Situato nelle vicinanze del Palazzo Reale, nel cuore della Palermo storica, il Complesso Monumentale di San Giovanni degli Eremiti è un inconfondibile simbolo della città. A pochi passi dal Palazzo Reale, si trova uno dei più importanti e caratteristici monumenti della città. Questo complesso ricade nell’antico territorio del Transkemonia, che comprendeva l’abitato posto al di là del torrente Kemonia o “Fiume del Maltempo”.

Origini e Evoluzione Storica
Dalle Radici Bizantine alla Fondazione Normanna
Le origini dell'edificio risalgono al VI secolo, sorto come sede di un monastero gregoriano dedicato a Sant’Ermete durante il papato di san Gregorio Magno nel 581. Secondo la tradizione, il papa inviò una colonia di monaci benedettini, provenienti da alcuni monasteri di Roma, e i terreni sui quali fu costruito il monastero sarebbero stati proprietà dello stesso papa, pervenuti per eredità della madre Silvia, una nobildonna palermitana. Il primo abate, Mariniano, ricevette l’incarico di prendersi cura anche del già esistente e adiacente monastero benedettino di San Giorgio in Kemonia, e fu designato Generale e Superiore di tutti gli Abati della Congregazione benedettina di Sicilia.
Successivamente, diviene edificio islamico nel X secolo, trasformato in moschea durante la dominazione araba. Quasi nulla si sa in merito ai cambiamenti che subì il complesso durante questo lungo periodo, sebbene alcuni studiosi ritengano che sullo stesso sito fu edificata una moschea.
Dopo la riconquista di Palermo da parte dei Normanni, fu il Re normanno Ruggero II a far riedificare il complesso nel XII secolo. Intorno al 1132 fu eretta un’abbazia dedicata a San Giovanni Evangelista, e poi ricondotta al culto originario verso il 1136. Tuttavia, bisogna andare all’anno 1148 per avere la prima notizia certa riferibile al complesso degli Eremiti. A quella data fa riferimento, infatti, un diploma firmato da Ruggero II, nel quale si precisa che ai monaci eremiti Giovanni de Nusco e Guglielmo da Vercelli, provenienti dal Santuario di Montevergini vicino Avellino, fu affidato il compito di costruire nello stesso sito, in Kemonia, una Chiesa e un Monastero, dedicati a San Giovanni Evangelista e a sant’Ermete.
Quindi, l’origine del nome del complesso potrebbe derivare sia dalla presenza dell’antico santuario dedicato a Sant’Ermete (Mercurio in latino) sia dal fatto che i nuovi monaci, provenienti dal Santuario di Montevergini, fossero detti romiti per la vita eremitica.
Il Complesso Monastico Normanno e il Suo Declino
Il nuovo complesso monastico, edificato tra il 1130 e il 1148, fu progettato secondo i canoni islamico-bizantini del tempo e comprendeva la Chiesa, la sala Capitolare, un refettorio, un mulino (vista l’ubicazione nei pressi del fiume Kemonia) e un dormitorio che avrebbe ospitato 60 monaci. A questi ultimi furono confermati i privilegi e le concessioni del precedente monastero benedettino e ne furono aggiunte anche altre: l’Abate diventava confessore, cappellano del Re, cappellano primo della Cappella Palatina e membro del Consiglio reale. I monaci godevano inoltre di notevoli proventi e libertà, come la possibilità di praticare la libera e franca pesca nel porto e nel mare di Palermo.
Finito il periodo di dominazione normanna, cominciò il declino del monastero. Alla fine del ‘400 fu quasi abbandonato dai monaci e versava in condizioni precarie dal punto di vista strutturale. Per ovviare a ciò, il papa Paolo II, nel 1464, inviò alcuni Benedettini di San Martino delle Scale. Perdurando lo stato di decadenza del complesso, intorno al 1523, si decise di attuare una riforma radicale dell’edificio di culto, grazie anche all’intervento dell’imperatore Carlo V che, con il consenso del Papa Clemente VII, finanziò un restauro consistente con degli interventi di ampliamento e di sistemazione successivi realizzati secondo il gusto tardo rinascimentale e barocco. La vecchia chiesa Normanna venne modificata e quella che era la sala capitolare diventò la navata principale della nuova chiesa cinquecentesca, mentre la vecchia chiesa fu ridotta a coro dei monaci.
