Omelia per la Ventesima Domenica del Tempo Ordinario

Il Fuoco di Cristo: Una Parabola Rivelatrice

«C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco - cuocere il cibo, tenersi caldi, ecc. Quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli scomparve. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere. Si recò in un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo però per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono - o lo crocifissero, non ricordo più. Ora, però temevano che la gente si rivoltesse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco».

Questa parabola introduce il tema del fuoco non come elemento che consuma e distrugge, ma come ciò che scalda, trasfigura, illumina. È il fuoco che simboleggia la passione dell’anima e la compassione per ogni essere; un fuoco che purifica le illusioni e dischiude l’essenziale. Gesù stesso porta con sé questo fuoco, lo getta sulla terra e lo sogna già acceso. Eppure, come ci ricorda Anthony de Mello, il problema non risiede nella Tradizione in sé, ma nel modo in cui la trattiamo.

illustrazione simbolica del fuoco che illumina e scalda

Il racconto del maestro del fuoco parla a noi, alla Chiesa, alla spiritualità, a ogni ricerca umana. Quante volte abbiamo venerato il volto dell’uomo che portava il fuoco, senza più usare gli strumenti che ci aveva lasciato! Il dramma è tutto lì: la fiamma è stata trasformata in icona, e la Parola in dogma. Ma la Parola è fuoco vivo, non pietra scolpita. È il fuoco del samaritano che si china, del pane spezzato, dell’ultimo posto scelto liberamente. La domanda che ci resta è semplice e radicale: «Lo accenderò io questo fuoco?»

Il Messaggio di Gesù: Fuoco e Divisione (Luca 12,49-53)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53) leggiamo: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.”»

Questo Vangelo è breve, ma carico di intensità. Gesù, con parole forti e sorprendenti, annuncia di essere venuto a portare il fuoco sulla terra e non la pace, ma la divisione. Ma se ci soffermiamo con attenzione, comprendiamo che Gesù non sta parlando della divisione fine a sé stessa, bensì di ciò che accade quando si sceglie con decisione di vivere secondo il Vangelo.

Il Signore ci ricorda che essere suoi discepoli significa anche assumersi il rischio del confronto, dell’incomprensione, persino dello scontro. È proprio in quel fuoco che Gesù vuole accendere - un fuoco di verità, di giustizia, di autenticità - che si gioca la bellezza del Vangelo. Anche Gesù ha sperimentato il rifiuto e il tradimento: i suoi discepoli faticano a capirlo, Pietro lo rinnega, Giuda lo vende. Il sommo sacerdote lo condanna perché non riconosce in lui il Figlio di Dio. In questa domenica, allora, chiediamo al Signore di donarci occhi aperti e un cuore capace di accogliere la verità, anche quando fa male.

Nei versetti 49-50, usando l’immagine del fuoco e del battesimo, Gesù anticipa il senso della sua Pasqua. Dalle sue parole traspare la drammaticità dell’evento con la sua carica di sofferenza. Il versetto 51, in posizione centrale nella pericope, è una domanda retorica che rivela la distanza tra le attese dei discepoli e la volontà di Dio. L’avvento del Regno di Dio avviene non nel trionfo del benessere ma nel dramma della morte.

La Voce Scomoda del Profeta: Geremia come Precursore

La prima lettura, tratta dal libro di Geremia (Ger 38, 4-6), ci offre una buona chiave di lettura dell’insegnamento di Gesù. Geremia, come tutti i veri profeti, è rifiutato innanzitutto dai capi che avrebbero dovuto incarnare la cura amorevole di Dio. Essi, invece, hanno preferito prendersi cura dei loro interessi economici. Perciò la loro politica non è ispirata dalla Parola di Dio ma alla pace intesa come benessere economico per raggiungere il quale sono disposti anche a manipolare Dio.

Geremia è per loro scomodo in quanto rappresenta una voce fuori dal coro di quei profeti che invece sono al soldo dei capi. Il profeta viene accusato davanti al Re di scoraggiare coloro che stavano resistendo con le armi all’assedio dei Babilonesi. Per bocca di Geremia Dio aveva indicato nella resa all’invasore la via della salvezza. Questo messaggio risultava un oltraggio per chi ragionava secondo la logica mondana per la quale la guerra è l’unico strumento per far valere le proprie ragioni che, per giunta, erano difese chiamando in causa la fede.

