Il pensiero di Cristo e la Mistagogia di Massimo il Confessore

San Massimo il Confessore, definito "il genio della sintesi" da Harnak e "il modello esemplare per una nuova era" da W. Völker, ha costruito un ponte tra l'eredità patristica dei primi cinque secoli e lo sviluppo teologico delle epoche successive. Nel suo pensiero, una fedeltà assoluta ai predecessori si fonde con un'originalità altrettanto assoluta del suo spirito creativo. Tra le sue numerose opere, le "Centurie gnostiche" sono considerate da teologi come Hans Urs von Balthasar "ciò che di più significativo noi possediamo dalla penna del Confessore", sebbene siano anche tra le più difficili, come già notato dal patriarca Fozio.

Ritratto di San Massimo il Confessore

Le Centurie Gnostiche: Un'immersione nel "Pensiero di Cristo"

Le "Centurie gnostiche", note anche come "Duecento capitoli sulla conoscenza di Dio e sull’incarnazione di Cristo", non sono un sistema logico e coerente, ma piuttosto un cammino spirituale che il lettore è invitato a percorrere. La forma aforistica, ereditata dal maestro Evagrio, nasconde una profonda originalità: la teologia non si separa dall'amore per la sapienza, il trattato gnoseologico dalla poesia del pensiero, e il concetto dall'allegoria e dalla contemplazione. Questa originalità deriva dal carattere esistenziale dell'opera, che non tratta la dottrina cristologica in senso stretto, ma piuttosto l'"inabitazione" nel pensiero, imbevuto di preghiera davanti al mistero rivelato del Dio Vivente.

Il lettore è condotto a quel "Verbo-pensiero" che nasce nell’uomo e lo santifica. Il capitolo 83 della seconda "Centuria" spiega: "Il pensiero di Cristo che i santi ricevono secondo il detto 'Noi abbiamo il pensiero di Cristo', non sopraggiunge per la privazione della nostra potenza intellettiva, né come completamento del nostro pensiero, ma come illuminando mediante la propria qualità la potenza del nostro pensiero e portandola alla sua stessa operazione. Anch’io, infatti, dico di avere il pensiero di Cristo, che pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte cose."

La Dimensione Trinitaria del "Pensiero di Cristo"

La risposta di San Paolo alla domanda: "Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?" è "Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo" (1 Corinzi 2,16). Questo "pensiero di Cristo" (νουν Χριστου), il modo di sentire, intendere e vedere le cose come Cristo stesso, implica una sostanza comune tra il nostro intelletto e "il Cristo che abita per la fede nei nostri cuori" (Efesini 3,17), sostanza che è lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo, "conformando l’operazione intellettiva umana a quella di Cristo", rende l'anima capace di conoscere per esperienza mistica il Padre. Lo Spirito Santo, che "scruta la profondità di Dio", comunica al credente il mistero di Dio, rendendolo partecipe della conoscenza che Cristo ha del Padre. Questa rivelazione del mistero trinitario, vissuta nell'intelletto umano, trova il suo sviluppo nella teologia di Massimo il Confessore, che attinge allo Pseudo-Dionigi, a Filone d'Alessandria e a Origene, creando una sintesi originale e organica.

1. Trinità e Bibbia

Il "pensiero di Cristo che ricevono i santi" si inserisce nella visione trinitaria paolina, con la presenza dello Spirito Santo "in quanto guida di sapienza e di conoscenza" (II, 63) e con l'apertura verso il Padre, che "si trova naturalmente tutto intero indiviso, in tutta la Sua Parola" (II, 71).

Massimo sostiene che il "pensiero di Cristo" non priva la nostra potenza intellettuale, ma la illumina. La potenza del pensiero, nella visione massimiana, risiede nel suo logos, ovvero nell'idea o principio di ogni cosa o essere. Questo logos costituisce la natura spirituale di ogni creatura, la sua "struttura interiore". Attraverso il "pensiero di Cristo" si realizza il paradosso della conoscenza di Dio: pensiamo ciò che non può essere pensato, tocchiamo ciò che non può essere toccato dai sensi o dall'intelletto, poiché Dio è superiore a queste categorie.

L'essenza divina è oltre ogni atto di conoscenza, ma si lascia "spogliare" dall'illuminazione dello Spirito Santo, che si unisce all'intelletto. Il "pensiero di Cristo" si riempie della forza illuminatrice dello Spirito, comunicata attraverso la fede in Cristo. La fede, per Massimo, è un organo della vera conoscenza delle cose, in cui i logoi, o "principi indimostrabili", offrono "la prova delle cose, che non si vedono" (Ebrei 11,1). Questa fede, dono divino, scaturisce dalla dimensione divina che l'uomo porta in sé. La capacità di credere, il dono della fede e l'ipostasi stessa della fede sono per Massimo "una cosa sola", la cui immagine più incisiva è "il pensiero di Cristo".

