La Trasfigurazione di Raffaello: Analisi di un Capolavoro Finale

Un Capolavoro Commissionato per Narbona

La Trasfigurazione è un capolavoro assoluto di Raffaello Sanzio e, insieme, la sua ultima opera, alla quale lavorò tra il 1518 e il 1520 circa. Fu commissionata nel 1516 dal cardinale Giulio de’ Medici, futuro Papa Clemente VII (dal 1523 al 1534), per la cattedrale di San Giusto a Narbona. Il dipinto avrebbe dovuto adornare la cattedrale francese assieme alla Resurrezione di Lazzaro di Sebastiano del Piombo, oggi conservata alla National Gallery di Londra. Tuttavia, l'opera di Raffaello non giunse in Francia che trecento anni più tardi. Dopo averla veduta, il cardinale volle trattenerla nella sua collezione privata per poi donarla alla Chiesa di San Pietro in Montorio a Roma, dove rimase collocata sull'altare maggiore sino al 1797. L'imponente opera di Raffaello misura oltre 4 metri in altezza per 2 di larghezza (405 x 278 cm).

Secondo il Vasari, la Trasfigurazione fu "la più celebrata, la più bella e la più divina" fra le tante dipinte da Raffaello, che la ridusse "ad ultima perfezione". L'opera è considerata un vero e proprio testamento spirituale dell'artista.

La Trasfigurazione di Raffaello: immagine generale dell'opera

La Composizione: Due Episodi Evangelici in un'Unica Opera

Raffaello, primo e unico artista, si cimentò con la rappresentazione congiunta di due avvenimenti distinti della vita di Cristo, narrati in successione dagli evangelisti Marco, Matteo e Luca. La composizione è teatrale e vede i personaggi disposti su due piattaforme sceniche, collegando così la trasfigurazione sul Monte Tabor con la scena della guarigione dell'indemoniato. Questa scelta di rappresentare due episodi nella stessa tavola fu forse dovuta alla volontà di superare ulteriormente il dinamismo della tavola di Sebastiano del Piombo intitolata Resurrezione di Lazzaro. Per secoli si è pensato che le due scene fossero riconducibili a mani diverse: Raffaello in alto e Giulio Romano in basso, poiché Raffaello morì nel 1520 prima di terminare l'opera e Giulio Romano fu incaricato di portarla a termine. Tuttavia, l'analisi dei disegni preparatori ha messo in evidenza come in verità le due scene siano speculari, composte entrambe da due perfetti cerchi che si incrociano geometricamente nel centro dell'opera, ricomponendosi in una perfetta armonia intorno all'asse verticale che taglia la composizione.

La Scena Superiore: La Trasfigurazione sul Monte Tabor

Nella parte superiore del dipinto, sul Monte Tabor, è rappresentata la scena della Trasfigurazione di Gesù, dove Cristo libra in aria, investito di luce divina che ne sottolinea il mutamento. Le sue vesti si fanno di una bianchezza sfolgorante, e il suo volto risplende come il sole meridiano. Gesù è ammantato di luce e soprattutto con le braccia aperte, un gesto che ricorda la crocifissione e la futura resurrezione. La luce è totalmente presente nella sua carne e nella sua umanità, e questa luce è il destino dell'uomo, che non verrà meno nemmeno al momento della croce. Il Cristo non è semplicemente "illuminato", ma è "la luce stessa", indicando la compresenza totale della luce divina nella sua umanità.

È attorniato da due uomini che conversano con lui: Mosè con le tavole della Legge e Elia con in mano i libri delle profezie. Essi riassumono la storia di Israele, simboleggiando come tutto l'Antico Testamento converge in Gesù. I due parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme (Lc 9,30-31), annunciando il senso recondito delle Scritture che già parlavano di Cristo.

Sulla montagna, «in disparte, loro soli» (Mt 17,1), vediamo solo tre apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi giacciono a terra confusi e spaventati dalla visione e all'udire una voce dal cielo che dice: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo!» (Matteo, 17, 5). Spesso l'uomo è «stremato dal sonno» (Lc 9,32), e questa scena si ripeterà nel Getsemani, rappresentando il torpore e l'indolenza che bloccano le facoltà vitali. Tra gli apostoli, solo Pietro guarda la scena, come testimoniato nella sua lettera (2Pt 1,16-18). Sulla sinistra, ai bordi della collinetta, due figure assistono alla scena: i santi Giusto e Pastore, patroni di Narbona, o Agapito e Felicissimo, diaconi di Sisto II, ricordati il 6 agosto, giorno della festa della Trasfigurazione. Il monte Tabor è rappresentato come un piccolo promontorio, che ricorda l'importanza di salire e superare la legge di gravità, una tensione dell'uomo a elevarsi nella vita.

