Fratelli miei, chi ha il cuore colmo di carità comprende senza alcun errore e custodisce senza alcuna fatica la molteplice ricchezza delle divine Scritture e quella immensa dottrina. Lo testimonia l'Apostolo, affermando che "Il compimento della legge è la carità" e ancora: "Il fine del precetto è la carità, che sgorga da cuore puro, da buona coscienza e da fede sincera". Il fine del precetto non è forse il suo realizzarsi, e il realizzarsi del precetto non è il compimento della legge? Perciò, il passo in cui l'Apostolo ha detto: "Il compimento della legge è la carità" coincide con quello che ha aggiunto dopo: "Il fine del precetto è la carità". Né si può dubitare in alcun modo che l'uomo in cui risiede la carità sia tempio di Dio, perché "Dio è carità", come afferma Giovanni.
Gli Apostoli, nel dirci queste cose ed esaltandoci la preminenza della carità, non fanno altro che trasmettere a noi ciò di cui essi stessi si sono alimentati. Loro alimento fu lo stesso Signore che li nutrì con la parola della verità, con la parola della carità, che è poi lui stesso, il pane vivo disceso dal cielo. Disse loro: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri". E ancora: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". Colui infatti che venne ad annientare la corruzione della carne attraverso l'obbrobrio della croce e a sciogliere il vincolo antico che ci legava alla morte, con la novità della sua morte, con questo comandamento rese nuovo l'uomo. Era una cosa vecchia il morire dell'uomo. Ma perché questa cosa vecchia non trionfasse perpetuandosi nella condizione umana, avvenne questa cosa nuova: che Dio morisse. Ma poiché è morto solo nella carne, non nella divinità, non permise, in virtù della vita eterna della divinità, che la morte della carne fosse definitiva. Così, come dice l'Apostolo: "È stato messo a morte per i nostri peccati, ed è risorto per la nostra giustificazione". Colui dunque che contrappose a quella cosa vecchia che è la morte la novità della vita, contrappose anche al vecchio peccato un comandamento nuovo. Perciò, se vuoi estinguere il peccato, che è cosa vecchia, estingui la cupidigia osservando il comandamento nuovo, e pratica la carità.

L'Essenza della Carità nella Dottrina Agostiniana
La carità, per la quale amiamo Dio e il prossimo, contiene sicuramente in sé tutta la grandezza e la vastità delle parole divine. C'insegna infatti il divino, unico Maestro: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente; e amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge ed i Profeti". Per cui, se non hai tempo di indagare su tutte le Pagine sante, di togliere il velo ai sacri discorsi, di penetrare tutti i segreti delle Scritture, attieniti alla carità, su cui tutto si fonda. Così possederai quello che lì hai imparato e possederai anche quello che non hai ancora imparato. Se hai conosciuto la carità, hai conosciuto ciò da cui dipende anche quello che eventualmente ancora non conoscessi. In sostanza, quel tanto che capisci delle Scritture è Carità che ti si rivela, e quello che non capisci è Carità che ti resta nascosta. Dunque chi possiede la carità nei costumi, questi possiede ciò che è aperto e ciò che è occulto nella parola divina.
Le Virtù e le Manifestazioni della Carità
Perciò, fratelli, esercitate la carità, dolce e salutare vincolo delle anime: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco. Essa è paziente nella avversità, moderata nella prosperità. È forte in mezzo alle dure sofferenze, piena di gioia nelle opere buone; nelle tentazioni sicurissima; nell'ospitalità larghissima; lietissima tra i veri fratelli; pazientissima con quelli falsi.
In Abele che sacrifica è gradita a Dio, in Noè sicura nel diluvio; nelle peregrinazioni di Abramo fedelissima; in Mosè, fra le ingiurie, mitissima; nelle tribolazioni di Davide sommamente mansueta. Nei tre fanciulli della fornace aspetta con tranquilla innocenza contro le fiamme che saranno innocue; nei Maccabei è forza che sostiene le fiamme crudeli. È casta in Susanna sposa, in Anna vedova, in Maria vergine. È franca in Paolo nell'incolpare, è umile in Pietro che ubbidisce. È umana nei cristiani che si confessano, divina nel perdono che Cristo accorda. Ma che potrei mai dire di più o con maggior ricchezza di quanto ha detto il Signore, che intona una lode alla carità per bocca dell'Apostolo, il quale dimostra la superiorità, su tutte, di questa via?
Egli dice: "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente; è benigna la carità; non è invidiosa la carità; non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tien conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine" (1 Cor 13, 1-8).
