La Cappella del Crocifisso, risalente al XV secolo, rappresenta il più antico e piccolo luogo di culto di Villa Castelli, detenendo il primato di chiesa più antica e di dimensioni ridotte. La sua ubicazione in via Municipio la lega storicamente al "Borgo dei Trulli", presente sin dalla fine del 1700 e che circondava l'attuale complesso municipale. Nonostante Villa Castelli possa vantare una storia relativamente recente rispetto ad altre località, per i suoi abitanti questa cappella simboleggia le origini della fede e della tradizione di una comunità formatasi gradualmente, con grande fatica e sacrificio, in condizioni di estrema povertà.

La cappella, con una superficie di circa 50 metri quadrati, si trova al piano terra, sul lato ovest di un immobile adiacente al Palazzo Ducale. In origine, fu utilizzata sia dai Prìncipi Imperiali di Francavilla Fontana che dal Duca di Monteiasi come cappella di famiglia e luogo di culto per la popolazione locale.
L'interno della cappella è stato oggetto di un restauro nel 2001, mentre i lavori esterni, eseguiti insieme a quelli dell'intero complesso architettonico (Palazzo Ducale, Chiesa Vecchia e Museo Archeologico), sono stati completati nel 2012. La struttura della Cappella del Crocifisso si distingue per la sua semplicità e grazia, priva di particolari decorativi. Presenta una pianta rettangolare con una volta a stella in tufo e una struttura portante in pietra.
Sopra la porta d'accesso si trova un matroneo, da cui in passato affacciavano la famiglia Imperiale e successivamente la famiglia Ungaro. La cappella è dedicata al Santissimo Crocifisso, in quanto Santo Patrono di Monteiasi, paese natale del Duca Gioacchino Ungaro e di suo figlio Carlo Ungaro. Questi ultimi vollero estendere questo culto anche a Villa Castelli, dove la festività veniva celebrata il 14 settembre, giorno dell'Esaltazione della Santa Croce.
All'interno della cappella sono custodite e venerate le statue che raffigurano la Passione di Cristo, le quali vengono portate in processione il Venerdì Santo. Queste statue, in stile ligneo, provengono dalle botteghe di Ortisei (BZ) e delle vallate del Trentino-Alto Adige. La cappella dispone di un altare ed è accessibile ai visitatori in specifici periodi dell'anno, in particolare durante i "Sette Venerdì dell'Addolorata" in Quaresima, prima delle festività di Pasqua, con orario di apertura dalle 7:00 alle 20:00. È un luogo dove i fedeli possono sostare per affidare le proprie preghiere e ammirare, oltre alle statue dei Misteri, l'antico Crocifisso in cartapesta, appeso su un vecchio altare di pietra.

Visitare questo luogo storico del borgo permette un tuffo nel passato di Villa Castelli, riscoprendo il profondo legame dei nostri antenati con le tradizioni religiose. L'antico simulacro del Crocifisso è l'unica statua dei Sacri Misteri in cartapesta rimasta a Villa Castelli, rappresentando un inestimabile patrimonio da preservare. Si narra che le altre opere di questo tipo siano state bruciate o distrutte perché considerate obsolete.
Tra gli addobbi della cappella, finanziati da Carlo Ungaro, si ipotizza la presenza di tre opere del pittore francavillese Vincenzo Zingaropoli (1779-1836), realizzate nel 1823: il Crocifisso (probabilmente quello in cartapesta processionalmente portato anche a settembre per la festa del Santissimo Crocifisso), l'Immacolata (la cui identità specifica è incerta, ma si presume sia il simulacro venerato nella Congrega e portato in processione l'8 dicembre) e la Madonna della Fontana (anch'essa in cartapesta, restaurata di recente e ora collocata nella Chiesa dell'Immacolata).
L'elenco delle opere d'arte sacra menzionato in un opuscoletto proveniente dall' "Oratorio S. 1. Mussner - Ortisei (Bolzano)" include diverse statue, tra cui il Gesù Crocifisso datato 1966 (attualmente esposto sull'altare maggiore della Chiesa Madre), opere della Ditta Vincenzo Demetz & Figlio, e altre raffigurazioni della Passione risalenti al 1969. Sono inoltre citati il Sacro Cuore di Gesù del 1965 e un'altra effigie del Cuore di Gesù del 1980, opera della Ditta Luigi Santiller, identificata come il simulacro del Santo Patrono portato in processione il 2 ottobre.