Il Mistero dell'Incarnazione come Chiave di Comprensione

Nel "pensiero di Cristo" tutte le cose, nel loro logos, si riflettono, ed è data la presenza di Cristo nella sua realtà ipostatica. Siamo chiamati a immergerci in questo pensiero, nel mistero dell'Incarnazione. "Il mistero dell’Incarnazione (letteralmente 'incorporazione') del Verbo ha la fede, forza di tutti i segreti e le figure della Scrittura e la scienza di tutte le creature visibili ed intelligibili" (I, 66).

Il capitolo sull'Incarnazione, che introduce nel "santuario del pensiero di Massimo" secondo von Balthasar, serve da chiave alla pratica della sua conoscenza mistica. Il mistero dell'Incarnazione permea ogni suo pensiero e immagine, chiarendosi nella splendida profondità della sua vita in Cristo. La presenza di questo mistero, che si rivela in noi "nel pensiero di Cristo", mantiene il suo carattere paradossale. Nelle "Centurie" si trovano due "teorie della conoscenza": una areopagitiana, che sottolinea l'inaccessibilità assoluta di Dio allo spirito umano; l'altra di radice origeniana ed evagriana, che sviluppa il proprio cammino verso Dio abbandonando ogni immagine e forma per accedere direttamente alla luce del Dio trinitario.

Hans Urs von Balthasar osserva che tale contrapposizione è artificiale, poiché entrambe le visioni derivano dallo stesso "mistero dell'Incarnazione" che, nella vita spirituale, si esprime attraverso la carità e la pratica dell'ascesi. Questa pratica serve alla purificazione, alla liberazione del mistero nascosto e incarnato nella sostanza dell'ipostasi della speranza. La liberazione del mistero implica la ricerca della sua trasparenza nel buio del nostro essere, il suo "sfaccettarsi" in immagini e concetti.

Rappresentazione allegorica dell'Incarnazione

L'Ascetismo e il Cammino Interiore

I "Duecento capitoli" offrono numerosi simboli del cammino interiore dell'uomo verso il mistero di Cristo nascosto in lui. L'idea dell'ascetismo, tradizionale per l'Oriente cristiano, sotto la penna di Massimo si riveste della poesia biblica delle allegorie. L'ascetismo, secondo la tradizione patristica, è un ritorno a sé stessi, alla propria natura creata da Dio, attraverso la purificazione del cuore e il rifiuto dei "movimenti innaturali dell’ira e della concupiscenza" (I, 16).

L'uomo si purifica come una pietra preziosa, liberando il suo splendore interiore; così "chi risplende è ritenuto degno di riposare con il Verbo sposo nel talamo dei misteri" (I,16). Il cammino spirituale, secondo i "Capitoli" di San Massimo, ha due livelli. Il primo grado si acquista con il silenzio (ossia, il sabato) e con la circoncisione dell'anima (ossia, con la mietitura). Queste figure rappresentano lo stadio iniziale della guerra contro le passioni e l'"assalto dei nemici invisibili". Perciò il lavoro ascetico precede sempre i frutti della conoscenza nello Spirito.

Il sabato, nel suo sistema, ha molteplici significati e compiti per l'anima. È l'attuazione di buone opere, il compimento della saggezza derivante dalla vita attiva nella carità, il compimento della conoscenza, naturale e divina, dei logoi delle cose e del loro divenire. Il sabato è il possesso del logos degli esseri, ma anche "l’imperturbabilità dell’anima razionale che secondo la vita attiva ha eliminato del tutto le tracce del peccato" (1,37). Dopo essere ascesa al sabato, l'anima avanza ed entra nel "sabato dei sabati", nella circoncisione della circoncisione, nella mietitura della mietitura, che è "la comprensione di Dio, a tutti inaccessibile, che sussiste in modo inconoscibile nella mente in seguito alla contemplazione mistica degli esseri intelligibili" (1,43).

