Il periodo della Quaresima rappresenta un tempo privilegiato per la riflessione spirituale e l'approfondimento della fede. I ritiri spirituali, in particolare quelli dedicati al clero, offrono un'occasione fondamentale per i sacerdoti di rinnovare la propria missione pastorale e la relazione con Dio, il vescovo, i confratelli e il Popolo di Dio.
Il Ritiro Quaresimale del Clero a Vallermosa
Il consueto ritiro spirituale quaresimale del clero si tiene, ad esempio, presso la Casa delle Ancelle della Sacra Famiglia a Vallermosa. Questo ritiro è spesso guidato da figure di profonda spiritualità, come padre Matteo Siro, ministro provinciale dell’Ordine dei frati minori cappuccini, noto per la sua capacità di accompagnare i sacerdoti nella riflessione.
La due giorni di spiritualità inizia tipicamente con l’arrivo dei partecipanti nel tardo pomeriggio, seguito dai vespri e da una cena comunitaria. La serata prosegue con l’introduzione al tema del ritiro da parte del predicatore, offrendo una prima occasione di riflessione e condivisione. Il giorno successivo è scandito da intensi momenti di preghiera e meditazione, iniziando con le Lodi mattutine e culminando in meditazioni specifiche proposte dal predicatore, con spunti per l’approfondimento personale e comunitario.

Meditazioni Quaresimali per la Curia Romana: L'Esempio di Monsignor Erik Varden
Un esempio significativo di guida spirituale è offerto da monsignor Erik Varden, monaco dell’ordine dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim, in Norvegia. Nelle sue meditazioni per gli Esercizi spirituali del Papa e della Curia romana, egli ha esplorato il tema "Entrare in Quaresima". Monsignor Varden sottolinea che la pace cristiana non è una promessa di vita facile, ma la condizione per una società trasformata, sviluppando il tema "Illuminati da una gloria nascosta".
Il predicatore spiega che la Chiesa "instilla" la pace nel nostro programma quaresimale e che è tempo "di articolare la radicalità della pace cristiana, il suo radicamento nel giusto, coraggioso dono di sé". Ricorda, inoltre, le parole immortali di san Giovanni Climaco: "Non c’è ostacolo più grande alla presenza dello Spirito in noi che la collera". Questa pace, che il mondo non può dare, testimonia la presenza costante di Gesù in noi, e la fedeltà all’esempio e ai comandamenti di Cristo è il segno distintivo dell’autenticità cristiana.
La Quaresima, chiarisce monsignor Varden, ci mette di fronte all’essenziale, portandoci in uno spazio materiale e simbolico liberato dal superfluo. Le cose che ci distraggono, anche quelle buone, vengono messe temporaneamente da parte. È il momento di un’autentica lotta spirituale, nella quale la Chiesa non sminuisce l’invito a combattere i vizi e le passioni nocive. Essa offre, all’inizio della battaglia quaresimale, "una melodia che porta pace, come colonna sonora per questo tempo", un canto che riporta quasi integralmente il testo del Salmo 90, "Qui habitat". San Bernardo, nella Quaresima del 1139, predicò ai suoi monaci un ciclo di diciassette sermoni su questo salmo, spiegando cosa significhi vivere nella grazia quando combattiamo il male, promuoviamo il bene, difendiamo la verità e seguiamo il percorso dell’esodo dalla schiavitù verso la terra promessa, rimanendo in pace, consapevoli che "sotto quello che a volte può sembrare un camminare sul filo del rasoio ‘ci sono le braccia eterne’". Ci invita a impegnarci con slancio nuovo a un discepolato pieno d’amore e lucido.
Inizia bene la Quaresima - RAVVEDERSI - Don Luigi Maria Epicoco
La Vita Sacerdotale: Relazioni Essenziali e le "Quattro Vicinanze"
La vita di un prete è profondamente legata a relazioni essenziali: con Dio, con il proprio vescovo, con i confratelli, e con i collaboratori e amici laici. Come afferma Papa Francesco, un prete "va in pezzi quando perde le sue relazioni essenziali", e il suo ministero può diventare sterile e senza senso se perde il fuoco del primo amore. La grandezza e l'altissima dignità del sacerdozio ministeriale consistono nel servire l'essenziale, questa è la sua nobiltà. Siamo chiamati ad essere testimoni, non funzionari.
