La differenza tra distinzione e separazione ci offre una possibile chiave per comprendere l’esatto rapporto tra l’autorità spirituale e quella temporale nella prospettiva cattolica. È fondamentale ricordare che la legge dell’essere è l’unità e che Dio è l’uno assoluto e perfetto, prima causa e primo principio di tutto ciò che esiste, «origine di tutte le cose e loro compimento finale», come scrive San Bonaventura nel Breviloquium. Alla assoluta unità di Dio, unità metafisica e non numerica, come spiega San Tommaso, si oppone la varietà e la molteplicità del creato. Ogni creatura è una e identica a sé stessa, perché ha una propria essenza e una propria natura che la specifica, ma è molteplice perché è distinta dalle altre creature.
Nella visione cristiana, la società temporale deve essere, a immagine dell’universo, gerarchica e sacrale, ordinata e sottomessa all’unico principio che tutto trascende. Chiesa e Stato, ordine spirituale e ordine temporale, sono realtà distinte ma non separate. La separazione presuppone un rapporto di autonomia e parità, che conduce inevitabilmente al conflitto. La distinzione, al contrario, implica un fine comune e rende possibile un intimo rapporto di collaborazione tra i due poteri.

La Teoria dei "Due Poteri" nel Medioevo Cristiano
Nel Medioevo cristiano, la Cristianità fu guidata infatti da due governi: l’auctoritas sacrata dei Pontefici, o Ecclesia, e la regalis potestas dei sovrani, o Imperium, secondo la celebre formula dei «duo luminaria», enunciata da papa Gelasio I (492-496). Il Papa e l’Imperatore incarnavano i due supremi poteri, l’uno religioso, l’altro temporale della Cristianità, esercitando una plena potestas derivante sia all’uno che all’altro, direttamente o indirettamente, da Dio.
Il Contributo di Papa Gelasio I
Gelasio I, Papa e santo, aveva percorso tutta la carriera canonica nel clero romano fino a diventare segretario e confidente di Papa Felice III. La sua posizione fu decisa e intransigente nei confronti dell’Oriente, verso l’Impero e il patriarcato di Costantinopoli, particolarmente vivo era lo scisma cosiddetto di Acacio. Gelasio, confermando la condanna dello scomunicato patriarca costantinopolitano Acacio, volle proseguire la politica di Felice III sia nei confronti del successore di Acacio, Eufemio, sia nei confronti dell’imperatore Anastasio I.
Nel 494 il pontefice inviò all’imperatore un’ampia lettera, in cui espose la sua teoria dei «due poteri», destinata a diventare famosa. Secondo Gelasio nel mondo romano e cristiano vi sono due poteri: quello spirituale, «auctoritas sacrata pontificum», e quello temporale, «regalis potestas». Nel reciproco rapporto, il primo è più importante - «gravius est pondus sacerdotum» - in quanto il potere spirituale deve rispondere davanti a Dio dell’operato del potere temporale. Quindi, l’imperatore ha il potere temporale sul genere umano, ma deve sottomettersi al potere spirituale. D’altra parte, nel campo secolare i sacerdoti, i «religionis antistites», devono sottomettersi alle leggi dell’Impero. Nella medesima lettera il Papa affrontò il problema dei contrasti all’interno della Chiesa: la soluzione è l’unità fondata sulla salvaguardia dell’ortodossia e della tradizione degli apostoli - «una est Christiana fides, quae est catholica» - di cui è garante la Sede apostolica.
