L'evoluzione del presbiterio e della sua funzione all'interno degli edifici di culto cristiani è un percorso che riflette i cambiamenti liturgici, teologici e architettonici attraverso i secoli. Dal paleocristiano al contemporaneo, lo spazio dedicato all'altare e al clero ha subito significative trasformazioni, influenzando la partecipazione dei fedeli e la percezione del sacro.

Il Presbiterio nelle Basiliche Paleocristiane
Nelle prime basiliche paleocristiane, il presbiterio era separato dalla navata e dall'eventuale transetto per mezzo della pergula. Questa, nella maggior parte dei casi, come nella Basilica Costantiniana di San Pietro in Vaticano, era costituita da quattro o più colonne montate sopra dei plutei. Il transetto, a sua volta, serviva a valorizzare il presbiterio e l’altare, separandoli dalle navate e facendo risultare la pianta longitudinale a croce latina, un'allusione alla croce di Cristo.
La basilica di San Pietro, realizzata tra il 319 e il 326 d.C. dall’imperatore Costantino in corrispondenza della sepoltura del santo, aveva cinque navate ed era preceduta da una grande corte porticata, costruita dai figli di Costantino. L’arco trionfale era decorato da un mosaico raffigurante l’imperatore. La tomba di San Pietro si trovava al centro dell’abside: fu integrata nel presbiterio e circondata da un baldacchino retto da colonne tortili.
La pergula aveva anche il compito di separare il presbiterio dall'annessa Schola Cantorum, dove si trovavano i cantores, la quale era a sua volta separata dalla navata da plutei marmorei. Se nelle catacombe la decorazione era per lo più pittorica e di carattere popolare, nelle basiliche la committenza imperiale o aristocratica faceva sì che le pareti ospitassero spesso importanti programmi figurativi a mosaico. Le decorazioni musive nelle basiliche svolgevano un ruolo didattico e celebrativo, raccontando storie sacre e raffigurando figure importanti.

Trasformazioni nel Periodo Romanico e Gotico
Con l'avvento dell'architettura romanica, il dislivello tra il pavimento del presbiterio e quello delle navate divenne più pronunciato, trasformando i pochi gradini originari in vere e proprie rampe di scale. Le cripte, che erano giunte ad essere costituite persino da nove navate, divennero delle vere e proprie "chiese dentro la chiesa", acquisendo una maggiore rilevanza strutturale e simbolica.
Durante il periodo Gotico la struttura del presbiterio cambiò radicalmente. Nelle chiese costruite ex-novo si decise di abbassare il livello del piano di calpestìo e così l'area presbiteriale risultò sopraelevata rispetto alle navate soltanto di pochi gradini. Con l'ampliamento delle absidi si iniziò a disporre i seggi del coro lungo le pareti laterali del tratto di abside prima dell'emiciclo finale e l'altare, in quest'ultimo. Inoltre, soprattutto in Inghilterra, il presbiterio fu separato dalla navata dall'evoluzione della pergula, una parete lignea scolpita con archetti e scene della vita di Gesù e dei Santi, molto simile all'iconostasi ortodossa.

Il Presbiterio dal Rinascimento al Concilio di Trento
Con il Rinascimento si ebbe una nuova trasformazione radicale della struttura del presbiterio. L'iconostasi gotica fu definitivamente rimossa e, al suo posto, si iniziarono a utilizzare balaustre e plutei marmorei. Anche l'altare cambiò la sua forma: dopo l'introduzione, durante il Medioevo, della Messa celebrata dando le spalle ai fedeli, si iniziarono a vedere, soprattutto in pieno Rinascimento, i primi altari addossati alla parete di fondo delle absidi. I seggi del coro iniziarono ad essere disposti sulle cantorie, al di fuori del presbiterio, anche se, in alcuni casi, furono collocati, ove possibile, dietro l'altar maggiore.
Il Concilio di Trento, convocato nel 1545 da papa Paolo III e portato avanti, seppur con varie interruzioni, dai papi Giulio III e Paolo IV sino al 1563, e la Riforma Cattolica, portarono a ulteriori modifiche. La struttura del presbiterio variò ancora una volta, sebbene in misura meno radicale rispetto ai cambiamenti precedenti. Innanzitutto si accentrò e si esaltò l'altare con ogni sorta di decorazione (quadri, candelieri, statue, bassorilievi, stucchi...) e lo si posizionò (eccetto che in alcuni rari casi) a ridosso della parete fondale dell'abside. Il coro si spostò definitivamente al di fuori del recinto presbiteriale. Ove l'altare era già presente, come nelle chiese romaniche e paleocristiane, fu arricchito di decorazioni e, molto spesso, coperto da un ciborio (a Roma ve ne sono alcuni esempi, come l'altare della chiesa di San Cesareo de Appia e quello della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo).
