Omelia per la XVII Domenica del Tempo Ordinario

Il Vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario, tratto dal capitolo undicesimo di Luca, si apre con la scena di Gesù in preghiera. «Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

Non è la prima volta che il Vangelo lo mostra così, ma questa volta Gesù è colto come un modello di riferimento che suscita una richiesta specifica da parte dei discepoli. È bello sapere che anche loro - che vivevano accanto al Maestro - sentono il bisogno di imparare a pregare. Non basta vedere pregare; serve essere introdotti, accompagnati, guidati. La preghiera non è scontata: è un cammino da percorrere, un’arte da apprendere. Il primo passo per imparare a pregare è proprio desiderare di farlo.

Gesù in preghiera con i discepoli in un paesaggio biblico

L'Essenza della Preghiera Cristiana: Una Relazione Filiale

Dalla casa di Marta e Maria, dove Maria è stata presentata come modello del discepolo che sceglie la parte migliore, mettendo la fede a fondamento della relazione con Gesù, si passa ad un luogo adatto per la preghiera personale di Gesù. L’uomo della comunicazione con gli uomini, in parole e azioni, è spesso presentato come uomo in contatto con Dio nella preghiera. Per chi lo osserva, la preghiera di Gesù appare il tratto più caratteristico della sua personalità, poiché in essa si coglie il segreto da cui ha origine la sua missione. La preghiera di Gesù, nella misura in cui coincide con il suo modo di essere in relazione con Dio, suscita un forte interesse, come il profumo che diventa attrattivo per chi ne gusta la fragranza. Dalla preghiera si sprigiona il profumo della santità, dell’amore che unisce il Padre e il Figlio in un solo volere e in un unico operare.

La richiesta del discepolo non nasce dalla curiosità, ma dalla domanda suscitata nel cuore dall’esempio di Gesù, che genera contemporaneamente il desiderio di condivisione. Insegnare a pregare, dunque, non significa semplicemente trasmettere delle nozioni, ma partecipare agli altri quello stesso spirito con il quale si prega. Se la preghiera fosse solo una funzione, non eserciterebbe alcun desiderio se non quello dell’emulazione che si fermerebbe al formalismo esteriore, senza coinvolgere la dimensione più profonda dell’essere, cioè la spiritualità. È proprio nella parte più profonda e più nobile dell’essere che è custodito l’anelito dell’uomo di vivere da figlio amato e da fratello amante.

Gesù non offre ai suoi discepoli una formula da ripetere meccanicamente, ma li introduce in un’esperienza di comunione. Insegna innanzitutto a dire «Padre», cioè a rivolgersi a Dio non come a un estraneo, ma come a un padre amorevole. La preghiera cristiana è sempre relazione: è l’incontro tra chi si riconosce figlio e Colui che è Padre. L’appellativo «Padre» esclude ogni barriera nazionalistica e strumentalizzazione divisiva, riconoscendo a Dio un’identità dal valore universale, dal cui amore nessuno può sentirsi escluso. Questo vocabolo rimanda all’esperienza iniziale di accudimento, alla dimensione del genitore: colui che ci ha generato e si impegna affinché possiamo vivere. Dio si presenta come Padre perché è colui che ci difende, ci permette di crescere, ci conferisce un’identità. Ci rivolgiamo all’Eterno, all’Altissimo, chiamandolo Padre, un Padre che nei cieli è tutto ciò all’infinito.

Nella preghiera impariamo a vedere i nostri desideri più autentici e ci educhiamo a metterli nelle mani di colui che può prendersene cura veramente. In questa luce, ogni richiesta - dal pane quotidiano al perdono, dalla protezione alla liberazione - acquista un significato nuovo: non si tratta solo di ottenere qualcosa, ma di imparare a fidarsi. Gesù ci insegna a pregare, perché effettivamente in tale modo si impara a costruire e portare avanti una relazione, educandoci a diventare come bambini nella fede.

