Le scelte liturgiche di Papa Benedetto XVI hanno spesso suscitato interesse e dibattito, evidenziando una profonda attenzione alla tradizione e alla continuità. Non è una novità che un Pontefice faccia uso di paramenti appartenuti e utilizzati da suoi predecessori, anche se recanti le rispettive armi araldiche. Questo uso di stemmi altrui, definito "disinvolto", non trova facile corrispondenza in altri campi, ma testimonia una linea di continuità storica e spirituale.

Continuità e Innovazione nei Paramenti Papali
L'Uso dei Paramenti dei Predecessori
Nel contesto delle celebrazioni papali, è stato notato l'utilizzo da parte di Benedetto XVI di piviali già impiegati da suoi predecessori, come il piviale del Beato Giovanni XXIII, al quale è stato solo sostituito il razionale. Tale elemento, del resto, è stato usato non solo da Pio XII ma anche dallo stesso Papa Roncalli e da altri Pontefici. Anche l'uso di una mitra appartenuta a un suo omonimo predecessore non è un caso isolato. Lo stesso Pontefice ha avuto modo di sottolineare come questi predecessori siano stati messaggeri di pace in tempi non facili per la Chiesa e il mondo intero. Anche lo stemma applicato su un piviale, pur essendo quello di Benedetto XVI, talvolta presenta una forma stilizzata in cui la tiara, che timbrava l'arma pontificia fino al cambiamento introdotto dal Pontefice felicemente regnante, sembra quasi assumere la fattezza di una mitra.
La Nuova Forma del Pallio
Dal 29 giugno 2008, Benedetto XVI ha iniziato a indossare un nuovo tipo di pallio per le solenni celebrazioni liturgiche. Questo pallio, a forma circolare chiusa, presenta i due capi che pendono nel mezzo del petto e del dorso. La sua foggia è più larga e più lunga, pur conservando il colore rosso delle croci che lo adornano. Monsignor Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, ha spiegato in un'intervista a "L'Osservatore Romano" le motivazioni storiche e liturgiche di questa nuova insegna. Si tratta di uno sviluppo della forma del pallio latino utilizzato fino a Giovanni Paolo II.

Alla luce di attenti studi sullo sviluppo del pallio nel corso dei secoli, sembra che il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non sia più stato portato in Occidente a partire dal IX secolo. Un dipinto nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo III con questo tipo di pallio, pare un "arcaismo" consapevole. L'uso del nuovo pallio intende venire incontro a due esigenze: in primo luogo, sottolineare maggiormente il continuo sviluppo che nell'arco di oltre dodici secoli questa veste liturgica ha continuato ad avere; in secondo luogo, rispondere a un'esigenza pratica, poiché il pallio usato da Benedetto XVI dall'inizio del pontificato aveva comportato diversi e fastidiosi problemi di vestibilità.
La differenza tra il pallio papale e quello che il Pontefice impone agli arcivescovi metropoliti rimane anche con il pallio attuale. Quello indossato da Benedetto XVI riprende la forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga e con il colore rosso delle croci. Questa differente forma mette in risalto la diversità di giurisdizione significata dal pallio stesso.
Il Ritorno alla Ferula Tradizionale
Anche il pastorale adoperato dal Papa nelle celebrazioni ha subito un cambiamento. Il pastorale dorato a forma di croce greca, appartenuto al Beato Pio IX e usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica delle Palme del 2008, è ormai utilizzato costantemente dal Pontefice, che ha sostituito così quello argenteo sormontato dal crocifisso, introdotto da Paolo VI e utilizzato anche da Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e da lui stesso. Questa scelta non significa semplicemente un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia. Questo pastorale, denominato "ferula", risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso, perlomeno da quando il pastorale è entrato nell'uso dei Romani Pontefici. Un elemento di praticità è anche da considerare: la ferula di Pio IX risulta più leggera e maneggevole del pastorale introdotto da Paolo VI. Il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà degli anni Sessanta resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti altri oggetti appartenuti ai predecessori di Benedetto XVI.

La Filosofia Liturgica di Benedetto XVI: L'Ermeneutica della Continuità
La scelta dei paramenti e degli oggetti liturgici da parte di Papa Benedetto XVI, così come alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa. L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo, e ciò vale anche per la liturgia. Come un Papa cita nei suoi documenti i Pontefici che lo hanno preceduto, in modo da indicare la continuità del magistero della Chiesa, così nell'ambito liturgico un Papa usa anche vesti liturgiche e suppellettili sacre dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la stessa continuità anche nella lex orandi.
Bellezza e Dignità nelle Vesti Liturgiche
Nonostante l'attenzione alla tradizione, il Papa non usa sempre abiti liturgici antichi; indossa spesso anche paramenti moderni. L'importante non è tanto l'antichità o la modernità, quanto la bellezza e la dignità, componenti essenziali di ogni celebrazione liturgica. Un esempio di ciò si ha nei viaggi in Italia e fuori Italia, dove i paramenti papali sono predisposti dalle Chiese locali, in accordo con l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. In queste occasioni, nella varietà degli stili e con attenzione a elementi caratteristici locali, il criterio adottato è stato sempre quello della bellezza e della dignità, dimensioni tipiche dell'azione sacra che si compie nella celebrazione eucaristica.
Orientamento e Prassi nella Celebrazione Eucaristica
Il Trono Papale e la Croce al Centro dell'Altare
L'utilizzo di un alto trono papale in particolari circostanze, come il concistoro, vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e Vicario di Cristo. Quanto alla posizione della croce al centro dell'altare, essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l'Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia.
La questione dell'orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale. Questo è il criterio per capire anche la decisione di celebrare all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del Battesimo del Signore. In queste circostanze, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista "non si chiude la porta all'assemblea", ma "si apre la porta all'assemblea" conducendola al Signore. In particolari occasioni, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, può diventare auspicabile celebrare all'altare antico, dove si conserva l'esatto orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere: basta andare in San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari tradizionali e dunque orientati come quello della Sistina.

La Comunione in Bocca e in Ginocchio
Nella sua visita a Santa Maria di Leuca e Brindisi, il Papa ha distribuito la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio. Questa prassi, che sembra destinata a diventare abituale nelle celebrazioni papali, sottolinea la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa, poiché la distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale. In aggiunta, questa modalità di distribuzione, senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli e introduce con più facilità al senso del mistero. Questi sono aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando, è urgente sottolineare e recuperare.
Risposte alle Critiche e il Motu Proprio Summorum Pontificum
Oltre le Etichette "Preconciliari" e "Postconciliari"
Alle accuse di voler imporre modelli "preconciliari", il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche ha risposto sottolineando l'adesione cordiale e convinta al magistero liturgico del Santo Padre. Riguardo ai termini "preconciliari" e "postconciliari", essi appartengono a un linguaggio ormai superato e, se usati con l'intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, sono ritenuti errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive. Ci sono "cose antiche e cose nuove" che appartengono al tesoro della Chiesa di sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come d'altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa l'antico e il nuovo ed è a essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni. La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella logica di un'autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre e ai fratelli, vita di santità.
Il Significato del Summorum Pontificum
Il Motu Proprio Summorum Pontificum, sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, anche se ha dato adito a interpretazioni contrastanti, ha un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di "una riconciliazione nel seno della Chiesa"; in questo senso, il Motu Proprio è un atto di amore verso l'unità della Chiesa. In secondo luogo, il suo scopo è quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano: in modo tale, per esempio, che nella celebrazione secondo il Messale di Paolo VI (che è la forma ordinaria del rito romano) "potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso". La possibilità di celebrazioni presiedute dal Papa secondo la forma straordinaria rimane una domanda aperta.