L'interpretazione dei primi capitoli della Genesi è sempre stata oggetto di profonda riflessione all'interno della Chiesa Cattolica, soprattutto in relazione all'avanzamento delle scienze. Questo articolo si propone di esplorare come il Magistero, in particolare attraverso i documenti della Pontificia Commissione Biblica (PCB) e altre encicliche papali, abbia affrontato e chiarito le modalità di comprensione di questi testi fondamentali, distinguendo tra il loro significato teologico e la loro presentazione letteraria.
La Pontificia Commissione Biblica e i suoi Interventi sulla Genesi
L'organismo oggi conosciuto come Pontificia Commissione Biblica (PCB) è stato costituito da Leone XIII con la lettera apostolica Vigilantiae studiique del 30 ottobre 1902. Il Sommo Pontefice assegnò alla nuova istituzione un triplice compito:
- promuovere efficacemente fra i cattolici lo studio biblico;
- contrastare con i mezzi scientifici le opinioni errate in materia di Sacra Scrittura;
- studiare e illuminare le questioni dibattute e i problemi emergenti in campo biblico.
Inizialmente, era composta da Cardinali, come i dicasteri romani, ed era un pieno organo di assistenza del Magistero, con possibilità di risolvere delle questioni suscitate.
Anche San Pio X concesse alla commissione ampie competenze riguardo le emergenti questioni e le controversie bibliche, provocate dalla critica moderna. Dal 13 febbraio 1905 sino al 17 novembre 1921 la Commissione Biblica emanò 14 decreti (o decisioni) e 2 dichiarazioni in forma di risposta ai quesiti o ai dubbi proposti.
Il Decreto del 1909 sul Carattere Storico dei Primi Tre Capitoli della Genesi
Intervenendo nelle questioni e nei problemi che venivano suscitati circa l’interpretazione della Genesi, sia per le teorie già in voga che per le nuove teorie scientifiche, la Commissione emanò nel 1909 un decreto con otto articoli, circa il carattere storico dei primi tre capitoli della Genesi. I documenti erano redatti in quel periodo in un modo particolare, con dei quesiti concreti ai quali si rispondeva con un “sì” o con un “no” e con l’eventuale aggiunta di qualche spiegazione.
Bisogna chiarire che qualche anno prima, la stessa PCB aveva risposto a un quesito con una breve dichiarazione, nella quale si diceva che non si poteva accettare come principio di retta esegesi, la sentenza che sosteneva che i libri chiamati ‘storici’ della Bibbia non contenevano storia propria e oggettivamente vera, ma che riflettevano solo “l’apparenza della storia” per manifestare qualche cosa di diverso del senso propriamente storico e letterale delle parole. La precisazione è interessante poiché afferma l’identità tra la lettera del testo e la storicità per i libri considerati storici.
Analisi delle Risposte della PCB (30 giugno 1909)
- Il primo quesito rispondeva alla domanda se i diversi sistemi esegetici in voga in quel momento, che sotto pretesa di apparente scientificità escludevano il senso storico letterale dei primi capitoli della Genesi, erano tali da ritenersi saldamente fondati. La risposta implicita era negativa.
- Il secondo quesito passava già ai particolari: avendo affermato quindi, il senso storico di quei capitoli, si aggiungeva il legame di questi con i capitoli seguenti, la testimonianza della stessa Scrittura (Antico e Nuovo Testamento) su quei capitoli, il pensiero dei Padri e la tradizione sia ebraica che cristiana; si domandava allora se era dunque possibile che quei tre capitoli non contenessero delle narrazioni oggettive e storiche, ma soltanto favole recate dalle mitologie antiche e adatte alla fede monoteistica dall’autore sacro, e soltanto proposte in ‘forma storica’. Questa seconda è molto rilevante, giacché valutava il peso della testimonianza stessa della Scrittura (testimonianza interna), più di quella esterna della Tradizione (ebraica e cristiana) e dei Padri, in favore della storicità della Genesi, come superiore e di più valore che le teorie - dette già prive di fondamento - che le consideravano miti o leggende, anche se fosse soltanto parzialmente.
