L'Omelia per la Solennità di Pentecoste

La Solennità di Pentecoste, che porta nel suo nome il significato di cinquanta, era per il popolo d’Israele la celebrazione della festa dell’Alleanza, ricordando gli avvenimenti del Sinai, quando Dio, mediante Mosè, aveva proposto a Israele di essere il suo popolo. Essa costituisce la conclusione dell’opera di Gesù, la pienezza dell’evento pasquale: Gesù risorto, asceso al cielo, compie la promessa fatta ai discepoli di inviare loro lo Spirito Santo, "un altro Consolatore" (Gv 14,16), che starà con noi per sempre. È un momento decisivo nella vita della Chiesa, un giorno in cui lo Spirito Santo irrompe nel mondo e cambia tutto. È il compleanno della Chiesa.

illustrazione della discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo

Il Paraclito: Consolatore e Avvocato

Gesù promette ai discepoli lo Spirito Santo con le parole: «Verrà il Paraclito, che io manderò dal Padre» (Gv 15, 26). Il termine Paraclito è misterioso e racchiude in sé più significati, ma in sostanza, vuol dire due cose: Consolatore e Avvocato. In San Giovanni, la parola Paràclito indica sia Cristo (1 Gv 2,3) che lo Spirito. C’è una sola differenza tra Gesù e il Consolatore: Gesù parlava di fronte ai discepoli che lo ascoltavano, mentre il Consolatore, che con il Figlio e il Padre viene ad abitare nel credente, parla come un "maestro interiore", con più forza.

Il Paraclito come Consolatore

Lo Spirito è il «Consolatore perfetto» (Sequenza), la tenerezza stessa di Dio che non ci lascia soli. Le consolazioni del mondo sono come gli anestetici: danno un sollievo momentaneo, ma non curano il male profondo che ci portiamo dentro. Distolgono e distraggono, ma non guariscono alla radice, agendo solo in superficie. Solo chi ci fa sentire amati così come siamo dà pace al cuore. Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, fa così: scende dentro, in quanto Spirito agisce nel nostro spirito, visitando «nell’intimo il cuore», come «ospite dolce dell’anima».

San Bonaventura scriveva che lo Spirito «dove c’è maggiore tribolazione porta maggiore consolazione, non come fa il mondo che nella prosperità consola e adula ma nell’avversità deride e condanna». Il diavolo prima lusinga e fa sentire invincibili, poi butta a terra e fa sentire sbagliati, giocando con noi e facendo di tutto per buttarci giù. Lo Spirito del Risorto, invece, vuole risollevarci. Gli Apostoli, impauriti e smarriti dopo la passione di Gesù, ricevettero lo Spirito e tutto cambiò: i problemi e i difetti rimasero gli stessi, eppure non li temevano più. Si sentirono consolati dentro e vollero riversare fuori la consolazione di Dio. Prima impauriti, ora avevano paura solo di non testimoniare l’amore ricevuto.

Siamo chiamati a testimoniare nello Spirito Santo, a diventare paracliti, cioè consolatori, dando corpo alla sua consolazione. Questo si realizza non con grandi discorsi, ma facendoci prossimi, con la preghiera e la vicinanza, che è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Il Paraclito dice alla Chiesa che oggi è il tempo della consolazione, del lieto annuncio del Vangelo più che della lotta al paganesimo. È il tempo per portare la gioia del Risorto, per riversare amore sul mondo, testimoniando la misericordia più che inculcando regole e norme. È il tempo della libertà del cuore, nel Paraclito.

Il Paraclito come Avvocato

Nel contesto storico di Gesù, l’avvocato non parlava al posto dell’imputato, ma gli stava accanto e gli suggeriva gli argomenti per difendersi. Così fa il Paraclito, «lo Spirito della verità» (Gv 15, 26), che non si sostituisce a noi, ma ci difende dalle falsità del male, ispirandoci pensieri e sentimenti con delicatezza, proponendosi ma non imponendosi. Lo spirito della falsità, il maligno, fa il contrario: cerca di costringerci, vuole farci credere che siamo sempre obbligati a cedere alle suggestioni cattive e alle pulsioni dei vizi.