Quanto è grande la carità! È l'anima dei Libri sacri, è la virtù della profezia, è la salvezza dei sacramenti, è la forza della scienza, il frutto della fede, la ricchezza dei poveri, la vita dei morenti. Che cosa c'è di più magnanimo che dare la vita per i malvagi? Quale benevolenza maggiore che amare i nemici? Solo la carità fa sì che la felicità altrui non ti turbi, perché non è gelosa. Solo essa non si esalta per la prosperità, perché non si gonfia di superbia. In virtù di essa sola non vi è rodìo di cattiva coscienza, perché non agisce con ingiustizia. Essa va tranquilla fra gli insulti, è benefica fra gli odi. Di fronte al ribollire delle ire è placida, in mezzo a trame insidiose è innocente. È afflitta nelle cattiverie, respira nella verità. Che cosa vi è di più forte della carità di fronte alle ingiurie? Non ricambia le offese ma lascia correre. Che cosa vi è di più fedele della carità? Fedele non all'effimero ma all'eterno. Essa sopporta tutto nella presente vita, per la ragione che tutto crede sulla futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate, meditandola santamente, frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere. Lo Spirito Santo guiderà i discepoli alla pienezza della verità riversando continuamente nei loro cuori la carità.
'A Carità (1Cor 13)
Carità e Comprensione Divina
Nel Vangelo, il Signore dice ai suoi discepoli: "Molte cose ho ancora da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata" (Gv 16, 12). Questo passaggio riflette sulla capacità umana di accogliere la verità divina, che spesso supera la nostra immediata comprensione. Tuttavia, per vedere Dio, l'occhio non deve essere quello fisico, ma quello del cuore. "Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio" (Mt 5, 8). L'idea di Dio non deve seguire il giudizio degli occhi, immaginandolo con forme immense o sembianze umane. Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: "Dio è amore".
Quale volto ha l'amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: "Beato colui che pensa al povero ed all'indigente" (Sal 40, 2). La carità ha orecchi e ne parla il Signore: "Colui che ha orecchi da intendere, intenda" (Lc 8, 8). Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te.
È mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede? Eppure, quando si fa la lode della carità, ci solleviamo in piedi, acclamiamo, diamo lodi. Che cosa vi ho mostrato? Colori, oro, argento, gemme? Nulla di visibile agli occhi. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore. Io vi esorto a procurarvi un grande tesoro. Se un vaso d'oro cesellato vi attraesse, direste: "Oh, se avessi quel vaso!". Ma lo direste inutilmente, perché non è in vostro potere averlo, se non forse rubandolo. Ma a voi vien fatto l'elogio della carità; se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?
Carità Autentica vs. Trascuratezza
Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza.
Sia fervida la carità nel correggere, nell'emendare; se i costumi sono buoni, questo ti rallegri; se sono cattivi, siano emendati, siano corretti. Non voler amare l'errore nell'uomo, ma l'uomo; Dio infatti fece l'uomo, l'uomo invece fece l'errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l'uomo stesso. Amare l'uno significa distruggere l'altro: quando ami l'uno, correggi l'altro. Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore (cf. Mt 3, 16). Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo. Come ho detto, il mercante, per vendere, blandisce ma è duro nel cuore: il padre per correggere castiga ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti.
Ecco, o fratelli, un grande esempio, una grande regola: ciascuno ha figli o vuole averli; oppure, se ha deciso di non avere assolutamente figli dalla carne, desidera per lo meno averne spiritualmente: chi è che non corregge il proprio figlio? Chi è quel padre che non dà castighi (cf. Eb. 12, 7)? E tuttavia sembra che egli infierisca. L'amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi.

La Carità nella Vita Quotidiana e le Opere Buone
Amore, parola dolce, ma realtà ancora più dolce. Non possiamo parlare sempre di essa, poiché siamo occupati in molte cose e svariate attività c'impegnano ovunque, cosicché la nostra lingua non sempre ha tempo di parlare dell'amore: anche se non c'è cosa migliore che parlare di tale argomento. Ma quella carità della quale non sempre è possibile parlare, sempre è possibile custodire. Chi loda Dio con la lingua, non sempre può farlo; chi invece lo loda con la vita, può sempre farlo. Sempre bisogna attuare opere di misericordia, sentimenti di carità, pietà religiosa, castità incorrotta, sobrietà modesta; sia che siamo in pubblico, o in casa, in mezzo agli uomini, nella nostra stanza, quando parliamo e quando taciamo, quando siamo impegnati in qualche lavoro o siamo liberi da impegni; sempre bisogna osservare quei doveri, perché queste virtù che ho nominato sono dentro di noi. Esse sono come un esercito di un generale che ha il suo comando dentro la tua mente, e il Signore nostro Gesù Cristo, abitando nell'intimo dell'uomo per mezzo della fede (cf. Ef 3, 17), usa di queste virtù come suoi ministri per muovere le membra visibili a compiere le opere comandate dalla carità.