- Il quarto quesito introduceva già quello che è il lavoro dell’esegeta, vale a dire il lavoro di interpretazione. Si riconosceva che perfino i Padri ed i Dottori avevano suggerito delle interpretazioni diverse su quei capitoli, senza lasciare alcunché di definito. Si dichiarava allora che, salvo giudizio della Chiesa (su le questioni già definite o su altre da definire) e mantenuta l’analogia della Fede (la connessione e non contraddizione delle verità bibliche tra di loro), era permesso seguire e difendere quella opinione che ciascuno giudicava come la più prudente.
- L’ultima regola di interpretazione (ottavo quesito) si riferiva alla distinzione dei sei giorni di cui parla la Genesi nel suo primo capitolo: "Nella denominazione e nella distinzione dei sei giorni di cui parla la Genesi nel primo capitolo, si può prendere la parola
yóm (giorno) sia nel senso proprio di giorno naturale, sia nel senso improprio di un certo spazio di tempo, ed è lecito agli esegeti disputare liberamente di questa questione? Risposta: Sì."
Vediamo dunque, come il Magistero ecclesiale riafferma da una parte la verità della Scrittura, specialmente quello che chiama senso storico letterale (una discussione circa una presunta opposizione tra questi due qualificativi verrà suscitata più avanti, e cercheremo di affrontarla), ma dall’altra concede un grande margine di libertà di interpretazione, sempre che quella verità venga salvata.
Un esempio concreto di questa apertura si trova nella risposta al quesito V della PCB del 30 giugno 1909: "Bisogna sempre e necessariamente prendere in senso proprio tutte e singole le parole e le frasi che si incontrano nei suddetti capitoli, così che non è mai permesso allontanarsene, anche quando le medesime espressioni appaiano utilizzate in un senso manifestamente improprio, metaforico o antropomorfico così che la ragione impedisce di sostenere il senso proprio o la necessità obbliga ad abbandonarlo? Risposta: No." E al quesito VI: "Presupposto il senso letterale e storico, si può sapientemente e utilmente utilizzare una interpretazione allegorica e profetica per alcuni passi di quei capitoli, secondo l'esempio illustre dei santi padri e della chiesa stessa? Risposta: Sì."
Al quesito VII, che chiedeva se fosse necessario ricercare sempre la proprietà del linguaggio scientifico nel primo capitolo della Genesi, poiché l'autore sacro non aveva l'intenzione di insegnare scientificamente la costituzione intima delle cose visibili e l'ordine completo della creazione, ma piuttosto un racconto popolare conforme al linguaggio comune dei suoi contemporanei, la risposta fu "No".

L'Apertura all'Interpretazione Figurata e Simbolica
La distinzione tra ‘fondo’ e ‘forma’ in un racconto biblico, sia la Genesi o un altro, non può essere considerata in se stessa una falsità. In qualsiasi racconto possono differenziarsi i contenuti (o fondo) da ciò che a volte sembra essere la forma, vale a dire, il modo di strutturare le idee o i concetti (forma interna) o le espressioni stesse ed i termini utilizzati (forma esterna). In entrambe le tipologie di forma, possono darsi anche delle variazioni e sfumature diverse.
Per esempio, riguardo alla tentazione del demonio, la disobbedienza di Eva e Adamo e la cacciata dal paradiso terrestre, per la Chiesa non si tratta di fatti realmente accaduti nel senso di una cronaca storica in ogni suo dettaglio. Il testo sacro rappresenta questa tentazione attraverso il dialogo tra il serpente e i nostri progenitori, un linguaggio semplice e figurato per rappresentare l’albero della scienza del bene e del male. Ma da nessuna parte della Sacra Scrittura si parla di mela come frutto specifico della disobbedienza a Dio, questo è un dettaglio iconografico popolare.
I nostri progenitori, Adamo ed Eva, furono elevati all’ordine soprannaturale, perché fin dall’inizio furono dotati della grazia santificante, con la presenza personale di Dio dentro la loro anima. Questo evidenzia il carattere teologico e non meramente storico-scientifico del racconto.
Panoramica: Genesi 1-11
L'Evoluzione del Rapporto tra Magistero ed Esegesi
Leone XIII e la Provvidentissimus Deus (1893)
L'enciclica Provvidentissimus Deus di Leone XIII, del 18 novembre 1893, ha stabilito principi fondamentali per l'interpretazione biblica. Nessuna vera contraddizione potrà interporsi tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l'uno e l'altro si manterranno nei propri confini. Se vi fosse dissenso, il teologo deve dimostrare che ciò che i fisici dimostrano con documenti certi non è contrario alle Lettere sacre, e ciò che è contrario alla fede cattolica, dimostrarlo falso o crederlo falso senza esitazione.
