Migrazione e identità cristiana: sfide e prospettive

La Chiesa si confronta da tempo con il complesso fenomeno della migrazione, un tema che tocca le corde più profonde dell'esperienza umana e pone interrogativi cruciali sulla natura dell'identità e sull'applicazione dei principi evangelici nella società contemporanea. L'esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, situata su una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia, offre uno spaccato significativo delle sfide affrontate.

Questi migranti intraprendono viaggi spesso pericolosi alla ricerca di un futuro migliore, spinti da motivazioni diverse: alcuni per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Purtroppo, questo confine è stato teatro di tragiche perdite umane, con uomini e donne, anche incinte, vittime di incidenti nel tentativo di superare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell'autostrada o il cosiddetto "sentiero della morte" sui monti.

mappa del confine italo-francese con evidenziate le rotte migratorie e i punti critici

Il ruolo della Chiesa di fronte all'emergenza migratoria

Di fronte a tale situazione, la Chiesa ha risposto e continua a rispondere fornendo pasti caldi, riparo e supporto, inclusa mediazione, orientamento e, soprattutto, umanità a coloro che si trovano in condizioni di difficoltà. L'azione della Chiesa è orientata al bene integrale dell'uomo e di tutti gli uomini, ma la sua natura propria è religiosa e morale, distinguendola così dalle ONG che si occupano principalmente del trasporto dei migranti.

La Chiesa, nata per perpetuare la presenza e l'azione di Gesù Cristo Salvatore, si rivolge alle coscienze e ai cuori di ogni uomo, traducendo il suo annuncio in azioni concrete. Come ricordava San Giovanni Paolo II nel 1982, la Chiesa non ha competenze dirette per proporre soluzioni tecnico-economiche o politiche, ma invita a una costante revisione di ogni sistema secondo il criterio della dignità della persona umana.

In contesti complessi di natura politica e sociale, i fedeli, individualmente o in gruppi, possono intraprendere iniziative legittime e diversificate, trovando sempre nel Vangelo e nell'insegnamento sociale della Chiesa i principi ispiratori. Le scelte e i progetti dei singoli o dei gruppi di ispirazione cristiana possono divergere, pur agendo da cristiani, senza pretendere di parlare a nome della Chiesa o di imporre un'interpretazione esclusiva del Vangelo. La Gaudium et spes, al n. 43, ha espresso questo principio in modo inequivocabile, affermando che la visione cristiana della realtà può orientare verso determinate soluzioni, ma è anche legittimo giungere a giudizi diversi sulla medesima questione.

In un contesto complesso e pluralista, il compito della Chiesa è indicare principi morali affinché le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete e adeguate alle realtà locali. Il Beato Paolo VI, in Octogesima adveniens (n. 4), sottolineava la difficoltà di pronunciare una parola unica e proporre una soluzione universale di fronte a situazioni così diverse.

L'esperienza del migrante e il diritto a non emigrare

L'esperienza dell'emigrazione è intrinsecamente dolorosa. Soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità. Soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata delle sue risorse migliori.

In questo senso, sono significative le parole di San Giovanni Paolo II tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: "il diritto primario dell'uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione". Questo principio di giustizia sociale è stato ribadito anche da Benedetto XVI, che nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2013 ha affermato il "diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra".

Pertanto, mentre si afferma con Papa Francesco il dovere dell'accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, è necessario impegnarsi, forse più di quanto fatto finora, per garantire ai popoli la possibilità di "non emigrare", di vivere nella propria terra e di offrire lì il proprio contributo al miglioramento sociale.

famiglia che saluta un parente in partenza, con un'espressione di tristezza e speranza

Le cause e le conseguenze dell'emigrazione

La separazione e lo smembramento delle famiglie dovuti all'emigrazione rappresentano un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei Paesi d'origine. L'emigrazione dei giovani, in particolare dei giovani istruiti, spesso spinti dall'illusorio sogno del benessere europeo, costituisce un grande depauperamento per l'Africa. Essi sono innanzitutto vittime di ingiustizie, miserie e, talvolta, di guerra, che li costringono a partire.

Non si può tacere che tali situazioni, direttamente o indirettamente, sono spesso frutto di politiche coloniali, antiche e nuove. Le Chiese africane hanno richiamato i loro figli più giovani a non farsi ingannare dall'illusione di trovare impieghi inesistenti in Europa e in America, mettendo in guardia dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali. Non si può pensare che gli uomini siano merci da sradicare e trapiantare ovunque senza perseguire un'idea nichilista che appiattisce le culture e le identità dei popoli.