Il primato della Chiesa di Roma nella concezione di Gelasio trovò espressione anche nella politica da lui adottata nei confronti delle Chiese dei Balcani Occidentali, sottoposte per tradizione alla giurisdizione della Sede apostolica. Il pontificato di Gelasio iniziò mentre era in atto lo scontro tra Teoderico e Odoacre per il possesso dell’Italia, conflitto rovinoso sia per le popolazioni italiche che per la Chiesa italica. Il Papa, egli stesso gravemente provato dalla guerra, fece di tutto per alleviare gli effetti del conflitto sulla popolazione civile. I rapporti tra la Chiesa di Gelasio e il regno di Teoderico non furono facili, nonostante il regime di Teoderico fosse più sensibile di quello di Odoacre nel campo religioso. In particolare, il Papa riaffermava un principio che aveva già espresso in altre occasioni: le controversie ecclesiastiche e in generale gli affari di pertinenza ecclesiale dovevano essere trattati dalla Sede apostolica e non dal tribunale regio.
Gelasio era particolarmente sensibile alle eresie e al paganesimo, sebbene sembri aver inteso evitare attriti con l’arianesimo dei Goti e delle genti germaniche d’Italia. Dal punto di vista pastorale, Gelasio si dedicò alla riforma della vita morale e religiosa delle popolazioni italiane, e soprattutto del loro clero, cercando di eliminare le debolezze che più caratterizzavano la Chiesa del suo tempo: decadenza della disciplina, degrado morale, scostumatezze, vizi, materialismo, ricerca dei piaceri mondani. La politica di affermazione dell’autorità della Sede apostolica, costantemente perseguita da Gelasio, culminò in due fatti significativi: il primo è testimoniato da Eugippio, che, nella sua Vita di San Severino, afferma che il corpo di quest’ultimo fu inumato presso Napoli «in castello Lucullano Gelasii Sedis Romanae pontificis auctoritate»; il secondo si verificò in occasione del sinodo di Roma del 13 marzo 495, nel quale il vescovo Miseno, che aveva aderito alla dottrina di Acacio, fece atto di contrizione e fu assolto dal Papa che, dopo un lungo discorso, venne acclamato per undici volte «Vicarius Christi», appellativo che, per quanto si sa, fu usato allora per la prima volta.
Gelasio fu senza dubbio il Papa più importante del secolo e mezzo compreso tra il pontificato di Leone Magno e quello di Gregorio Magno e influì in misura sostanziale sulla teoria e sulla prassi del papato nel Medioevo grazie alla teoria dei “due poteri” da lui elaborata, alla sua idea del primato del potere spirituale su quello temporale, alla sua dottrina dell’assoluta supremazia della Sede apostolica. Importante fu anche il suo contributo nel campo del diritto canonico. Uomo di eccezionale energia, vicino per concezione e stile di vita agli ideali dell’ascetismo, inflessibile e coerente, Gelasio riuscì ad acquistarsi, nel corso del suo breve pontificato, la stima e l’amore del popolo cristiano, che, dopo la sua morte, non tardarono a trasformarsi in venerazione. Sotto il nome di Gelasio vanno due importanti opere anonime compilate in realtà dopo la sua morte: il Decretum Gelasianum e il Sacramentarium Gelasianum. La prima è una raccolta di decretali, compilata nel VI secolo, riguardanti il primato della Sede romana nella gerarchia ecclesiastica e la canonicità dei concili dei secoli IV e V; contiene anche un elenco degli autori e delle opere ortodosse e un elenco delle opere non ortodosse e quindi proibite.
La Consacrazione dei Sovrani
La natura di questa relazione tra potere spirituale e temporale si esprimeva nella cerimonia della consacrazione dell’Imperatore e del Re. I sovrani consideravano la loro dignità quasi come un incarico ecclesiastico che imponeva loro di proteggere la Chiesa e difendere la Fede. Il canto del Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat!, risuonante in tali occasioni, ne era una chiara espressione. La cerimonia d’incoronazione esprimeva inoltre il principio della sottomissione del sovrano alla legge divina e naturale. All’atto del giuramento, il Re, rispondendo alle domande del vescovo celebrante, s’impegnava a difendere e a sostenere la fede cattolica e ad agire secondo giustizia e in conformità alla legge divina e naturale. In questa cerimonia, come sottolineano i fratelli Carlyle, era implicito un patto stipulato innanzitutto con la Chiesa, e in secondo luogo col popolo, che aveva diritto ad essere governato in base ai principi della legge naturale. Anche Henri de Bracton (c. 1210-1268) affermava che il re è «sub Deo et sub lege» (sotto Dio e sotto la legge). Non si trattava di una frase isolata ma dell’enunciazione sintetica di un principio che impregnava l’intera struttura costituzionale della società medioevale e sopravvisse fino alla Rivoluzione francese.
