Su questo sito sorgeva anticamente un edificio distrutto nel 1363 per far posto alle nuove strutture della fabbrica di Santa Maria del Fiore. Poco dopo fu iniziata la costruzione di una nuova chiesa, ristrutturata dai Celestini che ne presero possesso nel 1552. Conserva brani dell’antica decorazione ad affresco trecentesca nelle cappelle laterali e opere di Passignano, Jacopo Empoli e Agostino Ciampelli.
San Michele Visdomini: Storia e Architettura
L'attuale edificio di San Michele Visdomini fu iniziato nel 1364 e sostituì un'antica chiesa di patronato della famiglia Visdomini, demolita un anno prima per creare maggior spazio alla nuova cattedrale. Questa antica chiesa era situata sotto l'attuale absidiola nord, alle spalle dell'antica chiesa di Santa Reparata. La prima pietra fu posta alla presenza del vescovo di Fiesole Andrea Corsini, poi santo, su un terreno messo a disposizione dalla famiglia Del Palagio.
Inizialmente eretta in stile gotico, la chiesa subì una radicale ristrutturazione con l'arrivo dei monaci celestini, che la officiarono dal 1552 al 1782. Tale ristrutturazione comportò lo spostamento dell'ingresso da via Bufalini alla piazzetta affacciata su via dei Servi e la creazione di nuove cappelle in stile controriformato. L'impresa fu finanziata da Livia Vernazza, vedova di Giovanni de' Medici, e il progetto fu affidato a Michelangelo Pacini, assistito da Francesco Masini.

Opere d'arte e decorazioni
Il primo altare a destra è decorato dalla Natività di Jacopo Empoli, datata 1618. Segue l'altare Pucci con una Sacra Conversazione di Pontormo, risalente al 1518 e commissionata da Francesco Pucci.
Alla testata del transetto destro si trova la Nascita della Vergine di Agostino Ciampelli (1593). Nella volta, un affresco raffigurante la Vittoria dell'Arcangelo Michele di Niccolò Lapi (1702-1703), copia da Guido Reni.
La prima cappella del transetto, a destra di quella maggiore, conserva resti di affreschi e sinopie attribuibili a Spinello Aretino. La cappella di sinistra, invece, ospita un Crocifisso trecentesco detto dei Bianchi, portato qui dai Celestini provenienti dalla chiesa di San Pier Murrone, oltre a resti di affreschi e sinopie del Trecento.
La cappella maggiore non presenta elementi di particolare rilievo architettonico.
In sagrestia sono conservati armadi intarsiati con bancone, rari esempi di mobilio quattrocentesco con integrazioni del XVII secolo, provenienti dal distrutto monastero di San Pier Maggiore.

Curiosità e aneddoti
La sepoltura di Filippino Lippi
Una lapide inserita nella facciata ricorda la sepoltura in questo luogo del pittore Filippino Lippi, autore degli affreschi della cappella Strozzi in Santa Maria Novella. Filippino Lippi è famoso anche per essere il frutto della scandalosa relazione del padre, il celebre pittore carmelitano Filippo Lippi, con la monaca Lucrezia Buti.
La casa di San Michele Visdomini
Al numero 6 di via dei Servi si trova una casa annessa a San Michele Visdomini, caratterizzata da un fronte di disegno semplice, sviluppato su quattro assi per tre piani, adiacente alla canonica della chiesa. Sulla facciata è presente un pietrino con un monte a tre cime sormontato da una croce intrecciata con la lettera S, indicativo di una proprietà della chiesa.
Presso il civico 20r si trova un'iscrizione che la identifica come "delle monache di Boldrone", con il numero cinque a indicare la sua posizione nel registro delle possessioni del monastero. L'edificio della canonica, al numero 22 rosso, pur privo di elementi architettonici di rilievo, è importante per definire lo spazio urbano, situato tra via dei Servi e la piazzetta antistante la chiesa. Esso si sviluppa su tre piani, con un asse sulla strada e due sullo slargo.