Il Vangelo ci dice: "Guardatevi dal fare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere veduti da loro" (Mt 6, 1). Ciò non significa nasconderci agli occhi degli uomini, poiché è necessario essere visti affinché altri possano imitare. Ma non devi agire per il solo scopo di essere visto. Non qui deve essere il fine della tua gioia, non qui il termine della tua letizia, così che tu ritenga di aver conseguito tutto il frutto della tua buona opera, una volta che sei stato visto e lodato. Tutto ciò è niente. Disprezza te stesso, quando vieni lodato: sia in te lodato colui che opera per mezzo tuo. Non voler dunque operare per la tua lode il bene che fai, ma per la lode di colui da cui hai di che fare il bene. Da te hai solo la forza di agire male, da Dio quella di agire bene.
Non voler abbassare Dio e innalzare te stesso, perché allora precipiti, non ti elevi: egli infatti sta sempre in alto. Di' piuttosto, con maggiore verità: "A me il male, a lui il bene; e quel bene che ho io, deriva da lui; infatti qualunque cosa io faccia da me, è male". Questa confessione rafforza il cuore e pone il fondamento dell'amore. Il Signore stesso disse: "Risplendano le vostre opere davanti agli uomini. Né si fermò qui, ma aggiunse: E glorifichino il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5, 16). L'Apostolo Paolo, pur riconoscendo i suoi passati peccati, come persecutore, accettò di essere conosciuto affinché "essi davano gloria a Dio a causa mia" (Gal 1, 22-24). Lui stesso si confessa "il più piccolo degli Apostoli" (1 Cor 15, 9), divenendo umile e piccolo (Paolo, "piccolo") là dove prima era superbo (Saulo), mostrando così che la vera grandezza è nell'umiltà e nella glorificazione di Dio.
Il Viaggio Spirituale e la Carità
Sant'Agostino racconta nelle sue Confessioni il percorso della sua anima: "Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia... una luce inalterabile... Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce." Egli si rivolge a Dio con un desiderio profondo: "O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte."
La sua esperienza fu di essere sollevato e abbagliato dalla luce divina: "Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva di udire la tua voce dall’alto che diceva: 'Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me'." Cercando la forza per godere di Dio, Agostino abbracciò "il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù" (1 Tm 2, 5), che è "sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli" (Rm 9, 5). Cristo stesso si proclamò "la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6), unendo il cibo divino all'essere umano, poiché "il Verbo si fece carne" (Gv 1, 14).
Agostino riflette sul suo tardivo amore per la bellezza divina: "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero." La chiamata di Dio ha infranto la sua sordità, la sua luce ha guarito la sua cecità, e il suo profumo ha acceso in lui un anelito e una fame e sete di Dio.
La Carità nella Concezione Monastica ed Ecclesiale
La carità di Dio e del prossimo è un pilastro della concezione spirituale, ecclesiale e monastica di Sant'Agostino. Essa è il contenuto di tutte le Scritture, la sintesi della filosofia, il fine della teologia, l'anima della pedagogia, il segreto della politica, l'essenza e la misura della perfezione cristiana, la somma di ogni virtù, l'ispirazione della grazia, il dono da cui derivano tutti i doni dello Spirito Santo, la regola che distingue le opere buone da quelle cattive, la realtà con la quale nessuno può essere cattivo, il bene in cui si possiedono tutti i beni e senza il quale gli altri non giovano a nulla ("Abbi la carità e avrai tutto, perché senza di essa a nulla giova tutto ciò che potrai avere"), la caparra o il principio della vita eterna. È in questo contesto che si deve intendere il celebre aforisma agostiniano: "Ama e fa' ciò che vuoi". Le proprietà di questo dono divino includono l'inesauribile dinamismo, l'intransigente radicalità, il totale disinteresse, la forza progressiva dell'assimilazione, l'inseparabile compagnia dell'umiltà e, non meno importante, la soprannaturalità.
