Martin Lutero e la questione del Purgatorio

Negli anni di Wittenberg, la riflessione luterana sul rapporto tra Dio e uomo si fece sempre più intensa. Lutero visse una religiosità di tipo medievale, non sperimentando la crisi della religiosità tradizionale tipica di una cultura rinascimentale che non gli apparteneva. Egli era un uomo del passato, che viveva la fede come i suoi antenati.

Lo studio della Bibbia, la preghiera e la meditazione lo aiutarono a pervenire a un intendimento diverso di come Dio considera i peccatori. Da qui, derivò l'idea che il favore di Dio non è qualcosa che si possa guadagnare, ma viene concesso per immeritata benignità a coloro che manifestano fede. Nella teologia paolina, infatti, l'apostolo sostiene che se noi avremo fede saremo giustificati da Dio per i meriti di nostro signore Gesù Cristo. Dio, e lui solo, ci darà la grazia, la salvezza giustificandoci. Questo è il punto centrale di tutta la dottrina luterana: egli infatti intende giustificati in senso letterale (iustum facere), ovvero essere resi giusti da ingiusti che siamo per natura. È l'onnipotenza divina che è in grado di fare questo: trasformare il nero in bianco, rendere giusto ciò che per sua natura è profondamente ingiusto.

È inutile che l'uomo, "con le sue corte braccia", tenti di raggiungere Dio. L'uomo non può lusingare Dio con le buone opere, tanto più che il peccato originale lo porterà di nuovo irrimediabilmente a peccare. Tutto dipende da Lui, che interviene direttamente sull'uomo. Lutero riesaminò mentalmente l'intera Bibbia per determinare se questa nuova conoscenza era in armonia con altre dichiarazioni bibliche, e ritenne di trovarne ovunque la conferma. È dunque esclusivamente Dio che salva, nella misura in cui, in quanto onnipotente, è in grado di trattare come giusto ciò che per sua natura è ingiusto. Tuttavia, per i protestanti è solo la fede che salva.

La dottrina della giustificazione: Cattolicesimo vs Luteranesimo

La Chiesa cattolica, in merito al problema della giustificazione, crede nella necessità sia della grazia divina che della cooperazione umana, fatta di fede e opere. L'uomo è sì corrotto dal peccato originale, ma il suo libero arbitrio non è completamente annullato, e dunque trova, con l'aiuto della grazia divina, la forza per risorgere.

Una seconda differenza sta nel fatto che per la teologia cattolica posteriore al Concilio di Trento, la giustificazione è un effetto reale operato nel fedele dalla grazia di Dio. Al contrario, per la teologia luterana, e per parte della teologia cattolica anteriore al Concilio di Trento, la giustificazione del fedele è la stessa grazia di Dio, ossia è uno dei modi in cui Dio può decidere di considerare un peccatore: il modo di considerarlo come giustificato. Secondo i cattolici, la dottrina luterana getta l'uomo nella disperazione. Al presente, tuttavia, è difficile individuare gli effettivi punti di disaccordo tra teologia luterana e teologia cattolica.

I sacramenti e la vendita delle indulgenze

I sacramenti sono ridotti al battesimo e all'eucaristia, gli unici, secondo Lutero, ad essere menzionati nella Sacra Scrittura. Essi tuttavia sono validi solo se c'è l'intenzione soggettiva del fedele, quindi perdono il loro valore oggettivo.

Si trattava dunque di un'interpretazione letterale del pensiero di San Paolo che mal si conciliava sia con la consuetudine ecclesiastica di concedere il perdono ai peccatori pentiti, sia di concedere anche delle indulgenze per le pene relative, spesso tramite anche un'effettiva vendita dell'indulgenza dietro un pagamento in luogo del sincero pentimento e delle buone opere da compiere per la remissione delle pene.