Sulla cantonata è visibile un pietrino con la scritta "Protector noster" e l'insegna della chiesa, una S intrecciata a una croce. Federico Fantozzi ricorda questo luogo come la dimora di Rabbi Jochiel, che abiurò l'ebraismo nel 1583 e fu battezzato da Gregorio XIII, avendo come padrino il cardinale de' Medici (poi Ferdinando I), dal quale prese il nome di Vitale de' Medici. I suoi figli Alessandro e Antonio abitarono anch'essi qui. Lo stemma di questa famiglia, detta dei "Medici Proseliti" o "Medici Neofiti", identico a quello della casa regnante, era presente sulla cantonata, sormontato dalla corona granducale e da un cappello cardinalizio, con il cartiglio "Protector noster". Questo stemma, rimosso negli anni settanta perché pericolante, doveva essere ricollocato secondo Bargellini-Guarnieri, ma ciò non è ancora avvenuto.

San Michele Arcangelo: Storia e Culto
L'intitolazione a san Michele arcangelo suggerisce come epoca di fondazione l'epoca longobarda, dato il particolare culto tributato all'"angelo guerriero" da parte del popolo germanico. Una leggenda attribuisce la fondazione a un certo Sichelmo; nel Rituale Passinianense del 1316, alla data del 18 ottobre, è prescritto un ufficio in suffragio di Sichelmo e di suo fratello Zenobio, con la dicitura: "de officio Sichelmi, qui hedificavit hoc monasterium".
Ciò che è certo è che il monastero di Passignano, nel suo archivio, conservava un atto rogato nel marzo dell'884 alla presenza di un tale Wilerado scabino. Da un atto datato 27 marzo 903 si apprende che nell'oratorio di San Michele di Passignano viveva una famiglia monastica presieduta da un abate e da un proposto.
Il primo abate vallombrosano di Passignano fu Leto che, nella primavera del 1050, partecipò a un sinodo romano e organizzò l'incontro tra papa Leone IX e san Giovanni Gualberto, tenutosi nell'estate dello stesso anno proprio in questo monastero.
Dopo aver dedicato tutta la vita alla lotta per la libertà della Chiesa, san Giovanni Gualberto morì nel monastero di Passignano il 12 luglio 1073. Poco prima della morte, ebbe la soddisfazione di vedere elevato al soglio pontificio il vallombrosano Ildebrando, che, solo contro tutti, aveva difeso l'ordine vallombrosano dalle accuse di Pier Damiani durante il sinodo romano del 1067.
L'essere custode dei resti mortali di san Giovanni Gualberto conferì alla badia una posizione di prestigio nell'ambito vallombrosano.
Roberto Giacobbo e la misteriosa Abbazia dell'Arcangelo Michele in Val di Susa
La distruzione di Fiesole e le sue ripercussioni
La distruzione di Fiesole nel 1125 da parte dei fiorentini fu un evento che influenzò significativamente la storia della badia. Dopo la distruzione della rivale, i fiorentini, temendo una grave punizione da parte di papa Onorio II, si rivolsero all'abate di Vallombrosa, Atto, affinché intercedesse presso il pontefice.
L'abate si impegnò ad intervenire a condizione che il vescovo di Firenze, in cambio dei territori fiesolani occupati nel Mugello, cedesse al vescovo di Fiesole la pieve di Sillano, di cui il monastero era una dipendenza. La proposta fu accettata e il distacco dalla diocesi di Firenze portò anche a un mutamento della politica del monastero, che da quel momento iniziò a seguire gli orientamenti politici di Siena.
Lo scisma e le lotte politiche
Lo scisma avvenuto durante il pontificato di papa Alessandro III sconvolse l'intera congregazione vallombrosana. Nel 1165, dall'abbazia di Passignano venne allontanato l'abate Lamberto, sostenitore di Alessandro III, e fu nominato dall'imperatore l'abate Ugo, sostenitore dell'antipapa Pasquale III.
Il momento di massima tensione si verificò nel 1168, quando venne nominato antipapa Giovanni, abate del monastero vallombrosano di Strumi, che prese il nome di Callisto III. A quel punto, all'interno del monastero si formarono due fazioni con conseguenti disordini, che non cessarono neanche nel 1169, quando Alessandro III, oltre a confermare i privilegi della congregazione, ordinò al nuovo abate di Vallombrosa, Giacomo, di allontanare da Passignano l'abate Ugo e di ripristinare la direzione di Lamberto.