La comprensione di Dio nella Sua incomprensibilità fa intravedere la Sua sapienza, scoperta anzitutto negli esseri, poi nella Sua propria sostanza inaccessibile, che può essere trovata, ma non toccata; vissuta, ma non posseduta; rivelata, ma non conquistata, perché "Dio dona senza fatica a noi, che non ce l’attendevamo, le sagge contemplazioni della sua sapienza" (I,17). "Ora l’esperto asceta è un agricoltore spirituale, che trapianta - come un albero selvatico - la contemplazione delle cose visibili alla sensazione nella regione delle cose intelligibili, e trova il tesoro, cioè la manifestazione per grazia della Sapienza che si trova negli esseri" (I,17).

L'anima dell'asceta che scopre la sapienza del "pensiero di Cristo" in sé (quel pensiero che abbraccia tutti gli esseri nella luce della grazia), l'anima che vive l'ineffabile esperienza della scoperta della propria vicinanza con Dio, diventa - nel suo sabato mistico e silenzioso - il modello del cosmo in cui si riuniscono i "principi" di tutte le cose. "Riposo del sabato - dice il Confessore - è il totale incontro in Lui di tutte le creature" (I,47). E poco oltre ripete le parole del Libro della Genesi: "E Dio vide quanto aveva fatto ed ecco andava molto bene" (I,57).

Il cammino delle "Centurie" ruota attorno alla scoperta di una bellezza ineffabile che non si lascia mai esprimere pienamente nelle parole o nelle immagini. Per questo esso crea tante immagini, tante parole, che cercano di raccogliere "il tesoro in vasi di creta" (2 Cor. 4,7), ossia i "beni della grazia" che si ricevono e si danno. "Il pensiero di Cristo" è uno dei tanti nomi del tesoro scoperto; significa la vera e propria comunione intellettuale, o comunione della ragione, che si realizza nello Spirito Santo, il quale illumina ogni cosa vissuta nel pensiero. La mente comunica al mistero di Cristo, al pensiero di Cristo nascosto in tutte le cose create, visibili ed invisibili, e "contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute" (Rom.1,20). L’arte della conoscenza mistica è l’arte della contemplazione: il dono di vedere tutte le cose nello Spirito "che ci è stato dato" (Rom.5,5).

L'Amore per il Prossimo: Fondamento della Vita Cristiana

Nel pensiero di Massimo il Confessore, l'amore reciproco è la via per essere amati da Dio. Egli esorta alla longanimità, al perdono, e a non rendere male per male, poiché "troviamo infatti il perdono per le nostre cadute nel perdono dei fratelli; la misericordia di Dio si nasconde infatti nella misericordia verso i fratelli." A un fratello che chiedeva come amare chi lo odia e lo ferisce, l'anziano rispose che, a differenza degli animali guidati dall'istinto, gli uomini, creati a immagine di Dio e guidati dal logos, possono amare i nemici. Gesù stesso ha dato l'esempio, e i suoi discepoli hanno lottato fino alla morte pregando per i loro persecutori. La difficoltà di amare i nemici deriva dall'amore per la materia e il piacere, che anteponiamo al comandamento divino. Massimo esorta a non lasciarsi vincere dall'odio, ma a vincerlo con l'amore, poiché l'amore di sé è il "primo peccato e primo germoglio del diavolo", padre di tutte le passioni.

1. Trinità e Bibbia

Dio, che ha creato la natura e la risana dal male, per amor nostro si è svuotato assumendo la forma di servo (Filippesi 2,7), unendola a sé senza mutamento, divenendo uomo come noi, da noi e per noi. Questo per distruggere le opere del diavolo, restituire purezza alle facoltà naturali e rinnovare la facoltà di amare che unisce a Lui e gli uomini tra loro. Questa facoltà è nemica dell'amore di sé, il primo peccato e la radice delle passioni. Eliminando l'amore di sé mediante la carità, l'uomo degno di Dio elimina anche la moltitudine dei vizi, che senza l'amore di sé non hanno ragione di esistere. Un uomo così non conosce orgoglio, invidia, collera, desideri omicidi, inganno, menzogna, scherno, rancore o avidità. Quando l'amore di sé, principio di ogni male, viene sradicato, vengono introdotte tutte le forme della virtù che portano a compimento la potenza della carità. Essa riunisce ciò che è diviso, ricompone l'uomo in un solo pensare e agire, appiana ogni disuguaglianza e differenza di volontà, e conduce a una lodevole disuguaglianza per la quale ciascuno attrae a sé il prossimo e lo preferisce a se stesso.

La Mistagogia: Liturgia come Storia della Salvezza

San Massimo il Confessore (579/580 - 662) scrisse a Cartagine nel 630 la sua Mistagogia, dedicata al senatore e presbitero Teocaristo. Questo lavoro, rivolto ai monaci, mira a combinare la tradizione spirituale monastica con la mistica, mostrando l'importanza della liturgia per la vita monastica e correggendo una tendenza che considerava la pietà eucaristica poco significativa.