Storia e Significato del Crocifisso
La storia del Crocifisso di San Marcello al Corso a Roma, venerato dai fedeli come miracoloso, offre un interessante parallelo con la devozione legata alle immagini sacre. La chiesa di San Marcello al Corso, precedentemente nota come San Marcello in Via Lata, fu oggetto di una ricostruzione a partire dal 1519 ad opera dell'architetto fiorentino Jacopo Sansovino. I lavori si protrassero a lungo a causa di eventi avversi, tra cui il sacco di Roma e un'alluvione, tanto che la facciata fu completata solo nel tardo Seicento sotto la direzione di Carlo Fontana.
L'edificio precedente, con un orientamento differente, fu distrutto nella notte tra il 22 e il 23 maggio 1519. La tradizione narra che l'unico manufatto sopravvissuto all'incendio fu un crocifisso ligneo che adornava l'altare maggiore. Quest'opera, risalente alla fine del XIV secolo, è di autore ignoto. Roma, in quel periodo, era ricca di simili manufatti, spesso considerati taumaturgici e meta di costante devozione, specialmente durante la Controriforma, quando la Chiesa cercava di rafforzare la fede minacciata dalla Riforma Protestante.

Nell'ambito della liturgia, la posizione della Croce riveste un'importanza simbolica significativa. La sua collocazione al centro dell'altare mira a focalizzare lo sguardo del sacerdote e della comunità orante, richiamando l'invocazione "Conversi ad Dominum - Rivolgetevi al Signore". Questo gesto sottolinea la centralità di Cristo, la cui morte ha squarciato il velo del tempio e che intercede per noi presso il Padre, rendendoci un nuovo tempio vivente.
La tradizione liturgica prevedeva, in passato, la presenza dell'altare e dell'ambone sullo jubè, una sorta di tribuna rialzata da terra, da cui il diacono proclamava il Vangelo. L'origine di questa struttura risale all'epoca biblica, quando lo scriba Esdra lesse il Libro della Legge davanti al popolo radunato presso la porta delle acque a Gerusalemme.
Nel Duomo di Napoli, l'altare trecentesco era originariamente posizionato al centro del transetto, rivolto verso i fedeli, e vi rimase fino al suo trasferimento nel 1599 nell'abside, il cui piano era stato rialzato per la costruzione della cripta di San Gennaro e per consolidare la struttura absidale danneggiata da un terremoto.
L'ipotetica collocazione di un crocifisso monumentale nel Duomo di Napoli è complessa a causa delle numerose ricostruzioni e modifiche subite dall'edificio. Si ipotizza che potesse trovarsi nel grande arco trionfale, sospeso o fissato su una trave, in una posizione ben visibile. Questo crocifisso custodiva, secondo un antico uso, importanti reliquie della Passione, come un frammento della Santa Croce e una spina della corona di Cristo, successivamente trasferite nella cappella reliquiario del Duomo.
Gli atti della Santa Visita dell'arcivescovo Decio Carafa (1615) attestano che il Crocifisso dei Caracciolo era anticamente posizionato di fronte all'altare maggiore. Esisteva, quindi, un altare dedicato al Crocifisso, forse intitolato a Sant'Agnello. In quel periodo, venivano definite "cappelle" anche gli altarini addossati alle colonne o alle pareti delle navate laterali. La relazione della precedente visita apostolica, effettuata dall'arcivescovo Mario Carafa (1566-1576), menziona un altro crocifisso ligneo dipinto di grandi dimensioni nella cappella di San Sebastiano.
La Croce monumentale del Duomo di Napoli, proposta alla venerazione dei fedeli fin dalla costruzione dell'edificio angioino, era un prezioso arredo liturgico donato dalla potente famiglia Caracciolo-Pisquizy. La cappella, nel XVII secolo, fu denominata Santa Maria di Mezzagosto e si trova in vico Scassacocchi. Di questa cappella, la cui fondazione è incerta, rimangono tracce del suo antico aspetto.
Le croci delle Estaurite, un antico ordine religioso, venivano poste nelle piazze o agli incroci delle strade. La cappella è da sempre conosciuta come del Crocifisso e dell'Addolorata, in riferimento al monumentale e miracoloso crocifisso ligneo e a un piccolo quadro della Beata Vergine Addolorata. Il titolo "Addolorata" è legato anche alla profezia di Simeone riportata nel Vangelo di Luca.
Il testo affronta poi questioni teologiche legate all'arianesimo, descrivendo la visione trinitaria che considera il Padre assolutamente trascendente e unico Dio, con il Figlio inferiore per natura e autorità. L'eresia ariana, diffusa dal IV secolo d.C., si contrapponeva alla visione della divinità condivisa.
