Introduzione al Padre Nostro
Il Padre Nostro (in latino Pater Noster) è la più conosciuta delle preghiere cristiane. È considerata la preghiera unica e perfetta, poiché di origine divina ed è la sintesi di tutto il Vangelo (CCC, 2765, 2774, 2775, 2776). In essa, si manifesta il totale riconoscimento da parte dell'orante che Dio è un essere assoluto e supremo, che non ha inizio né fine.

Origine Evangelica e Contesti
Nei due vangeli sinottici, è Gesù stesso che insegna il Padre Nostro ai suoi discepoli per insegnar loro il modo corretto di pregare. Si deve ricordare che la religiosità ebraica del tempo era molto rigida e aveva riti e orazioni molto precisi.
Il Contesto del Vangelo di Matteo
La versione di Matteo (Mt 6,9-13) è di tenore più ebraico. La preghiera appare nel contesto del Discorso della Montagna: Gesù aveva già iniziato la sua vita pubblica e, per il fatto di essere un predicatore già conosciuto, raccolse molta gente disposta a ricevere i suoi insegnamenti. Il contesto in cui Gesù espose il Padre Nostro è in risposta a coloro - sia giudei sia gentili - che avevano convertito la preghiera, come anche la carità, in un atto meramente esteriore. Gesù insegnava che la preghiera non deve essere un'esibizione davanti agli uomini, ma essa esige quella discrezione che è essenziale in una relazione di amore. Dio si rivolge a ogni singolo, chiamandolo col suo nome che nessun altro conosce (Ap 2,17). L'altra forma errata di preghiera, da cui il Signore ci mette in guardia, è il chiacchiericcio, il profluvio di parole, in cui lo spirito soffoca nel pericolo di recitare formule abituali mentre lo spirito è altrove.
Il Contesto del Vangelo di Luca
Il contesto in cui l'evangelista Luca pone la preghiera è diverso: racconta infatti (cf. Lc 11,1-4) che Gesù stava pregando da solo in un certo posto. Luca racconta che uno dei discepoli chiese a Gesù di insegnar loro a pregare subito dopo un suo momento di preghiera personale. Lo sfondo dei due racconti è il medesimo: Gesù mostra alla sua gente qual è la forma corretta di rivolgersi a Dio, insegnando a non pregare come gli viene in mente o come più gli piace, ma seguendo la sua rivelazione. Ciononostante, Matteo dà sviluppo in modo più intenso e profondo.

Le Differenze tra le Versioni e la Scelta della Chiesa
Vi sono diverse ipotesi sulle differenze fra i racconti del Padre Nostro che ci rendono i due vangeli. La preghiera era un elemento fondamentale per Gesù, e quindi molto probabilmente la ripeté molte volte, anche per favorirne l'apprendimento da parte dei suoi discepoli. In effetti, le differenze fra le due versioni del Padre Nostro sono abbastanza marginali, e in pratica la Chiesa primitiva optò per il testo di Matteo, probabilmente in quanto più adorno e bilanciato. Non è da dimenticare che, mentre Matteo narra prevalentemente per gli ebrei, il Vangelo di Luca si rivolge soprattutto ai gentili, meno pratici della fraseologia tipica della Bibbia: questo spiega, ad esempio, la differenza fra la parola "peccati" e "debiti".
Il Significato Profondo del "Padre Nostro"
"Padre Nostro che sei nei Cieli"
Questa invocazione è una grande consolazione: possiamo chiamare Dio con l'appellativo di Padre. In questa parola è racchiusa l'intera storia della redenzione. Possiamo dire Padre, perché il Figlio era nostro fratello e ci ha rivelato il Padre, e perché per opera di Cristo siamo tornati ad essere figli di Dio. Da questi versetti si deduce che il dono che Dio vuole darci è Lui stesso. Lui è la cosa buona; quando si prega, è palese che la sola cosa di cui si ha bisogno è l'amore di Dio, lo Spirito Santo, non si tratta di questo o di quello.
