L'Arte Pittorica nell'Antico Egitto: Funzione, Tecnica e Simbolismo

L'Egitto: Culla di una Civiltà e della sua Arte Originale

Culla di un'antica, meravigliosa civiltà, l'Egitto, nata sulle rive del suo fiume Nilo, non cessa di affascinare con un'arte che ha origini antichissime, precedenti al III millennio a.C. Si tratta di testimonianze di un'arte assolutamente originale, poiché il territorio in cui si sviluppò, chiuso fra deserti e mare, impedì per lungo tempo i contatti con le altre civiltà.

L'arte egiziana è l'espressione di uno Stato organizzato assai rigidamente dove a capo si ha una figura che fa la funzione di sovrano e sommo sacerdote, il Faraone. Accanto a lui, la casta sacerdotale è la più privilegiata e potente. L'arte egiziana doveva glorificare, attraverso imponenti edifici, la divinità e il faraone per incutere nel popolo rispetto sacro e venerazione per una classe politica forte e immutabile nel tempo. L'artista era un artigiano anonimo, spesso uno schiavo, che non poteva esprimersi liberamente, ma obbediva a precise disposizioni imposte dall'alto.

La civiltà egiziana si sviluppò in un ampio periodo storico, dal IV millennio al VI secolo a.C. Verso il 2850 a.C. il territorio dell'Egitto, inizialmente diviso in due grandi Regni, venne unificato da re Menes, che stabilì la capitale a Tinis, nel Medio Egitto. Gli egittologi hanno diviso la lunga storia egiziana, compresa fra il 3000 e il 332 a.C., in Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno ed età tarda. Questi grandi periodi di splendore economico e culturale furono intervallati da tre periodi “intermedi”, segnati da crisi politiche e sociali.

Mappa dell'antico Egitto e del Nilo

Architettura e Contestualizzazione delle Opere Artistiche

Ben poco è rimasto dell'epoca preistorica o delle prime dinastie delle opere architettoniche egizie; infatti, sono arrivate a noi perlopiù tombe semplici di argilla o mattoni di fango del Nilo, materiale usato anche per la costruzione di case e templi. Soltanto all'inizio dell'Antico Regno fece la sua comparsa l'architettura litica, con la costruzione delle tombe dei regnanti delle prime dinastie che imitavano la struttura dei palazzi o dei templi. Il gran numero di ceramiche e oggetti in pietra, in avorio e in osso intagliato che vi sono stati rinvenuti attestano l'elevato livello di sviluppo artistico e artigianale dell'Egitto dell'Antico Regno, sebbene l'uso dei mattoni rimase sempre predominante.

Durante la III dinastia fu costruito un intero complesso funerario composto da un gruppo di templi ed edifici annessi, e dalla grande piramide a gradoni nella quale fu deposto il corpo del re. Gli Egizi furono capaci di edificare monumenti che sono ancora oggi considerati fra le meraviglie del mondo. Le piramidi di Giza testimoniano la perizia ingegneristica degli architetti egizi e intorno a queste si sviluppò una necropoli formata da numerose mastabe (termine antico che significa "panche in mattoni d'argilla"), cioè tombe a tronco di piramide, con tetto piatto e pareti a scarpata.

Veduta delle Piramidi di Giza con mastabe circostanti

I templi del Nuovo Regno sono tutti riconducibili a due moduli comuni. L'accesso era costituito da un pilone, due grandi torri tra le quali si apriva la porta. L'effetto di imponenza delle torri era accresciuto dagli obelischi e dalle statue colossali collocate davanti e dalle alte antenne per bandiere assicurate con enormi zanche alla muraglia in apposite nicchie piatte. In fondo al cortile sorgeva il vero e proprio tempio, situato su una terrazza poco elevata e ornata da una cornice. La sala ipostila, che si trovava dietro, aveva la stessa larghezza di tutta la costruzione. Dietro la sala ipostila si trovava un vano relativamente stretto ma profondo, il santuario, dove veniva conservato il simulacro della divinità: abitualmente veniva portata in spalla dei sacerdoti durante le processioni. Solo il faraone o il sommo sacerdote potevano accedere nella stanza per venerare il dio.