Nella monarchia di Ancien Régime, come nel Medioevo, esisteva un ordine obiettivo di valori al quale il Re doveva sottomettersi. La limitazione della sovranità non la indeboliva, poiché essa gl’impediva di compiere atti che avrebbero potuto distruggere la sua stessa sovranità. In questo senso, come avverte François Bluche, «le leggi del regno proteggono il Re da lui stesso».

La Nascita del Potere Temporale del Vescovo di Roma
Un Processo Complesso e Non un Fatto Isolato
La questione dell'origine del potere temporale del vescovo di Roma è complessa e fondamentale per comprenderne la valutazione storica. Spesso sottovalutata o poco conosciuta, essa richiede un'analisi approfondita del 'quando' e del 'perché' tale potere sia nato a Roma. Un primo dato importante da sottolineare è che l’origine del potere temporale della chiesa dipende da un processo e non da un fatto singolo. Questo appare con evidenza dal fatto che gli storici non sono d’accordo nel fornire una data precisa di questo inizio, proprio perché questo potere si sviluppa nel tempo e non è un evento puntuale. Alcuni studiosi lo hanno definito un “potere necessario”, in quanto maturò all'interno di una serie di eventi storici come una via obbligata che permise la continuità dell’autonomia di Roma negli sconvolgimenti del tempo. Si può quindi affermare, con il senno di poi, che, così come la fine ottocentesca dello Stato della Chiesa fu un evento inarrestabile e provvidenziale, allo stesso modo il suo sorgere era stato altrettanto necessario e, in fondo, altamente positivo. Gli storici, infatti, non sono d’accordo a fissare una data d’inizio del potere temporale del vescovo di Roma; alcuni sottolineano l’importanza degli anni 680-681, mentre per la maggior parte degli studiosi oggi la data decisiva è quella del 752.
Il Mito della Donazione di Costantino
Già nei secoli VII-IX, alcuni pontefici non esitarono a far redigere documenti falsi pur di fondare la legittimità del loro potere temporale. Il più famoso di questi falsi, ritenuto per secoli vero fino a che nel XV secolo Lorenzo Valla non ne demolì la credibilità, fu il Constitutum Constantini, cioè l’atto con cui, nel 317, l’imperatore Costantino avrebbe donato a papa Silvestro «il potere del supremo comando… e il primato tanto sulle quattro sedi principali di Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme, quanto su tutte le chiese di Dio del mondo intero». Un altro falso clamoroso furono le cosiddette Decretali pseudo-isidoriane: quest’opera, apparsa in Francia nel IX secolo, era caratterizzata da un abile mescolamento di vero e di falso, per rendere più credibili lettere di pontefici dei primi secoli, fabbricate ad hoc per esaltare il primato e il potere del sommo pontefice.
È certo che la Donazione di Costantino non giocò alcun ruolo nella questione dell’origine del potere temporale. Non si sa bene esattamente per quale finalità tale documento sia stato prodotto, ma è certo che i papi lo utilizzarono solo a partire dalla fine del XII secolo, quando il potere temporale era un fatto ormai consolidato da secoli. Dunque, la falsa Donazione di Costantino è un documento della metà dell’VIII secolo che attesta che a quel tempo ormai il pontefice possedeva un potere temporale. È quindi un documento post eventum che non fonda l’accaduto, bensì lo presuppone.
