La Controverse Interpretazione del Pontificato di Pio XII

La figura di Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, e il suo pontificato sono stati oggetto di un'accesa e complessa discussione, culminata in particolare nel corso del 2008, a livello sia italiano che internazionale. La questione centrale ha riguardato il suo ruolo durante il periodo nazista e le accuse sui suoi presunti "silenzi" di fronte alla Shoah. Questo dibattito ha coinvolto profondamente il mondo ebraico e ha assunto rilevanza anche per la sua causa di beatificazione.

Ritratto fotografico di Papa Pio XII

L'Accesa Querelle sulla Beatificazione di Pio XII

La querelle sul ruolo del papa nel periodo nazista esplose con grande asprezza tra settembre e ottobre del 2008, catalizzando il dibattito e suscitando forti reazioni, soprattutto da parte ebraica, a causa di accadimenti diversi ma dirompenti. In ordine cronologico, un episodio significativo fu il viaggio di monsignor Fisichella in Israele con una visita, il 7 settembre, a Yad Vashem. Qui sorse una controversia a proposito della didascalia che nel museo citava i "silenzi" di papa Pacelli sul nazismo.

Successivamente, una settimana più tardi, a Roma si tenne un convegno organizzato da "Pave the Way", un'associazione ebraica statunitense impegnata nel dialogo interreligioso. Tale convegno mirava a rivalutare l’impegno umanitario di Pio XII negli anni della persecuzione nazifascista attraverso testimonianze dirette, ottenendo il pubblico riconoscimento di Benedetto XVI. Ancora una settimana dopo, fu la volta del rabbino di Haifa Shear Yshuv Cohen di intervenire nella discussione. È su questo arco temporale, come emerge dalla rilettura della rassegna stampa, che si distribuirono le numerose prese di posizione di esponenti ebraici.

La questione di papa Pacelli, tuttavia, corse sottotraccia per tutto l’anno con una regia mediatica piuttosto evidente. Fu il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, con netto anticipo sul dibattito autunnale, a proporre per primo una lettura da parte ebraica del pontificato di Pio XII. Questo avvenne in risposta a un appello, sottoscritto da politici, giornalisti e intellettuali, che ne chiedeva la beatificazione per la "grande opera di carità" messa in atto nella Roma occupata dai nazisti.

Secondo Giacomo Galeazzi, scrivendo il 3 luglio sulla Stampa, per Di Segni da questa richiesta "riemerge una linea fortemente apologetica che interpreta, sotto un unico punto di vista, un pontificato discutibile". La massima autorità spirituale dell’ebraismo italiano - prosegue Galeazzi - stigmatizzava la «riproposizione di una lettura parziale, lacunosa di cui Andreotti è sempre stato un aperto sostenitore» e, cioè, "la sottolineatura dell’opera assistenziale svolta dai conventi che hanno dato rifugio durante la persecuzione antiebraica".

Le Diverse Voci e le Rivelazioni di "Pave the Way"

Da fine agosto sui giornali iniziarono a rimbalzare le prime anticipazioni del convegno di Pave the Way che, nelle parole del suo presidente Gary Krupp, prometteva testimonianze decisive per rivalutare il ruolo svolto da Pio XII a favore degli ebrei. Krupp sosteneva che "la sola strada percorribile per arrivare alla verità è la testimonianza delle persone presenti durante gli eventi di quegli anni terribili. Pave the Way ha deciso di finanziare questo progetto che ha riguardato l’incontro con persone ancora viventi, le cui testimonianze sono state videoregistrate".

La scoperta più importante, spiegò Krupp, riguardava le attività di monsignor Giovanni Ferrofino, all'epoca novantaseienne, emissario di Pio XII e segretario del nunzio Silvani (rappresentante vaticano ad Haiti dal 1939 al 1946). Questo accadde due volte all’anno, dal 1939 al 1945, suggerendo che almeno 11.000 ebrei avrebbero potuto essere salvati solo in riferimento a questo Paese. La notizia degli ebrei in salvo ad Haiti ricomparve con evidenza sulle pagine dei giornali qualche giorno più tardi, con il Corriere che li ricordava il 2 settembre, annunciando l’ormai imminente convegno di Pave the Way. Monsignor Fisichella, a tal proposito, dichiarò: "I fatti storici sono più complicati di quello che sembra, e non possono essere liquidati in due parole".