Geremia denuncia il peccato d’idolatria che consiste nel manipolare la parola di Dio mascherando come volontà divina le proprie intenzioni utilitaristiche. Per questo motivo Dio preannuncia, mediante il profeta, la distruzione del Tempio, diventato ormai un feticcio religioso per tenere ancora in vita la falsa religiosità sostenuta da capi corruttori e da profeti e sacerdoti corrotti. Geremia viene condannato a morte e gettato nella cisterna, dove sarebbe morto di stenti se non fosse intervenuto un uomo ad aprire gli occhi al re.

illustrazione del profeta Geremia gettato nella cisterna

Il profeta viene maltrattato perché la sua parola è scomoda e contraddice le aspettative alimentate dal ragionamento mondano, in netta contrapposizione con il pensiero di Dio ritenuto assurdo. Il profeta esprime i sentimenti che albergano nel suo cuore in una drammatica preghiera di lamentazione: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: “Violenza! Oppressione!”. Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,7-9).

Da queste parole di Geremia comprendiamo anche il senso dell’immagine del fuoco usata da Gesù, che chiaramente indica la Parola di Dio. Come il profeta, anche Gesù sente la Parola di Dio ardere dentro di sé. Quale profeta di Dio, viene a portare nel mondo questa Parola che avrebbe voluto fosse già accolta, infiammando il cuore dei discepoli. San Paolo parla della Parola della Croce la cui potenza distrugge la falsa sapienza e l’intelligenza di chi si crede sapiente e intelligente (1 Cor 1, 17s.). La missione di Gesù è portare dal cielo sulla terra il fuoco della Parola di Dio mettendo in crisi il potere mondano fondato sull’egoismo.

La Corsa della Fede e le Persecuzioni (Ebrei 12,1-4)

La pagina della Lettera agli Ebrei (Eb 12,1-4), che leggiamo come seconda lettura, facendo eco alle parole di Gesù, esorta i discepoli a non lasciarsi ingannare dalla tentazione che, da una parte lusinga con l’illusione della ricchezza mondana, e dall’altra tende a scoraggiare con l’arma della sofferenza. Essa esorta: «Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.»

immagine stilizzata di Gesù sulla croce, simbolo di dono totale

Gesù era stato annunciato come segno di contraddizione: è stata la profezia di Simeone che subito ha avuto il suo compimento. Gesù è stato seguito e amato fino alla follia, ma anche odiato dell’odio più duro e irragionevole. Aveva portato solo parole di pace e opere di misericordia: perché questo odio? Gesù stesso lo spiega, dicendo che la menzogna non può accogliere la verità, che l’odio non può accogliere l’amore. E Gesù morirà in croce, la sua condanna chiesta da una folla di beneficati che gridava: “Sia crocifisso!”.

Il cristiano è chiamato ad essere un membro di Gesù, fa parte del suo Corpo e ha perciò la stessa sorte, la stessa situazione, la stessa impostazione di cose. Ecco perché non ci dobbiamo meravigliare delle persecuzioni che continuamente infieriscono contro la Chiesa. Ecco perché non ci stupiamo che là, dove i missionari hanno effuso la carità, ci siano le distruzioni, ci siano le uccisioni: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». Che cosa spetta allora al cristiano? Aspetta dare testimonianza, aspettare umilmente predicare la carità e annunciarla con la propria vita: spetta una testimonianza di amore e basta!

Il Signore non ci ha promesso l’amore degli altri, ci ha detto invece: “perseguiteranno anche voi”. Ha detto che i cristiani devono essere il sale della terra, non lo zucchero della terra: non siamo chiamati a qualche cosa di dolce, a qualche cosa di piacevole. La comunità cristiana deve sentire questo suo compito: proclamare la verità, essere fedele alla verità, non deflettere dalla verità! E non è aperta una comunità che viene a patti su ciò che è vero e ciò che è giusto! È piuttosto una comunità vigliacca! Ecco i nostri compiti, le nostre responsabilità! Restiamo così umilmente, riflettendo sulle nostre responsabilità, responsabilità di ognuno di noi.

La Parola della Croce è stata annunciata da Gesù con una scelta radicale a favore del Padre e contro ogni ragionamento che invece l’avrebbe portato lontano da Lui. Davanti alla croce ha scelto di confermare il suo amore fiducioso al Padre e di respingere le lusinghe demoniache di usare il proprio potere per affermare sé stesso. La via della croce, sebbene sia quella più difficile e dolorosa perché richiede tante rinunce, è l’unica via della salvezza. Solo attraverso il sacrificio della propria vita Gesù avrebbe potuto salvare ogni uomo. L’immagine del fuoco richiama l’olocausto che tra i sacrifici è quello più alto perché mediante la sua offerta il dono diventa totale e permanente. Gesù, crocifisso risorto, - ricorda la Lettera agli Ebrei - è l’origine ma anche colui che fa crescere la nostra fede fino al suo compimento, ovvero la piena conformazione a Lui.