La predicazione contro la vendita delle indulgenze fu, quindi, il primo atto "riformatore" intrapreso da Lutero, giacché proprio a Wittenberg il principe Federico aveva impiantato tale pratica, avendo ottenuto da Roma il permesso di esercitarla una volta all'anno il giorno di Ognissanti. In tre occasioni, nell'anno 1516, Lutero parlò contro le indulgenze, affermando che il semplice pagamento non poteva garantire il reale pentimento dell'acquirente, né che la confessione del peccato costituisse di per sé una sufficiente espiazione.

Tutta la questione era nata due anni prima con la bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris, emessa il 31 marzo 1515 da papa Leone X, con la quale questi nominava il principe Alberto di Brandeburgo commissario delle indulgenze per un tempo di otto anni. Scopo del principe era quello di ottenere la prestigiosa carica di arcivescovo di Magonza che effettivamente ottenne (nel 1516) dietro un pagamento di diecimila ducati finanziati dalla casa d'affari della famiglia Fugger.

Sempre nel 1516 Lutero iniziò le lezioni sull'Epistola ai Galati, e visitò le comunità dell'ordine agostiniano di Dresda, Neustadt, Orla, Erfurt, Gotha, Langensalza e Nordhausen. Nel 1517 il principe Alberto di Brandeburgo, ora anche arcivescovo di Magonza, incaricò il monaco domenicano Johann Tetzel di predicare le indulgenze nei suoi domini. Il principe Federico e il suo confinante, il duca Giorgio di Sassonia "il Barbuto", vietarono a Tetzel l'ingresso nelle loro terre, soprattutto per difendere i propri interessi dalla concorrenza del frate, dato che entrambi godevano dell'autorizzazione papale per la vendita delle indulgenze nei rispettivi territori. Tuttavia, quando il monaco domenicano giunse a Jüteborg (Brandeburgo) nelle vicinanze di Wittenberg, i parrocchiani di Lutero si misero in viaggio per acquistarle. Lutero giudicò la predicazione di Tetzel assurda sotto ogni punto di vista e decise di contrastarla per iscritto. Vuole la tradizione che il 31 ottobre 1517 Lutero (o i suoi studenti, addirittura all'insaputa del maestro) abbiano affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg 95 tesi in latino da discutere com'era uso a quel tempo, contro l'abuso ma anche l'uso, il valore e l'efficacia delle indulgenze. Lo scontro con le gerarchie ecclesiastiche tedesche fu inevitabile. La fama del monaco ribelle si diffuse in tutta la Sassonia elettorale: tra teologi, semplici religiosi, artigiani, studenti, fino alla corte del principe elettore.

Le 95 tesi di Martin Lutero affisse sulla porta della chiesa di Wittenberg

La concezione del Purgatorio nella tradizione cristiana

Da sempre i cristiani (e tutti i popoli) pregano per le anime dei defunti. Nei secoli il cristianesimo ha definito sempre meglio a cosa servono le preghiere e dove si trovano le anime dei defunti. Accanto ai due "luoghi" che hanno sempre fatto parte della concezione dell'aldilà, l'Inferno e il Paradiso, con il cristianesimo si comprese la "necessità spirituale" di un terzo "luogo" intermedio, il Purgatorio.

Chi è che "si trova" nel Purgatorio? Vi sono le anime di "coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna". La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. Il Purgatorio non è un luogo fisico ma uno stato temporaneo passeggero a differenza di paradiso ed inferno che sono eterni.

I primi a provare a definire il Purgatorio furono Clemente d’Alessandria e Origene che ragionarono di un fuoco purgatorio, un fuoco purificatore. Tra il 1170 e il 1180, si arrivò all’adozione del sostantivo "purgatorio" come luogo teologico. Nella logica del Purgatorio, si è arrivati a una rigorosa classificazione e distinzione dei peccati: mortali e veniali. Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso. In genere i peccati mortali sono definiti dai 10 comandamenti. Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia meno grave, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso.