Il nostro Avvocato ci offre tre suggerimenti, antidoti a tentazioni diffuse:

  1. “Abita il presente”: Lo Spirito afferma il primato dell’oggi, contro la tentazione di farci paralizzare dalle amarezze e dalle nostalgie del passato, o di concentrarci sulle incertezze del domani. Ci ricorda la grazia del presente: adesso, lì dove siamo, è il momento unico e irripetibile per fare del bene, per fare della vita un dono.
  2. “Cerca l’insieme”: Lo Spirito non plasma individui chiusi, ma ci fonda come Chiesa nella multiforme varietà dei carismi, in un’unità che non è mai uniformità. Nell’insieme, nella comunità lo Spirito predilige agire e portare novità. Gli Apostoli, con idee politiche e visioni del mondo diverse, impararono a dare il primato all’insieme di Dio. Ascoltando lo Spirito, non ci concentreremo su conservatori e progressisti, tradizionalisti e innovatori, destra e sinistra, altrimenti si dimentica lo Spirito nella Chiesa. Il Paraclito spinge all’unità, alla concordia, all’armonia delle diversità, facendoci vedere parti dello stesso Corpo, fratelli e sorelle tra noi. Il nemico vuole che la diversità si trasformi in opposizione e la fa diventare ideologia. Diciamo “no” alle ideologie, “sì” all’insieme.
  3. “Metti Dio prima del tuo io”: Questo è il passo decisivo della vita spirituale, che non è una collezione di meriti e di opere nostre, ma umile accoglienza di Dio. Il Paraclito afferma il primato della grazia. Solo svuotandoci di noi stessi lasciamo spazio al Signore; solo affidandoci a Lui ritroviamo noi stessi; solo da poveri in spirito diventiamo ricchi di Spirito Santo. Questo vale anche per la Chiesa: non ci salviamo con le nostre forze. Se in primo luogo ci sono i nostri progetti, le nostre strutture e i nostri piani di riforma, scadremo nel funzionalismo, nell’efficientismo, nell’orizzontalismo, e non porteremo frutto. La Chiesa è il tempio dello Spirito Santo e si riforma con l’unzione, la gratuità dell’unzione della grazia, la forza della preghiera, la gioia della missione, e la bellezza disarmante della povertà.

La Manifestazione dello Spirito Santo e la Nascita della Chiesa

“Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste” e i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo - la tradizione vuole che fosse il Cenacolo - “venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (Atti 2,3-4). La Pentecoste svela in modo definitivo il mistero dell’uomo: Dio ci rende nuova creatura, chiamata a tenere insieme la vita naturale e quella divina, la carne e lo Spirito, la terra e il cielo.

L'episodio della Pentecoste è descritto in modi diversi dagli evangelisti. San Giovanni colloca il dono dello Spirito Santo il giorno stesso della risurrezione, la sera di Pasqua, quando Gesù, venendo in mezzo ai discepoli, alitò su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro cui rimetterete i peccati, saranno perdonati”. Questa è una Pentecoste più “personale” e “interiore”, legata alla remissione dei peccati e alla liberazione interiore. L’uomo ha bisogno dello Spirito per rinnovarsi e uscire dalle sue meschinità e chiusure; la conversione non è un puro atto di volontà, ma è ascoltare e lasciarsi guidare dallo Spirito. È lo Spirito a strapparci dal peccato e a farci creature nuove. La remissione dei peccati è un luogo privilegiato ove si manifesta la grazia e l’azione dello Spirito Santo, un dono del Gesù Risorto.

Giovanni unisce strettamente il dono dello Spirito alla Passione e alla Pasqua, come un unico grande movimento, un unico mistero di salvezza: lo Spirito sgorga dalla croce, dal costato aperto del Signore che dà la vita. Non ci può essere lo Spirito senza questo dono di sé che Gesù porta a compimento per noi sulla croce. Il fine della Pasqua è che la vita del Risorto abiti dentro di noi, che noi siamo resi partecipi del Suo stesso modo di vivere. Come Dio soffia nelle narici di Adamo la vita naturale, così Gesù soffia nei discepoli il respiro della vita nuova, perché possano vivere da risorti: lo Spirito non è qualcosa in più, un accessorio, ma è esattamente ciò che ci fa vivere.