Recentemente, Vescovi dal Senegal alla Nigeria hanno espresso indignazione di fronte a filmati che mostrano il trattamento riservato ad alcuni migranti prima della loro vendita come schiavi in Libia, per poi finire come profughi in mare aperto. Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, ha affermato che è meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentativo dell'avventura migratoria, sostenendo che non si hanno diritti di lasciare esistere canali di emigrazione illegale.

In secondo luogo, oltre a essere vittime di ingiustizie nei loro Paesi d'origine, i migranti sono spesso vittime di rifiuto e sfruttamento nei Paesi di approdo. Sono anche vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non sempre consentono di offrire loro la fortuna sperata.

La sfida dell'integrazione islamica

In questo ambito, emerge il difficile tema dell'immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la cultura occidentale e cristiana. Si fa riferimento a dati obiettivi, spesso fonte di problemi non indifferenti, legati alla difficile conciliazione di concezioni diverse del diritto di famiglia, del ruolo della donna e del rapporto tra religione e politica. Questo tema è stato ben argomentato dal Cardinale Giacomo Biffi e trova riscontro nei richiami dei Vescovi che operano in Medio Oriente, come il Vescovo egiziano copto di Alessandria, Monsignor Anba Ermia. Queste difficoltà sono note anche in alcuni Paesi europei, come la Francia, dove l'integrazione stenta ancora a realizzarsi.

Tuttavia, è importante precisare, come affermato da Papa Francesco, che i gravi fatti di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, avendo motivazioni più variegate e complesse. Sono stati compiuti grandi passi sul piano del dialogo interreligioso.

Papa Francesco ha sempre riconosciuto che la politica dell'accoglienza deve coniugarsi con la difficile opera dell'integrazione, che non deve lasciare ai margini chi arriva sul nostro territorio. L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che gli immigrati spesso rimangono ai margini delle nostre società, in veri e propri ghetti, dove parlano la loro lingua e introducono i loro costumi, creando comunità parallele, talvolta in contesti di degrado.

illustrazione di diverse culture e religioni che interagiscono pacificamente

Progetti di trasformazione identitaria e la "guerra" contro le religioni

In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d'origine e costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, scoprono spesso che le condizioni di fortuna sperate non esistono. Essi sono, insieme alle popolazioni occidentali, vittime di "piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l'identità cristiana e nazionale dei popoli europei", come recentemente ricordato da Monsignor A. Schneider.

Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabile ingenuità, non si può ignorare che esistono numerosi progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli, al fine di rendere ogni uomo più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi pienamente. Ciò si constata dalla produzione legislativa europea, sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà.

Se da un lato si può concordare che oggi non vi sia una vera guerra tra le religioni, dall'altro si deve riconoscere che è in atto una "guerra" contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell'uomo.

La responsabilità pastorale e il futuro dell'Egitto

Come Vescovo, si avverte la forte responsabilità di custodire il gregge affidato e la continuità dell'opera della Chiesa nel problematico contesto sociale, agendo come presidio e baluardo di autentica promozione umana. Queste ragioni giustificano quanto affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2241): "Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie."

In Egitto, il martirio rende la Chiesa copta più forte, testimoniando la fede con il sangue. Come afferma padre Antonio Gabriel, sacerdote copto ortodosso a Roma, "Siamo come il grano, che quando muore germoglia di nuovo". Nonostante le ricorrenti stragi, come quella dei pellegrini diretti al monastero di San Samuele a Minya, le chiese egiziane vedono affluire migliaia di fedeli, non per sfida, ma come testimonianza di comunità. "La nostra chiesa si chiama chiesa dei martiri. Dopo ogni attacco, le chiese si riempiono. Il nostro strumento è uno solo: kyrie eleison, Signore, abbi pietà di noi".

I fedeli di Minya furono uccisi dopo essersi rifiutati di rinnegare la loro fede cristiana. Hanno rubato loro soldi e oro, poi hanno chiesto di rinunciare a Cristo. Il rifiuto ha portato alla morte. Questo è l'"ecumenismo del sangue", che unisce i cristiani di diverse confessioni sotto la stessa persecuzione jihadista.

Nonostante le difficoltà, padre Gabriel è convinto che "il futuro dell'Egitto, paese che ha sperimentato la tolleranza tra gente di fede diversa, sarà migliore", citando le profezie del profeta Isaia per la Chiesa in Egitto e la benedizione speciale della Sacra Famiglia ricevuta dal paese.

Per andare avanti, è necessario "chiudere ogni strada ai terroristi, da quella finanziaria a quella delle armi, dalla logistica alle vie di comunicazione, fino ai canali che usano per propagandare le loro azioni".

Copti, la storia della più antica comunità cristiana d'Egitto

tags: #libro #migranti #joseph #sacerdote #copto