Due tradizioni furono decisive nella formazione di Massimo come esegeta biblico: la tradizione alessandrina di Filone e Origene, mediata dai Padri Cappadoci e dall'Areopagita, e la tradizione monastica orientale, che trattava la Sacra Scrittura come un tesoro di narrativa ascetica ed exempla istruttivi per la vita cristiana. Massimo si riferisce in particolare alla Gerarchia ecclesiastica dello Pseudo-Dionigi, da cui attinge terminologia dottrinale e da altri autori neoplatonici come Proclo. Tuttavia, a differenza dello Pseudo-Dionigi, Massimo vede rappresentata nella liturgia tutta la storia della salvezza, dall'incarnazione alle realtà ultime escatologiche.

Schema della struttura della chiesa secondo Massimo

L'approccio di Massimo alla liturgia è su due livelli: "generale" (γενικώς) e "particolare" (ἰδικῶς). Per ogni parte della liturgia, offre due spiegazioni: un significato generale che si riferisce al mistero della salvezza dell'intero cosmo (con un metodo interpretativo tipologico) e un significato particolare che si riferisce a ogni persona (con un'interpretazione di natura anagogica). Questo è evidente fin dall'inizio del suo commento, quando descrive il simbolismo della costruzione delle chiese.

Massimo diceva che la santa Chiesa di Dio è "tipo e immagine del mondo tutto, costituito di sostanze visibili e invisibili, poiché contiene la stessa unione e diversità di Dio. Infatti come essa, pur essendo un solo edificio in relazione alla costruzione, ammette una diversità per una certa qualità della forma, in relazione alla posizione, distinguendosi a sua volta nel luogo riservato ai soli sacerdoti e ministri, che chiamiamo santuario, e in quello libero per l’accesso a tutti i laici fedeli, che chiamiamo tempio." Inoltre, "secondo un altro modo di considerarla, diceva che la santa Chiesa di Dio è un uomo, avendo per anima il santuario, per intelligenza l’altare divino e per corpo il tempio, giacché è a immagine e somiglianza dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio."

La Liturgia come Rappresentazione della Salvezza e Deificazione

La conversione degli infedeli dalla mancanza di fede alla fede e dall'ignoranza all'errore al riconoscimento di Dio, così come il mutamento dei fedeli dalla malvagità e dall'ignoranza alla virtù e alla conoscenza, sono centrali. Per Massimo, la venuta di Cristo nel mondo ha riavvicinato l'uomo a Dio, e la celebrazione dell'eucaristia è strettamente legata alla storia di Cristo e a quella della Chiesa nel suo cammino verso il Regno dei cieli. Perciò l'entrata del vescovo e dell'assemblea nella Chiesa è "tipo e immagine della prima venuta del Cristo". Il momento in cui il sacerdote entra nel santuario e si siede in cattedra augurando la pace all'assemblea, che risponde "Con il tuo spirito", rappresenta simbolicamente l'ascensione di Cristo in paradiso. Segue la liturgia della Parola con le letture bibliche, che "significa il compimento di questo mondo".

Dopo la proclamazione del Vangelo, il vescovo pronuncia l'omelia e i catecumeni e i penitenti vengono congedati, simboleggiando le passioni che sono espulse dall'anima. I fedeli che restano in chiesa entrano nel regno dei cieli con l'inizio della liturgia dei fedeli e con l'entrata dei santi e venerabili misteri. I riti seguenti della liturgia eucaristica prefigurano la visione del mondo a venire: l'entrata delle offerte annuncia la manifestazione di una nuova economia; il bacio della pace simboleggia l'unione degli eletti con il Verbo; il simbolo di fede indica l'azione di grazie; la dossologia del Trisagion, l'unità di uomini e angeli nella lode a Dio; il Padre Nostro mostra la pienezza dell'adozione filiale; il canto Eis aghios (Uno solo è il Santo, uno solo il Signore) indica l'unione dei perfetti con la divinità, la comunione e la deificazione escatologica.

La Mistagogia non contiene indizi che attestino una preparazione delle oblazioni prima della sinassi; il loro ingresso è seguito dal bacio della pace e dalla recitazione del simbolo di fede. I riti della comunione per Massimo sono il momento della trasformazione in Cristo di coloro che partecipano all'eucaristia, della deificazione donata con l'eucaristia impartita in Cristo e attraverso Cristo. Gesù trasforma il fedele in se stesso.

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