Viene poi introdotto il concetto della Resurrezione di Cristo come nuovo giorno e culmine dell'opera della creazione e della Redenzione. La ferita del costato di Cristo, da cui sgorga sangue, simboleggia il sacrificio compiuto per la salvezza dell'uomo e fondamento dell'Eucaristia.
L'espressione "nascere dall'alto", presente nel Vangelo di Giovanni, viene interpretata in relazione alla natura divina di Cristo. Egli è il nuovo ed eterno Sacerdote, la cui superiorità rispetto al sacerdozio levitico risiede nel suo sacrificio volontario e nella sua risurrezione, che gli permettono di intercedere eternamente per noi presso il Padre.
La nudità del fianco sinistro di Cristo simboleggia la bellezza primordiale dell'uomo, corrotta dal peccato originale e ricreata dal "nuovo Adamo". Il perizoma, mosso da un leggero soffio, evoca lo Spirito Santo che aleggiava sul creato. Il suppedaneum, di forma quadrata, richiama la visione di Isaia sul trono di Dio e la terra come suo sgabello.
Il Servo di Dio, Sac. Dolindo Ruotolo, spiega il versetto di Isaia come la significazione del Regno di Dio universale, che non si limiterà alla Terra Promessa o al tempio di Gerusalemme. Il popolo, più che onorare Dio, si gloriava della magnificenza del tempio, considerandolo un simbolo di orgoglio nazionale. Nella Nuova Alleanza, Dio formerà il suo tempio nelle anime redente e contrite, mostrando la sua paternità universale e facendo della terra lo sgabello del suo dominio.
Viene discussa la convinzione, mai confermata, che Gesù durante la crocifissione abbia subito uno slogamento dell'anca, mettendo in discussione il passo biblico che afferma "Non gli sarà spezzato alcun osso". Questo si collega a un versetto del Salmo 34 e a prescrizioni rituali relative all'Agnello pasquale.
Documentazione Storica sulla Cappella del Crocifisso
L'analisi storica della Cappella del Crocifisso rivela la sua presenza fin dal XIV-XV secolo, con probabili ricostruzioni o ristrutturazioni nel XVI secolo. Un documento del XIX secolo, redatto dall'Architetto Teodosio di Bisceglia nel 1840, descrive la Chiesa Madre di Cerignola e menziona una cappella dedicata al SS. Crocifisso. La relazione descrive un vano con una porta ben formata che conduce all'antico cimitero, e nel mezzo dello stesso muro, una cappella di 12 per 9 palmi, con mura coperte di stucco e un altare di tufo anch'esso stuccato.

La cappella, nella sua interezza, occupa uno spazio che include il giardino retrostante, rendendo difficile l'individuazione di elementi architettonici originali. Dalla relazione si evince che le "mura sono coverte di stucco ben lavorato" e l'altare di tufo è anch'esso stuccato.
Un interessante documento intitolato "Libro delli Benifattori...", compilato dall'Arciprete Nullius "D.Gio.", attesta la presenza della Cappella della Croce nel XVI secolo. Questo libro elenca le messe celebrate per suffragio dei defunti, tra cui quelle per i membri della famiglia Caracciolo e Cantelma, e menziona messe celebrate "de cruce in capella" e "de cruce", confermando la devozione alla Santa Croce.
La Festività della Santa Croce era evidentemente un momento di forte devozione nella Chiesa Madre, tanto da essere scelta per celebrare messe di suffragio. La relazione prodotta in seguito alla Visita Apostolica del 1580, voluta da Papa Gregorio XIII e effettuata da Mons. Carafa, fornisce ulteriori dettagli.
I nomi dei feudatari di Cerignola, come Marino Caracciolo e sua moglie Chiara de Attendolo Sforza, conti di Sant'Angelo e Cerignola dal 1427, sono citati in relazione al "Libro delli Benifattori". La Contessa Chiara de Attendolo Sforza è menzionata nuovamente, e risulta deceduta nel 1471.
Nel XVII secolo non si hanno notizie specifiche sulla cappella. Nel XVIII secolo, invece, il Catasto Onciario di Cerignola del 1742 fornisce una testimonianza documentale. Vi si legge di un Maestro Muratore, Loreto Battaglino, che abitava in una casa propria situata nell'Orto del Carmine. La casa era attaccata a quella di Santo Specchio e gravata da pesi annuali a favore del Convento del Carmine e della Cappella del SS.mo Crocifisso, per un capitale di ducati venticinque.