Nello stesso periodo, si moltiplicarono in Toscana gli intrighi dell'imperatore di Costantinopoli Manuele I Comneno, il cui obiettivo era la conquista delle terre dell'Italia centrale per compensare la perdita di quelle sottratte dai Normanni nell'Italia Meridionale.
Dall'imperatore partirono somme di denaro destinate al monastero di San Michele presso Poggio San Donato a Siena, sottoposto a Passignano. Questi fondi, ufficialmente destinati al mantenimento del monastero, venivano in realtà distribuiti al popolo per organizzare sommosse. Intervenne il papa, che il 16 maggio 1177 proibì queste attività.
Il progetto di trasferimento della sede vescovile
In seguito alla distruzione di Fiesole del 1125, il vescovo fiesolano fu obbligato a risiedere a Firenze, ma era in progetto di trasferire la sede vescovile a Figline Valdarno per sottrarsi al controllo di Firenze. Questo piano era conosciuto e appoggiato da Siena, Arezzo e soprattutto da papa Alessandro III, che lo approvò con tre bolle consecutive, considerando il progetto ormai concluso nella bolla più recente, conferendo al presule il titolo di Vescovo di Figline e Fiesole.
A Figline erano già sorti gli edifici che avrebbero dovuto accogliere il vescovo, e la badia di Passignano aveva acquistato, il 30 aprile 1175, la collegiata di Santa Maria, destinata a diventare la cattedrale. Tutto era pronto per il trasloco, ma quando i fiorentini sconfissero Arezzo in battaglia, il piano saltò. I fiorentini, non contenti della vittoria, distrussero Figline e bruciarono tutti i locali della costituenda diocesi.
Il 20 novembre 1199, Firenze impose ai monaci di Passignano il giuramento di non ordire alcun complotto né alleandosi con il papa, né con l'imperatore. Tuttavia, Passignano era già alleata della famiglia filoimperiale degli Alberti, che contro Firenze costruì una città: Semifonte. Alla costruzione della città partecipò anche Passignano, realizzando una chiesa e un ospedale.
La canonizzazione di San Giovanni Gualberto
Verso la fine del XII secolo, l'abate di Passignano Gregorio si impegnò per la canonizzazione di san Giovanni Gualberto, per la quale scrisse una nuova versione della Vita del Santo, introducendo nuove informazioni sulla sua nascita e sull'appartenenza alla famiglia dei Visdomini, cui apparteneva anche l'abate stesso.
Il 1º ottobre 1193 avvenne la canonizzazione da parte di papa Celestino III, con la partecipazione di 23 cardinali, un arcivescovo, l'abate di Fulda e gli ambasciatori dell'imperatore bizantino e del re d'Inghilterra.
L'elevazione delle spoglie mortali del Santo, ordinata il 23 maggio 1194 dal papa ai vescovi di Arezzo, Pistoia e Siena, non poté effettuarsi a causa dell'opposizione dei vescovi di Firenze e Fiesole, ancora in causa con Passignano.
Nel 1205 papa Innocenzo III depose l'abate di Passignano Uberto e il 27 marzo 1210 ordinò ai vescovi di Fiesole e Firenze di elevare le reliquie del fondatore di Vallombrosa. L'ordine fu eseguito solo il 10 ottobre dello stesso anno. In quell'occasione, il corpo fu ispezionato e da esso vennero prelevate parti, per le quali i monasteri vallombrosani fecero eseguire ricchi reliquiari nei secoli successivi.
Contese e dispute medievali
Nonostante l'istituzione dell'ufficio dei Visitatori nel 1216 per controllare l'osservanza della Regola nei monasteri e dell'ufficio del Procuratore presso la Curia Romana per tutelare le esenzioni e i privilegi dell'Ordine, nel 1222 il monastero di Passignano e gli altri monasteri vallombrosani si trovarono al centro di una contesa con il vescovo di Fiesole Ildebrando a causa di esenzioni fiscali.