Papa Francesco ha identificato quattro colonne costitutive della vita sacerdotale, chiamate le "quattro vicinanze", che seguono lo stile di Dio, uno stile di vicinanza:
- Vicinanza a Dio: Un sacerdote è invitato innanzitutto a coltivare l'intimità con Dio. Da questa relazione può attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero. Senza una relazione significativa con il Signore, il ministero è destinato a diventare sterile. È l'innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità.
- Vicinanza al vescovo: Il vescovo è un padre, non un sorvegliante. Deve cercare di comportarsi così per non allontanare i preti, o avvicinare solo quelli ambiziosi. L’obbedienza è la scelta fondamentale di accogliere chi è posto davanti a noi come segno concreto del sacramento universale di salvezza che è la Chiesa. Questa obbedienza può includere confronto, ascolto e tensione, ma non si rompe. Richiede che i sacerdoti preghino per i vescovi ed esprimano il proprio parere con rispetto, coraggio e sincerità.
- Vicinanza ai fratelli presbiteri: A partire dalla comunione con il vescovo si apre la vicinanza della fraternità. Gesù si manifesta dove ci sono dei fratelli disposti ad amarsi: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). La fraternità è scegliere deliberatamente di cercare di essere santi con gli altri, non in solitudine. L'invidia, una fatica nella pedagogia dell’amore, è un atteggiamento distruttivo che può minacciare la fraternità sacerdotale. L’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla dignità dei fratelli con calunnie e maldicenze. Quando la fraternità sacerdotale funziona, con legami di vera amicizia, è possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria, che necessita di relazioni sane e di stima radicate in Cristo.
- Vicinanza al Popolo di Dio: La preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del Popolo di Dio. Quando prega, il pastore porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente, che presenta in silenzio al Signore. Questa vicinanza è compassionevole e tenera, offrendo ai sacerdoti le coordinate per riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la missione.
La Vita di Preghiera come Punto di Sostegno
La nostra vocazione di figli di Dio necessita di un punto solido sul quale sempre far forza. Questo punto d'appoggio, essenziale per affrontare l'infermità umana e fare la volontà del Padre, si trova nella vita di pietà, di devozione e di preghiera. Senza di essa, le cose ci disgregano e ci spezzano, e la buona volontà produce pochi frutti.
Caratteristiche della Vita di Preghiera
La vita di preghiera è un orientamento continuo, ricco di amore, verso il Signore, nostro Padre, e si articola in diverse dimensioni:
- Vita di Fede: Dobbiamo avere sempre una visione nella grazia della fede, non potendo mai vedere le cose unicamente dal punto di vista umano. La fede deve permeare così tanto la nostra vita e la nostra anima da non poterne assolutamente prescindere. È una vita fatta di giudizio di fede e aspirazioni di fede.
- Vita di Speranza: Dobbiamo sviluppare la grazia della speranza, la virtù infusa donata dal Signore. Ciò significa non misurare mai le difficoltà secondo parametri umani, ma vederle sempre nella promessa di Dio. "Dio è con noi - dice la Scrittura - chi può essere contro di noi?". La virtù della speranza implica attendere e aspirare al regno di Dio nella sua pienezza, aspettando con sicurezza da un Dio che ha promesso e che mantiene le sue promesse con una sovrabbondanza meravigliosa di doni.
- Vita di Amore (Carità): La nostra vita di preghiera è soprattutto una vita di amore. Dobbiamo vincere tutte le forze egoistiche e salire al puro amore, al vero amore, all’amore di dono schietto e forte. L'esercizio della fede, della speranza e della carità costituisce la nostra gioia di orientamento e la garanzia della nostra vita di preghiera.
Qualità della Pietà
La vita di pietà deve essere caratterizzata da:
- Pietà Illuminata: Basata su idee teologiche ben connesse e costruite, non su reminiscenze o concetti vaghi. Richiede un continuo aggiornamento, proprio come un professionista cosciente si aggiorna periodicamente. È importante partire da un'idea forte che dia tono e direzione alla propria spiritualità.
- Pietà Fervida: Questo aggettivo, che significa "bollente", sottolinea la necessità di dinamismo, fervore e sentire profondo in tutte le pratiche di pietà: preghiere mattutine, raccoglimento quotidiano, salmi, Messa, meditazione, preghiere serali, esame di coscienza. Fervido non va d'accordo con sonnacchioso, tirato o superficiale.