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Il Cenacolo: Da Prigione a Luogo di Missione

Il cenacolo, tradizionalmente identificato come la casa in cui i discepoli avevano celebrato la Pasqua con Gesù, divenne inizialmente un rifugio, un riparo dal mondo in cui chiudersi «per timore dei Giudei» (Gv 20,19). La comunità sembrava destinata a ridursi a una piccola setta, chiusa in sé stessa e al mondo, con il mero ricordo del maestro perduto. Ma il cenacolo dalle porte sbarrate non impedì al Signore risorto di manifestarsi: «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “pace a voi!”» (Gv 20,21). La vita del Risorto, più tenace della morte, si rivela più forte di ogni chiusura e paura. Dio stesso è uscito da sé stesso, nel Figlio si è aperto al mondo per attrarci nell’orbita della sua stessa vita divina. È proprio di questo prender dimora di Dio in noi che oggi rendiamo grazie nella festa di Pentecoste.

Lo Spirito Santo, riempì «tutta la casa dove si trovavano» e toccò personalmente «ciascuno di loro», i quali ora spalancano le porte del cenacolo al mondo, a tutti i popoli, a «ogni nazione che è sotto il cielo». L'esistenza dei discepoli non è più la stessa: Dio si è “legato” realmente alle loro vite, e attraverso la povertà delle loro persone la vita del Risorto - lo «spirito di Cristo» - si fa largo nel mondo. Colui che riceve il dono dello Spirito non può più vivere “chiuso” per sé stesso, ma appartiene all’amore stesso di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (Rm 5,5), sperimentando un decisivo decentramento che apre alla realtà, al mondo, all’uomo nei suoi bisogni e ferite. La Chiesa sempre nuovamente rinasce in coloro e da coloro che accogliendo la vita risorta di Cristo sperimentano questa fondamentale apertura che vince ogni estraneità e distanza fra gli uomini, portando a farsi incontro a tutto e a tutti con «gli stessi sentimenti di Cristo» (Fil 2,5). Questo “primerear” di Dio ci plasma come Chiesa, per essere segno visibile di questa fondamentale “apertura di Dio” che tutto abbraccia, perdonando il male e piegandosi sulle nostre ferite e drammi, fino a poter realmente riconoscere il volto tenero di Dio, fino a sentirlo realmente «Abbà! Padre».

La vita nuova dello Spirito è una vita non più vissuta nella solitaria ricerca del proprio compimento, ma nell’incontro con il fratello con il quale la vita è condivisa, comunicata, donata, perché questa stessa vita, in se stessa, non è altro che dono. Strettamente legato al dono dello Spirito c’è il dono di perdonare i peccati («A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» - Gv 20, 23), ovvero la capacità di non lasciare che il male possa sopraffare l’uomo, distruggendo le sue relazioni. Gli apostoli, pieni di Spirito Santo, sono inviati a fare la stessa cosa che hanno visto in Gesù, cioè a portare la vita dove c’è la morte. Unità, diversità, comunione, relazione, condivisione, dono di sé, amore, pace… sono le parole che risuonano a Pentecoste, quando parliamo di dono dello Spirito Santo e nascita della Chiesa. Sembrano molto lontane da quanto stiamo vivendo in questo tempo, dove tutto sembra parlare di odio, di sfiducia, di disprezzo e divisione, ma anche di incomprensione, di senso di abbandono e solitudine.

I Prodigi della Pentecoste

A Pentecoste, rivolgendoci al Signore, preghiamo e supplichiamo: «Rinnova i prodigi della Pentecoste». Questi prodigi sono molteplici:

  • Essere dipendenti dal Signore: La Chiesa, scaturita dalla prima Pentecoste, viveva tutta nella dipendenza dal Signore.
  • Uniti nella comunione: La Chiesa delle origini era un cuor solo e un’anima sola, una realtà che era una pur nella diversità e molteplicità, una comunione di cuore, di menti, di affetti, di volontà.
  • Fermento nella missione: La Chiesa delle origini non poteva non annunciare, non testimoniare, non raccontare la salvezza in Gesù Cristo.
  • Vita animata dalla carità: Quando si realizza il prodigio della Pentecoste, si realizza una vita animata dalla carità, capace di guardare fuori, di donarsi senza condizione, di mettere gli altri prima di sé.
  • Gioiosi nella speranza: La Pentecoste compie questo prodigio, strappa ogni forma di tristezza e lamento, rendendo gioiosi, lieti, contenti, felici nella speranza del Signore che ci accompagna e dell'eternità che ci attende.