La disputa si tenne il 26 febbraio 1222 nella pieve di Santa Maria Novella, in diocesi di Fiesole. A difendere le ragioni dei monasteri intervenne Giacomo, decano di Vallombrosa, mostrando la bolla pontificia con i privilegi.
Il monaco Giacomo svolse altre missioni con successo, come nel 1210 quando consegnò a Luigi IX re di Francia una reliquia di san Giovanni Gualberto, o nel 1222 quando, su incarico di Innocenzo III, aiutò san Domenico di Guzmán nella predicazione contro gli eretici. Nel 1226 fece da intermediario per conto di Gregorio IX alla corte di Federico II di Svevia.
La missione fallì poiché nel 1229 il papa iniziò una guerra contro l'imperatore. Per le spese militari, il papa impose ai monasteri toscani pesanti tasse, costringendo i vallombrosani a impegnare quasi tutto il loro patrimonio. Nel 1245, dopo una sentenza del tribunale, il patrimonio cadde in mano ai creditori.
I beni di Passignano passarono alla famiglia degli Scolari, i quali nel 1255 occuparono il monastero, tenendo prigionieri i monaci. Costrinsero l'abate ad andare in giro con una scorta armata e distrussero il monastero, bruciando la chiesa.
Di questa situazione approfittarono gli abitanti di Poggio a Vento, un villaggio limitrofo soggetto all'autorità di Passignano, che nel 1258 ottennero di poter eleggere autonomamente i rettori del comune.
La ricostruzione e il Priorato di Ruggero Buondelmonti
I ghibellini furono cacciati definitivamente da Firenze nel 1267 e nel 1269, dopo la sconfitta a Colle Val d'Elsa, anche a Siena si insediò un governo guelfo, instaurato da Simone di Montfort, vicario di Carlo d'Angiò. Questi eventi ebbero ripercussioni immediate sulla vita del monastero.
Nel 1272, l'abate di Vallombrosa Plebano depose quello di Passignano Rodolfo e affidò il monastero a Ruggero dei Buondelmonti, guelfo, già eletto nel 1266 ma impossibilitato a prendere possesso a causa del governo ghibellino instaurato a seguito della Battaglia di Montaperti.
Il Buondelmonti iniziò subito la ricostruzione del monastero (nell'architrave di una porta è incisa la data 1294) e della chiesa, terminati nel 1287. Subito dopo iniziò la costruzione del campanile, concluso nel 1297.
Il 23 dicembre 1297, papa Bonifacio VIII nominò l'abate di Passignano Ruggero Buondelmonti priore generale di Camaldoli, in sostituzione del priore Frediano. Prima ancora di poter prendere possesso della nuova carica, il 26 marzo 1298, lo stesso Bonifacio VIII lo nominò abate generale di Vallombrosa in sostituzione di Valentino.
Per qualche anno Ruggero mantenne anche la carica di abate di Passignano e in politica si schierò con i Guelfi neri, appoggiando Corso Donati. Dopo il Calendimaggio del 1300, partecipò al convegno tenutosi a Firenze nella chiesa di Santa Trinita, dove si decise di chiamare a Firenze Carlo di Valois e di cacciare dalla città i Guelfi bianchi, a cui apparteneva Dante Alighieri.
Nel 1312 si oppose all'imperatore Enrico VII di Lussemburgo: le truppe imperiali avevano occupato il monastero di San Salvi per poi porre il loro campo a San Casciano in Val di Pesa. Il monastero venne inserito al 29º posto tra quelli considerati ribelli all'impero.
Nel novembre del 1312, nonostante fosse stato trasformato in fortezza, il monastero cadde sotto l'assedio delle truppe imperiali guidate dall'arcivescovo di Treviri Baldovino, fratello dell'imperatore. Il monastero venne occupato fino all'8 marzo 1313.
Gli occupanti minacciarono più volte di radere al suolo il monastero, spingendo i monaci a fare voto alla Madonna di celebrare ogni anno l'8 dicembre una festa dell'Immacolata Concezione in cambio della salvezza del monastero.