Il "Padre Nostro": Sintesi della Preghiera Cristiana

Alla domanda dei discepoli, Gesù risponde insegnando la preghiera del Padre nostro. Come ha detto Papa Francesco, «Gesù non dà una definizione astratta della preghiera, né insegna una tecnica efficace per pregare ed “ottenere” qualcosa. Egli invece invita i suoi a fare esperienza di preghiera, mettendoli direttamente in comunicazione col Padre, suscitando in essi una nostalgia per una relazione personale con Dio, con il Padre. Sta qui la novità della preghiera cristiana! Essa è dialogo tra persone che si amano, un dialogo basato sulla fiducia, sostenuto dall’ascolto e aperto all’impegno solidale». La versione lucana della preghiera è più corta ed essenziale, ma mantiene lo stesso impianto di quella mattiniana.

Immagine stilizzata del

Il Signore ci insegna a chiedere le cose più importanti, quelle essenziali. Il suo ammaestramento si sviluppa in tre momenti, suggerendo la postura spirituale davanti a Dio non come servi funzionari del sacro, ma come figli che rivolgono al Padre le proprie richieste.

Le Petizioni del Padre Nostro:

Dopo l’invocazione rivolta al Padre, seguono due domande riguardanti il Tu di Dio e tre petizioni relative al Noi degli oranti.

  • «Sia santificato il tuo nome»: Il nome di Dio indica la sua identità di Sovrano onnipotente e misericordioso, la sua realtà di Padre nostro, in Cristo suo Figlio unigenito. Questa è un’amorosa richiesta che tutta la terra lodi, ringrazi e adori il Padre, celebrando la sua grandezza, potenza e misericordia. In questa richiesta è inclusa la nostra vocazione, poiché ogni uomo è chiamato a far conoscere Dio, anche solo attraverso la propria esistenza, che diventa un continuo canto di lode.
  • «Venga il tuo regno»: Chiediamo che la sua volontà si realizzi nel mondo, non per sottomissione, ma perché questa volontà è il bene per ogni uomo. Invocare il regno significa pregare per la giustizia, la pace e la misericordia, e anche chiedere una purificazione del potere, che nelle mani degli uomini può essere esercitato in maniera arbitraria e iniqua. Le prime due richieste esprimono un forte desiderio che la Parola di Dio diventi evento concreto e non rimanga una promessa.
  • «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano»: Questa petizione riguarda il necessario per vivere, sia il pane materiale sia quello spirituale, ovvero il pane della Parola e dell’Eucaristia. Non reclamiamo che i nostri depositi siano pieni, ma ci affidiamo alla provvidenza, certi che il Padre provvederà sempre e non vuole che accumuliamo tanto da non sentirci più bisognosi di Lui.
  • «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore»: Questa supplica ci aiuta a comprendere che siamo tutti vulnerabili e che tutti possiamo sbagliare. Le relazioni, la comunità e la Chiesa non possono progredire senza il perdono, la cui mancanza distrugge la vita.
  • «Non abbandonarci alla tentazione»: Questa richiesta invoca l’aiuto di Dio per vincere la tentazione e saper scegliere il bene. La tentazione pone la libertà-responsabilità della persona di fronte a un bivio: il bene e il male. Per scegliere il bene, è necessario l’aiuto di Dio, che non lo impone a nessuno. Il senso della petizione non è che Dio ci induca in tentazione, ma che non ci abbandoni ad essa, poiché se il Padre ci abbandonasse significherebbe la vittoria del Male su di noi.

Ciò che chiediamo nel Padre nostro è già tutto realizzato in noi nel Figlio Unigenito: la santificazione del Nome, l’avvento del Regno, il dono del pane, del perdono e della liberazione dal male. Mentre chiediamo, noi apriamo la mano per ricevere i doni che il Padre ci ha fatto vedere nel Figlio. Il Padre nostro è la sintesi di ogni preghiera, dove tutto della preghiera è presente: fede, fiducia, amore, adorazione, lode, ringraziamento, domanda, intercessione.