Durante i restauri effettuati dal 1977 in poi, la Chiesa Madre subì numerosi interventi. Si ricordano le balaustre marmoree che davano accesso alla Cappella del SS.mo Crocifisso, recanti iscrizioni che commemorano i benefattori: "A Devozione ROSARIA BANCONE fu ANTONIO anno 1942" e "A Devozione MARIA PREZIUSO fu VINCENZO Anno 1942". Queste date rimandano ai restauri, definiti "molto discutibili", effettuati dal Parroco d.
Lo spazio originariamente occupato dalla cappella apparteneva alla cappella di San Nicola della vecchia chiesa trecentesca di San Michele Arcangelo a Morfisa. Fin da allora, ha ospitato la tavola del Crocifisso duecentesco, che secondo la tradizione avrebbe parlato a San Tommaso d'Aquino.
Il cappellone del Crocifisso vero e proprio è preceduto da un vestibolo, precedentemente cappella Maramaldo, poi Muscettola e dal 1563 Villani. La parete destra del vestibolo presenta un affresco attribuito ad Antonio Solario raffigurante il beato Guido Maramaldo con Carlo Della Gatta. Lungo la parete sinistra, in un altare marmoreo, si trovava la tavola della Madonna col Bambino, conosciuta anche come Madonna della Rosa o Madonna dell'Umiltà con San Domenico. Questo dipinto, inizialmente attribuito a Simone Martini, fu poi ricondotto a un autore anonimo e, dopo un restauro, trasferito al Museo nazionale di Capodimonte.
Il cappellone del Crocifisso inizia dopo l'arco in piperno duecentesco che delimita la chiesa di San Domenico e la vecchia chiesa di San Michele Arcangelo. Sulla parete destra sono disposti cinque monumenti sepolcrali. L'altare, in origine di proprietà dei Carafa di Montorio, passò a Gian Pietro Carafa, divenuto papa Paolo IV nel 1555, e successivamente acquistato da Francesco Carafa. Quest'ultimo commissionò la pala d'altare e fece apporre una targa commemorativa nel 1594.
Il primo monumento funebre, attribuito alla scuola di Giovanni da Nola, è quello di Ferdinando II Carafa. Segue il sepolcro dei coniugi Mariano d'Alagno e Caterina Orsini, opera di Tommaso Malvito del 1506. Ancora più avanti si trova il sepolcro di Placido di Sangro, opera della prima metà del Cinquecento, e sopra di esso il postumo sepolcro di Nicola di Sangro.
Il paramento in marmi commessi che decora la parete frontale del cappellone, datato 1753, presenta sopra l'altare maggiore una riproduzione fotografica della tavola del Crocifisso della metà del XIII secolo (ora esposta nella cella di san Tommaso d'Aquino). A sinistra della riproduzione del crocifisso, era esposta la Deposizione di Colantonio, poi spostata al Museo nazionale di Capodimonte e sostituita da una tavola duecentesca con San Domenico.
La prima cappella, di epoca rinascimentale e di proprietà della famiglia del Doce, imparentata con i Carafa, presenta una decorazione scultorea attribuita a Giovan Giacomo da Brescia, Girolamo Santacroce e Antonino de Marco. Sulla parete destra si trova il sepolcro di Giovan Battista del Doce, inizialmente attribuito a Giovanni Tommaso Malvito e Giovanni da Nola, poi a Giovan Giacomo da Brescia.
Sulla parete sinistra era collocato il monumento funebre a Rainaldo del Doce, padre di Giovan Battista. Entrambe le commissioni dei sepolcri spettano ad Antonina Tomacelli, moglie di Giovan Battista.
La seconda cappella è decorata in marmo da Malvito, che realizzò anche la balaustra marmorea. Presenta affreschi nella cupola con putti reggenti lo stemma dei Carafa e profeti nei pennacchi, opera di Pedro Fernandez. Un ciclo raffigurante l'Adorazione dei Magi, eseguito da Belisario Corenzio nel 1591, decora la lunetta della parete sinistra. Vi sono inoltre due sepolcri attribuiti a Tommaso Malvito: quello di Ettore Carafa (1511) e quello del figlio canonico Troilo Carafa.
Il nome della cappella deriva dal presepe con statue del primo decennio del Cinquecento, opera dello scultore bergamasco Pietro Belverte, collocato in una nicchia a destra. Il gruppo fu commissionato da Ettore Carafa, che avrebbe fatto pervenire le pietre per la sua realizzazione da Betlemme.
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