Il Papa sottolinea che gli scrittori sacri, o più giustamente "lo Spirito di Dio che parlava per mezzo di essi, non intendeva ammaestrare gli uomini su queste cose (cioè sull'intima costituzione degli oggetti visibili), che non hanno importanza alcuna per la salvezza eterna". Essi descrivevano e rappresentavano talvolta le cose con una locuzione metaforica, o come lo comportava il modo comune di parlare di quei tempi. Perciò non si devono sostenere tutte le sentenze che i singoli padri e gli interpreti affermano, in quanto essi, date le opinioni del tempo, non sempre giudicarono secondo la verità oggettiva in questioni fisiche.
Leone XIII avverte inoltre che non bisogna asserire come dogma di fede opinioni comunemente ammesse dai filosofi che non ripugnano alla fede, ma neppure negarle come contrarie alla fede, per non dare occasione ai sapienti di questo mondo di disprezzare la dottrina della fede. L'interprete deve dimostrare che le cose proposte come certe dagli studiosi di scienze naturali non contraddicono affatto le Scritture, se rettamente spiegate, ma deve anche considerare che talora avvenne che alcune cose date come certe furono poi poste in dubbio e quindi ripudiate.
Benedetto XV e la Spiritus Paraclitus (1920)
Benedetto XV, con l'enciclica Spiritus Paraclitus del 15 settembre 1920, ha confutato le opinioni di alcuni moderni che distingueva nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, limitando l'immunità dall'errore al solo elemento principale. Questo è stato definito come "un errore molto grave restringere l'ispirazione divina solo a determinate parti della Sacra Scrittura, o ammettere che l'autore sacro stesso abbia potuto ingannarsi".
Il Papa ha anche criticato coloro che ritengono che le parti storiche delle Scritture si appoggiano non sulla verità "assoluta" dei fatti, ma soltanto sulla loro "verità relativa", come essi la chiamano, e sul modo volgarmente comune di pensare. Ha ribadito che la storia, narrazione di fatti, deve coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati, e che l'ispirazione divina è presente in tutte le parti della Bibbia, senza selezione né distinzione alcuna, e che è impossibile che anche il minimo errore si sia introdotto nel testo ispirato.
Pio XII e la Humani Generis (1950)
Pio XII, nella Humani Generis del 12 agosto 1950, ha affrontato le questioni connesse con le scienze positive e le verità della fede cristiana. Ha sottolineato la necessità di cautela di fronte a ipotesi scientifiche che toccano la dottrina della Sacra Scrittura o della Tradizione, affermando che "se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo".
La fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio, ma il Magistero della Chiesa non proibisce che la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente, sia oggetto di ricerche e discussioni. Questo, però, deve essere fatto con serietà, moderazione e misura, e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede.

La Libertà Esegetica nel Contesto del Magistero
Nel 1948 il segretario della Pontificia Commissione Biblica, in una lettera molto autorevole scritta al Cardinale, sottolineò come la fede abbia da dire una sua parola nell'interpretazione della Scrittura, e che quindi anche i pastori sono chiamati a correggere quando si perde di vista la particolare natura di questo libro e una oggettività, che è pura solo in apparenza, fa sparire quel che la Sacra Scrittura ha di suo proprio e di specifico.
Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, ha evidenziato come l'enciclica Divino afflante Spiritu del 1943 abbia introdotto un nuovo modo di intendere il rapporto fra il Magistero e le esigenze scientifiche della lettura storica della Bibbia. Successivamente, gli anni sessanta hanno rappresentato l'ingresso nella "Terra Promessa" della libertà dell'esegesi.
Il motu proprio Sedula cura di Paolo VI (1971) ha ristrutturato completamente la Commissione Biblica in modo che non fosse più un organo del Magistero, ma un luogo di incontro tra Magistero ed esegeti, un luogo di dialogo nel quale potessero incontrarsi rappresentanti del Magistero e qualificati esegeti per trovare insieme gli intrinseci criteri della libertà che le impediscono di autodistruggersi, elevandola così al livello di una libertà vera. Non sarebbe in seguito più formata da Cardinali ma da specialisti diventando perciò un organo consultivo.