La vita dell'abate Ruggero Buondelmonti terminò il 14 agosto 1313 presso il Guarlone, assistito dall'abate di Passignano Nicola. Subito dopo la sua morte, l'abate di San Mercuriale di Forlì Bartolo Ceci occupò il monastero di Vallombrosa, impedendo agli abati di eleggere il nuovo generale dell'ordine. I monaci si riunirono presso la chiesa di Santa Trinita a Firenze ed elessero generale dell'Ordine l'abate di Passignano Nicola.
Contro Bartolo Ceci si schierò anche il re di Napoli Roberto d'Angiò, che pretese dal papa una punizione esemplare contro il ribelle, autore anche di una rivolta popolare a Forlì contro il dominio angioino. Il 2 febbraio 1317, il sovrano angioino nominò l'abate di Passignano cappellano regio.
Il XIV e XV secolo: riforme e conflitti
Nel corso del XIV secolo, a Siena vennero realizzate due opere per la decorazione della chiesa abbaziale: il Reliquiario di san Giovanni Gualberto e, nel 1358, il polittico dell'altare maggiore.
Nel 1365 risulta in fase di costruzione la chiesa di San Biagio. Nello stesso anno, Bindo dei Buondelmonti istigò i muratori a interrompere il lavoro e i contadini a smettere di lavorare le terre del monastero. Questi eventi provocarono la reazione del comune di Firenze, che ammonì Bindo, dichiarando ribellione contro il comune qualsiasi sgarbo fatto al monastero.
Con lo scopo di sottrarre i monasteri al sistema della Commenda, il 13 maggio 1437 papa Eugenio IV nominò abate di Vallombrosa don Placido Pavanelli. Nello stesso anno, impose a Gomez, abate della Badia Fiorentina, di inviare dei monaci nei monasteri vallombrosani per introdurre la riforma di Santa Giustina.
Tra i monaci inviati vi era don Francesco Altoviti, che il 7 gennaio 1441 fu nominato abate di Passignano. Sotto il suo governo, il monastero assunse gran parte delle forme che ancora oggi è possibile osservare. Nel 1454, Altoviti fu nominato anche abate di Vallombrosa.
Durante il pontificato di Callisto III, si raggiunse una concordanza tra gli abati vallombrosani sulla regola da seguire. Prima dell'approvazione, il papa incaricò l'arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi di esaminare il testo dell'intesa, che però non fu approvata a causa della morte del pontefice.
Gli stessi abati presentarono una nuova richiesta al successore di Callisto III, papa Pio II, che incaricò l'abate della Badia fiorentina per la revisione dell'accordo. La nuova bozza trasformò l'ordine in una congregatio, organizzata sul modello di Santa Giustina, dando facoltà agli altri monasteri di aderirvi. Questa nuova congregazione, denominata Sansavina (dal monastero di San Salvi), fu approvata dal Papa il 13 giugno 1463.
Alla morte di Altoviti, il 22 aprile 1479, all'interno della famiglia vallombrosana si verificò uno scisma: il gruppo dei cosiddetti sansavini elesse come generale don Isidoro, abate di Passignano. Tale nomina fu contestata dai monaci di Vallombrosa, che elessero un loro generale nella persona di don Biagio Milanesi, il quale nel 1480 ottenne l'approvazione papale.
Lo scisma fu ricucito attraverso un accordo tra il Milanesi e l'abate di Passignano. Tale accordo fu approvato da Innocenzo VIII il 31 gennaio 1485, stabilendo la fine della congregazione di San Salvi, la creazione della nuova Congregazione di Santa Maria in Vallombrosa, e obbligando tutti i monasteri dell'ordine ad aderirvi, sottraendosi alla commenda.
Alla nuova congregazione chiese di aderire anche Passignano, ma il papa fece sapere al Milanesi che il monastero era stato promesso a Lorenzo il Magnifico, con la giustificazione che la sua posizione strategica, quasi al confine con Siena, richiedeva una diretta dipendenza dallo stato mediceo.
Nel 1485 Isidoro morì e il Milanesi nominò abate di Passignano Riccardo degli Alberti, nomina non gradita al Magnifico, che organizzò una spedizione punitiva. Un esercito di oltre tremila fanti entrò nel monastero, percosse e ferì i 25 frati presenti, i quali furono spediti a San Salvi ed espulsi dal monastero.
