La Storia del Clan Marando a San Basilio: Dalle Origini Calabresi all'Impero Romano della Droga

L'Ascesa dei Marando nel Quartiere San Basilio

Il quartiere di San Basilio a Roma, in particolare la zona della 'Lupa' di via Girolamo Mechelli, così conosciuta per la presenza di un murale con il simbolo dell'As Roma, è stato per anni un epicentro di attività illecite, dove pusher e clienti si sono scambiati mani, soldi e droga. Per oltre due decenni in quelle strade la voce grossa l'hanno fatta e la fanno ancora i Marando, una famiglia che da Platì, a Reggio Calabria, si è insediata nel quartiere da oltre 25 anni, prendendosi il controllo del territorio.

Rosario Marando, 57enne calabrese, già condannato in via definitiva per la sua appartenenza alla 'ndrangheta e ritenuto elemento apicale della locale di Volpiano, provincia di Torino, e promanazione di quella di Platì di Reggio Calabria, insieme alla sua famiglia a 'SanBa' ha gettato le basi del suo impero. Francesco detto 'Ciccio', uno dei suoi figli, gli è sempre stato accanto come ricostruito anche in questa indagine. Il ragazzo, 28 anni, tra i vicoli che danno su via Montegiorgio, via Recanati, via Morrovale, via Fabriano e via Fiuminata, si è mosso con destrezza. Lì, insieme ai suoi compari Federico Mennuni e Francesco Mozzetta, tra gli altri, faceva la voce grossa per conto del padre e della famiglia, e chi non stava alle loro condizioni subiva gravi conseguenze.

Mappa del quartiere San Basilio a Roma con evidenziata l'area della

Le Radici Calabresi: La 'Ndrina Marando di Platì

La 'ndrina Marando è un nome storico e temuto nel panorama della 'Ndrangheta calabrese, originaria di Platì, un feudo della criminalità organizzata in provincia di Reggio Calabria. Già negli anni ’80, i Marando si distinguevano per il controllo del traffico di eroina proveniente dal Pakistan. In questo periodo si registrano anche sequestri di persona, come quello di Marcellino Talladira nel 1979 e di Lorenzo Crosetto nel 1981, quest’ultimo tragicamente conclusosi con la morte dell’impresario stradale nonostante il pagamento di un riscatto.

Gli anni ’90 sono stati segnati da una violenta faida tra i Marando di Volpiano (TO), guidati da Pasqualino Marando, e le cosche liguri, in particolare gli Stefanelli. La contesa, scaturita da una partita di droga, portò a una serie di omicidi efferati. Nel 1993, a Volpiano, venne scoperto un vasto traffico internazionale di droga che coinvolgeva anche la malavita turca, criminali portoghesi e pachistani. La faida culminò con la morte di Francesco Marando nel 1996, trovato carbonizzato, e con gli omicidi di Antonio e Antonino Stefanelli e del loro guardaspalle Francesco Mancuso nel 1997, per i quali Domenico Marando, fratello di Pasquale, fu condannato a 30 anni di carcere.

Nel 2002, l’operazione “Igres” portò all’arresto di esponenti dei Marando per traffico internazionale di droga, in collaborazione con i Trimboli, il trafficante Roberto Pannunzi e Cosa Nostra. È in questi anni che i Marando iniziano a consolidare la loro presenza a Roma. Nel 2012, i Marando sono stati coinvolti nell’operazione “Minotauro”, che ha fatto luce sulle strutture e le attività della ‘Ndrangheta in Piemonte.

L'Operazione Anemone: Un Duro Colpo al Narcotraffico

Un maxi-blitz condotto dai Carabinieri del ROS, denominato “Operazione Anemone”, ha inferto un duro colpo alla ‘Ndrangheta, portando all’arresto di 28 persone tra italiani e albanesi, gravemente indiziate di far parte di un’associazione criminale di matrice ‘ndranghetista con base a Roma e ramificazioni su tutto il territorio nazionale. Al centro dell’inchiesta c’è la figura di Rosario Marando, 57enne calabrese, già noto alle forze dell’ordine per la sua appartenenza alla ‘Ndrangheta e ritenuto un elemento apicale della “locale” di Volpiano (TO), promanazione di quella di Platì (RC). Secondo gli inquirenti, Rosario Marando, nonostante fosse agli arresti domiciliari, sarebbe stato in grado di “riavviare” la piazza di spaccio a San Basilio a partire dall’estate del 2020.