Architettura e Simbolismo
Il complesso di San Giovanni degli Eremiti custodisce molteplici messaggi nelle sue geometrie, che rimandano ai modelli architettonici islamici. Tutta la struttura è costituita da un perfetto mix di solidi: parallelepipedi, cilindri e sfere, rimandanti a significati di antica origine. L’accostamento del quadrato, che rappresenta la terra, al cerchio, che rappresenta il cielo, ricorre sia nella cultura islamica fatimita sia in quella bizantina.

La Chiesa e le Sue Cupole Rosse
La chiesa, con impianto planimetrico a T (a croce commissa), è a navata unica orientata ad est. Questa opzione fu scelta per adattare quello che era un edificio tipicamente musulmano a funzionalità cristiane. L'esterno si presenta caratterizzato da spoglie mura realizzate in tufo, caratteristica dell’arte normanna. L’unica navata è composta da due campate, divisa da un grande arco ogivale. Il transetto, lo spazio perpendicolare alla navata, è formato da tre ambienti quadrati. Quello centrale è sormontato da una piccola cupola e quello di sinistra dal campanile. Il campanile si trova ad ovest del transetto con tre ordini di finestre.
Il modulo costruttivo interno della chiesa è dato da una struttura cubica sormontata da una cupola, e tale modulo si ripete cinque volte: due nelle campate dell’unica navata, tre nel transetto. La navata centrale è suddivisa trasversalmente da un robusto arco ogivale, uguale all’altro che limita anteriormente il transetto. Questo ha tre absidi semicircolari delle quali solo la centrale si pronunzia all’esterno oltre la struttura del muro. Come si può vedere, l’interno è semplice ed essenziale per trasmettere un clima di misticismo. La Prothesis si trova a sinistra (un ambiente a fianco dell’abside, sul lato nord con funzione di cappella del Sacramento su cui si innalza il campanile chiuso da una cupola più piccola); a destra, il Diaconicon o sagrestia, che immette nella sala del Capitolo.
Le cupole, tipicamente di arte musulmana, oltre ad essere il simbolo di San Giovanni degli Eremiti, sono presenti in altre chiese palermitane risalenti più o meno allo stesso periodo, come San Cataldo e San Giovanni dei Lebbrosi. Dall’esterno si vedono il campanile, l’abside e 5 cupole semisferiche rosse, che, secondo i dettami dell’arte islamica, rappresentavano la volta celeste. Osservando le cupole dall’interno possiamo notare la presenza di nicchiette angolari che mediano il passaggio dal tamburo alla cupola.

Il Chiostro
Annesso alla chiesa, vi è il Chiostro, testimonianza dell’antico convento, ad oggi ancora visitabile. La sua datazione è problematica, verosimilmente del XIII secolo, sebbene sia di età normanna. Esso ha forma rettangolare, connotato dalla successione di colonnine binate con capitelli a foglie d’acanto sormontati da archi a sesto acuto marcati da ghiere piatte. I capitelli corinzi delle colonnine binate presentano soltanto disegni fitomorfi, a differenza dei disegni più complessi di Monreale, che presentano decorazioni naturalistiche vegetali e figurative. L’arco a doppia ghiera, sostenuto dalle colonnine, è in parte acuto e anche a sesto prolungato. Il chiostro risente molto della vicinanza del Palazzo Reale a pochi metri di distanza. Il grande arcone addossato alla chiesa dimostra che il chiostro era circondato da corridoi coperti sui quali si alzava il convento. Il centro della vita benedettina era il chiostro, che ancora sopravvive in tutta la sua eleganza, con le candide e snelle colonnine appaiate con arcate gotiche a sesto acuto e il romantico pozzo al centro. La data di costruzione è imprecisata, probabilmente tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo, quando i monaci migliorarono il convento normanno.