Perché "Padre" e non "Madre"
L'Antico Testamento spesso ricorre a termini che indicano gli organi umani per illustrare atteggiamenti fondamentali dell'uomo o anche i sentimenti di Dio, non con termini astratti, ma con il linguaggio di immagini tratte dal corpo. Il grembo materno è l'espressione più concreta dell'intimo intreccio di due esistenze e delle attenzioni verso la creatura debole e dipendente che, in corpo e anima, è totalmente custodita in seno alla madre. Tuttavia, anche se l'amore materno è riconducibile all'immagine di Dio ("Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?"), è pur vero che nella Bibbia Dio non è mai qualificato come madre. Questo perché le concezioni panteistiche, nelle quali la differenza tra Creatore e creatura scompariva, includevano sempre e forse inevitabilmente l'immagine della Madre. L'immagine di Padre, al contrario, è più adatta a esprimere la differenza fra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo. Nonostante le grandi metafore dell'amore materno di Dio, il termine "madre" non è un titolo di Dio e non è un nome con cui rivolgersi a Lui.
Il Significato di "Nostro"
Dio è innanzitutto "nostro" Padre in quanto nostro creatore. Solo Gesù poteva dire "Padre mio" a pieno diritto, perché solo lui è davvero il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Noi tutti dobbiamo invece dire "Padre nostro". La parola "nostro" è decisamente impegnativa perché ci chiede di uscire dall'individualità per entrare nella comunità degli altri figli di Dio, per essere tutti fratelli. La parola che qualifica Dio come Padre diviene così un appello per noi a vivere come "figlio" e "figlia" (2Cor 6,18). L'impegno che prendiamo, recitando l'invocazione, è quello di accogliere gli altri e di aprire a loro il nostro cuore per ascoltare, per dire "sì" alla Chiesa vivente e universale e per formare quella famiglia che Gesù ha voluto.
"Che sei nei Cieli"
Infine, le parole "che sei nei cieli", identificano quell'altezza di Dio dalla quale tutti noi veniamo e verso la quale tutti noi dobbiamo essere in cammino. La paternità nei cieli ci rimanda a quel "noi" più grande che oltrepassa ogni frontiera, abbatte tutti i muri e crea la pace.
Le Petizioni del Padre Nostro
"Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra"
Queste invocazioni esprimono il profondo desiderio dell'orante che il nome di Dio sia riconosciuto e venerato, che il suo Regno si manifesti pienamente e che la sua volontà, perfetta come in cielo, si compia anche sulla terra.
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"
In questa petizione si chiede a Dio il sostentamento necessario per la vita. Il termine greco "epiousion" è, secondo lo stesso Origene, di dubbia interpretazione. Esso potrebbe significare sia "trans-sustanziale" (riferendosi all'Eucaristia) sia "quotidiano" (riferendosi al cibo materiale).

"E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"
Questa è la quinta domanda del Padre Nostro ed è spesso fraintesa o non capita. Essa presuppone un mondo nel quale esistano dei debiti, cioè dei peccati, sia peccati di uomini verso uomini, sia peccati di fronte a Dio. Ogni peccato, cioè ogni colpa, chiama una ritorsione. Si forma, così, una catena di indebitamenti in cui il male cresce continuamente portando a una situazione difficile da gestire e dalla quale è via via più arduo sfuggirvi. Così come Dio perdona le nostre colpe, allo stesso modo l'uomo deve rimettersi alla misericordia divina per trovare la forza di perdonare i propri debitori e nello stesso tempo chiedere a Lui il loro perdono. Dio ama le proprie creature e le perdona. Il perdono pervade tutto il Vangelo e Gesù ce lo ricorda bene quando in Mt 5,23-24 ci dice di riconciliarci con il nostro fratello. Gesù insegna a Pietro di perdonare i fratelli non sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,22). I numeri utilizzati da Gesù non sono determinanti, quello che vuole trasmetterci è la qualità del perdono. Gesù vuole insegnarci che non è sufficiente ignorare i torti con un semplice "dimenticare", bensì dobbiamo smaltire i torti, bruciandoli dentro di noi per la purificazione e il rinnovamento di se stessi, coinvolgendo in questo processo anche il colpevole per superare ambedue, soffrendo, il male e rinnovarsi così nella fede.