Lo Spirito Santo irrompe nel mondo e cambia tutto, trasformando la paura in coraggio, la confusione in parola, e quella parola in ponte. Gli Apostoli parlano e ognuno capisce nella propria lingua: è l’opposto di Babele, è unità nella diversità. Non siamo chiamati a diventare tutti uguali, ma a capirci dentro le nostre differenze. San Paolo ci ricorda che tutti, ricevendo lo stesso Spirito, diventiamo un corpo solo. Il cristianesimo non è un’idea da credere, ma un corpo da vivere, e ogni carisma viene dallo stesso Spirito.

La Pentecoste ci dice che abbiamo ricevuto uno Spirito che ci abilita a parlare la lingua dell’altro: del malato, del giovane disorientato, del non credente, del migrante, del povero, di chi non sa più sperare. E questa lingua non è fatta solo di parole, ma di gesti, presenza, empatia. È la lingua di chi ascolta senza giudicare, di chi sta senza fuggire. Dio entra in noi, non solo per darci forza, ma per farci diventare forza per gli altri. Noi siamo il vento che consola, la fiamma che illumina, la parola che unisce. Non abbiamo uno Spirito “nostro”: abbiamo uno Spirito che è per tutti.

rappresentazione delle lingue di fuoco sugli Apostoli

L'Opera dello Spirito Santo: Riconciliazione e Unità

Le lingue come di fuoco che si posarono su ciascuno degli Apostoli simboleggiano l'opera dello Spirito Santo. San Beda, un monaco benedettino del VII secolo, scrive che quanto accadde a Gerusalemme è il capovolgimento di quanto era avvenuto a Babele: lì ci fu la confusione delle lingue degli uomini, a Gerusalemme, invece, l’opera dello Spirito Santo le riconciliò per l’edificazione della Chiesa, cui il Signore ha affidato la missione di annunciare il Vangelo a tutti i popoli. San Gregorio di Nazianzo paragonò l’opera dello Spirito Santo a quella di un maestro di coro che riunisce le voci più diverse in un unico canto di lode. Quella dello Spirito è, dunque, opera di riconciliazione nel cuore degli uomini, un’opera che vuole risanare quel che l’orgoglio umano e le ambizioni provocano nell’animo umano.

Benedetto XVI ha fatto riferimento al fatto che le lingue attraverso cui si manifesta lo Spirito Santo sono come fuoco, dando compimento alla parola di Gesù che aveva detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra…» (Lc 12,49). È un fuoco che vuole rinnovare la faccia della terra, che arde ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore.

San Antonio di Padova e il Miracolo delle Lingue

Gli antichi agiografi esaltavano sant'Antonio di Padova per la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura e la sua efficace eloquenza nella predicazione; per la sua voce chiara e dolcissima, percepibile e compresa da tutti, Antonio era ritenuto come la «tromba di Dio». A motivo del ritrovamento, dopo la morte, della sua lingua incorrotta, si diceva che «era stata zampogna dal suono soave e strumento della voce potente dello Spirito Santo». Un episodio significativo narra che, mentre Antonio si trovava una volta presso la Curia romana, predicò con grande solennità a una folla di lingue diverse. La grazia dello Spirito Santo lo esaltò a tal punto che ognuno riuscì a sentire con precisione e a capire chiaramente la lingua in cui era nato ed era stato educato. Questo episodio è da collocarsi nella Pasqua del 1228, quando papa Gregorio IX lo indicò come «arca del Testamento e scrigno delle Sacre Scritture».

Questo “miracolo delle lingue” si ripeté altre volte perché Antonio visitò innumerevoli province e, parlando la lingua del posto in modo straordinario, si presentava in modo così comprensibile agli stranieri che il suo discorso era capito da tutti, come se egli parlasse contemporaneamente molti tipi di lingue. Il Concilio Vaticano II afferma che quanto avvenne a Gerusalemme il giorno della Pentecoste fu la manifestazione della «Chiesa della Nuova Alleanza, che in tutte le lingue si esprime e tutte le lingue nell’amore intende e abbraccia, vincendo così la dispersione babelica» (Ad gentes, n. 4). Ciò che riunifica ciò che è disperso, fa comprendere ciò che sarebbe impossibile da capire, e supera la lontananza, è l’amore. Chi vedeva e ascoltava Antonio capiva che egli era sostenuto dall’amore, dalla carità. Sant’Antonio raccomandava, dopo aver spiegato il miracolo pentecostale delle lingue, che «le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere» (Sermone nella Domenica di Pentecoste (1)).