SPIEGAZIONE DELLA MESSA: evoluzione storica/1
L'Impatto del Concilio Vaticano II e le Riforme Liturgiche
A partire dalla metà dell'Ottocento apparvero nuovi stili architettonici, che richiamavano quelli del passato: i più importanti furono il neoromanico e il neogotico, che si affiancarono al neoclassico. Con la Riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II la struttura del presbiterio fu totalmente rivoluzionata. Siccome la Messa viene celebrata con l'officiante rivolto verso i fedeli, l'altare in molti casi fu portato in posizione più avanzata rispetto a prima, e fu separato dal tabernacolo che venne incastonato nella parete di fondo dell'abside, centralmente, oppure posto, in posizione decentrata, su di una colonnina o persino in un altro vano della chiesa, sempre sul presbiterio.
Un'ulteriore apertura del presbiterio verso i fedeli fu data in molti casi dalla rimozione delle balaustre. Nelle chiese più antiche, quelle ottocentesche e barocche, in cui erano presenti la balaustra e l'altare addossato al muro, a volte si lasciarono gli antichi presbiteri nello stato in cui erano e ne furono costruiti dei nuovi, con un nuovo altare, tabernacolo, sede e ambone proprio al di fuori del recinto della balaustrata. Altre volte l'antico presbiterio venne trasformato, o rimuovendo e spostando in blocco l'altare verso il popolo, o lasciando la vecchia struttura dell'altare con la sua pala, eventualmente rimuovendone la mensa e costruendone un altro ex-novo al centro.

Le Nuove Direttive del Messale Romano sul Presbiterio
La terza edizione del Messale offre nuove considerazioni circa il presbiterio. Mentre in precedenza (cfr. Praenotanda n. 258) era semplicemente evidenziata la sua distinzione dalla navata, ora se ne sottolinea maggiormente la funzione: «È il luogo dove si trova l'altare, viene proclamata la parola di Dio, e il sacerdote, il diacono e gli altri ministri esercitano il loro ufficio. Si deve opportunamente distinguere dalla navata della chiesa per mezzo di una elevazione, o mediante strutture e ornamenti particolari. Sia inoltre di tale ampiezza da consentire un comodo svolgimento della celebrazione dell'Eucaristia e da favorire la sua visione» (Ordinamento, n. 295).
Nel presbiterio l'altare, «centro dell'azione di grazie che si compie con l'Eucaristia» (n. 296), conviene sia fisso in ogni chiesa, in quanto «significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo, pietra viva (1Pt 2, 4; Ef 2, 20)» (n. 298). È nuovo anche il n. 303 (che giustamente modifica il precedente n. 267): «Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l'unico Cristo e l'unica Eucaristia della Chiesa. Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni.»
Il Decreto "Presbyterorum ordinis" e la Formazione dei Presbiteri
Il decreto Presbyterorum ordinis, sul ministero e la vita dei presbiteri, ha avuto un'elaborazione complessa sia nella fase preparatoria del Concilio Vaticano II che durante il periodo conciliare. Inizialmente, gli schemi preliminari non affrontavano in modo sufficiente la teologia del presbiterato, concentrandosi su questioni pratiche o ritenendo che i presbiteri possedessero la pienezza del sacerdozio, con tutte le altre funzioni subordinate alla responsabilità di consacrare l'Eucaristia.
La visione della gerarchia pre-conciliare presentava un difetto nella scarsa considerazione della Chiesa come communio. Fu evidenziata la necessità di approfondire le radici ecclesiologiche di molti temi, compreso il sacerdozio ministeriale. Molti padri conciliari espressero insoddisfazione per la brevità e la povertà di contenuto dedicate ai presbiteri nello schema De Ecclesia. Ciò portò a una riflessione più profonda, che capovolse l'ordine dei capitoli nella costituzione dogmatica Lumen gentium, dedicando il capitolo II al Popolo di Dio prima della gerarchia.
L'Elaborazione del Decreto
La redazione del decreto Presbyterorum ordinis fu affidata alla Commissione conciliare per la disciplina del clero e del popolo cristiano, inizialmente con una distinzione impropria tra clero e popolo. Don Álvaro del Portillo fu nominato segretario di questa commissione l'8 novembre 1962. La sua dedizione e la sua profonda preparazione teologica e canonistica furono fondamentali per il successo del decreto.