La Perseveranza nella Preghiera e la Fiducia in Dio

Gesù prosegue dicendo: «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?».

Nella parabola dell’amico importuno e nell’immagine del bambino che chiede al padre, Gesù ci invita a pregare con insistenza: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono». L’insistenza non serve a stancare Dio, ma perché la fiducia cresca nella costanza. Come i bambini che sanno che prima o poi i genitori cederanno, così anche noi siamo chiamati a bussare con fiducia alla porta del Padre. La ripetizione non è vuota ostinazione, ma desiderio che non si arrende. L’amico che si alza a mezzanotte e il padre che non inganna il figlio sono immagini che Gesù usa per dire che Dio non si stanca di noi.

La vita cristiana dipende dalla qualità (e quantità) della preghiera

Questa insistenza nella richiesta deve valicare i confini di quella forma di amicizia che si basa semplicemente sui meriti o sullo scambio di favori. La preghiera scomoda Dio da quella falsa idea di giustizia che lo relega, alla stregua di un prigioniero, nelle maglie strette della Legge. La preghiera invadente è coraggiosa tanto quanto lo è l’ardire dell’orante che invoca Dio mosso, non tanto dalla disperazione di chi non ha nulla da perdere, ma dalla speranza di un figlio che non si arrende davanti al silenzio del Padre. Dio desidera essere cercato, perché Dio è dono, un dono assoluto poiché è amore e l’amore vuole donare tutto e donare se stesso. Sebbene Dio ci lasci liberi, tuttavia, riconosciamo che la libertà è un’arma che può ritorcersi contro di noi. Per questo chiediamo al Padre di non abbandonarci fino in fondo.

Un modello di questa «santa invadenza» è Abramo, che intercede per gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Dio aveva detto: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave». Abramo si avvicinò e disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Abramo continuò a negoziare con Dio, riducendo progressivamente il numero dei giusti, mostrando ardita e umile confidenza. Nonostante la sua preoccupazione per la presenza di Lot e della sua famiglia, Abramo non chiede la sola salvezza di Lot, ma la salvezza dell’intera città, in virtù dei giusti che vi potevano essere. La sua preghiera, pur non associandosi nel peccato, si fa portavoce per chiedere il perdono, anticipando la preghiera di Gesù sulla croce.

Abramo che intercede per Sodoma e Gomorra

A volte, ciò che chiediamo è buono, ma richiede tempo. Altre volte, proprio quest’attesa purifica il nostro desiderio, portandoci a chiedere qualcosa di più profondo. Dio non risponde subito non solo perché ciò che chiediamo potrebbe non essere il nostro vero bene, ma anche perché l’insistenza ci permette di fare un cammino educativo, facendo emergere i nostri desideri più autentici e purificando le nostre richieste. Come scrive San Gregorio Magno: «Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi».

L’amato Meister Eckhart ci ricorda: «Chi prega Dio per ottenere qualcosa, lo ama come si ama una vacca per il suo latte. Non ama Dio, ama ciò che vuole da Lui. La preghiera non è commercio, e quindi scambio. È ritorno. Sprofondamento. Quando si ama davvero, non si chiede nulla. Forse la preghiera adulta è proprio questo: riconoscere che Dio non è altrove, ma dentro. Che non è un potere da convincere, ma Presenza da abitare. È un perdersi in Lui, ricordandoci chi siamo. In quel fuoco non si parla più. Si ama. Si tace».

Il Dono Supremo: Lo Spirito Santo

Gesù conclude le sue istruzioni sulla preghiera con una promessa: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Questo è il cuore del Vangelo di oggi. Alla fine, Gesù non dice che il Padre darà tutto ciò che chiediamo, ma che darà lo Spirito Santo a chi glielo domanda. È un invito a non perdere di vista la «parte migliore» - come ci ricordava il Vangelo di Maria e Marta.