Per aiutare le anime a purgarsi, purificarsi, in vista del Paradiso, da sempre esisteva la preghiera per i defunti, ovvero il suffragio e, dopo il concilio di Lione del 1274 e l’opera della scolastica, il Giubileo del 1300 sancì il trionfo sociale del Purgatorio. Tale diffusione fu massima con il Purgatorio di Dante.

Riferimenti biblici e interpretazioni patristiche

Diversi passi biblici sono stati interpretati come riferimenti all'esistenza di una purificazione dopo la morte:

  • Malachia 3:3
  • 2 Maccabei 12:44-45: "Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota."
  • Matteo 5:22: "Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio."
  • Matteo 12:32: "A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro."
  • 1 Corinzi 3:11-15: "perché nessuno può porre altro fondamento diverso da quello che è stato posto, cioè Gesú Cristo."

Origene parla di un nuovo battesimo attraverso il fuoco, di una purificazione più lunga, ma non eterna, dei peccatori. Sia lui che altri affermano la fede comune dei credenti, pur nelle incertezze e negli errori della teoria dell’apocatastasi: l’esigenza di una purificazione temporale nell’aldilà per le anime dei giusti che devono ancora espiare i propri peccati, e la necessità di preghiere e suffragi.

Sant’Agostino, che distingue chiaramente l’ignis purgationis (che scomparirà dopo il Giudizio Universale) dalla poena aeterna dell’Inferno, sottolinea altresì che immediatamente dopo la morte l’anima accede alla visione beatifica o alla purificazione del Purgatorio, o al fuoco eterno. Il fiorire di leggende, di illazioni, di rivelazioni apocrife sul "luogo" e sul "fuoco" del Purgatorio, non fanno deviare nella sua essenza la fede cattolica.

Papa san Gregorio Magno afferma: "Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti, colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonato né in questo secolo, né in quello futuro."

Il Purgatorio nei Concili e nella Riforma

Secondo il Concilio di Lione (1274), avviene la prima definizione di Purgatorio, ma i cristiani non hanno incominciato a credere al Purgatorio nel 1274, come non avevano incominciato a venerare in Maria la Madre di Dio, teotokos, nel 431, dopo la solenne definizione di Efeso, né la fede nell’Assunzione di Maria è iniziata il novembre 1950. L’imperatore Michele Paleologo può accettare senza difficoltà, in nome dei Greci, la professione preparata da Clemente IV: non è necessario un secondo battesimo per i peccatori (il Sacramento della Penitenza basta); coloro che muoiono nella carità di Dio, se già purificati accedono alla visione beatifica, se devono ancora purificarsi, subiscono nel Purgatorio pene purificatrici e espiatrici, che possono essere alleggerite da preghiere e suffragi. Il testo di Lione equivale a una definizione ex cathedra, ma al tempo la Chiesa non volle dare una definizione del "luogo" e del "fuoco" di questa purificazione.

Secondo il Concilio di Firenze (1438), le definizioni sono simili a quelle di Lione e rassicurano sia i Latini (giacché i Greci ribadiscono la loro fede nelle preghiere per i morti) che i Greci (i Latini riaffermano la loro opposizione all’eresia origenista sul riscatto finale di tutti i peccatori, cioè alla non eternità dell’Inferno).

Dopo la Riforma e le contestazioni di Lutero, il Purgatorio fu nuovamente studiato, fin dal 1547 ed esaminato dal Concilio tridentino solo nel 1563. Non esistevano dubbi sulla dottrina stessa, ma andava esaminato il ruolo della grazia, dei sacramenti, della giustificazione. La negazione del Purgatorio, e la contestazione e il rifiuto della dottrina tradizionale sui novissimi (Paradiso, Purgatorio e Inferno) era la conseguenza dell’eresia Protestante.

