La figura di Papa Pio XII e il suo operato durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare riguardo alla questione ebraica, sono stati oggetto di dibattito e controversie per decenni. Nonostante le numerose pubblicazioni e discussioni, la ricerca storica continua ad approfondire questi temi, avvalendosi di nuove fonti documentali e di un'analisi più critica del materiale esistente.
Il contesto storico e le accuse
Il dibattito sulla condotta di Pio XII durante la Shoah è stato innescato in modo significativo dall'opera teatrale "Der Stellvertreter" (Il Vicario) di Rolf Hochhuth, pubblicata nel 1963. La tesi centrale del dramma era che Pio XII non avesse fatto il necessario per difendere gli ebrei, accusandolo implicitamente di complicità o quantomeno di un grave silenzio di fronte ai crimini nazisti.
Successivamente, nel 1968, fu tradotto in italiano il libro "Morte a Roma", scritto a New York, che contribuì ad alimentare ulteriormente le polemiche. Anche storici ebrei hanno affrontato l'argomento, con opere come "La Chiesa cattolica e la Germania nazista" di Gunther Lewy e "Pio XII e il Terzo Reich" di Saul Friedlander, entrambe pubblicate negli anni '60.

La risposta del Vaticano e la pubblicazione dei documenti
Di fronte a queste accuse, il Vaticano ha intrapreso diverse iniziative. Nel 1964, Papa Paolo VI ordinò che tutti i documenti vaticani relativi alla Seconda Guerra Mondiale fossero resi pubblici, nella speranza di fornire una base solida per uno studio sereno e approfondito sul pontificato di Pio XII. Questa decisione mirava a mettere a disposizione degli studiosi un corpus documentale ampio e completo.
Più recentemente, nel marzo 2019, Papa Francesco ha annunciato l'apertura ai ricercatori degli archivi del pontificato di Pio XII (1939-1958), operazione resa effettiva il 2 marzo 2020. Questo passo è stato accolto con grande interesse dalla comunità scientifica, poiché promette di gettare nuova luce su aspetti ancora dibattuti e di fornire risposte più precise alle domande sollevate.
Testimonianze e azioni concrete di aiuto
Nonostante le critiche, esistono numerose testimonianze e documenti che attestano gli sforzi di Pio XII e della Chiesa per aiutare gli ebrei durante la guerra. Il documento vaticano, nella sua Nota (1), riporta attestati di riconoscenza con precisi riferimenti ad articoli dell'Osservatore Romano.
Un esempio significativo è la figura del rabbino Eugenio Zolli, Gran Rabbino della comunità israelitica di Roma durante il periodo bellico. Secondo la testimonianza della figlia Myriam, Zolli si rivolse al Vaticano per ottenere i 50 chili d'oro richiesti dai nazisti per risparmiare la vita agli abitanti del Portico d'Ottavia. Il Papa avrebbe messo a disposizione i 15 chili mancanti. Purtroppo, questo gesto non riuscì a impedire il rastrellamento del ghetto di Roma nell'ottobre 1943.
Myriam Zolli racconta anche che suo padre, diffidando delle SS, aveva suggerito alla comunità di bruciare i registri e far fuggire la gente, ma fu considerato un visionario. In un simposio del 1999, P. Gumpel, gesuita e relatore nel processo di beatificazione di Pio XII, menzionò che il Papa aveva incaricato P. Pancrazio Pfeiffer di intercedere presso il comandante tedesco, il generale Stahel, per fermare l'operazione di rastrellamento. Il generale avrebbe inviato un telegramma a Himmler, ottenendo solo un ritardo di qualche giorno.

La conversione di Eugenio Zolli
Agli inizi del 1945, Eugenio Zolli chiese e ottenne il battesimo, prendendo il nome di Eugenio in onore di Papa Pacelli. Questo gesto fu interpretato come un segno di profonda gratitudine per l'aiuto ricevuto. Il cardinale Paolo Dezza testimoniò che, dopo la sua conversione, a Zolli fu fatto "il vuoto intorno", il suo nome fu cancellato dagli elenchi dei rabbini e il settimanale ebraico uscì listato a lutto. La famiglia Zolli subì insulti e fu costretta a cambiare abitazione.
Lo stesso Zolli, nelle sue meditazioni autobiografiche, scrisse: "Mai nessuno ha tentato di convertirmi... Non ho rinnegato, ho la coscienza chiara e sicura di aver soltanto affermato me stesso senza rinnegare nulla". Descrisse la sua conversione non come un ripudio dell'ebraismo, ma come un'armonizzazione di valori spirituali nuovi con quelli preesistenti.