Il 14 settembre, Il Giornale titolò in modo d'effetto: "Ora sono gli ebrei a salvare Pio XII", nell'articolo di Andrea Tornelli che illustrava il convegno di Pave the Way. Krupp, vi si legge, contestava l’immagine del «Papa del silenzio», impaurito di fronte a Hitler perché ossessionato dal comunismo o perché intenzionato a salvare soltanto i cattolici. «Il Papa - ricordava Krupp - fece tutto dietro le quinte, in silenzio (…) anche perché aveva avuto la prova che i proclami e gli appelli non servivano a nulla».

Tornelli concludeva che "quello di Pave the Way" era "dunque un contributo importante, che mostra come all’interno del mondo ebraico non vi sia solo la voce di chi ha fatto di Pio XII il capro espiatorio della Shoah". Lo stesso Papa Benedetto XVI, nei lavori del convegno, riconobbe che "sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei". Questa "coraggiosa e paterna dedizione", proseguiva il Papa, "è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro".

Negli stessi giorni i giornali dedicarono ampio spazio al libro su Pio XII di Andrea Riccardi, studioso del cristianesimo e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che entrava nel vivo del ruolo tenuto dal Pontefice nei mesi dell’occupazione.

Mappa dell'Europa durante la Seconda Guerra Mondiale

La Posizione della Santa Sede e le Difese Ufficiali

Nei giorni successivi al convegno, la fibrillazione rimase alta a causa della presa di posizione di "Civiltà Cattolica" che espresse alcuni "imbarazzi" sulla beatificazione di Pio XII. Papa Benedetto XVI, tuttavia, scese in difesa del suo predecessore, e la polemica divampò furibonda.

Come scrisse Marco Politi su Repubblica dell’8 ottobre 2008: "Ventiquattr’ore dopo l’attacco frontale del rabbino di Haifa Cohen contro la beatificazione di Pacelli, scende in campo con un fuoco di sbarramento il fior fiore di personalità vaticane". Il segretario di Stato Tarcisio Bertone affermò: «Papa Pio XII non fu silente né antisemita: egli fu prudente». Bertone ribadì che Pio XII protesse ebrei e rifugiati, citando la circolare del 25 ottobre 1943, siglata da Pio XII, che ordinava a tutte le istituzioni cattoliche di salvare il maggior numero possibile di ebrei.

La vicenda, concluse Politi, andava "ormai al di là della ricerca storica". Maurizio Fontana intervistò Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, il quale dichiarò: "Questa leggenda nera non ha alcun senso. Pio XII è stato un grande Papa, all’altezza della situazione. È come se oggi rinfacciassimo a Roosevelt di non aver detto parole più chiare nei confronti degli ebrei. Ma come si può sindacare all’interno di una guerra e in più per una personalità disarmata com’è un Papa? La speciosità di questa offensiva nei confronti di Pio XII appare davvero sospetta a qualsiasi persona in buona fede ed è una speciosità a cui è doveroso opporre resistenza".

Due giorni dopo fu lo stesso Benedetto XVI a sfatare la "leggenda nera" dei silenzi di Pio XII. Tuttavia, come riportò Calabrò, "nella solenne messa di suffragio cui hanno partecipato i Padri sinodali, Ratzinger non ha annunciato alcuna svolta nella sua causa di beatificazione".

Le Forti Reazioni e le Richieste del Mondo Ebraico

A questo punto il mondo ebraico insorse. Rory Cappelli, l’11 ottobre su Repubblica, scrisse: "Benedetto XVI, durante la messa, ha affermato che papa Pacelli «agì in modo segreto e silenzioso» per salvare gli ebrei dalla follia nazista". A ciò Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, commentò: «Un silenzio davvero grande quello del 16 ottobre 1943». Pacifici aggiunse: «Ci sono immagini del Pio XII in mezzo alla folla, a San Lorenzo, dove giustamente si recò dopo il bombardamento del quartiere. Ma non ricordo immagini del pontefice al Portico d’Ottavia dopo il 16 ottobre. Solo il 19 ottobre furono pubblicate tre righe sull’Osservatore Romano».

