelli), a Genova (San Fruttuoso di Terralba) e a Tremenico (Lecco).
Le pillole della direttrice: Il santo del giorno, iconografia di sant'Agata
Studi e Pubblicazioni sulla Chiesa di Sant'Agata
La storia della Chiesa di Sant'Agata, la seconda chiesa più importante della città dopo la cattedrale, è stata oggetto di numerosi studi. Un contributo significativo è il volume di Mariella Morandi, L’insigne chiesa prepositurale mitrata di Sant’Agata
. Questo libro non è solo un importante e corposo contributo storico-artistico, ma soprattutto un viaggio per immagini, documentato con dovizia di particolari dai fotografi Mino Boiocchi e Oscar Pegorini.
La Morandi ha voluto rendere visibile e leggibile ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni volta che entriamo in Sant’Agata
. Il volume affronta la storia della chiesa nelle sue trasformazioni, leggendole in rapporto al mutare della comunità e al dialogo con la città. La storia di Sant’Agata è scandita da quattro momenti ben definiti che hanno fortemente inciso sulle modifiche architettoniche e non solo della chiesa: quello medievale (che inizia nel 1077), quello rinascimentale (dal 1454), quello ottocentesco (con la facciata di Luigi Voghera e la nascita della parrocchia) e quello del XX secolo (con l’intervento di Mario Busini per la pavimentazione musiva).
L’autrice ha mantenuto un’attenzione alla comunità nella trattazione della vita storica e artistica di Sant’Agata, leggendo le opere d’arte contenute in chiesa che per luce o per posizione rischiano di non essere osservate con attenzione. Nel capitolo dedicato alla Tavola di Sant’Agata, Morandi cerca di ricostruire la storia e di mettere in fila le fonti e le informazioni, spesso lacunose, che ne hanno fatto un oggetto d’arte prezioso e studiatissimo, ma anche un oggetto di culto.