La Liturgia del 12 Agosto: Amore, Fede e Umiltà nel Regno dei Cieli

All'inizio della prima lettura di oggi, riconosciamo il passo del Deuteronomio che Gesù citò per rispondere allo scriba che gli chiedeva quale fosse il primo di tutti i comandamenti. "Gesù rispose: Il primo è: Ascolta Israele, Signore nostro Dio è Signore unico e amerai Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" (Mc 12, 29-30). Gesù poi aggiunse il secondo comandamento, quello dell'amore per il prossimo, inseparabile dal primo.

La grandezza di Dio, la sua onnipotenza, la sua santità sembravano escludere la possibilità dell'amore. Eppure, Dio ha chiesto di essere amato dal suo popolo non soltanto temuto, o rispettato, o ammirato. Non è forse impressionante questa richiesta di Dio, la quale cambia completamente il genere della relazione con lui? Evidentemente Dio ha lentamente preparato questa sua imprevedibile richiesta.

Per poter essere amato, Dio si è fatto conoscere; ha stabilito un rapporto personale con Abramo, dimostrandogli una meravigliosa benevolenza, per lui stesso e per la sua discendenza; gli ha fatto promesse straordinarie e non ha più cessato in seguito di interessarsi dei figli di Abramo, per guidarli, per proteggerli, difenderli, liberarli, colmarli di benefici. In una parola, Dio si è mostrato pieno di amore, un amore generoso, tenero e forte. Perciò Dio può chiedere di essere amato. Lo chiede non per profitto suo, ma per puro amore, cioè per poter dare ancora di più, per poter dare se stesso a noi e introdurci nella sua vita d'amore.

Se una persona riceve i doni di un'altra senza corrispondere con amore all'amore che i doni manifestano, la relazione rimane insoddisfacente. Chi vuole donare non può comunicare i beni più preziosi, che non sono materiali, bensì personali e spirituali. Il massimo bene, il più prezioso è proprio la piena comunione interpersonale. Il resto è secondario. E continuamente Dio mi dà tutto: l'aria che respiro, la luce che rallegra i miei occhi, il mondo e le sue meraviglie, le persone che mi circondano. Dappertutto l'amore di Dio mi viene incontro e desidera comunicarsi a me. Propriamente parlando, amare Dio non è un comandamento, è piuttosto una vocazione, che corrisponde all'aspirazione più profonda del nostro essere. D'altra parte, amare Dio con tutto il cuore è un'opera di lunga lena, perché presuppone l’eliminazione completa del nostro egoismo, il che non si può fare in un batter d'occhio. Ma ogni progresso in questa direzione è una vittoria che riempie il cuore di vera gioia.

La Fede e la Relazione con Dio

Nel Deuteronomio, oggi vediamo l'unione stretta delle promesse divine e delle divine esigenze. Le promesse divine sono generose; Dio promette di essere con gli Israeliti e in special modo con Giosuè. Agli Israeliti il Signore dice: "Non temete... il Signore tuo Dio cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà. Il Signore passerà davanti a te, distruggerà davanti a te le nazioni nemiche...". E anche a Giosuè viene fatta questa promessa bellissima: "Il Signore non ti lascerà e non ti abbandonerà; egli sarà con te".

Però queste promesse sono accompagnate da esigenze forti. "Siate forti; fatevi animo!" e la stessa cosa a Giosuè: "Sii forte; fatti animo!". Vediamo così che la vera speranza non è passiva. Non si tratta di rimanere con le mani in mano: la vera speranza è dinamica e si accompagna al coraggio. Sant'Ignazio di Loyola diceva che dobbiamo sperare tutto da Dio e chiedere con fiducia immensa tutto ciò che ci occorre; però dobbiamo fare tutto ciò che siamo capaci di fare, come se Dio non facesse niente. La speranza non può mai essere un pretesto per rimanere pigri, passivi, aspettando che Dio intervenga senza che noi facciamo nessuno sforzo.

Il coraggio cristiano, d'altra parte, è un coraggio che si accompagna all'umiltà. Lo vediamo nel Vangelo. Gesù ci dà come modello il bambino: "Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli". Non dobbiamo avere la pretesa di dirigere tutto, o di realizzare i nostri progetti esattamente come noi li facciamo, ma la preoccupazione di fare con Dio l'opera di Dio, sapendo che chi la realizza è principalmente lui.

San Giovanni ci riferisce queste parole di Gesù, riguardanti lui stesso: "Il Figlio da sé non può fare nulla; se non ciò che vede fare dal Padre; ciò che il Padre fa, anche il Figlio lo fa". Il Figlio riconosce che è Dio ad avere l'iniziativa dell'opera e, d'altra parte, il Figlio ha la fiducia filiale di poter agire con il Padre, di poter collaborare con il Padre a un'opera comune, perché il Padre ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi. Il Figlio s'impegna, direi, come un bambino che nell'officina aiuta il padre, con zelo, felicità, entusiasmo, ma senza pretesa orgogliosa. Questo deve essere proprio la caratteristica della nostra attività: sapere che chi agisce principalmente è Dio e noi siamo soltanto modesti collaboratori di una grande opera.

Illustrazione di un bambino che aiuta un adulto in un'officina, simbolizzando la collaborazione fiduciosa.