Inizialmente, un progetto di decreto sui chierici (De clericis) comprendeva temi pastorali e pratici, ma senza una vera teologia del presbiterato. La brevità di questo testo fu motivo di insoddisfazione e portò alla richiesta di un documento più ampio. Le proposizioni De sacerdotibus (poi De vita et ministerio sacerdotali) furono discusse e bocciate, rafforzando la volontà dei padri di un documento più organico sul sacerdozio.
La Commissione lavorò intensamente per sviluppare la teologia del sacerdozio, abbozzata nel n. 28 della Lumen gentium, stabilendo basi dottrinali, pastorali, disciplinari e ascetiche per il ministero presbiterale.
La Formazione dei Presbiteri Oggi
Il documento "La formazione dei presbiteri nelle chiese in Italia", in vigore ad experimentum per tre anni dal 9 gennaio, presenta un percorso formativo al presbiterato articolato in due fasi: una prima fase di carattere iniziatico, dedicata alla costruzione della consistenza interiore, e una fase successiva di configurazione al ministero.
Il primo capitolo risponde alla domanda su quale prete si debba formare e per quale Chiesa, assumendo la formazione permanente come paradigma e accentuando le dimensioni della missione e della comunione. Il secondo capitolo presenta la pastorale vocazionale come impegno di tutta la comunità ecclesiale, con modalità di accompagnamento basate su una seria formazione spirituale.
Il terzo capitolo illustra le quattro tappe dell’itinerario formativo proposto dalla Ratio fundamentalis: propedeutica (un anno), discepolare (due anni), configuratrice (quattro anni) e di sintesi vocazionale (un anno). Il quarto capitolo descrive la formazione nel Seminario Maggiore come unica, integrale, comunitaria e missionaria, focalizzandosi sulle motivazioni e le convinzioni personali. Due paragrafi riguardano il tema della protezione dei minori e delle persone vulnerabili.
La Teologia del Presbiterio e la Vita Comunitaria
Tutti i presbiteri appartengono a una medesima fraternità sacerdotale, di natura e fondamento sacramentale, e vivono in un determinato presbiterio diocesano, per esercitare il loro ministero in «una radicale forma comunitaria» (PDV 17). È necessaria una teologia più robusta del presbiterio, come sottolineato dal saggio di Giovanni Frausini, con un rimando puntuale alla lex orandi racchiusa nel Rito dell’ordinazione dei presbiteri.
Il disagio dei sacerdoti è evidente e diffuso, spesso correlato con un più vasto disagio sociale. La diminuzione numerica, l'invecchiamento e la crescente presenza di preti stranieri, insieme al divario generazionale, mettono in evidenza la fatica di diventare autenticamente uomini, maturi e fecondi. La solitudine affatica la vita e il ministero di tanti sacerdoti, manifestando un «reale bisogno di comunità, cioè di un’esperienza di vita in comune con altri sacerdoti per condividere scelte pastorali, per spartire responsabilità e sostenersi spiritualmente a vicenda».
La personalità umana del sacerdote deve essere «ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù» (PDV 43). La vita comunitaria in seminario è fondamentale come fase propedeutica alla successiva vita nel presbiterio, necessaria per generare convinzioni, imparare metodi, purificare aspettative e acquisire atteggiamenti. Il benessere profondo dei sacerdoti dipende in gran parte dall’integrazione cordiale delle opportunità di crescita umana, o dal degradare verso forme di chiusura, acidità, depressione, cinismo.
SPIEGAZIONE DELLA MESSA: evoluzione storica/1
Carità Pastorale e Sinodalità
La carità pastorale è la categoria chiave della spiritualità e della vita del presbitero, nonché il principale punto di coagulo di ogni presbiterio, il motivo più profondo dell’impegnativa comunione tra ministri ordinati. È dono dello Spirito e compito cui dedicare la vita, fino al «totale dono di sé alla Chiesa» (PDV 23). Alimentata dall'Eucaristia, questa realtà si attua nel vincolo della comunione al Vescovo e col presbiterio (PO 14).
La sinodalità diviene stile autentico ed efficace quando si invera anche in organismi e luoghi di ascolto, partecipazione, ideazione e verifica del cammino comune. Il rapporto tra Vescovo e presbiteri deve attuarsi non come dipendenza, ma come comunione nella corresponsabilità della cura pastorale nella Chiesa locale. Questo implica un rispetto delle comunità, una fiducia pastorale e non un individualismo paternalista e possessivo.
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