La dimostrazione filologica che si trattava di un falso avvenne per opera di Lorenzo Valla, un umanista nato a Roma. Egli fece notare che il latino del testo non era quello degli inizi del IV secolo, bensì un latino che già risentiva degli influssi barbarici. Valla dimostrò inoltre come nelle più antiche raccolte giuridiche non vi fosse accenno alla Donazione, segno che il testo era successivo ad esse. Tuttavia, è interessante ricordare che Lorenzo Valla, pur essendo un polemista, non riteneva la sede romana un avversario da combattere; desiderava infatti tornare a lavorare nell’urbe come umanista a servizio della curia pontificia, cosa che gli riuscì otto anni dopo il suo scritto, nel 1448. Ma soprattutto era stato prima del Valla il cardinale Niccolò da Cusa (1401-1464) a negarne espressamente l’autenticità nel 1433. Solo con la Riforma Protestante e poi, soprattutto, con l’Ottocento al momento del sorgere della Questione Romana, il testo di Valla sarebbe stato utilizzato non più semplicemente come una tipica espressione della filologia umanistica, bensì per screditare la sede papale.

Il Contesto Geopolitico tra il VII e VIII Secolo
L'origine del potere temporale papale si inserisce in un quadro di profondi mutamenti geopolitici. Un primo elemento da considerare è il crescente indebolimento dell’Impero bizantino. Gli arabi, infatti, che già avevano conquistato in pochi decenni tutta la Siria, la Palestina e l’Egitto, erano dilagati in tutti i possedimenti imperiali dell’Africa del nord, giungendo a passare nel 711 lo Stretto di Gibilterra. Ma soprattutto era l’Anatolia stessa ad essere sotto attacco, fino alle porte della stessa Costantinopoli. La capitale venne assediata per quattro lunghi anni consecutivamente, dal 674 al 678 e, successivamente, nel 717, anno in cui si arrestò l’ondata araba che sembrava fino a quel momento invincibile. Costantinopoli resistette e, fino al pericolo turco che si sarebbe profilato dopo il 1000, la sua incolumità venne assicurata.
Anche in Occidente la situazione internazionale era in evoluzione, innanzitutto a motivo degli arabi. Alla metà del IX secolo, per circa 50 anni, gli arabi ebbero delle basi piratesche avanzate sia alla foce del Garigliano, sia a nord dove sorge oggi Saint-Tropez. Contemporaneamente, bisogna però ricordare che l’impero, pur indebolito, lottò a lungo per mantenere il controllo su Roma e sull’Italia, cioè sui territori che gli appartenevano. Si sa con certezza che, fino alla consacrazione di papa Zaccaria, i papi dovevano attendere il permesso dell’imperatore per diventare vescovi di Roma. Nei decenni considerati, l’imperatore poteva far attendere mesi e mesi prima di concedere l’autorizzazione. Questo avveniva non solo perché le comunicazioni fra Roma e Costantinopoli erano difficili, ma anche perché l’imperatore faceva così intendere di essere lui il vero signore dell’Urbe. Si pensi, ad esempio, a Leone II, successore di papa Agatone, che dovette aspettare un anno e mezzo prima di essere consacrato vescovo, oppure a Benedetto II che dovette aspettare un anno. Tra i papi che operarono in questo periodo, si ricordano figure di grande levatura come i santi Leone II, Benedetto II, Sergio I, Gregorio II, Gregorio III e Zaccaria.
Le Tensioni tra Roma e Costantinopoli e l'Emergere del Ruolo Papale
Ci furono anche alcune scelte imperiali determinate che generarono momenti di tensione altissima e che portarono Roma a sentirsi sempre meno compresa da Costantinopoli. Innanzitutto alla fine del VII secolo, e precisamente negli anni 691-692, l’imperatore Giustiniano II convocò un sinodo, detto poi Quinisesto, perché emanava decreti che completavano il quinto e il sesto Concilio ecumenico. In particolare prescrisse che fosse riconosciuto al patriarca di Costantinopoli lo stesso ruolo di Roma. Quando papa Sergio si oppose, l’imperatore cercò di farlo deportare, come era avvenuto a Martino I, senza successo.