La Forza dello Spirito Santo e la Vita Nuova

Il Vangelo di Luca si chiude con una promessa e un comando da parte di Gesù: “Io manderò su di voi lo Spirito Santo che il Padre mio ha promesso. Voi però restate nella città di Gerusalemme fino a quando Dio vi riempirà con la sua forza” (Lc 24,49). Negli Atti degli Apostoli, Luca riprende lo stesso comando e la stessa promessa: “Non allontanatevi da Gerusalemme, ma aspettate il dono che il Padre ha promesso e del quale io vi ho parlato ... Fra pochi giorni sarete battezzati con lo Spirito Santo” (Atti 1, 4-5) e poco oltre: “Riceverete su di voi la forza dello Spirito Santo che sta per scendere”.

Questa è la forza che aveva investito Gesù nel battesimo al Giordano, spingendolo nel deserto, accompagnandolo nella sua missione in Galilea, e di cui aveva dichiarato di essere investito nella sinagoga di Nazaret: “Il Signore ha mandato lo Spirito su di me ...” (Lc 4, 18). L’idea di forza, di potenza legata alla venuta e alla presenza dello Spirito Santo, si esprime negli Atti con le categorie tipiche della mentalità ebraica: ogni teofania, cioè manifestazione di Dio, implica la presenza di fuoco, vento gagliardo, terremoto, lampi.

Il primo effetto della discesa dello Spirito è la luce. Gli Apostoli avevano sentito Gesù promettere lo Spirito, che avrebbe fatto ricordare loro tante cose e li avrebbe condotti alla verità tutta intera, aiutandoli a capire meglio tanti suoi insegnamenti. La Pentecoste è l’illuminazione folgorante che chiarisce il mistero legato a Gesù: la sua predicazione, la sua passione, morte e resurrezione. Si aprono i loro occhi e comprendono chi è veramente Gesù: il Risorto, il Signore che siede alla destra di Dio. La forza che si porta dentro la Parola di Dio, grazie alla luce dello Spirito Santo, si sprigiona e diventa principio di novità.

Negli Atti, Pietro e Paolo, trasformati dall'incontro con Gesù nello Spirito Santo, diventano instancabili nel difendere la fede. Non si limitano a fare bei discorsi su Gesù risorto, ma danno ragione della loro fede con le parole e con il loro stile di vita. Gli appartenenti alla comunità primitiva pregano insieme, vanno d’accordo al punto da rinunciare ai loro beni e metterli a disposizione di chi è nel bisogno, sono lieti e ben visti dalla gente. Il vivere unanimi e concordi (Atti 4, 32) è un segno dello Spirito Santo. Anche di fronte a minacce e prigione, prevale il parere equilibrato di Gamaliele: “Se Dio è dalla loro parte, non sarete certo voi a mandarli in rovina. Non correte il rischio di dover combattere contro Dio!” (Atti 5, 39).

Docilità allo Spirito Santo

La discesa solenne dello Spirito il giorno di Pentecoste non fu un evento isolato. Non c'è pagina degli Atti degli Apostoli in cui non si parli di Lui e dell'azione con cui Egli informa, dirige e vivifica la vita e le opere della comunità cristiana primitiva. La forza e il potere di Dio illuminano la faccia della terra. Lo Spirito Santo continua ad assistere la Chiesa di Cristo in modo che sia sempre e in ogni cosa un segno innalzato in mezzo a tutte le nazioni, per annunciare all'umanità la benevolenza e l'amore di Dio (cfr Is 11, 12). La presenza e l'azione dello Spirito Santo nella Chiesa sono pegno e anticipo della felicità eterna, della gioia e della pace che Dio ha in serbo per noi.

La tradizione cristiana ha riassunto in una sola idea l'atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti dello Spirito Santo: la docilità. Docilità significa essere sensibili a ciò che lo Spirito divino suscita intorno a noi e in noi: sensibili ai carismi che distribuisce, ai movimenti e alle istituzioni che promuove, agli affetti e alle decisioni che fa nascere nel nostro cuore. Lo Spirito Santo realizza nel mondo le opere di Dio; Egli è, come dice l'inno liturgico, datore dei doni, luce dei cuori, ospite dell'anima, riposo nella fatica, conforto nel pianto.

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