L'indagine, denominata Anemone, aveva ricostruito il predominio dei Marando tra i vicoli che danno su via Montegiorgio, via Recanati, via Morrovale, via Fabriano e via Fiuminata. Ma, soprattutto, i collegamenti con broker della droga sudamericani e del resto d'Europa, le alleanze con gli albanesi e la violenza usata per mantenere il controllo del territorio. Le indagini hanno evidenziato come il clan Marando avesse stabilito legami solidi con una paritetica struttura criminale albanese. Questa alleanza si è rivelata fondamentale per la gestione logistica del traffico di droga, dall’estrazione dei carichi dai porti spagnoli e olandesi al successivo trasporto e smercio del narcotico in altre zone della Capitale. L’operazione ha permesso di contestare agli indagati circa 80 capi di imputazione relativi al traffico di oltre una tonnellata di cocaina (1019 kg) e 1497 kg di hashish.

L’inchiesta ha inoltre rivelato l’uso sistematico di criptofonini, dispositivi difficilmente intercettabili, per le comunicazioni operative. Una vera e propria centrale di smistamento di questi telefoni criptati è stata individuata a Roma, gestita da un 46enne albanese. L’indagine ha confermato l’infiltrazione della ‘Ndrangheta nel territorio romano e l’ormai strutturale alleanza tra clan calabresi e albanesi. Questa sinergia garantisce canali alternativi di approvvigionamento e la possibilità di utilizzare porti stranieri per diversificare le rotte del narcotraffico, con il porto di Gioia Tauro che mantiene un ruolo centrale per le importazioni di cocaina. L’egemonia dei Marando era tale che, ben consapevoli di dominare e condizionare il mercato della droga romano, avrebbero utilizzato metodi mafiosi per raggiungere i loro obiettivi e consolidare il monopolio delle vendite.

Infografica sulle rotte del narcotraffico e le alleanze della 'Ndrangheta

La Violenza per il Controllo: Episodi Emblematici

Il Brutale Sequestro e la Tortura di uno Spacciatore

Tra i reati contestati spicca un raccapricciante episodio di tortura aggravata dal metodo mafioso, in cui quattro esponenti del gruppo sono accusati di aver sequestrato e picchiato per ore uno spacciatore. Il materiale trovato nell’iPhone di Francesco Marando racconta il rapimento e la punizione ai danni di uno spacciatore del quartiere San Basilio a Roma. Nell’iPhone X di Francesco Marando c’è una storia che pare presa da una serie crime o, per i cinefili, da Arancia Meccanica. Ciccio, uno dei capi del clan calabrese che smerciava cocaina e hashish a Roma, aveva conservato qualche file a scopo pedagogico: per ricordare agli spacciatori della Capitale - almeno di quel pezzo di città di cui i Marando avrebbero avuto il controllo - che con la ’ndrangheta non si scherza e se fai l’infame, secondo la logica distorta del clan, la paghi cara.

In una serie di file audio e video raccolti nell’inchiesta Anemone della Dda di Roma sarebbe documentato un episodio che, per il gip, «è di assoluta gravità e dà contezza dello spessore criminale degli indagati». Riguarda il rapimento di C. L., presunto spacciatore del quartiere San Basilio: caricato a forza su un’auto sarebbe stato portato in un cortile condominiale, mani e piedi legati con fascette in plastica, e poi minacciato. Nudo e immobilizzato, il pusher sarebbe stato picchiato e insultato. Il gruppo gli avrebbe poi procurato bruciature sul corpo usando accendini e bombolette spray. E ancora mortificazioni e trattamento umilianti tutti finiti in una serie di video da diffondere. La logica? Unum castigabis, centum emendabis oppure - se si sceglie la massima attribuita a Mao Zedong - “colpirne uno per educarne cento”.