Il chiostro, con un pozzo di età normanna in corrispondenza di una cisterna araba, è pieno di fascino. Chiostro e giardino sono stati riempiti da verzure e piante, secondo un gusto tardo romantico, all’inglese, della fine del 1800. L’attuale configurazione risale al 1874 allorché la municipalità intese impiantarvi un giardino informale romantico, che sfruttava la configurazione del terreno su diversi livelli, inserendo aiuole irregolari e vialetti che si inerpicano dalla parte più bassa vicina alla strada verso la zona del chiostro, secondo un assetto che risulta molto differente rispetto a quello originario. Tra le varietà che esso accoglie possiamo riconoscere specie esotiche ma anche autoctone, come vari tipi di palme (Whashingtonia, Palma Nana), ed esemplari di Cycas, Yucca, Dracena, un grosso carrubo, agrumi, nespoli, allori e ulivi.

L'Opera di Giuseppe Patricolo e i Restauri Ottocenteschi
Alla fine dell’800 il Monastero si trovò nuovamente in uno stato di degrado, non per mancanza di fondi ma in seguito all’unità d’Italia che fece transitare i beni ecclesiastici dalla chiesa allo stato. La chiesa fu affidata alla Commissione di Antichità e Belle Arti con annessi il chiostro e l’agrumeto. Già nella prima metà dell’800, sotto l’influsso del Romanticismo, si era aperto un dibattito sulla possibilità di avviare studi e restauri sui monumenti medievali siciliani, che le secolari stratificazioni avevano reso irriconoscibili.
Gli Interventi di Recupero e la Scoperta del "Monumento Arabo"
A partire dal 1870, l’architetto Giuseppe Patricolo intraprese il restauro della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) con l’obiettivo di ritrovare le fabbriche originarie ascrivibili al periodo normanno. Nel 1876 lo stesso architetto, in vista della redazione di un analogo progetto di restauro della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, effettuò dei sondaggi nella chiesa stessa, tra i quali dei saggi sui muri che portarono alla luce “un avanzo di traforo in gesso“ (transenna in stucco) che copriva la finestra posta sopra l’arco della navata centrale.
Nell’ottobre del 1880 iniziarono i veri e propri lavori di restauro, diretti da Patricolo, per mettere a nudo le strutture normanne originarie della chiesa degli Eremiti con l’abbattimento delle stratificazioni successive al XII secolo. Furono abbattute tutte le parti cinquecentesche, barocche e non arabo-normanne, soprattutto nella zona orientale e settentrionale del complesso. L’opera di ripristino così iniziata fu portata avanti negli anni Venti del Novecento da Francesco Valenti e i lavori ripresi nella seconda metà del Novecento.
Nel febbraio del 1882, gli interventi di recupero della cosiddetta “chiesa moderna” (costruita nel 1523 sulla sala del Capitolo del monastero normanno) portarono Patricolo ad affermare la presenza nel sito di un edificio che lui definì “monumento arabo” preesistente alla chiesa stessa. Tale affermazione derivò dalla riscoperta, nei muri di quest’aula, di undici finestrelle ogivali fortemente strombate (svasate verso l’interno) nascoste da intonaco, dei resti di alcuni pilastri che dividevano longitudinalmente l’aula a metà, di resti di volte a crociera, preesistenti al 1523 e, al di fuori dell’aula stessa, di tracce di un portico coerente con l’interno della stessa aula e infine di un recinto squadrato. All’esterno si scorgono alcuni resti del portico di presunta epoca islamica e del muro settentrionale senza più il loggiato, su cui si aprono 5 finestrelle ogivali strombate e i resti delle originarie campate di copertura.