Il documento della Commissione Biblica L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa del 1993 ha segnato un ulteriore passo avanti, dove non è più il Magistero che dall'alto impone norme agli esegeti, ma sono loro stessi che cercano di determinare i criteri che devono indicare la strada per una interpretazione adeguata di questo libro speciale. Questo testo definisce il concetto di Rivelazione, che non si identifica affatto con la sua testimonianza scritta che è la Bibbia, e apre così il vasto orizzonte, storico ed insieme teologico, nel quale si muove l’interpretazione della Bibbia, una interpretazione che vede nelle Scritture non solo dei libri umani, ma la testimonianza di un parlare divino. Diviene così possibile determinare il concetto di Tradizione, che va anch’esso oltre la Scrittura, pur avendo in essa il suo centro, dal momento che la Scrittura è anzitutto e per natura “tradizione”.
La "Libertà Completa dell'Esegesi" e i suoi Limiti
La "libertà completa dell'esegesi" sognata da Friedrich Wilhelm Maier nel 1948 o 1949 è stata tradotta in realtà e simultaneamente corretta. La mera oggettività del metodo storico non esiste; è semplicemente impossibile escludere del tutto la filosofia, ovvero la precomprensione ermeneutica. Questo si evidenziava già, ancora vivente Maier, per esempio, nel "Commento a Giovanni" di Bultmann, dove la filosofia heideggeriana non serviva solo per rendere presente ciò che storicamente era lontano agendo, per così dire, come mezzo di trasporto che trasferisce il passato nel nostro oggi, ma anche come pontile che porta il lettore dentro il testo.
È senz'altro comprensibile che i teologi cattolici, all'epoca in cui le decisioni della Commissione Biblica di allora impedivano loro una pura applicazione del metodo storico-critico, guardassero con invidia ai teologi evangelici. Con ciò però si prendeva troppo poco in considerazione il fatto che nella teologia protestante c'era il problema opposto, come evidenziato dalla conferenza tenuta nel 1936 da Heinrich Schlier sulla responsabilità ecclesiale dello studente di teologia, in cui si affermava che non può esistere nessuna decisione sulla verità di un insegnamento se si lascia che ciascuno giudichi
Il Magistero, con le decisioni citate, ha allargato troppo l'ambito delle certezze che la fede può garantire, diminuendo la credibilità del Magistero e restringendo in modo eccessivo lo spazio necessario alle ricerche e agli interrogativi esegetici. Tuttavia, la fede ha da dire una sua parola nell'interpretazione della Scrittura, e i pastori sono chiamati a correggere quando si perde di vista la particolare natura di questo libro e una oggettività, che è pura solo in apparenza, fa sparire quel che la Sacra Scrittura ha di suo proprio e di specifico.
Si distinguono due livelli del problema. A un primo livello ci si deve domandare fin dove si estenda la dimensione puramente storica della Bibbia e dove cominci la sua specificità che sfugge alla mera razionalità storica. Si potrebbe anche formulare come un problema interno allo stesso metodo storico: che cosa esso può fare in realtà e quali sono i suoi limiti intrinseci? Quali altre modalità di comprensione sono necessarie per un testo di questo genere? Questa ricerca si può paragonare, in un certo senso, alla fatica che ha richiesto il caso Galileo. Il rapporto tra l'apparenza esterna e il vero e proprio messaggio dell'insieme doveva essere rivisto a fondo, e solo lentamente si sarebbero potuti elaborare i criteri che avrebbero permesso di mettere in un giusto rapporto fra loro la razionalità scientifica e il messaggio specifico della Bibbia.
L'opinione che la fede come tale non conosca assolutamente niente dei fatti storici e debba lasciare tutto questo agli storici, è gnosticismo: tale opinione disincarna la fede e la riduce a pura idea. Per la fede che si basa sulla Bibbia, è invece esigenza costitutiva proprio il realismo dell'accadimento. Un Dio che non può intervenire nella storia e mostrarsi in essa non è il Dio della Bibbia. Per cui la realtà della nascita di Gesù dalla Vergine Maria, l'effettiva...
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