Sarebbero dieci i video salvati nella memoria dell’iPhone di Marando che, secondo gli investigatori, «documentano una vera e propria tortura» nei confronti di un pusher noto ai carabinieri perché avrebbe il proprio business nella piazza di spaccio La Lupa a San Basilio. Sono i file a svelare la durata dell’episodio: circa un’ora, «accompagnata da dileggio e mortificazioni di ogni genere». La colpa di C. L.? Avrebbe gettato via alcuni involucri con la droga durante un controllo delle forze dell’ordine e si era dato alla fuga mettendo a rischio i suoi “soci”. Un comportamento da «infame» che, nell’impero dei Marando non sarebbe stato tollerato ma punito allestendo una gogna pubblica, ancorché virtuale.

Il primo video inizia con una persona, che gli inquirenti identificano in Federico Mennuni, che fa avvicinare un giovane all’auto nella quale si trova e gli spruzza qualcosa negli occhi usando una bomboletta spray. Questo racconto della tortura in diretta continua con il solito Mennuni e un altro indagato, Francesco Mozzetta, che caricano con la forza lo spacciatore nel bagagliaio di una Smart Four Four: non ci riescono e lo spostano sul sedile anteriore lato passeggero («fallo montare zì, lo devi far montare per forza»). Nel terzo video C. L. viene trascinato giù per le scale di uno dei comprensori del quartiere San Basilio: ha i piedi legati da una fascetta di plastica, anche le mani sono bloccate. Tutt’intorno, altre persone ridono.

I file scorrono assieme alle angherie di Marando&Co. Con il volto tumefatto e le labbra sanguinanti, il pusher viene portato in un cortile condominiale: ha i pantaloni abbassati. Poi viene adagiato a terra: accanto a lui Mennuni regge una bomboletta spray e un accendino. I suoi carnefici gli chiedono perché ha fatto «quella cosa»: scappando via durante un controllo avrebbe gettato la droga addosso agli altri e si sarebbe chiuso all’interno di un portone lasciando fuori i propri compari. La punizione contempla l’uso della bomboletta spray assieme all’accendino come un piccolo lanciafiamme. «A San Basilio - sintetizza l’informativa - non c’è posto per gli errori. Chi sgarra paga».

Da una scena all’altra si vede C. L. ficcato in un carrello della spesa che viene fatto ribaltare. Finisce con il viso rivolto verso il terreno e la caduta viene accompagnata da un consiglio: «Se strilli calcola che ti ammazzo». La punizione continua con colpi di un ombrello sui genitali, nuove bruciature su capelli, mani e polpacci, percosse. La vittima si definisce un infame e riceve in cambio una bruciatura in faccia e una sulla caviglia. Marando chiede a Maurizio Miconi, volto noto alle forze dell’ordine, di prendere a schiaffi lo spacciatore dopo avergli spiegato il motivo della punizione. Le botte partono e il gruppo ride «a crepapelle». Tutto avviene in spazi condominiali e in parte su una strada pubblica, senza che nessuno intervenga. Per il gip non ci sono dubbi: ci sono i presupposti per contestare il reato di tortura.

EDGARDO GRECO La Vera Storia del Principale KILLER della 'Ndrangheta! Mafia Italiana Documentario

Il Conflitto con i "Moschettieri"

La polveriera San Basilio nella seconda metà del 2020 stava tutta qui, nello scontro tra la potentissima famiglia calabrese dei Marando e gli ormai noti “Moschettieri”, tali Tiz e Maverick, colpevoli secondo la cosca di averli traditi nel momento in cui più avevano bisogno. Tra un «ce voleva buca’ a testa», un «me le pagheranno tutte» e «sparamogli ai due moschettieri stasera», la situazione non degenera mai del tutto e in modo drammatico, anche grazie all’intervento di soggetti di un certo spessore criminale e la pazienza degli stessi Marando, a cominciare dal capo cosca Rosario. E così, dopo la riconsegna dei preziosissimi criptofonini e il mancato accordo per la restituzione di 50mila euro, gli inquirenti riescono a capire l’evoluzione delle vicende attraverso i contenuti delle chat decriptate.