La questione del "silenzio" di Pio XII
L'accusa principale mossa a Pio XII è quella del suo presunto "silenzio" di fronte alla Shoah. Tuttavia, diverse fonti indicano che il Pontefice condannò ripetutamente e pubblicamente la persecuzione di innocenti "solo a causa della loro razza". P. Gumpel afferma che "A quei tempi, chiunque capiva a chi si stesse riferendo".
È vero che Pio XII non utilizzò mai il termine "ebreo" nelle sue proteste pubbliche, né fece dichiarazioni particolarmente veementi. Alcuni osservatori sottolineano la difficoltà di giudicare le scelte di Pio XII con la sensibilità odierna e in un contesto culturale profondamente mutato. Altri mettono in evidenza la sua formazione diplomatica e la fiducia riposta nell'azione diplomatica piuttosto che nelle dichiarazioni pubbliche.
In una conversazione riportata, Pio XII espresse la sua convinzione che una protesta pubblica, sebbene meditata con "molte lacrime e molte preghiere", non avrebbe giovato agli ebrei, ma avrebbe anzi suscitato "le ire più feroci contro gli ebrei". Come esempio di ciò che sarebbe potuto accadere, citò la sorte della Chiesa d'Olanda, le cui proteste costarono la vita a quarantamila persone, mentre una sua protesta avrebbe potuto costarne duecentomila.
Nuovi documenti e interpretazioni
La recente apertura degli archivi vaticani ha permesso di accedere a una mole considerevole di nuovi documenti, tra cui 2700 fascicoli contenenti richieste di aiuto da parte di ebrei perseguitati. Questi documenti, resi disponibili sul portale della Segreteria di Stato, offrono un'ulteriore opportunità per gli storici di analizzare le persecuzioni in Italia e all'estero durante il pontificato di Pio XII.
Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali dello Stato Pontificio, ha commentato che questi archivi restituiscono la "voce, disperata e supplichevole, degli ebrei che volevano scampare alle persecuzioni nazifasciste". Tuttavia, lo storico Michele Sarfatti sottolinea che le richieste d'aiuto non furono tutte esaudite e che i documenti permettono di risalire ai nominativi di circa 5.000 persone, una cifra considerata "pochissima" rispetto ai sei milioni di ebrei morti durante la Shoah.
I fascicoli riguardano persone che dal 1940 al 1945 chiesero aiuto alla Santa Sede. Le richieste provenivano da famiglie intere che cercavano di sfuggire alla deportazione e alla morte. In alcuni casi, le richieste erano avanzate da ebrei che avevano contatti con rappresentanti vaticani.

Il caso di Isaia Levi
Un esempio di aiuto concreto è rappresentato da Isaia Levi, che fece costruire Villa Giorgina e la donò al Vaticano dopo avervi trovato rifugio durante l'occupazione nazista di Roma. La villa fu donata per testamento a Papa Pio XII, con la richiesta di farne una Nunziatura e di destinare il patrimonio a opere di beneficenza.
Quasi in contemporanea alla conversione di Isaia Levi, avvenne quella del rabbino capo di Roma, Eugenio Zolli. L'ex rabbino scrisse che "Ciò che il Vaticano ha fatto resterà indelebilmente ed eternamente scolpito nei nostri cuori" e che "Sacerdoti, come pure alti prelati, hanno fatto cose che resteranno per sempre un titolo di onore per il cattolicesimo".
Analisi dei nuovi documenti e prospettive
L'apertura degli archivi vaticani ha generato un importante convegno all'Università Gregoriana di Roma, dove storici, teologi e rappresentanti della Chiesa e della Comunità Ebraica hanno analizzato i documenti resi pubblici. Le discussioni hanno toccato temi come le ragioni della posizione neutrale del papato verso il regime nazista, i metodi di soccorso agli ebrei e la protezione offerta a criminali nazisti nel dopoguerra.
L'archivista vaticano Giovanni Coco ha spiegato che il Papa avvertiva una forte pressione al silenzio proveniente dal mondo cattolico tedesco, considerando tale silenzio "necessario fino all'autocensura". La pubblicazione dei documenti sta permettendo di ricostruire i pregiudizi, i percorsi decisionali e il retroterra culturale degli uomini e delle donne che operavano all'interno della macchina amministrativa della Chiesa.
David Kertzer e Nina Valbousquet hanno descritto le reazioni del Vaticano alle deportazioni degli ebrei in Francia e Italia, evidenziando come figure come Dell'Acqua fossero considerate consiglieri chiave del pontefice in materia ebraica. Al contrario, il Cardinale Giovanni Mercati è emerso come una figura di grande impegno nel salvataggio dei perseguitati.
Gabriele Rigano ha tracciato un parallelismo tra l'atteggiamento di Papa Benedetto XV durante la Prima Guerra Mondiale e l'omertà di Pio XII. Si è anche analizzata la questione dell'enciclica "Humani Generis Unitas", commissionata da Pio XI e ritrovata in bozza negli archivi vaticani, che condannava il razzismo e riconosceva il ruolo storico del popolo ebraico.
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Considerazioni finali
I dati attualmente disponibili sulla figura e l'opera di Pio XII consentono di formulare diverse considerazioni. È noto che Papa Pacelli era a conoscenza delle persecuzioni antiebraiche e di altre violenze, ma la sua reazione fu improntata a una logica di prudenza diplomatica. La sua priorità era la neutralità diplomatica e la lotta contro il comunismo, considerato il nemico numero uno della Chiesa.
È stato sottolineato che le azioni di Pio XII furono spesso caratterizzate da una logica volta a colpire la dottrina che aveva generato la Shoah, piuttosto che a intervenire direttamente contro le operazioni di sterminio. Questa strategia, pur non sempre efficace nel salvare vite, mirava a contrastare l'ideologia nazionalsocialista e a difendere tutti i perseguitati.
La recente apertura degli archivi vaticani ha riacceso il dibattito, fornendo nuovi elementi per comprendere la complessità del pontificato di Pio XII. È fondamentale un'analisi storica rigorosa, basata sui documenti e priva di polemiche, per giungere a una valutazione equa e completa di un periodo storico cruciale e della figura di un Pontefice che operò in circostanze estremamente difficili.