Al tempo di papa Costantino, l’imperatore ingiunse poi al pontefice di recarsi a Costantinopoli per omaggiarlo e per obbligarlo a firmare i decreti imperiali. Il viaggio avvenne nel 710-711 e fu, di fatto, l’ultima violenza che Costantinopoli riuscì ad imporre al papa. Una volta che Costantino uscì dalla città e raggiunse Napoli, i soldati imperiali misero a morte tutti gli ecclesiastici reggenti della chiesa che il papa aveva lasciato a guidare Roma in suo nome. Era evidente come l’imperatore volesse controllare Roma con la forza e che, una volta che il papa aveva abbandonato la città, non c’era chi potesse difendere l’Urbe. Per questo, quando il papa finalmente tornò dal lunghissimo viaggio fu accolto con enorme gioia dai romani. I due viaggi di Martino I, come deportato, e di Costantino, come ospite convocato d’obbligo, a cinquant’anni di distanza, mostrano la mano pesante dell’Oriente su Roma.
Nel lungo pontificato di Gregorio II (715-731) addirittura per ben sei volte i messi imperiali cercarono di rapire il papa, ma la popolazione era ormai schierata tutta con il pontefice e nessuna di queste azioni andò in porto. Due grandi questioni motivarono questa azione anti-romana. Innanzitutto l’imperatore cercò di imporre un fisco più oneroso a tutti i possedimenti imperiali d’Italia. Il papa, insieme a tutta la popolazione, si oppose - questo primo decreto fiscale è datato fra il 722 e il 725. Una volta che l’imperatore si rese conto della disobbedienza dell’Italia, emanò un secondo decreto, negli anni 732-733, con il quale imponeva la nuova tassazione al sud della penisola e distaccava le diocesi dell’Italia meridionale da Roma sottoponendole alla giurisdizione di Costantinopoli.
Si può dire che proprio con papa Zaccaria (741-752), cioè alla metà dell’VIII secolo, il processo che porta alla nascita del potere temporale della chiesa di Roma è quasi completato. Quando Liutprando, che era il re del regno longobardo all’epoca, conquistò Cesena e mosse contro la capitale dell’esarcato, Zaccaria a piedi raggiunse prima Ravenna per dissuaderlo dall’avanzare ancora. Poiché il re non volle riceverlo e si ritirò, il papa proseguì il cammino in territorio longobardo giungendo fino a Pavia, la capitale della Langobardia. Solo a fatica riuscì a persuaderlo a risparmiare Ravenna. Da questi eventi appare già evidente il ruolo politico che ormai giocava il papa in Italia: la sua autorità morale era l’unico argine all’avanzata longobarda. Il re desiderava, probabilmente, concedere una residua autonomia al vescovo di Roma nel Lazio, a condizione che questi lo lasciasse libero di conquistare i restanti territori imperiali nella penisola. Nel 751, però, poco prima che Zaccaria morisse, il nuovo re longobardo Astolfo ruppe gli indugi e conquistò Ravenna. Fu allora il successore di papa Zaccaria, Stefano II, a recarsi a piedi a Pavia a chiedere al re che restituisse la libertà ai ravennati e che la città adriatica tornasse ad appartenere all’impero. Giunse alla corte franca, alla quale già i papi precedenti avevano chiesto aiuto senza successo, ed ottenne che i Franchi scendessero a difendere Roma contro i Longobardi. La Donazione di Sutri, caduta fra il 727 e il 728, quando i Longobardi conquistarono la cittadina e la restituirono poi al pontefice, è un episodio assolutamente secondario, in quanto restituirla al papa significava riconoscere l’autorità che egli già aveva su Roma.