Il Dibattito sul Colore delle Cupole
Un forte rimaneggiamento interessò la chiesa attorno al 1880 per opera di Giuseppe Patricolo. Un interessante dibattito ebbe luogo al momento di ridipingere le cupole della chiesa e del campanile che, come si evince dalle foto d’epoca, erano rivestite da un intonaco bianco sporco. Sebbene il loro colore unico rimandi alla realtà palermitana, le cupole normanne in Sicilia, con molta probabilità, in origine non erano rosse. Con tutta probabilità, in principio erano ricoperte da un intonaco impermeabilizzante, formato da calce, sabbia e frammenti di laterizio. Questo impasto, con il tempo, assunse un colore leggermente rosato che, a contatto con gli agenti atmosferici, presto divenne di colore grigio cinerino.
Il Patricolo, malgrado le critiche di coloro i quali avrebbero preferito ripristinare la precedente colorazione bianca, su modello delle cupole delle moschee dei paesi nord africani, optò per un rosso intenso. Egli suffragò tale scelta con il ritrovamento sulle cupole di “un avanzo di intonaco di colore rosso cupo”, che interpretò come l'indicazione del colore originale. Fu così che l'architetto fece rivestire di intonaco rosso vivo le cupole di San Cataldo e di San Giovanni degli Eremiti, conferendo loro l'aspetto iconico che oggi ammiriamo e che rimanda alla tipologia architettonica delle moschee.
Chiesa di San Giovanni degli Eremiti | Palermo
Ambienti Interni e Dettagli Artistici
All’arrivo dei Normanni la moschea fu in parte demolita e, intorno al 1150, il re Ruggero II costruì l’attuale chiesa inglobandone i resti. Il semplice edificio si impone per la purezza dei volumi, privi di decorazioni, e per il caratteristico tetto con le cupole rosse armoniosamente richiamate da quella sul campanile: due cupole maggiori, corrispondenti alla navata principale e due più piccole sul transetto, poste a differenti livelli.
La Sala del Capitolo (o Sala Araba)
A destra della Chiesa, passando dal Diaconicon (o sagrestia) si entra nella sala del Capitolo del monastero normanno, che poi sarà riadattata a navata principale della chiesa dal XVI secolo in poi. Questa sala rettangolare, forse originariamente adibita a preghiera o a riunione, è divisa in senso longitudinale da cinque pilastri a sezione quadrata, di cui restano soltanto le parti che vediamo sul pavimento rialzato, ed è coperta da tre volte a crociera di età cinquecentesca. Nel XVI secolo fu trasformata nella navata principale della nuova chiesa.
Il Patricolo la indica come “sala araba” perché la costruzione risalirebbe al X secolo e farebbe parte di un edificio composto, oltre che dalla stessa sala, da un portico e da un recinto. Sul muro del capitolo di epoca normanna, messo a nudo dai restauri del Patricolo, troviamo un affresco di stile bizantino, realizzato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, che rappresenta la Madonna seduta su un trono con il bambino (di cui si vede soltanto il piede). Ai lati sono presenti due santi: a destra san Giovanni Evangelista e a sinistra, con la barba, sant’Ermete o più probabilmente S. Giacomo. Questo affresco venne dipinto su una finestra murata in epoca tardo normanna.
La Casa del Priore o dell’Abate
La Casa del Priore o dell’Abate, divenuta nell’800 abitazione del Custode, si sviluppa su due livelli autonomi. Il livello inferiore è suddiviso in quattro ambienti consecutivi coperti, mentre quello superiore è suddiviso in tre ambienti disposti in successione e coperti con volta a padiglione con struttura a incannucciato. Questi ultimi risentono dell’intervento di restauro avvenuto negli anni Venti del secolo scorso dall’architetto Valenti. La struttura risale probabilmente alla seconda metà del Settecento. La decorazione è composta da porte dipinte, da sovrapporte e affreschi delle volte realizzati in stile tardo barocco. La seconda sala presenta decorazioni realizzate verosimilmente da artisti siciliani di fine Settecento: il soffitto è interamente affrescato con motivi rocaille che simulano stucchi decorativi in rilievo su uno sfondo operato, mentre le sovrapporte rappresentano paesaggi con edifici. La terza sala ha un soffitto con decorazioni in stucco e, al centro, un affresco del Trionfo della divina Sapienza, opera di un artista della scuola del Serenario, forse Ottavio Volante.