Questa pianta di tempio, la più frequente nei grandi santuari del Nuovo Regno, corrispondeva alla pianta della casa o del palazzo dell'antico: il grande cortile aperto dell'abitazione corrispondeva al cortile del tempio; alla vasta sala era abbinata la sala ipostila del tempio e al vano profondo dove abitava il padrone di casa, il santuario, casa della divinità. Il tempio rappresentava veramente 'la casa di dio'.

Ricostruzione 3D tempio greco

La Funzione Magica e Simbolica della Pittura Egizia

Una delle prime cose che vengono in mente quando si parla di arte egizia sono le pitture dai colori vivaci che ricoprono le pareti delle tombe. Tuttavia, gli autori di questi capolavori, ammirati ancora oggi, all’epoca non venivano considerati artisti. Anzi, nell’antico Egitto le parole “arte” e “artista” non esistevano affatto, ed era piuttosto raro che gli autori firmassero le proprie opere. Quelli che noi consideriamo artisti per gli Egizi erano dei semplici artigiani, cui nel migliore dei casi veniva riconosciuto di essere “abili con le dita” o “con le mani”.

Nell’Egitto dei faraoni tutte le arti plastiche dovevano sottostare alle norme delle "Case della Vita". Si trattava di centri didattici legati ai grandi templi e gestiti dai sacerdoti, dove venivano formati gli scribi e i professionisti d’ogni tipo, dai medici agli architetti. È interessante notare che i pittori apprendevano il mestiere dai padri e non nelle Case della Vita, anche se erano comunque obbligati a rispettare le regole di tali istituzioni.

Gli scribi del contorno realizzavano opere di varia natura, dai bassorilievi sulle pareti dei templi alle sculture e ai sarcofagi di legno. Dipingevano anche migliaia di oggetti appartenenti alle cosiddette “arti minori”, quali per esempio mobili o stele. Ciononostante, la loro attività principale era la pittura tombale. Sebbene spesso fossero imprecisamente considerati “decorativi”, i dipinti che compaiono sulle pareti delle cappelle funerarie o nei reconditi ambienti che ospitavano le mummie non avevano una finalità estetica.

La Magia delle Immagini per l'Aldilà

Per poter sopravvivere nell’aldilà, il ka - l’essenza vitale del morto - aveva bisogno di nutrirsi. A questo scopo i familiari e i sacerdoti funerari depositavano nella cappella della tomba offerte alimentari. Ma cosa sarebbe successo una volta che anche la famiglia del defunto si fosse estinta? Secondo i testi sacri, in questo caso il ka sarebbe stato costretto ad alimentarsi dei suoi stessi escrementi prima di scomparire definitivamente. Per scongiurare tale eventualità gli Egizi ricorrevano alla magia (heka) della pittura o dei bassorilievi: era sufficiente rappresentare un oggetto perché questo diventasse reale.

Tuttavia, per una vita eterna non sarebbe bastata la rappresentazione di una tavola imbandita, perché il cibo si sarebbe rapidamente esaurito: era necessario raffigurare tutto il processo di produzione alimentare. Così, a partire dall’Antico Regno divenne abituale dipingere il ciclo completo del frumento: la semina, la mietitura, la trebbiatura, fino allo stoccaggio nei silos. Anche un’altra peculiarità dell’arte egizia - il gran numero di opere incompiute - era connessa all’universo magico. Si riteneva infatti che fosse sufficiente abbozzare una scena: a completarla ci avrebbe pensato la magia. Per gli antichi Egizi la vita era continuità, e un’opera conclusa era un’opera morta.

Pittura tombale: Raccolta e lavorazione dei cereali

Convenzioni Stilistiche e Rappresentazione nelle Pitture

I pittori egizi adottarono sempre forme fisse, ispirate alle leggi della geometria, e seguirono un codice regolato da norme rigorose, rimaste immutate per secoli. Le loro opere non riprodussero la vita in modo verosimile ma ebbero il compito di descrivere la realtà analizzandola elemento per elemento, al fine di ottenere un risultato chiaro, non equivoco. È un po’ come se l’artista, prima di disegnare la scena, guardasse, idealmente, in direzioni diverse, ottenendo singole visioni parziali che poi ricomponeva tutte insieme, in una sola immagine sintetica.