Questa sublime virtù, la sola che sia eterna con Dio, essendo l'anima e il cuore della vita cristiana, diventa per sua natura nel pensiero agostiniano il fine, il mezzo e il centro della vita comune. La sua Regola insiste fin dall'inizio: "La prima cosa per la quale vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e che abbiate un sol cuore e un'anima sola protesi verso Dio" (Regola di Sant'Agostino, n. 3). Sant'Agostino sapeva che il proposito di abitare insieme in santa concordia ha per sorgente, per fine e per esercizio quotidiano la carità, che unisce ciò che la natura divide, raccoglie ciò che il peccato disperde, e fa di molti individui un sol corpo e una sola persona. Egli afferma categoricamente: "Non abitano insieme nella concordia se non coloro nei quali la carità di Cristo è perfetta."
"Monos", spiega Sant'Agostino, "vuol dire uno, ma non uno in qualsiasi modo... monos infatti significa uno solo." Frutto della carità è dunque la concordia, frutto della concordia l'unità, frutto dell'unità la gioia, come esclama il salmista: "Ecce quam bonum et quam iucundum, habitare fratres in unum". L'aggiunta agostiniana "protesi verso Dio, in Deum" al testo biblico è molto significativa, esprimendo il dinamismo profondo della carità e la ragione ultima della vita comune. La ricerca di Dio significa fede, amore, culto, servizio di Dio; desiderio, tensione, ascesa, contemplazione; progressivo avanzamento nella somiglianza della SS. Trinità. "Il tuo dono - scrive S. Agostino nelle Confessioni - il tuo dono (Signore) ci accende e ci porta verso l'alto. Noi ardiamo e ci muoviamo... salendo verso la pace di Gerusalemme."
La carità si manifesta anche nella "presenza di Dio nei fratelli", che suppone stima, fiducia, benevolenza, rispetto e fedeltà. Sant'Agostino descrive le manifestazioni dell'amicizia spirituale con queste memorande parole: "I colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, le comuni letture di libri ameni, i comuni passatempi ora frivoli ora decorosi, i dissensi occasionali, senza rancore... l'essere ognuno dell'altro ora maestro, ora discepolo, la nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose di chi ritorna. Questi e altri simili segni di cuori innamorati l'uno dell'altro, espressi dalla bocca, dalla lingua, dagli occhi e da mille gesti gradevolissimi, sono l'esca, direi, della fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola."
Nel monastero, l'amicizia deve avere fonti soprannaturali: "non sia carnale, ma spirituale il vostro amore", cioè divino, non naturale. La carità è la virtù che ama, rispetta e venera nell'altro il tempio di Dio. Per questo, esorta: "Vivete dunque unanimi e concordi e onorate mutuamente in voi stessi Dio, di cui siete templi." Non solo i singoli religiosi sono templi di Dio, ma anche la comunità in se stessa, dove i membri vivono in santa concordia, è un tempio di Dio: "Son diventati - scrive il Santo - templi di Dio; non soltanto templi di Dio i singoli, ma tempio di Dio tutti insieme." I fratelli uniti dalla carità sono talmente uniti a Cristo da formare con Lui "un'unica anima, Christi unica". Questo è il senso ecclesiale della carità: la vita comune è inserita nella compagine ecclesiale, ricordando la sua manifestazione iniziale, esprimendo una realtà essenziale e annunciando la fase finale.

La Carità come Via nel Deserto della Vita
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d'Israele. Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle tentazioni della vita presente. Ma se non vogliamo morire assetati in questo deserto, beviamo la carità. È la sorgente che il Signore volle far sgorgare quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria.
"In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi" (1 Gv 4, 9). Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per primo? Se fummo pigri nell'intraprendere l'amore, non siamo pigri nel ricambiare l'amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo amare noi stessi. Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per guarirli.
"Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui" (1 Gv 4, 8. 9). Il Signore stesso disse: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu verificato l'amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi. L'amore del Padre verso di noi ebbe la sua verifica nel fatto che mandò l'unico suo Figlio a morire per noi. L'Apostolo dice appunto: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8, 32). "Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un sacrificio per i nostri peccati. Non trovò altri all'infuori di sé, e si offerse. "Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri" (1 Gv 4, 11).
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci dall'identificarla con la pusillanimità o con un'inerte passività. Avere la carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza. La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva. Non amare l'errore, ma l'uomo. L'uomo è da Dio, l'errore dall'uomo. Ama ciò che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l'uomo. Se ami veramente l'uomo lo correggi.
tags: #omelia #di #santagostino #sulla #carita