La Pace di Cristo vs. la Pace Mondana

Gesù esorta i discepoli a non temere quando mancano i beni effettivi e a perseverare nella fede anche quando vengono meno quelli affettivi. In una società nella quale i legami parentali erano molto forti e il senso dell’appartenenza era sentito, il colpo inferto alla struttura tradizionale delle relazioni familiari era difficile da sostenere senza una fede robusta. La crisi si sposta dai palazzi, con i loro intrighi, alla casa che dovrebbe essere il luogo dove trovare pace e sicurezza ma nella quale invece si palesa il dramma della divisione, ferendo il mondo degli affetti. L’amore di Dio è come fuoco che separa e costringe a fare una scelta di campo, chiara e netta, come ha fatto Gesù davanti alla croce.

La tentazione alimenta la paura di perdere, la fede invece rassicura sul fatto che seguire Gesù sulla via della Croce conduce alla vera pace, alla riconciliazione e alla comunione con i fratelli, anche quelli che il peccato separa contrapponendoli l’uno contro l’altro. Dio non assicura l’assenza di turbamento ma la sua assistenza nell’ora della prova. Non sono solo i fattori esterni, economici, politici o sociali, a mettere in crisi ma soprattutto le scelte di vita, prima fra tutte quella di fede. Essa è messa alla prova quando è chiamato in causa il rapporto sia con i beni materiali sia con quelli affettivi.

Dio, sembra dirci Gesù, non è solo un Padre-Pastore provvidente che ci soccorre nei nostri bisogni materiali ma è soprattutto Colui che ci salva per renderci operatori di pace e ministri della comunione. La salvezza non consiste nel raggiungere la vetta del benessere ma nell’essere sottratti al potere della morte. L’attaccamento al denaro rende ciechi davanti al pericolo di cadere nel baratro del peccato e induce a sfidare la vita con fare temerario e arrogante. L’idea di pace e comunione che comunemente hanno gli uomini è caratterizzata da un forte senso utilitaristico che giunge a strumentalizzare persino i legami affettivi.

La prova rivela la consistenza della nostra fede e delle relazioni personali. Quando le cose vanno secondo le nostre aspettative ci sentiamo rassicurati perché le attese sono confermate. Il problema nasce quando queste vengono contraddette. La pace che Gesù ci lascia non ha nulla a che fare con quella attesa dagli uomini, ridotta a benessere edonistico che giustifica i vari tipi di manipolazione. La parabola del ricco stolto che, sazio e pieno di ricchezze materiali pregusta il meritato riposo, bene esprime la speranza di beatitudine e di pace che nutrono gli uomini.

La pace che Gesù è venuto a portare non assicura calma e tranquillità ma scomoda e provoca a mettersi sempre in discussione per purificare la fede dalle incrostazioni idolatriche e sanare le ferite degli amori malati. L’esperienza drammatica di Gesù, che non resiste ai suoi uccisori ma si consegna liberamente nelle loro mani, rivela che Dio ama l’uomo di un amore libero e in questo modo gli offre la salvezza e lo educa al vero amore. Egli non si lascia manipolare ma si piega per farsi ultimo con gli ultimi. Pur essendo prossimo e a portata di mano, non si lascia tenere in pugno. La forza dell’amore di Dio risiede nella sua mitezza con la quale esercita la giustizia.

Il battesimo a cui allude Gesù è l’atto mediante il quale, come agnello mansueto davanti ai suoi uccisori, si lascia spogliare persino della sua dignità. In questo modo mostra che l’amore di Dio è fedele al punto di non fuggire o ribellarsi davanti al destino di morte deciso dagli uomini, ma di rimanere con essi in silenzio fino alla fine. Il silenzio di Dio, lungi dall’essere un ritiro sdegnato, è il modo che sceglie per continuare a starci vicino e accompagnarci nel nostro cammino nel quale bisogna toccare il fondo per poter risalire. Non è facile accorgersi della presenza di Dio perché il suo silenzio nel tempo della prova lo interpretiamo come assenza. Invece Egli è lì, accanto a noi, che attende e aspetta che finalmente facciamo la scelta di lasciare la presa per lasciarci amare, perdonare e guarire. Sul fondo delle macerie del nostro orgoglio e delle false speranze rimane un’ultima possibilità di fare la scelta più importante della vita.