La Rappresentazione delle Figure Umane

I pittori dell’Antico Egitto non copiarono le figure umane dal vero ma dipinsero gli uomini e le donne sintetizzando i loro tratti fisici, tramutandoli in tipi impersonali. Uomini, donne e bambini, mostrati, apparentemente, sempre di profilo, in realtà volgono il busto verso l’osservatore; nelle donne, almeno uno dei seni è rappresentato lateralmente: un artificio utile a definirne la forma in modo più comprensibile. Il bacino è mostrato di tre quarti; le gambe, invece, sono viste di lato ma ambedue dalla parte interna, quella dell’alluce. La gamba avanzata e il braccio teso sono quelli più lontani dallo spettatore, al quale la figura mostra normalmente la parte destra. Il volto, infine, si presenta esattamente di fianco ma con l’occhio frontale.

Gli uomini sono dipinti con un colore più scuro, rosso-bruno, mentre le donne sono rappresentate con una pelle giallognola; la giovinezza dei bambini è invece attestata dalla nudità. Queste regole così rigide erano sempre rispettate quando il soggetto da rappresentare era molto autorevole: per esempio gli dèi, i faraoni o le regine, i grandi sacerdoti, gli aristocratici. In questi casi, l’intento dell’artista non era quello di mostrare il loro aspetto fisico ma di mettere in evidenza la loro importanza.

Dipinto del Faraone in adorazione del dio Ra-Harachte

Eccezioni e Rappresentazione del Quotidiano

Esistono però altri dipinti, come quello della Danzatrice acrobatica, mostrata inarcata nella posizione del “ponte”, o quello della Scena di onoranze funebri, che trasgrediscono le regole appena descritte. I personaggi minori, in questo caso musiciste e ballerine, sono raffigurati con grande naturalezza. Ne deduciamo che le norme erano tassative solo per la rappresentazione degli uomini liberi, dei nobili, dei potenti e ovviamente del sovrano e dei suoi familiari. Invece, la rappresentazione della realtà quotidiana, quella più semplice e umile, non imponeva l’idealizzazione dei personaggi del popolo, dei contadini, dei servi e degli schiavi: al pittore, insomma, era lasciata maggiore libertà di espressione.

Pittura della Danzatrice acrobatica

La Rappresentazione dello Spazio (A-prospettica)

Nell’arte dell’Antico Egitto fu del tutto simbolica e convenzionale anche la rappresentazione dello spazio. Gli artisti costruirono le immagini in modo da ottenere un loro sviluppo completo sul piano, e vollero presentare ogni elemento dal punto di vista più caratteristico. Il pittore doveva mostrare le cose nel modo più chiaro possibile. Questo sistema di distribuire le figure su livelli sovrapposti, per cui ciò che si trova sopra in realtà dovrebbe andare dietro (ma se così fosse verrebbe nascosto), è tipico della pittura egizia ma soprattutto di un sistema di rappresentazione a-prospettico che si basa su un processo riproduttivo puramente mentale.

Un celebre esempio è La piscina di Nebamon, rappresentata dall’alto, con i pesci e i volatili di profilo, e gli alberi ribaltati tutti intorno, come se fossero stesi per terra. La visione, in realtà, non è propriamente dall’alto, perché in questo caso degli alberi si sarebbero viste solo le fronde e non i tronchi. E, come appare del tutto evidente, non è prospettica, giacché se si fosse adottato questo sistema di rappresentazione, le proporzioni fra le diverse parti sarebbero risultate alterate, le forme sarebbero apparse deformate e ciò che sta davanti avrebbe coperto, parzialmente o totalmente, ciò che si trova dietro. In questo modo, tutto appare chiaro e riconoscibile.

Dettaglio della fauna della Piscina di Nebamon

Evoluzione Stilistica e Cronologia della Pittura

Nei tremila anni di storia dell’Egitto la tecnica e lo stile pittorici rimasero fondamentalmente gli stessi. Dai rudimentali tentativi effettuati nel corso della prima dinastia fino all’Antico Regno non si registrarono cambiamenti apprezzabili. L’iniziale schematicità della pittura tornerà brevemente nel Medio Regno, per poi lasciare nuovamente spazio al moderato realismo che dominerà tutte le rappresentazioni pittoriche di tombe e sarcofagi del Nuovo Regno e delle successive fasi della civiltà egizia. Fu proprio nel corso del Nuovo Regno che la pittura raggiunse il suo apice.