Il pane è importante, il perdono è essenziale, ma la presenza dello Spirito Santo è ciò che rende ogni dono veramente vivo. Lo Spirito Santo è il pane della consolazione e del pellegrino nella fede. È lo Spirito che trabocca dalla Pentecoste in poi, per mezzo del Battesimo e della Cresima, in tutta la Chiesa. Egli, in pienissima libertà (Gv 3,8; 1Cor 12,11), elargisce continuamente le ricchezze dei suoi doni alla Chiesa (At 4,31), in modo da edificarla sempre più in Cristo, innalzandola a una preghiera sempre più ardente al Padre (Gal 4,6; Rm 8,15).

La Preghiera come Trasformazione e Comunione

Pregare, allora, è molto più che chiedere cose: è lasciarsi cambiare. È entrare in una relazione viva con il Padre, attraverso il Figlio, nella forza dello Spirito. È vivere ogni giorno come un dialogo aperto con Dio, in cui il cuore impara a confidare, ad ascoltare, a desiderare ciò che conta davvero.

La preghiera perseverante non è solo fatta di parole, è vita trasformata. Come ricorda Sant’Agostino: «State sicuri, fratelli, riceverete [quanto promesso da Dio]: chiedete, cercate, bussate: riceverete, troverete, vi sarà aperto. Ma non dovete chiedere, cercare, bussare solo a parole, ma anche con la vostra condotta; fate le opere buone, senza le quali non deve affatto trascorrersi la vita presente. Cancellate i peccati con le opere buone d’ogni giorno» (Discorso 77/B, 7). La fede cristiana non si basa su regole da rispettare o su principi filosofici, ma trova nella relazione dialogica intima e familiare con Dio il suo cuore incandescente. Tutto parte dalla preghiera e ogni cosa trova in essa il suo compimento.

Con la preghiera si entra in contatto con Dio, e più che comprenderne chiaramente il progetto, si assimilano i sentimenti per i quali Egli si inginocchia davanti all’uomo. Al contempo, con la preghiera si genera anche la comunione fraterna che nessuna forma umana di alleanza o contratto potrebbe garantire. La preghiera è il segreto della fedeltà nell’amore, perché è lì, nell’incontro con il Tu del Padre insieme al Noi della famiglia/comunità, che si sciolgono i nodi della paura, si diradano le nebbie dell’indecisione, si allentano le catene delle ansie, si viene alimentati del pane della speranza, si è liberati dai vincoli del rancore e si viene unti per sfuggire alla presa del tentatore.

Nella preghiera siamo presi per mano e introdotti nella parte più sacra della nostra vita, dove il Padre ci attende per stare con noi. A pregare si impara pregando, perché è amando che si impara ad amare. Chi persevera nella preghiera con coraggio e determinazione, mantenendo lo sguardo su Gesù, cresce nella fedeltà e matura nel servizio. Nella preghiera facciamo la stessa esperienza di Maria, sorella di Marta, che stando ai piedi di Gesù ascolta la sua Parola, e dell’altra Maria, la madre del Signore che, rimanendo salda nella fede sotto la croce, riceve lo Spirito Santo, l’eredità più bella, la parte migliore, che la costituisce madre nostra e Madre della Chiesa.

Signore Gesù, Maestro di preghiera, donaci lo Spirito affinché impariamo a pregare con i tuoi sentimenti di Figlio amato del Padre, per intessere con Lui un dialogo sempre più intimo e familiare in cui trovare conforto nel dubbio, coraggio nella prova, sapienza nelle scelte, prudenza nei discorsi, lungimiranza nei progetti, umanità nei rapporti personali. Tu, missionario della Carità, che ti fai fratello partecipe delle umane povertà, intercessore per il perdono dei nostri peccati e sei l’inviato dal Cielo per soccorrerci nella nostra miseria, aiutaci a rivolgerci a Dio confidando nella sua paterna giustizia e nella sua materna benevolenza.

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