Chiediamo la grazia della vera fiducia filiale, fonte di tranquillo coraggio. Siamo invitati a fare l'opera di Dio; chi agisce principalmente è il Padre celeste, però per amore ci dà la possibilità di collaborare con lui e di fare così un'opera bellissima, con umiltà e con entusiasmo, con speranza e con dinamismo.

L'Importanza dei Piccoli nel Regno dei Cieli

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?» (Mt 18, 1). Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.

E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18, 1-5.10.12-14).

Gesù ci invita a diventare come bambini. Non a "tornare" bambini: non parla di una regressione, né fa dell'infanzia un modello, un mito, come se l'essere piccoli fosse in sé un merito e non una condizione inevitabile. I piccoli sono al centro dell'opera di Gesù. I bambini anzitutto, considerati, ai suoi tempi, come dei non-ancora-uomini e, perciò, spesso trattati con durezza. Ancora oggi, in alcune culture primitive, il bambino è proprietà dei genitori e, come tale, può essere ceduto per lavorare.

Illustrazione di Gesù che accoglie un bambino tra le braccia, circondato dai discepoli.

Alla domanda dei discepoli: "Chi è il più grande nel regno dei cieli?" (v.1), Gesù non risponde direttamente, ma compie anzitutto un gesto simbolico, che è già di per sé una risposta sconvolgente alle loro prospettive arriviste. I discepoli sono chiamati ad essere simili ai bambini, perché sono dei “piccoli” che hanno ricevuto la rivelazione come dono della benevolenza del Padre. Anche per questo i bambini devono essere da loro accolti come Gesù stesso: “Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”.

Da parte sua Gesù professa profondo rispetto per i bambini, e ammonisce: “Guardatevi dal disprezzare anche uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. E quando i fanciulli gridano nel tempio in onore di Gesù: “Osanna al figlio di Davide”, Gesù apprezza e giustifica il loro atteggiamento come lode resa a Dio. Il loro omaggio contrasta con l’incredulità degli avversari. L’amore e la stima di Gesù per i bambini sono una luce per la Chiesa, che imita il suo Fondatore. Essa non può non accogliere i bambini come Lui li ha accolti.

Il Miracolo e la Forza della Fede

Nel bel racconto del passaggio del Giordano da parte degli Israeliti, possiamo notare l'insistenza sull'arca dell'alleanza. Il personaggio principale, si può dire, non è Giosuè, non è il popolo: è l'arca, l'arca dell'alleanza, che viene chiamata anche "arca di Dio", "arca dell'alleanza del Signore di tutta la terra". Grazie all'arca dell'alleanza un ostacolo insormontabile, cioè il Giordano, che era in piena durante tutto il tempo della mietitura, come avviene ancora oggi, viene superato con facilità. Questo ci dimostra che l'elemento decisivo nella nostra vita, per superare le difficoltà, per vincere gli ostacoli, non sono le nostre forze, non sono le nostre capacità, ma è la presenza di Dio, l'unione con Dio.

L'arca si chiama "arca dell'alleanza"; l'arca simboleggiava proprio la presenza di Dio in mezzo al suo popolo; l'arca conteneva due realtà, esprimenti la presenza di Dio: da un lato un dono di Dio, la manna e, dall'altro lato, una esigenza di Dio, le tavole dell'alleanza, cioè il Decalogo. Per questo è anche necessario accogliere l'altro aspetto della presenza divina, cioè l'esigenza divina.

In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede.

Illustrazione dell'arca dell'alleanza che attraversa il fiume Giordano.

Certo che abbiamo poca fede, Signore, adesso te ne accorgi? Certo che fatichiamo a credere con lo sguardo luminoso che ti ha caratterizzato e che ti invidiamo. Certo che facciamo un sacco di pasticci pensando di sostituirci a te, ci mancherebbe. Inutili servi, non nel senso di poco utili ma di inservibili perché consumati, perché abbiamo donato tutto, quel tanto che avevamo.

La Preghiera e l'Intercessione

Dopo aver ascoltato la parola di Dio e prima di celebrare l'eucaristia, eleviamo al Signore la nostra preghiera. Aumenta la nostra fede, o Signore.

Preghiere per la Chiesa e il Mondo

  • Per la Chiesa di Cristo, perché non perda mai la certezza che il regno di Dio è già presente nella storia, e cresce ogni giorno con la forza dello spirito del Risorto.
  • Per i paesi ricchi dell'occidente, perché riscoprano la spiritualità della mortificazione e del digiuno come apertura dello spirito e generosità verso i poveri.
  • Per le comunità cristiane, perché di fronte a questa parola di Cristo si interroghino sulla qualità della loro fede.
  • Per i nostri fratelli ammalati o comunque sofferenti, perché scoprano i segni dell'amore di Dio anche nella prova e nel dolore che li unisce a Cristo, servo e sofferente.
  • Per la nostra comunità, perché sensibile ai bisogni dell'uomo e attenta alle diverse situazioni, interceda con autentica fede per muovere la compassione di Dio.
  • Perché il Signore ascolti le preghiere delle mamme e dei papà.
  • Per la purificazione della nostra fede.

Signore di infinita misericordia, che tieni sempre aperti i tuoi occhi sul mondo, attiraci al tuo amore e facci sperimentare ogni giorno la tua paterna presenza. Per Cristo nostro Signore.

Trasforma anche noi in offerta perenne a te gradita. E soddisfa ogni desiderio. (Cf. coloro che non privi del tuo aiuto).

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