Dettaglio della Trasfigurazione di Raffaello: la scena superiore con Cristo, Mosè ed Elia, e gli apostoli

La Scena Inferiore: La Guarigione del Fanciullo Indemoniato

La parte inferiore del dipinto è occupata dalla scena del fanciullo ossesso dal demonio, che il resto degli apostoli non riesce a liberare. Questo episodio, dal suo inizio tenebroso, descrive l'incontro con un ossesso indemoniato che gli apostoli non erano riusciti a guarire. Il fanciullo è identificabile dai movimenti innaturali degli occhi e dal fatto che è trattenuto dai familiari, colto nel momento dello spasmo che lo rende irriconoscibile, mentre il padre disperato cerca di trattenerlo alle sue spalle. In primo piano, di spalle, una donna (forse la madre) indica agli apostoli il sopraggiungere di una nuova crisi. Gli apostoli appaiono sconvolti da tale visione e incapaci di reagire, ma Paolo, avvolto nel mantello rosso e collocato sulla sinistra della scena, indica con il braccio la figura di Cristo come colui che salverà il fanciullo e ristabilirà la pace. Questa scena mostra l'oscurità della possessione e del male che si contorce alla vista di Gesù illuminante.

La giustapposizione dei due avvenimenti, il divino e il concreto, è centrale: in alto sfavilla la trasparenza luminosa del Cristo, immagine del destino di gloria che spetta a ogni uomo, in basso prevale il buio del dramma di tutti e di ognuno, dalla paura, dalla contrastata speranza. Questo fanciullo tormentato dal male, come ogni vivente, chiede di essere salvato dalla sventura che lo opprime e lo devasta. Solo Cristo può salvare, come mostra sulla sinistra l'evangelista, con la mano tesa a indicare il Trasfigurato sul Tabor. Ecco l'interiore unità dell'ultima opera di Raffaello: la luce che abita il Signore Gesù non è per lui solo, ma è destinata a portare luce all'uomo intero, ad ogni uomo.

Dettaglio della Trasfigurazione di Raffaello: la scena inferiore con il fanciullo indemoniato e gli apostoli

Tecnica e Stile: Luce, Colore e Dinamismo

L'opera è una tempera grassa su una grande tavola, una tecnica che, come spiegò De Chirico, "rimane tanto più luminosa dell'olio" mantenendo intatta nel tempo la propria luce e intensità. I colori della Trasfigurazione ancora oggi destano immenso stupore, mostrando una "forza e armonia quasi veneziana" secondo Jacob Burckhardt, un combinarsi di sfumature inedite, eteree, per Raffaello.

Il dipinto è molto lontano dalla compostezza delle opere precedenti di Raffaello, caratterizzato da gesti enfatici, il dinamismo delle figure e il ricorso a molteplici fonti di luce che favoriscono un intenso coinvolgimento emotivo. Le luci sono organizzate secondo un vero e proprio progetto scenico, creando una resa spettacolare e dinamica, specie nella parte inferiore dove si osservano forti contrasti di luminosità che rendono la scena drammatica.

Nella parte superiore prevalgono i colori chiari e freddi, usati sia per rappresentare il cielo sia le vesti dei personaggi, in particolare la veste bianca del Cristo, che non è un mero candore, ma una vera e propria luce che trascina con sé la promessa della salvezza ultraterrena. In alto, su un cielo in cui si alternano bianchi caldi e freddi, azzurro, grigio e giallo, Cristo irradia bagliore dal viso e dalle vesti bianche. Al contrario, la parte inferiore è caratterizzata da toni scuri, drammaticamente realistici, quasi caravaggeschi, con qualche colore caldo utilizzato per le vesti, e una luce rosso-giallastra del tramonto sullo sfondo. L'opposizione del male provoca la lucentezza della presenza divina: il dramma del fanciullo ossesso serve come contrappunto, evidenziando che proprio per quella tenebra il Cristo si è fatto uomo.

Trasfigurazione | Raffaello e Giulio Romano

Il Destino dell'Opera: Da Roma ai Musei Vaticani

Dopo la morte di Raffaello, l'opera rimase in Italia e fu collocata nella chiesa romana di San Pietro in Montorio. Nel 1797, a seguito del Trattato di Tolentino, le truppe napoleoniche la portarono in Francia, dove diede corpo al Musée du Louvre a Parigi. Ci vollero 19 anni di attesa e l'intensa sensibilità artistica e diplomatica di Antonio Canova per riuscire a riportare una parte di quelle opere trafugate dagli eserciti napoleonici. Nel 1816, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, la Trasfigurazione tornò in Italia ed entrò a far parte delle collezioni pontificie. Oggi La Trasfigurazione fa parte delle collezioni dei Musei Vaticani ed è esposta al pubblico nella Pinacoteca Vaticana, nella Sala VIII dell’edificio progettato dall’architetto Luca Beltrami e inaugurato nel 1932.

L'Ultima Opera di Raffaello e il Suo Significato

La Trasfigurazione è l'ultima opera a portare la firma di Raffaello Sanzio da noi conosciuta. Fu esposta nella stanza dove il corpo dell'Urbinate giaceva immoto quel 6 aprile del 1520, nel giorno della sua morte, che fu il venerdì santo, all'età di trentasette anni. Vasari ricorda come il contrasto tra la vitalità dell'opera e il corpo senza vita facesse "scoppiare l'anima di dolore" a ognuno che quivi guardava. Questo dipinto è un "capolavoro di composizione, un'opera su cui si sono formati per quasi tre secoli tutti coloro che dovevano imparare a come organizzare la dislocazione nello spazio dei personaggi in una scena di storia, dove la pittura doveva esprimere movimento e interazione" tra i protagonisti di una narrazione.

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