- Pietà Costante: L’amore, per manifestarsi davvero, non deve avere intermittenze o eclissi. Una pietà che non sa superare gli ostacoli non è autentica. Abbiamo bisogno di una pietà che sia una dimostrazione di un amore che non viene meno, una corrispondenza all’amore del Padre, sia nella liturgia domestica familiare che nella comunità ecclesiale.
Una vita di pietà seria, forte e impegnata, posta così da figli in una vita di preghiera, può scendere anche ai sacrifici più forti e alle forme di ascesi cristiana che la Quaresima ci ricorda, come la penitenza e il bisogno di purificazione.
Conversione e Fraternità sull'Esempio di San Francesco
La conversione, come quella di Francesco d'Assisi, non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che continuamente ricomincia. Per Francesco, l’incontro con i lebbrosi, il distacco dalle ambizioni secolari e la scelta dell’umiltà hanno operato un vero cambio di gusto e una modificazione della sensibilità. Questa conversione non è rimasta solitaria: il Signore gli ha donato dei fratelli, un dono inatteso, gratuito ma profondamente esigente.
La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né solo un contesto favorevole per crescere nella grazia; è il luogo dove la conversione si verifica davvero, il banco di prova più serio e il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare. La fraternità francescana nacque quando Francesco e i suoi primi compagni, interrogandosi sulla volontà di Dio, decisero di vivere secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente. Voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, e che tutti portassero lo stesso nome: "frati minori", perché «uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8-9).
Le Sfide della Fraternità: Dal Realismo della Scrittura all'Amore Trasformativo
Nonostante l'ideale, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni, come testimoniano le tensioni e le difficoltà concrete intraviste nella Regola non Bollata, che invitava a guardarsi dal calunniare, evitare dispute, non litigare, non adirarsi, non giudicare. La fraternità non è un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, ma lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze. I fratelli sono un dono del Signore per aiutarci e sostenerci, ma soprattutto per trasformarci, facendo passare il nostro cuore da quello di pietra a quello di carne, sciogliendo le nostre rigidità.
Il realismo della Scrittura, attraverso il racconto di Caino e Abele (Genesi 4), ci mostra che la fraternità è spesso negata. La violenza scaturisce da un problema di sguardo e dalla difficoltà di accettare la presenza dell’altro, che ci ricorda di non essere soli e di non essere tutto. La fraternità autentica comincia quando smettiamo di puntare il dito e riconosciamo che anche in noi abita la possibilità di irrigidirci e di lasciare che il risentimento si trasformi in violenza (silenzio ostinato, parola che ferisce, indifferenza).
Il Vangelo ci invita a riconoscere la nostra ombra, la nostra possibile violenza, e a consegnarla a Dio, scoprendo il suo volto lento all’ira e grande nella misericordia. Chi sa di essere stato perdonato impara a non restituire il male. La mancanza di fraternità, sebbene non sempre fisica, si manifesta in modi sottili ma dolorosi: emarginare l'altro, ignorarlo, sminuire le sue azioni, o cercare di ridurne lo spazio.
Nella sua Lettera a un ministro, San Francesco propone di guardare alle fatiche della fraternità come al luogo dove seguire davvero Cristo. Le persone che ci sono d’impedimento nell’amare il Signore Dio e ogni persona che ci è d’ostacolo, siano frati o altri, anche se ci coprissero di battiture, tutto questo deve essere ritenuto come una grazia. E dobbiamo amare coloro che agiscono con noi in questo modo, senza pretendere che siano cristiani migliori. L'ostacolo diventa così il luogo più vero dell’incontro con Dio. Le relazioni fraterne difficili non sono incidenti di percorso, ma la strada concreta attraverso cui impariamo la logica del Vangelo.
Un’altra risonanza si trova nella breve Lettera a Filemone di san Paolo, dove l’apostolo chiede di accogliere lo schiavo Onesimo non più come schiavo, ma «come un fratello carissimo» (Filemone 16). Paolo introduce una logica nuova, trasformando una relazione di potere in una relazione fraterna alla luce del Vangelo, mostrando come le relazioni possano rigenerarsi mettendo in gioco un amore più grande.
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