Il dibattito sul ruolo delle confessioni religiose nella società italiana, in particolare per quanto concerne l'accoglienza e i relativi finanziamenti pubblici, è un tema di crescente rilevanza. La Costituzione italiana, all'art. 20, stabilisce che il carattere ecclesiastico o il fine di religione o di culto di un’associazione o istituzione non possono essere causa di speciali gravami fiscali. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha chiarito che essi non possono, altresì, dar luogo a "vantaggio selettivo" o a speciali agevolazioni legislative tali da alterare il regime di "neutralità dello Stato in materia religiosa" (C. cost. 235/97).
La condizione di discriminazione che grava sugli enti delle confessioni che mancano della sottoscrizione di un’intesa, o persino del riconoscimento giuridico, induce a un'alterazione che, occludendo l’accesso alle agevolazioni pubbliche, nega alle confessioni l’eguale libertà di organizzarsi ed operare (C. cost. 346/2002). Questo si manifesta, ad esempio, per i Centri culturali islamici e i Gurdwara Sikh, i quali si trovano in un "limbo" in cui si realizza una discriminazione nell’applicazione della disciplina "posta da una legge comune, volta ad agevolare l’esercizio di un diritto di libertà dei cittadini", violando il principio affermato nel primo comma dell’art. 8 Cost. (C. cost. 195/93, 63/2016).
L'Accoglienza dei Migranti e il Finanziamento della "Missione 27" del DEF
Il coinvolgimento delle confessioni religiose nell'accoglienza dei migranti in Italia è significativo. Oltre 23mila migranti sono stati ospitati dalla Chiesa, ma di questi, solo 4mila sono pagati con fondi ecclesiastici. Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), monsignor Nunzio Galantino, ha più volte ribadito la necessità di accogliere i migranti, una posizione legittima, ma che solleva interrogativi sui costi. A conti fatti, infatti, lo slancio caritatevole della Chiesa non è interamente sostenuto dalle casse del Vaticano, ma dagli italiani.
I dati dell’ultimo rapporto della Caritas sulla "Protezione internazionale in Italia" documentano che, a giugno 2016, il 17% degli stranieri accolti nel Paese erano presi in carico dalla Cei. Tra i 23.201 immigrati ospitati nelle strutture religiose, solo 4.929 hanno beneficiato di fondi ecclesiastici o donazioni. I restanti 18.272 (il 79%) sono stati accolti dalla Chiesa utilizzando i soldi dello Stato. Monsignor Galantino, ad aprile 2016, quantificava tali costi in 150 milioni di euro all’anno.
Il Documento di Economia e Finanza (DEF) parla invece di 1,8 miliardi di euro dati alle confessioni religiose, principalmente la Chiesa, alla voce "Missione 27". Questo capitolo è citato dall'Ufficio Bilancio del Senato in cima alle spese per l'accoglienza. A beneficiare di appalti sono principalmente le diocesi e la Caritas. L’ente della Cei figura come aggiudicatario in almeno 26 diverse prefetture attraverso le sue diramazioni locali o le fondazioni direttamente controllate, per un importo ben oltre i 30 milioni di euro l’anno (dati del 2016). Tra le Caritas più finanziate, spiccano quelle di Udine (2,7 milioni di euro), Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e Firenze (664mila euro).
La Rete dell'Accoglienza e il Dibattito Pubblico
Un caso esemplare è quello di Cremona, città natale di Monsignor Gian Carlo Perego, direttore Generale di Migrantes (l’ufficio per le migrazioni della Cei), dove la Chiesa ha ricevuto oltre 3 milioni di euro dalla diocesi cittadina e 1,6 milioni dalla gemella di Crema. L’attuale vescovo di Ferrara, soprannominato “il prelato dei profughi”, quando guidava la Caritas cremonese, lasciò in eredità la cooperativa “Servizi per l’accoglienza” degli immigrati, che ha ottenuto 1,2 milioni di euro di finanziamento nel circuito CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e altri 2,4 milioni per la rete SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) 2014/2016, da spartire con altre due associazioni.

Matteo Salvini ha più volte chiesto che "la Chiesa accolga gratis i migranti", invitando i vescovi a essere ospitali senza gravare sui contribuenti. Nonostante questo appello, il sistema di gestione dell’immigrazione nel mondo cristiano è vasto e ramificato. Al centro si trova la Caritas, che solitamente coordina, circondata da una "galassia" di organizzazioni collegate. Decine di cooperative nate in seno alle diocesi operano su loro mandato, come la Diakonia onlus di Bergamo (8,1 milioni incassati) o la Intrecci Coop di Milano (1,2 milioni di euro per l’accoglienza straordinaria a Varese). Anche seminari, parrocchie, ordini religiosi e fondazioni partecipano, come la “Madonna dei bambini del villaggio del ragazzo”, che ha ricevuto 1,5 milioni di euro.
Centinaia di associazioni che si richiamano alla dottrina sociale della Chiesa sono attive, tra cui la Antoniano onlus di Bologna (129mila euro in un anno per accogliere un piccolo gruppo di migranti), la cooperativa Edu-Care di Torino (2,6 milioni assegnati), la San Benedetto al Porto di Genova e le Acli. Papa Francesco ha affermato che “Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli”, un richiamo che ha spinto molti fedeli a mobilitarsi. Questo ha portato all'attivazione di una lunga serie di grandi cooperative, comprese quelle citate nelle carte di Mafia Capitale e la diffusa rete delle Misericordie d’Italia. La sezione più nota di quest'ultima è quella che gestisce il CARA di Isola di Capo Rizzuto, finito nella bufera per accuse di collegamenti con la mafia e trattamenti inumani verso i migranti. La rete delle Misericordie è estesa, e in Toscana, ad esempio, l’introito complessivo per il 2016 è stato di 6,2 milioni di euro. Ciò accade nonostante il vademecum dei vescovi indichi che l’ospitalità può essere anche “un gesto gratuito”.