La Parabola del Fariseo e del Pubblicano: La Vera Umiltà

Il Vangelo di Luca ci presenta anche un’altra parabola illuminante: «Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.» Queste sono malattie che possono annidarsi anche in chi vive “vicino” a Dio, o almeno crede di esserlo. L’illusione è sottile: quando si è troppo sicuri del proprio stato spirituale, ci si blinda in una zona di “autosufficienza morale” che ci separa dagli altri… e da Dio stesso.

Il Fariseo: Autosufficienza Morale e Orgoglio

Il fariseo della parabola non è un uomo malvagio. Fa tutto bene: digiuna, paga le decime, osserva la Legge. È, per così dire, l’alunno modello, che ha studiato, fatto i compiti, ottenuto risultati. Più che rivolgersi a Dio, parla a sé stesso. La sua preghiera è una dichiarazione di merito: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.» Dietro questo “grazie” si nasconde un confronto velenoso: si erge sopra gli altri, li giudica, li misura. Ma in questo atteggiamento non c’è apertura, non c’è invocazione, non c’è desiderio di trasformazione. È come se dicesse: Signore, sono già giusto. Confermalo.

Il Pubblicano: Umiltà e Apertura alla Grazia

Il pubblicano, invece, è l’ultimo della classe. Sta in fondo, a distanza. Non osa alzare gli occhi. Si batte il petto. Non porta curriculum, non mostra risultati, non esibisce nulla. Eppure è proprio lui, secondo Gesù, che «tornò a casa sua giustificato». Perché? Non perché sia migliore, ma perché lascia spazio a Dio. È come uno studente che ha fallito, ma che si rende conto di aver bisogno di imparare. Il cuore ferito del pubblicano è il luogo dove Dio può agire. La sua verità diventa apertura alla grazia. Il suo limite diventa inizio di salvezza.

illustrazione contrastante di un fariseo orgoglioso e un pubblicano umile in preghiera

Verità Decisiva: Misericordia vs. Merito

Alla fine, la parabola ci porta a una verità decisiva: non è il merito a salvare, ma la misericordia. Non è l’elenco delle buone azioni, ma il cuore che si apre, che si riconosce bisognoso, che non ha paura di dire: ho bisogno di Te. Il fariseo è troppo pieno di sé per lasciarsi toccare da Dio. Il pubblicano è abbastanza vuoto per accogliere la grazia. Il primo si è messo in mostra; il secondo si è messo in discussione. È un messaggio che ci riguarda tutti. Ogni volta che preghiamo, possiamo chiederci: sto parlando a Dio o a me stesso? Sto cercando un voto o un incontro?

Gesù chiude con una frase lapidaria: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». È il cuore del Vangelo. L’umiltà non è auto-disprezzo, ma verità. È sapere chi siamo davanti a Dio: amati, cercati, perdonati. In questo sta la grandezza della fede: non nell’essere perfetti, ma nell’essere veri.

Il Fuoco dell'Amore Divino: Purificazione e Fusione

L’amore di Dio è un fuoco incontenibile che trasforma ciò che possiede. Il fuoco dell’amore di Dio da una parte divide e dall’altra fonde. È un fuoco che purifica perché separa la verità dalla menzogna, il bene dal male, la carità dall’amor proprio, il servizio dalla prestazione, la fede dalla superstizione, la speranza dall’illusione. È fuoco che fonde fede e vita, giustizia e misericordia, mitezza e forza, debolezza e potere, libertà e servizio, morte e vita, peccato e perdono.

infografica concettuale sul fuoco divino che purifica e unisce

Preghiera per Accogliere il Fuoco dello Spirito

Signore Gesù, nella notte del pericolo, quando le acque melmose dei giudizi affrettati, delle calunnie, delle insidie, dei giochi di potere sembrano sovrastarmi fino al punto di sommergermi, possa ardere dentro di me il fuoco dello Spirito, che purifichi il mio cuore dalla rabbia e dalla paura, dalla voglia di vendetta e dal morso della ritorsione. Donami la mitezza per combattere l’arroganza con la mansuetudine, l’ingiustizia con la misericordia, la tristezza con la speranza. Il fuoco della tua Parola, come fiammella che arde nelle tenebre del terrore, riaccenda la fede che mi fa sentire la tua presenza, ravvivi la speranza che mi fa intravedere una via di bene su cui proseguire, rianimi la carità che rigenera creativamente la mia offerta a Dio e il servizio ai miei fratelli. Rendimi profeta della tua pace, non falso banditore di un dio di comodo, ma testimone del tuo amore che inquieta i sonni degli accidiosi e disperde come fumo le vane ambizioni dei superbi.

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