Non era la prima volta che i monaci di Passignano si rifugiavano a San Salvi; già nel 1478, durante l'invasione aragonese del Chianti, nonostante il monastero fosse una fortezza, i monaci preferirono mettersi in salvo portando via i beni, custoditi poi tra i monasteri di Santa Maria Novella e Santa Verdiana.
Il 25 febbraio 1487, il matrimonio tra Franceschetto Cybo, figlio di papa Innocenzo VIII, e Maddalena, figlia di Lorenzo il Magnifico, portò alla concessione del monastero di Passignano, unitamente alla Badia a Coltibuono, in commenda al futuro papa Leone X, al quale i monaci dovettero pagare annualmente duemila fiorini d'oro.
Verso la fine del XV secolo, i lavori di ampliamento erano terminati, con l'impiego di maestranze lombarde.

San Michele alle Formiche: tra leggenda e realtà
Percorrendo la tortuosa strada provinciale che da Pomarance giunge a Montecerboli, l'attenzione viene catturata dalle gigantesche pareti di gabbro e da una costruzione diroccata di pietra chiara sulle colline boscose. Nel Trecento, queste zone erano sotto la giurisdizione del Comune di Volterra, che acconsentì alla costruzione di un convento e di una chiesa sopra il Botro delle Vignacce, affidando il complesso ai monaci Celestini di San Michele Visdomini di Firenze.
I malati ospitati dai padri Celestini, spesso affetti da artrite e lebbra, potevano godere di un vicino e antico bagno dalle mirabolanti virtù salutari: i famosi Bagni di San Michele Arcangelo, noti alla storia come Terme di Spartaciano, toponimo che fa riferimento all'"Ager Spartacianus", ovvero Terra di Spartaco.
Oggi questo luogo è volgarmente conosciuto come San Michele alle Formiche. Il suo curioso epiteto faunistico deriva da una leggenda: si narra che il 29 settembre di ogni anno, giorno della celebrazione di San Michele Arcangelo, comparissero sul tetto e sul campanile della chiesa una grande quantità di formiche alate che morivano in breve tempo.
Il cenobio rimase attivo fino al Settecento, quando fu abbandonato a causa dei costi insostenibili e del degrado degli edifici.
Oggi San Michele alle Formiche è una meta frequente per le scampagnate. Per raggiungerlo, dalla strada provinciale da Pomarance a Montecerboli, si prende il bivio per Sant'Ippolito e la strada successiva per Le Vignacce. Arrivati al primo podere, è necessario parcheggiare e proseguire a piedi lungo una mulattiera acciottolata e sconnessa in salita che conduce alle rovine.
Dalla cima dell'eremo, tra muri solitari, si gode un panorama che si estende dai monti della Cornata e della Carlina verso Siena, a Montecastelli, alla Rocca Sillana, fino alla Val d'Elsa. Nelle giornate terse, si scorgono le Apuane e il mar Tirreno. Nelle immediate vicinanze, lo sguardo si perde nei boschi fitti e incontaminati e nelle torri refrigeranti di Larderello.

Pittori e Artisti legati a San Michele Visdomini
La chiesa di San Michele Visdomini conserva opere di artisti di rilievo, tra cui:
- Jacopo Empoli: Autore della Natività (1618) sul primo altare a destra.
- Pontormo: Realizzò la Sacra Conversazione (1518) per l'altare Pucci.
- Agostino Ciampelli: Autore della Nascita della Vergine (1593) alla testata del transetto destro.
- Niccolò Lapi: Affresco nella volta raffigurante la Vittoria dell'Arcangelo Michele (1702-1703), copia da Guido Reni.
- Spinello Aretino: Attribuibili a lui resti di affreschi e sinopie nella prima cappella del transetto, a destra di quella maggiore.
La chiesa conserva inoltre un Crocifisso trecentesco detto dei Bianchi e resti di affreschi e sinopie del Trecento nella cappella di sinistra del transetto.
Interessanti sono anche gli armadi intarsiati con bancone, conservati in sagrestia, rari esempi di mobilio quattrocentesco con integrazioni del XVII secolo, provenienti dal distrutto monastero di San Pier Maggiore.