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Il Quadro Normativo e la Stipulazione delle Intese
La regolamentazione dei rapporti tra lo Stato italiano e le diverse confessioni religiose è un elemento cruciale che influenza anche l'accesso ai finanziamenti e la possibilità di svolgere attività sociali, inclusa l'accoglienza. La Costituzione italiana prevede la stipulazione di intese tra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla cattolica, ai sensi dell'art. 8, comma 3. La negoziazione e la stipulazione di tali intese spetta al Governo, spesso attraverso una Commissione governativa. Il D.P.R. 27 ottobre 1999, n. 421, ad esempio, stabilisce norme per il servizio di assistenza spirituale agli appartenenti alla Polizia di Stato di religione cattolica, prevedendo figure come i cappellani della Polizia di Stato e regolando le modalità del loro servizio, inclusi gli avvicendamenti e le funzioni liturgiche e di catechesi.
L'Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede, firmato a Roma il diciotto febbraio millenovecentottantaquattro, e le successive leggi di approvazione dei D.P.R. per altre confessioni religiose (come ad esempio il D.P.R. 23 giugno 1990, n. 186 per le Chiese cristiane avventiste del settimo giorno o il D.P.R. 26 settembre 1996, n. 520 per l'Unione Buddhista Italiana) definiscono il quadro di riconoscimento e collaborazione.
L'Esempio dell'Intesa con l'Unione Buddhista Italiana (UBI)
L'intesa con l'Unione Buddhista Italiana (UBI) rappresenta un esempio concreto di come tali accordi regolino diversi aspetti della vita religiosa e dei rapporti con lo Stato. La Repubblica italiana riconosce all'UBI la personalità giuridica e la libertà di svolgere le proprie attività.
- Gli appartenenti agli organismi rappresentati dall'UBI hanno diritto all'assistenza spirituale da parte dei ministri di culto buddhista in istituti di cura, case di riposo e istituti penitenziari. L'autorizzazione all'accesso a questi istituti è concessa dalla direzione su richiesta dell'UBI, e i ministri di culto devono avere la nomina approvata dal Ministro dell'Interno.
- Viene garantita la libertà di culto e l'esercizio delle pratiche religiose, compatibilmente con le esigenze di servizio in particolari contesti.
- Per quanto riguarda il finanziamento, l'UBI, come altre confessioni con intesa, ha diritto a ricevere una quota dell'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, destinata al sostentamento dei propri ministri di culto e alle attività di interesse sociale.
- Gli assegni corrisposti dall'UBI ai propri ministri di culto sono equiparati, ai soli fini fiscali, al reddito di lavoro dipendente.
- La Repubblica italiana si impegna a promuovere la conoscenza del fatto religioso nelle scuole pubbliche, pur mantenendo un insegnamento della religione cattolica su richiesta.
- Viene riconosciuta all'UBI la gestione dei propri beni culturali e delle proprie attività con finalità di beneficenza o di istruzione, equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione.

Riconoscimento, Benefici Fiscali e Questioni Aperte
L'ordinamento italiano, attraverso la stipulazione delle intese e il riconoscimento giuridico, stabilisce il quadro entro cui gli enti delle confessioni religiose possono operare e accedere a benefici. Questo include, per le confessioni che hanno stipulato un'intesa e che rientrano nel meccanismo, la possibilità di ricevere una quota dell'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, come previsto ad esempio dagli articoli 47 della legge 20 maggio 1985, n. 222, e successive modificazioni, per il sostentamento del clero e per finalità di beneficenza o di culto. L'Istituto centrale per il sostentamento del clero opera le ritenute fiscali, rilasciando la relativa certificazione.
Le questioni di "vantaggio selettivo" o di "discriminazione" evidenziate dalla Corte Costituzionale rimangono centrali. Mentre la legge garantisce l'assenza di speciali gravami fiscali per gli enti religiosi (art. 20 Cost.), l'accesso alle agevolazioni pubbliche e ai finanziamenti è fortemente condizionato dall'esistenza di un'intesa con lo Stato. Questo crea una situazione di diseguaglianza per le confessioni che ne sono prive, limitando la loro eguale libertà di organizzarsi ed operare e di partecipare al circuito delle attività sociali e di accoglienza che spesso beneficiano di fondi pubblici.
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