È il 18 novembre del 2020 quando Antonio Marando, utilizzando il telefono criptato del padre, «scriveva al fratello Francesco lamentando il fatto di aver incontrato la compagna di uno dei “Moschettieri”», annota il gip nell’ordinanza. Un face-to-face non particolarmente piacevole. A quanto pare, infatti, la donna lo avrebbe «guardato in malo modo». Della vicenda veniva edotto anche Andrea Fucci. «Amo glie puoi di’ a Mav se glie da un po’ de educazione alla moglie? Sennò glie sparo prima alle femmine e poi a loro». Questo il contenuto - molto eloquente - del messaggio, accompagnato dallo screenshot della conversazione. Ma non è tutto. Tensione altissima con i “Moschettieri”, dunque. Anche perché - secondo quanto emerso dall’inchiesta - anche Tiz si sarebbe reso protagonista di un ulteriore sgarro. Antonio Marando al fratello Francesco racconta di «avere subito un tentativo di investimento con la macchina da parte di Tiziano».

Francesco scrive dunque all’albanese Sagajeva «raccontandogli anche della notizia a lui giunta circa la vendita, vicino a casa sua, da parte di un gruppo che sembra riconducibile a Mav di cocaina al prezzo di 50 euro al grammo», prezzo estremamente concorrenziale. Due circostanze che, messe insieme, fanno “esplodere” Francesco Marando. Da quanto emerso dall’inchiesta della Dda della Capitale, il confronto tra i Marando e i “Moschettieri” non avrebbe però avuto storia. Dalle chat, infatti, gli inquirenti avrebbero intuito la “sottomissione” dei due Tiz e Mav, in particolare quando uno dei fratelli Marando - insospettito per una possibile apertura di una piazza di spaccio in proprio dei rivali - mette in allerte la famiglia. E così, quando Sagajeva organizza un incontro, ne esce fuori che Tiziano e i presenti si erano visibilmente spaventati. E lo racconta in chat a Francesco Marando. «Si so gagati (…) amo c’era Tiziano tremava tutto (…) io con la mano dentro la borsa…», alludendo al fatto di essersi presentato all’incontro armato. O comunque era quello che aveva fatto intendere ai “Moschettieri”. «Tiz cacato come un matto 😂😂».

Il Calcio come Strumento di Potere e Controllo Territoriale

«Abbiamo dimostrato chi siamo, sia nel campo che fuori dal campo», dice sicuro ai microfoni Alfredo Marando, patron del Real San Basilio, intervistato nel dopo partita. La sua squadra ha appena infilato un poker di goal al diretto avversario per il vertice della prima categoria, il Fidene. È domenica pomeriggio, il questore per motivi di sicurezza aveva imposto di giocare il match sul terreno del Francesca Gianna e non ai Pionieri, nella tana del Real. Circostanza che non ha impedito agli ultras di dare il consueto buongiorno agli avversari: «Fidene trema. Davanti a te c'è San Basilio! Benvenuti all'inferno!», così lo striscione sugli spalti. Alfredo Marando, giovane presidente arrivato dalla Locride e impiantato tra i lotti delle case popolari, pur non avendo un lavoro stabile, è riuscito nella scalata societaria: prima di Natale ha invitato squadra e staff alla cena per gli auguri, ha fatto acquisti e portato il team in cima alla classifica. Tutti lo rispettano e tutti gli sono devoti. Passa qualche ora, giusto il tempo di brindare all'ennesima vittoria e incassare gli elogi dei tifosi, che i carabinieri, nella notte, bussano a casa sua e lo arrestano.