Di particolare interesse per quanto riguarda quell’epoca sono i luoghi di sepoltura degli operai che costruirono le tombe reali, situati nella necropoli del loro villaggio, Deir el-Medina. Molti di questi lavoratori dipinsero le proprie tombe di giallo, perché tale era il colore che si utilizzava anche nelle sale dei sarcofagi reali. Il giallo era infatti connesso all’incorruttibilità e all’eternità; era il colore dell’oro, la materia di cui erano fatti i corpi degli dèi.

Con Amenofi III l’arte raggiunse un livello tecnico mai visto prima, ma la sua stessa precisione ne pregiudicò la capacità espressiva. Si ebbe un cambiamento con il suo successore, il figlio Akhenaton, promotore di un nuovo stile artistico che rappresentò una ventata di aria fresca in un’arte dominata da un eccessivo accademismo. Le foreste di papiri e le spighe di grano, che fino ad allora avevano obbedito alle leggi immutabili del parallelismo e della simmetria, adesso ondeggiavano sinuose al vento. Alla morte di Akhenaton e della moglie Nefertiti, l’arte ramesside - quella dei primi faraoni della XIX dinastia, fondata da Ramses I - seppe conservare la delicatezza che aveva ereditato dal periodo precedente. In ogni modo con questa tappa si concluse l’età dell’oro della pittura egizia; tutto quanto venne dopo non fu che un simulacro dei passati splendori.

Dettaglio da Nebamon a caccia, che mostra la rappresentazione della natura

Metodo di Esecuzione dei Dipinti Murali

Alcune decorazioni tombali incompiute hanno permesso di apprendere il metodo in uso per la realizzazione dei dipinti murari. I pittori egizi preparavano le pareti da dipingere con uno strato di intonaco poi ricoperto con una malta di carbonato di calcio, gesso e paglia tritata, che veniva lasciato asciugare e in seguito lisciato. Quindi tracciavano un reticolato di linee perpendicolari, formando una griglia di caselle quadrate tutte uguali.

Il reticolo presentava, secondo le epoche, 18 o 23 quadrati di altezza e conteneva il soggetto da riprodurre dalla pianta dei piedi all’attaccatura dei capelli. Il copricapo non veniva preso in considerazione e poteva presentare varie dimensioni. Due quadrati servivano per la faccia e il collo; il punto vita era segnato dalla linea del sesto quadrato; fianchi e bacino occupavano tre quadrati e nove erano riservati alle gambe (comprendenti coscia e polpaccio). Ovviamente, erano regolate da convenzioni analoghe tutte le altre misure, come la lunghezza di un passo, misurata dalla punta di un piede al tallone dell’altro.

Artisti egizi che dipingono sarcofagi, mostrando tecniche e strumenti

Il Ruolo Duraturo dell'Arte Egizia nella Storia

Gli antichi Egizi riconobbero all’arte una funzione importantissima. Ma di tale importanza non usufruirono gli artefici materiali delle opere d’arte. Pittori e scultori egizi erano infatti destinati a lavorare per i sovrani, i sacerdoti e i funzionari dello Stato; e i loro manufatti artistici, di altissima qualità, dovevano rispondere perfettamente alle richieste di una rigida etichetta di corte e di pratiche pertinenti al culto oramai consolidate da secoli.

Essi studiavano e imparavano il mestiere, così come gli scribi, nelle cosiddette “case della vita”, annesse ai templi egizi: istituzioni scolastiche, normalmente dirette da sacerdoti, presso le quali si tramandavano le esperienze conoscitive tradizionali, si svolgevano gli studi specialistici di aritmetica, geometria, astronomia e medicina. In Egitto, l’arte non era solo guidata da finalità estetiche, non era una forma espressiva o, come diremmo oggi, il frutto del talento naturale di pochi privilegiati. L'arte egizia assolveva due funzioni principali: celebrativa e religiosa. La pittura egizia aveva una funzione religiosa e solitamente veniva realizzata lungo le pareti delle aree sepolcrali e dei templi, oppure sui sarcofagi.

La pittura egizia, con la sua estensione dal 3000 a.C. al 525 a.C. circa, rappresenta uno dei fenomeni più singolari e originali di tutta la storia dell’arte, mantenendo una cultura stabile e coerente senza subire influenze esterne significative. I grandi maestri egizi insegnarono ai Greci, e questi ai Romani; e tutta l’arte occidentale, dal XV al XIX secolo, è debitrice della cultura greco-romana, facendo dell'arte egizia un simbolo di una civiltà che ha lasciato un'eredità indelebile.

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