Storicamente e culturalmente, due figure sono accumulate al Purgatorio: Dante e Lutero. È comune attribuire a Dante un ruolo di riformatore del Purgatorio, dimenticando un millennio di tradizioni, preghiere e suffragi ampiamente diffusi. Vi è una narrazione che suggerisce erroneamente che la dottrina sul Purgatorio si diffuse solo nel Medioevo, con il Concilio di Lione, sotto l’impulso di Bonifacio VIII che lo avrebbe fatto per far guadagnare la Chiesa tramite indulgenze e offerte. È un controsenso perché Dante era avverso a Bonifacio VIII (vedasi Inferno, c. XIX, 76-81) e lo accusava di simonia insieme al predecessore Nicola III e il suo successore Clemente V. Dante credeva e aderiva alla dottrina del Purgatorio e alle preghiere per i defunti e all’utilità del sacramento della confessione né della contrizione perfetta che permette, grazie alla misericordia divina, a numerosi personaggi danteschi.

Tuttavia, il testo di Lutero "Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca" (An den christlichen Adel deutscher Nation) affronta la questione del Purgatorio in modo diverso. Sebbene non venga negata esplicitamente l'esistenza di una purificazione, l'enfasi si sposta sulla fede come unico mezzo di salvezza. La critica di Lutero si concentra sull'abuso delle indulgenze e sulla loro vendita, vista come un'usurpazione del potere divino di perdonare i peccati.

Il filosofo Peter Sloterdijk suggerisce che Lutero non smantellò il Purgatorio, ma lo radicalizzò, trasferendolo dalla vita ultraterrena alla vita terrena. La 15esima e la 16esima delle sue 95 tesi, in cui tratta della paura delle pene eterne, sono centrali. L'alternativa è tra "Desperatio" o "quasi Desperatio": tutta qui per Lutero la differenza tra Inferno e Purgatorio, come dice la tesi numero 16.

Secondo Sloterdijk, la rivolta di Lutero ha trasformato la vita in un "unico Purgatorio e continua contrizione", radicando la dimensione del pentimento nell'etica del lavoro. Questo avrebbe contribuito alla spaccatura tra Nord e Sud dell'Europa, con i protestanti che enfatizzano l'ascesi lavorativa per espiare i peccati, mentre le nazioni meridionali tendono a un modello più keynesiano.

La visione protestante e l'assenza del Purgatorio

Le confessioni protestanti fecero della negazione del Purgatorio un caposaldo delle loro teologie, sorte proprio in seguito allo scandalo delle indulgenze. Secondo queste teologie, la possibilità del perdono non persiste oltre la morte, momento nel quale viene fissato eternamente il destino dell'individuo in linea con la presenza oppure l'assenza in lui della fede in Gesù Cristo, che toglie completamente tutti i peccati.

I protestanti qualificano la credenza nel Purgatorio come residuo del paganesimo, di cui le radici si troverebbero in Platone e nel giudaismo pre-cristiano e alla quale mancherebbe qualsiasi ombra di giustificazione nelle Sacre Scritture. Ad esempio, il teologo Paolo Ricca, della Chiesa Evangelica Valdese, critica la dottrina cattolica del Purgatorio come totalmente infondata dal punto di vista biblico e sostanzialmente contraria all'essenza stessa del Cristianesimo.

Lutero stesso, in alcuni suoi scritti, definì il Purgatorio "una pura fantasmagoria del diavolo", in quanto sminuirebbe i meriti del sacrificio di Cristo. Egli sosteneva che dopo la morte, le anime dormono in pace fino al giorno del giudizio, senza soffrire pene infernali né purgatoriali. La "stoltezza dei papisti" avrebbe inventato diversi luoghi per le anime dei morti.

La visione protestante enfatizza la giustificazione per fede e la sufficienza della morte di Cristo per la remissione dei peccati. Di conseguenza, non vi è spazio per un ulteriore processo di purificazione dopo la morte. L'enfasi è posta sulla vita terrena, sulla fede e sulla grazia divina come unici mezzi per raggiungere la salvezza.

Martin Lutero e la Riforma Protestante - I Grandi Pensatori

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