Per gli investigatori del Nucleo Operativo della Compagnia Montesacro, coordinati dalla Dda, infatti, è lui, spalleggiato dal fratello Ciccio e dai cugini Domenico e Paolo Perre, a capeggiare un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ormai padrona incontrastata della piazza di San Basilio e in grado di rifornire di grossi quantitativi di droga gruppi ritenuti amici. I militari erano sicuri che non si sarebbe allontanato da Roma nel week-end, perché non si sarebbe mai perso la sfida più importante del campionato. Non è la prima volta, del resto, che i clan emergenti individuano nel calcio uno straordinario veicolo di consenso attraverso cui accrescere il proprio prestigio personale, offrire protezione e farsi riconoscere rispetto. Il tutto nell'ambito di una precisa strategia di controllo del territorio.

Era finito nelle mani dei Gambacurta il Montespaccato Calcio ed era piombato nella sfera di influenza di epigoni della vecchia banda della Magliana, il Morandi di Ostia. Non solo questione di carisma e consenso. Attorno al mondo del calcio girano molti soldi, spesso al nero e le squadre possono rappresentare una lavatrice perfetta per soldi esentasse, compresi quelli provento di criminalità. E tra schiere di ragazzini appassionati e tifosi galvanizzati è probabilmente più facile reperire pusher e clienti.

Foto di un campo da calcio locale con ultras e striscioni

Arresti, Condanne e Latitanza

Più recentemente, il 17 febbraio 2022, un’operazione ha portato all’arresto di 65 persone per spaccio di droga a San Basilio (Roma). Si è scoperto che il traffico, del valore di 200 milioni di euro, era gestito da Alfredo e Francesco Marando (nipoti dei boss Marco Marinsaldi e Luigi Marando, figli di Rosario), con la collaborazione di un giovane esponente noto come AK. Il loro raggio d’azione si estendeva dal Lazio al resto d’Europa, fino al Marocco e all’America Latina, con contatti primari albanesi e camorristi.

Un secolo e mezzo di carcere per il clan 'ndranghetista dei Marando di Platì trapiantato a San Basilio. I narcotrafficanti gestivano militarmente il fortino dello spaccio di cocaina ed intimidivano i residenti per piegarli ai loro voleri. Il gruppo criminale con i suoi sodali, gestiva la piazza di spaccio del “Pd” in via Corinaldo tra le case popolari. Il giudice del tribunale penale di Roma, Annalisa Marzano, ha emesso le condanne, riconoscendo l’associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico anche per i complici ed i partecipi arrestati dai carabinieri del nucleo operativo della compagnia di Montesacro che avevano ricostruito tutta la filiera criminale in via Corinaldo dove il clan gestisce anche il racket delle case popolari. In manette oltre ai fratelli Francesco e Alfredo Marando, entrambi condannati a 14 anni, finirono anche Paolo e Domenico Natale Perre che dovranno scontare in tutto 28 anni di carcere. Stessa pena anche per Gian Claudio Vannicola e Marco Lenti. Condanne severe non inferiori ai cinque anni sono state emesse a Claudio Bava, Andrea D’Urnano, Fabio Batocchi, Simona Grossi, Emiliano Spada, Savino Tondo, Simone Pedone, Michele Riso, Stefano Sternoni, Ivana Alessandra Licata, Tiziano Conti, Umberto Strippoli, Emiliano Leotta e Pietro Romano.

Da narcos di San Basilio a latitanti in Spagna, a Ibiza, usando documenti falsi. Così tre luogotenenti dei Marando, la famiglia che da Platì si è presa il quartiere dove campeggia la Lupa, si nascondevano. Erano riusciti, un mese e mezzo fa, a sfuggire al maxi blitz della procura di Roma e dei carabinieri del Ros che aveva portato all'arresto di 28 persone. A Ibiza Marco Lenti, Alessio Di Pietro detto ‘Bruscolino’ e Federico Mennuni, i tre latitanti arrestati, avevano trovato riparo. Sono gravemente indiziati di essere elementi di spicco di un'organizzazione criminale di matrice 'ndranghetista dedita al narcotraffico con a capo Rosario Marando.

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