La questione della chiusura degli oratori parrocchiali, un fenomeno che sta interessando diverse realtà della diocesi milanese, solleva interrogativi profondi sulle cause di questo svuotamento e sulle strategie per invertire la tendenza. L'arcivescovo Mario Delpini ha recentemente suggerito un ripensamento nell'utilizzo degli immobili parrocchiali, ponendo l'accento sulla necessità di riflettere sulle ragioni di un calo di partecipazione e sulla diminuzione del sostegno economico da parte dei fedeli.
In passato, le esperienze pastorali hanno spesso dimostrato una generosità diffusa, legata alla percezione che il parroco si dedicasse con passione ai propri ambienti. Tuttavia, la diocesi milanese, anche in passato, non è stata esente da scelte discutibili sia in campo pastorale che strutturale, con la costruzione di strutture non necessarie, l'acquisto di immobili inefficienti e la vendita di Case di Spiritualità, come nel caso di Villa S. Urliamo.
Il caso di Treviglio: protesta contro la chiusura dell'oratorio
Un esempio emblematico di questa problematica si è verificato nel Quartiere Ovest di Treviglio, dove è scoppiata una forte protesta dei fedeli e del comitato di quartiere contro il progetto di chiudere l'oratorio di San Francesco e affidare lo stabile agli scout. La decisione, maturata a inizio anno su sollecitazione di monsignor Mario Delpini, tiene conto del calo demografico che svuota gli oratori e delle mutate necessità della comunità, unite agli oneri di manutenzione sempre più gravosi.
Il Consiglio pastorale aveva dato il via libera al piano di riassetto, ma i rappresentanti del Quartiere Ovest hanno votato contro, manifestando un dissenso che ha portato a un richiamo indiretto da parte di monsignor Delpini. Durante un'omelia a Treviglio, l'arcivescovo aveva esortato a non lasciare "un torto che non sia riparato o divisione che finisce per diventare abisso invalicabile".
La protesta si è manifestata con l'affissione di lenzuola con messaggi di difesa dell'oratorio e contro il parroco, monsignor Norberto Donghi. Il Comitato di quartiere ha espresso il suo sostegno alle iniziative di protesta pacifica, sottolineando come l'oratorio sia sempre stato un punto di riferimento per la comunità e un centro di socializzazione con una forte impronta identitaria.
Monsignor Donghi ha espresso amarezza, attribuendo la situazione a un difetto di comunicazione: "Il quartiere si è sentito come se volessimo togliere qualcosa. Ma il piano di riassetto non è contro San Francesco, punta invece a un rilancio degli oratori dando a ognuno una vocazione. A quello di San Francesco, che al momento ha numeri di utenti davvero piccoli, è parso bello inserire gli scout che invece stanno crescendo". Il parroco auspica un dialogo, lamentando la mancanza di confronto diretto: "Non c’è stata però una sola persona che sia venuta da me a dirmi 'fammi capire'".

Le cause della maleducazione e le decisioni drastiche dei parroci
Al di là delle dinamiche specifiche di Treviglio, il fenomeno delle chiusure degli oratori è spesso legato a comportamenti incivili e maleducati da parte dei frequentatori, che portano i parroci a decisioni drastiche ma sofferte. Don Andrea Spreafico, parroco dell'Unità pastorale "Beata Vergine delle Grazie" di Cicognara (frazione di Viadana), ha chiuso temporaneamente l'oratorio a seguito di una serie di comportamenti inqualificabili.
Tra i motivi citati da don Spreafico vi sono: "Troppe parole volgari, cacca ovunque nei bagni, rifiuti buttati a caso, sedie prese dal portico e abbandonate, persone che entrano in mutandoni e canottiera, uomini che si tolgono le croste dai piedi, bambini sotto i cinque anni non accompagnati in bagno dai genitori (presenti), comportamenti da bulli violenti". Il sacerdote ha definito la chiusura non una punizione, ma un "invito a cambiare le proprie abitudini quando si entra in uno spazio altrui", utilizzando la metafora calcistica del cartellino giallo e rosso.
Simili episodi si sono verificati anche in altre parrocchie. Don Maurizio Di Rienzo, parroco a San Biagio (Marina di Minturno, provincia di Latina), ha chiuso il campo parrocchiale per "maleducazione", citando bestemmie continue, immondizia lasciata a terra e atteggiamenti irrispettosi. Don Maurizio ha inoltre lamentato la mancanza di solidarietà e disponibilità da parte di adulti, genitori e volontari nel supervisionare i ragazzi.
Anche don Roberto Razzoli, parroco della chiesa dei Santi Maria e Clemente di Valenzatico (frazione di Quarrata), ha chiuso il "campino" parrocchiale a causa di insulti e bestemmie tra i ragazzini che giocavano a pallone, richiedendo la presenza dei genitori per assumersi la responsabilità dei comportamenti dei propri figli.

La responsabilità della comunità e la ricerca di soluzioni
Questi episodi evidenziano una riflessione più ampia sulla responsabilità della comunità nel suo complesso. La parrocchia, vissuta come centro sportivo o di mero "pascolamento" dei ragazzi senza guida, rischia di diventare uno sfogatoio di istinti bassi. La bestemmia come sfogo, la mancanza di rispetto per i luoghi e per gli altri, la polverizzazione dei legami e l'individualismo crescente richiamano la domanda biblica: "Sono forse io il guardiano di mio fratello?".
Don Enzo Raimondi, parroco di Maleo (basso lodigiano), ha deciso di chiudere l'oratorio per dare un segnale forte ai ragazzi che manifestano comportamenti irrispettosi. Sebbene sia stata proposta l'introduzione di una tessera per distinguere tra ragazzi "bravi" e non, il sacerdote ha ribadito che l'oratorio è "la casa di tutti" e che si chiede solo la buona educazione.
Di fronte a queste difficoltà, si cercano soluzioni concrete. Don Enzo Raimondi ha annunciato un incontro con un pedagogista e sta valutando la possibilità di avere un educatore professionale in oratorio, pur consapevole delle difficoltà economiche. Si sottolinea la carenza di vocazioni e la necessità di un supporto da parte di collaboratori, come ai tempi di Don Bosco.
La chiusura dell'oratorio di Cesano Maderno (provincia di Monza e Brianza), seppur per poche ore il sabato pomeriggio, da parte di don Stefano Gaslini, parroco Santo Stefano, è stata definita una "scelta simbolica" per mandare un segnale chiaro di fronte a comportamenti "inqualificabili e ingiustificabili". Il sindaco Gianpiero Bocca ha sottolineato come questa decisione sia un modo per fronteggiare il problema della maleducazione, che rischia di sfumare verso la criminalità, soprattutto tra i minorenni provenienti da contesti familiari delicati.
Il sindaco ha evidenziato la fragilità del confine tra maleducazione e criminalità, e l'importanza di non arrendersi di fronte a questo fenomeno. Don Stefano Gaslini ha chiesto rispetto per gli adulti, i più piccoli e i luoghi, sottolineando la necessità di regole minimali. A chi considera la chiusura una sconfitta sociale, il parroco risponde con un appello: "Venite in oratorio e aiutateci".