Nonostante questo, Pacifici riconobbe: «Detto questo, mio padre si è salvato in un convento». La notizia della mobilitazione dell’Anti-Defamation League venne riportata, con l’organizzazione mondiale contro la diffusione dell’antisemitismo e dei pregiudizi sugli ebrei che chiedeva alla Santa Sede di aprire gli archivi e rendere pubblico l’operato di papa Pacelli nei confronti degli israeliti. La questione acquisì immediatamente una dimensione diplomatica.

Marco Politi suggeriva che "papa Ratzinger stava esitando proprio perché temeva che la beatificazione potesse scatenare forti reazioni anti-vaticane in Israele e negli ambienti ebraici internazionali". Il 19 ottobre Il Mattino propose un’intervista di Gaty Sepe ad Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Luzzatto dichiarò: "La nostra gratitudine per tutti i religiosi che ospitarono nei conventi gli ebrei italiani è profonda. Ma gli italiani scampati furono alcune migliaia, quelli che morirono nei lager almeno 8 mila. Come ebreo io sono impegnato per il dialogo, a patto però che si guardi avanti, senza alcun tentativo di revisione della Storia passata". In questa situazione, sembrava allontanarsi la prospettiva della visita di Benedetto XVI in Israele, con Umberto De Giovannangeli che riferiva come lo Stato ebraico, pur considerando il Papa «un ospite gradito ed amato», non facesse "marcia indietro" su Papa Pacelli.

Nei giorni successivi, le dichiarazioni e i commenti si susseguirono in un’escalation di tensione. David Rosen, già responsabile per il ministero degli Esteri israeliano delle relazioni con il Vaticano e dei rapporti tra cattolici e mondo ebraico, cercò di riportare la questione alla sua complessità storica, ma un’altra voce definì "inaccettabile" l’intenzione di beatificare Pio XII. Herzog affermò: "Il tentativo di canonizzarlo è uno sfruttamento dell’oblio e una mancanza di consapevolezza. Invece di agire in base al versetto biblico Non coopererai alla morte del tuo prossimo, il Papa è rimasto silenzioso e forse ha fatto anche di peggio".

Riccardo Pacifici cercò di stemperare i toni, sostenendo: "Non è compito del mondo ebraico intervenire su vicende legate alla beatificazione o alla canonizzazione di qualcuno". Aggiunse inoltre: «L’ebraismo ha molti volti, non esiste una unica voce. La discussione è sempre aperta, anche tra i rabbini. C’è un detto che dice: due ebrei, tre opinioni. Vorrei rassicurare i nostri interlocutori d’Oltretevere. È nostro interesse mantenere buoni rapporti con la Chiesa e in particolare con questo Papa, tuttavia...» Interrogato sul significato di "tuttavia", Pacifici precisò: «Se la beatificazione di Pacelli ha ragioni interne, relative alla fede, noi non possiamo che avere profondo rispetto, ma se si vuole dare lustro a questa figura per avere aiutato gli ebrei, allora siamo costretti a prendere una posizione netta, che non è però un giudizio negativo sulla Chiesa. Dobbiamo distinguere l’opera della Chiesa da quella del pontefice».

Un’ulteriore precisazione di Riccardo Pacifici confermò che non vi era alcun dissenso con il ministro Herzog. Tuttavia, si riportava un aneddoto significativo: «nel 1946, dopo un colloquio in Vaticano con Pio XII, mio nonno il rabbino Yitzhak Halevy Herzog sentì il bisogno di andare subito in un miqwe di Roma per compiervi un’abluzione purificatrice».