Riguardo al perdono dei peccati, alcuni si sono chiesti se Gesù avesse proposto questa preghiera per sé stesso o per i suoi discepoli. Nel primo caso parrebbe in contrasto col dogma della mancanza di peccato in Gesù Cristo.
"E non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male"
Il "ne nos inducas in tentationem" (non abbandonarci alla tentazione) nelle traduzioni non sempre è chiaro il senso, e le traduzioni italiane risentono della traduzione latina. Sembra che il senso sia non permettere che cadiamo quando siamo tentati. La preghiera chiede la forza di vincere la tentazione di Satana. L'invidia, la superbia e l'ira sono le tentazioni che più ci inducono a violare il comandamento del perdono. Gesù, nel deserto, fu tentato dal demonio come Vero Uomo per sperimentare su se stesso la debolezza umana. Egli dovette sopportare questa condizione umana fino alla morte sulla croce per poter aprire all'uomo la via della salvezza.
Il Libro di Giobbe, sotto molti aspetti, delinea già il mistero di Cristo e ci offre ulteriori chiarimenti alla sesta domanda: Satana vuole dimostrare la sua tesi di diffamatore dell'uomo che, se privato del benessere e delle ricchezze materiali, lascerebbe presto perdere anche la religiosità e l'amore di e per Dio. Il Libro di Giobbe ci è d'aiuto anche per discernere una religiosità di facciata da una vera e profonda fede in Dio. Così come il succo d'uva deve fermentare per diventare vino di qualità, così l'uomo, per maturare nella fede, ha bisogno delle prove, delle purificazioni e delle trasformazioni che indubbiamente sono pericolose e che possono procurarne la caduta, ma che però costituiscono le vie per giungere a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazione, di rinunce e di trasformazioni dolorose di noi stessi, ma anche una via di maturazione per noi stessi e gli altri. Con queste poche parole, confermiamo a Dio di essere consapevoli della necessità delle prove affinché la nostra natura si purifichi, ma Gli chiediamo che queste prove non siano così dure da farci cadere e di limitare la forza del maligno alle nostre debolezze. Chiediamo a Dio di aiutarci e di esserci vicino quando le prove diventino quasi insopportabili. Le prove possono essere imposte ad gloriam, cioè per la maggior gloria di Dio. La dimostrazione di quest'ultimo concetto la possiamo trovare nelle prove e nelle tentazioni della vita dei grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Santa Teresa di Lisieux nel Carmelo. Queste grandi persone sono sulle orme di Giobbe e ancor di più sono in Cristo che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni.
Padre Nostro, la preghiera dei figli di Dio - Don Luigi Maria Epicoco
Utilizzo Liturgico del Padre Nostro
Questa preghiera ha un largo impiego sia nella preghiera privata, sia nella preghiera pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente. È recitato sia durante la Messa, sia nella Liturgia delle Ore, nonché nel Rosario. Durante queste ultime due recite, spesso erroneamente, i fedeli omettono alla fine l'Amen. Ciò è derivato dal fatto che durante i Riti di Comunione è correttamente omesso in quanto è pronunciato alla fine della Dossologia finale. Questa regola liturgica li porta a non pronunciarlo anche al di fuori dei Riti di comunione inducendo una consuetudine errata.
Testo del Padre Nostro
Ecco il testo del Padre Nostro, nelle sue versioni in italiano e latino:
| Italiano | Latino (Pater Noster) |
|---|---|
| Padre Nostro che sei nei Cieli, | Pater noster, qui es in cælis: |
| sia santificato il tuo nome, | sanctificétur nomen tuum; |
| venga il tuo regno, | advéniat regnum tuum; |
| sia fatta la tua volontà, | fiat volúntas tua, |
| come in Cielo così in terra. | sicut in cælo, et in terra. |
| Dacci oggi il nostro pane quotidiano, | Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; |
| e rimetti a noi i nostri debiti | et dimítte nobis débita nostra, |
| come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, | sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; |
| e non abbandonarci alla tentazione, | et ne nos indúcas in tentatiónem; |
| ma liberaci dal male. | sed líbera nos a malo. |
| Amen. | Amen. |