L'Omelia di Don Paolo Scquizzato per la XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Don Paolo Scquizzato, nella sua omelia per la XXXII Domenica del Tempo Ordinario, riflette su alcuni passi cruciali del Vangelo, offrendo una profonda interpretazione della risurrezione, del vero culto e del concetto di regalità di Cristo. L'analisi si concentra sulla rottura degli inganni religiosi e sull'invito a vivere una fede autentica, orientata alla vita e al servizio.

Il Dibattito sulla Risurrezione: Gesù e i Sadducei

Il Vangelo di oggi riporta una diatriba tra Gesù e la fazione religiosa dei sadducei, i quali credono che non vi sia risurrezione dei morti. Essi si avvicinarono a Gesù e gli posero questa domanda:

«“Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”» (Lc 20,27-33).

L’idea distorta di risurrezione, intesa come mera rianimazione di cadavere, propria di questa setta religiosa, pare essere la medesima di molti cristiani. Essi pensano che risorgere voglia semplicemente dire tornare in vita col proprio corpo, avere una sorta di seconda chance dell’esistenza.

Gesù rispose loro: «“I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”» (Lc 20,34-38).

Gesù di Nazareth ha rivelato che il suo Dio è quello del roveto del Sinai, che non rivela il suo nome (cfr. Es 3, 14), ma piuttosto invita Mosè ad andare a liberare i propri fratelli dall’oppressione egiziana. Dall’Antico Testamento si evince che l’autentico nome di Dio è quello di ‘liberatore’, e questo coincide con la sua stessa azione di liberazione. Gesù ribadisce in questo modo che Dio non è il Dio che si preoccupa dei morti, ma dei vivi e soprattutto dei derelitti, dei prigionieri, dei poveri. Il nostro Dio è solo il Dio della vita e dei viventi, tra i quali Abramo, Isacco e Giacobbe, che sicuramente son morti ma che qui Gesù considera come viventi, e quindi già risorti!

«Quelli che sono giudicati degni della vita futura… non possono più morire» (vv. 35s.). Gesù sta prospettando una possibilità, una modalità di vita che permetterà di non morire. Ma qual è concretamente? L'invito missionario di Gesù ai suoi è chiaro: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni» (Mt 10, 8). Se vissuto, questo invito fa sperimentare una vita che non conoscerà la morte. È l’invito, in fondo, a vivere alla stregua di Dio. L’unico modo per vivere per sempre (da risorti) è vivere da risorti già ora, e non c’è alternativa. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli.» I cristiani delle prime comunità non si ponevano affatto il problema se e come sarebbero risorti, ma come poter vivere da risorti in questa vita.

Allegoria della risurrezione e della vita eterna

Un aneddoto illuminante proposto da Gesù recita: «“Sapete perché quel viaggiatore porta con sé un agnello? Tra l’altro non lo può cavalcare e ad ogni dogana deve pagare il dazio. Lo porta, perché, quando sarà affamato, lo ucciderà e se lo mangerà”. Gesù sorrise e aggiunse: “Certo non potrà mangiarlo quando è vivo. Prima lo ucciderà e poi lo mangerà. Anche voi potete essere come quell’agnello, che può essere mangiato soltanto quando è già cadavere. Vincete la paura per non diventare cadaveri. Finché sarete vivi, la morte non vi potrà toccare. Nessuno potrà mangiarvi.»

La Parabola delle Dieci Vergini: Essere Pronti per la Vita

La vita è una continua ‘uscita’ da sé, dal proprio egoismo, dal proprio bozzolo in cui siamo avviluppati. La parabola delle dieci vergini ci ricorda l'importanza della preparazione:

«Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt 25,1-13).

Le ‘vergini stolte’ sono coloro la cui vita è cresciuta solo in quantità, addizionando anni su anni, ma non giungendo mai alla luce di sé, perché ci s’illumina solo illuminando gli altri. Esse si accorgono solo alla fine della propria avventura biologica di avere un corpo inconsistente, fatto di polvere, incapace di scavalcare la morte. Si sono presentate all’appuntamento con la morte da ‘morte’. Ora queste ‘vergini stolte’ invocano, chiamano, reclamano. Ma la vita ha un termine. I giochi son fatti. E il Signore dirà: «Tu eri sempre con me, a invocarmi come ‘Signore, Signore’, ma intanto non mi hai riconosciuto quando avevo fame, quando ero assetato, nudo, profugo, ammalato e in carcere… In questo modo ti sei chiuso da te la porta. Non ti sei costruito capace di continuare la vita, e ora non sei nulla, sei irriconoscibile, tanto che non ti riconosco» (cfr. Mt 25, 31-46).

Illustrazione della parabola delle dieci vergini con lampade accese e spente

La Critica agli Scribi e il Vero Valore dell'Offerta

Gesù nel suo insegnamento ammoniva: «“Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”» (Mc 12,38-40).

Nel Tempio di Gerusalemme, luogo preposto all’unione con Dio, occorreva pagare un tributo per poterci entrare. Questo rappresentava il “do ut des” di ogni religione: io ti do e tu mi dai. Sappiamo che Gesù questo sporco gioco commerciale lo condannò fin dall’inizio della sua attività pubblica, quando entrò nel Tempio scaraventando in aria i tavoli dei cambiavalute e scacciando fuori dalla casa di preghiera i commercianti del sacro.