La Lotta per le Investiture e il Rafforzamento del Potere Papale
A partire dalla conversione dell'imperatore romano Costantino I al cristianesimo nel IV secolo, si dovette affrontare il problema del rapporto tra potere temporale e potere spirituale: si trattava di stabilire se a governare in nome di Dio fosse l'imperatore o il Papa. L'estinzione del potere imperiale consentì inizialmente al pontefice di affermare la sua indipendenza, ma, dal 962, l'imperatore del Sacro Romano Impero prese il controllo dell'elezione papale e il diritto di nominare i vescovi dell'Impero, affermando la preminenza del suo potere su quello della Chiesa.
Ciò, tuttavia, provocò una reazione da parte degli ecclesiastici che sfociò nella riforma dell'XI secolo, talvolta conosciuta anche con il nome di "Riforma Gregoriana". Questo movimento riformatore ebbe inizio intorno alla metà dell'XI secolo quando, nel 1059, papa Nicola II sottrasse l'elezione del papa riservandola esclusivamente al collegio cardinalizio, grazie alla bolla pontificia Decretum in electione papae. Successivamente, nel 1075, papa Gregorio VII affermò nel Dictatus Papae che il pontefice fosse l'unico ad avere un potere universale, superiore a quello dei sovrani, vietando al sovrano le nomine episcopali. Iniziò quindi una feroce lotta tra il papato e l'imperatore che gli storici hanno definito come la "lotta per le investiture". Il conflitto si concluse con un compromesso raggiunto nel 1122 in seguito al Concordato di Worms con cui l'imperatore accettò di rinunciare alla nomina dei vescovi, riservandosi di conferire ai prelati l'investitura temporale. La disputa riprese tuttavia sotto il regno di Federico Barbarossa e in quello del nipote Federico II di Svevia. Da tale conflitto, il Sacro Romano Impero ne uscì molto indebolito.

Gli Esiti della Separazione tra Poteri e la Visione Cattolica Moderna
Esiste un parallelismo e una indubbia confluenza tra la separazione tra Stato e Chiesa teorizzata dall’Umanesimo e quella attuata di fatto dal Protestantesimo. L’autonomia della politica dalla morale, inaugurata dall’Umanesimo, preparò in numerosi Stati europei la definitiva separazione del potere secolare dall’autorità della Chiesa cattolica. La Rivoluzione francese porterà a compimento questo processo di scristianizzazione attribuendo alla volontà del popolo-nazione la fonte suprema di ogni legalità.
Gli esiti della separazione tra la politica e la morale, tra la ragione e la fede, tra la natura e la grazia, tra l’ordine temporale e quello spirituale, sono stati storicamente catastrofici. La lotta per la restaurazione di una visione ordinata dell’universo e della società dovrebbe costituire, a parere degli studiosi, il fine precipuo del laicato cattolico. «Si deve tenere apertamente e formalmente - insegnava ancora Pio XII - che il potere della Chiesa in nessuna maniera è limitato alle cose strettamente religiose, ma che tutta la materia della legge naturale, la sua esposizione, interpretazione e applicazione, qualora si consideri il loro aspetto morale, è di competenza della Chiesa». Un chiaro esempio di questo Magistero pontificio è l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II del 25 marzo 1995. In essa il Papa conferma che «l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale» (n. 57) e ribadisce la scomunica latae sententiae, cioè automatica, per tutti coloro che commettono, anche come complici, il delitto di aborto (n. 62), compresi i legislatori (n. 59).
Oggi, un potere che, formalmente finito nel 1870 con la fine dello Stato pontificio, tuttavia in Italia continua ad imperversare, con il nuovo Concordato, perché i desiderata d’Oltretevere a tutt’oggi «praticamente impediscono al Parlamento di legiferare sui “princìpi non negoziabili” (per il Vaticano)» quali le coppie di fatto, il fine-vita, la fecondazione eterologa.