Foto di ebrei romani durante la deportazione del 1943

Il Dibattito tra Fazioni e le Questioni Aperte

Nell’infuriare delle polemiche, il Papa sembrava optare per una pausa di riflessione a seguito di un incontro con una delegazione ebraica guidata dal rabbino David Rosen. Marco Politi, su Repubblica del 31 ottobre, scrisse: "In effetti Benedetto XVI si trova tra due fuochi. Da un lato è intenzionato a portare a termine il processo di beatificazione, dall’altro non vorrebbe scontrarsi con l’ebraismo perché annette un’importanza cruciale ai legami religiosi tra ebrei e cristiani".

Il 7 novembre, Andrea Tornelli, aprendo alla Pontificia Università Gregoriana di Roma i lavori del convegno dedicato al magistero di Pio XII, rivendicò la beatificazione come "fatto di «esclusiva competenza della Santa Sede»". Ma la discussione era lungi dall’essere conclusa, e nei giorni successivi si registrarono ulteriori numerose reazioni. Il 7 novembre sul Corriere, Giorgio Israel si disse d’accordo con il cardinal Bertone («nessuno può impedire a un’organizzazione religiosa di decidere in piena autonomia su questioni che riguardano la propria vita interna»), anche se "nel merito, la possibile beatificazione di Pio XII non mi convince".

Tullia Zevi su Repubblica ribatté: «Capisco gli sforzi che fa il Vaticano per difendere papa Pacelli, ma per me resta sempre una figura ambigua, priva di coraggio, che non ebbe nemmeno la forza di alzare la voce al momento opportuno per cercare di salvare i 6 milioni di ebrei innocenti, tra i quali un milione e mezzo di bambini, che andavano a morire nei campi di sterminio. Fu ambiguo perché non ebbe il coraggio di assumere una posizione decisa sulle deportazioni. È stato zitto. Non si è esposto». A chi definiva Pio XII "un dono di Dio", la Zevi rispose: «Sicuramente non lo è stato per il popolo ebraico. Non bisogna nominare il nome di Dio invano. A me sembra che in tutta la questione Pacelli di unilaterale, per usare le parole di Benedetto XVI, ci sia solo la campagna condotta dalla Chiesa per riscrivere il profilo storico di Pio XII». Proseguì: «Eppure l’evidenza dei fatti richiederebbe ben altra prudenza. Per esempio, dopo il rastrellamento degli ebrei al ghetto di Roma, il treno dei deportati è stato fermo alla stazione Tiburtina senza che Pio XII spendesse una sola parola per bloccarlo e non farlo partire verso i lager. C’è indignazione nella nostra comunità».

Riccardo Di Segni, dal canto suo, sosteneva: «È in pieno svolgimento nella Chiesa uno scontro molto duro tra fazioni, proprio attorno alla figura di Pacelli. La parte della Curia più vicina al Papa sta utilizzando le polemiche su Pio XII per un disegno apologetico globale, cioè per arrivare ad una totale autoassoluzione della Chiesa. In pratica, si vuole sbandierare al mondo che la Chiesa è infallibile, ha sempre ragione e non c’è nulla nella storia ecclesiastica che richieda un mea culpa».

Alberto Stabile intervistò Sergio Minerbi, docente di relazioni internazionali all’Università di Haifa e ambasciatore israeliano presso la Comunità Europea. Minerbi affermò: «Quello di ieri del Papa è stato un monito condivisibile. Personalmente sono più propenso nei confronti di Benedetto XVI di quanto non fossi nei confronti del suo predecessore e mi spiego. Quando Giovanni Paolo si recò ad Auschwitz, disse che in quel luogo erano morti 6 milioni di polacchi. Anche Benedetto XVI disse la stessa cosa, poi tornato a Roma si corresse e spiegò che ad Auschwitz erano morti 6 milioni di ebrei». Concluse Minerbi: «La Chiesa ha pieno diritto di fare santo chi vuole e sono affari suoi. Tuttavia, durante questo processo, ha il dovere di ascoltare i dissensi».

La querelle sembrò trovare un suggello istituzionale, da parte ebraica, con il messaggio del Comitato internazionale per il collegamento ebraico-cattolico che includeva rappresentanti della Santa Sede e del Gran rabbinato d’Israele (guidati rispettivamente da Kasper e dal rabbino Rosen) riunitisi a Budapest.

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