A capo di questa casta religiosa del tempo di Gesù - tutta dedita a cantare i salmi e contare i soldi - erano gli scribi, da Gesù qui definiti come ipocriti - ossia teatranti -, guide cieche, scriteriati, sepolcri imbiancati e razza di vipere. Rappresentanti dell’establishment religioso, fungevano da ‘guardiani del tempio’, arrogandosi il diritto di decidere chi doveva stare fuori e chi dentro; possedevano la chiave interpretativa della Bibbia, erano altresì custodi della Legge, con voce decisionale nelle scuole e nei tribunali. Il fatto grave è che questi scribi non si sono mai estinti nella storia; protetti sempre dal potere temporale, hanno attraversato indenni i secoli, arrivando sino ai giorni nostri, insinuandosi nelle pieghe di una certa chiesa corrotta e collusa coi potenti.

Gesù ha ripetuto come un mantra che Dio e il ‘commercio religioso’ sono incompatibili. Per lui è inaccettabile che gli uomini ‘paghino’ per relazionarsi col loro Dio. Dio è dono gratuito - essendo solo Amore - ma noi uomini siamo riusciti a farne una prostituta, che dà il suo amore in cambio di denaro e prestazioni sacre. Per Gesù, la preghiera prolungata (v. 40) che non porta a prendersi cura dell’uomo, è soltanto un atto egoistico che serve ad ingrassare il proprio io: «…per farsi vedere» (v. 40).

Illustrazione di Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio

Alla luce di tutto questo, si pone la questione di come Gesù abbia letto l’episodio della povera vedova, dinanzi al tesoro del tempio: «Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”» (Mc 12,41-44).

Don Paolo Scquizzato ci invita a superare una certa lettura moralistica di questo brano. Le parole riportate nel Vangelo odierno non sono parole d’encomio verso questa donna, ma un terribile atto di accusa nei confronti di una certa religiosità che “divorava le case delle vedove” (v. 40). Gesù denuncia senza appello una religione ipocrita, tutta dedita a pregare il Dio del cielo, disprezzandolo però nei poveri. Egli non può accettare che si usi Dio per riempire i tesori del tempio (e delle chiese!), magari svuotando le case dei poveri.

Questa donna non aveva più nulla per vivere, se non due monetine. Ma una religione perversa le avrà fatto credere che in cielo c’è un Dio che apprezza il sacrificio, che se gli si dà qualcosa lui risponde senz’altro con generosità. E che magari “quando il soldino cade nella cassetta, l’anima vola in cielo benedetta”. E allora avanti con questo gesto folle, insensato, questo ‘dare tutto quello che aveva per vivere’. Ma il miracolo non ci sarebbe stato l’indomani. Una donna vedova, senza un minimo sostentamento alle spalle su cui poter contare, a quel tempo, era solo una donna morta. E Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Gesù rompe così l’inganno della religione. Dio è l’unico che si è sacrificato perché l’uomo potesse vivere. L’Amore ha svuotato la sua ‘casa’, e impoverendosi sino alla morte, ha fatto ricco l’uomo.

Interpretazione critica della vedova che offre le sue monete

Cristo Re dell'Universo: Una Regalità di Servizio

La festa di ‘Cristo Re dell’universo’, istituita nel 1925 da Pio XI, si proponeva di opporre “un rimedio efficacissimo a quella peste, che pervade l’umana società: il così detto laicismo”. Tuttavia, l'immagine di Gesù come re può apparire dissonante, richiamando potere, dispotismo, controllo e autoritarismo, tutto l’opposto di ciò che il Vangelo cerca faticosamente di trasmetterci.

Gesù ha sempre preso le distanze da questa figura: “Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo” (Gv 6, 15). E quando nell’ultima cena ha la consapevolezza che il Padre gli abbia dato tutto (il potere) nelle mani, si alza da tavola e comincia a lavare i piedi ai discepoli (cfr. Gv 13, 3ss.). Mentre i re cavalcavano trionfanti cavalli di razza, Gesù entra in Gerusalemme a dorso di un asinello (cfr. Mt 21, 7). Quando viene colpito sulla guancia porge l’altra, e quando viene insultato non risponde. Quando viene ucciso dona a chi gli toglie la vita la cosa più preziosa che ha, lo Spirito. E se è vero che il re è grande, potente, vincente e possidente, Gesù mette in guardia i suoi dicendo: ‘tra voi però non è così’ (Mc 10, 43).

Inoltre, Gesù dimostra umiltà affermando: ‘io non giudico nessuno’ (Gv 8, 15; cfr. Gv 8, 11); o ‘il Padre è più grande di me’ (Gv 14, 28); e ancora ‘Voi farete cose più grandi di me’ (cfr. Gv 14, 12). E poi abbraccia lebbrosi, pagani, stranieri. Strano re il nazareno, insomma.

Oggi la scienza ci ricorda che l’universo avanza per leggi interne, obbedisce solo a sé stesso. Non è più il tempo di immaginarsi un dio che dall’esterno interferisca col movimento degli astri, ma piuttosto quello di esseri adulti nella fede che cominciano a pensare un Amore «come il fondamento infinitamente generoso di nuove possibilità per il divenire del mondo» (John Haught).

Celebriamo la solennità di Cristo Re dell’Universo, ma avendo sempre dinanzi il Vangelo di Matteo (Mt 25, 31-46), che ci ricorda che l’unico regno instaurato da Gesù e in cui ci è permesso di vivere da cristiani, è quello dove ci si impegna a vivere quella giustizia che dà da bere agli assetati, da mangiare agli affamati, che veste gli ignudi, visita gli ammalati e i reclusi, e accoglie stranieri di tutte le etnie.

Cristo Re che serve, lava i piedi o cavalca un asino, simboleggiando la sua regalità umile

Don Luigi Maria Epicoco - Commento al Vangelo della XXXIV Domenica del T.O. (anno B)

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