Il Crocifisso: Tra Negazione Teologica Islamica e Difesa Culturale in Italia

La complessità del mistero della croce e la sua percezione nel mondo islamico sono temi di profondo dialogo interreligioso. Ogni cristiano impegnato solidalmente con i musulmani nel dialogo quotidiano della vita, del lavoro, dell'amicizia e della salvezza, scoprirà, un giorno o l'altro, quanto il mistero della croce rimanga estraneo al mondo religioso dei suoi partner, poiché è da essi rifiutato tanto sul piano dei fatti storici quanto su quello della loro interpretazione. Riprendiamo in questa sede un testo di padre Maurice Borrmans, tratto da "Islam e cristianesimo. Le vie del dialogo", e il suo articolo per "La sapienza della croce", per esplorare la visione teologica islamica, affiancandola alla testimonianza di una musulmana italiana che difende il crocifisso nel contesto contemporaneo.

La Prospettiva Islamica sulla Crocifissione di Gesù

I Versetti Coranici e la Negazione della Crocifissione

Due versetti coranici, presenti nella III e IV sura, entrambe medinesi, descrivono come il Messia Gesù, figlio di Maria, avrebbe concluso il suo primo soggiorno sulla terra. Di fronte all'incredulità di una gran parte dei figli di Israele e alla fedeltà dei suoi apostoli (gli Hawâriyyûn), che si dichiarano gli «ausiliari di Dio», credendo in lui ed essendogli sottomessi (muslimûn), Gesù vede avvicinarsi l'ora decisiva. Il v. 54 dichiara che «[I figli di Israele] ricorsero all'astuzia [contro di lui, ma anche] Dio usò l'astuzia ed Egli è il migliore fra quanti usano astuzia». Il v. 55 spiega l'«astuzia» di Dio: «[Ricorda] quando Dio disse: "O Gesù!, sto per richiamarti (mutawaffî-ka) [a Me], innalzarti verso di Me, purificarti [dalla contaminazione] di quelli che sono increduli e, fino al giorno della risurrezione, mettere coloro che ti hanno seguito al di sopra di coloro che sono stati increduli."»

Muhammad 'Abduh, maestro del riformismo moderno, riassume la questione nel Commento coranico del Manâr. Dopo aver ricordato che il significato solito e ovvio di «richiamare a sé» corrisponde a quello di «far morire», egli afferma che «Alcuni commentatori dicono che "io sto per richiamarti a Me" significa "ti farò dormire"; altri, "ti strapperò dalla terra, con il tuo spirito (rûh) ed il tuo corpo", "ti innalzerò verso di Me" sarebbe allora una esplicitazione di questo sradicamento; altri ancora, "ti libererò da questi aggressori ed essi non potranno ucciderti, poi ti farò morire di una morte naturale e ti innalzerò fino a Me", è questa un'interpretazione attribuita a molti». Secondo Muhammad 'Abduh, «L'altro modo di interpretare consiste nell'intendere il versetto letteralmente, la parola tawaffâ (richiamare) nel suo significato primo e ovvio, cioè l'azione abituale di far morire e l'innalzamento come intervento successivo che si realizza mediante l'innalzamento dello spirito (rûh).»

In un contesto identico, in cui si accumulano i rimproveri fatti agli ebrei di Medina, tra gli altri torti, sono accusati per aver detto: «"Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, l'Apostolo di Dio!", mentre non l'hanno ucciso né crocifisso, ma soltanto sembrò loro [di averlo ucciso]. In verità, coloro che si oppongono a [Gesù], sono certamente in un dubbio a suo riguardo.» Il testo coranico è estremamente formale e le sue negazioni, espresse in forma categorica, non lasciano spazio al dubbio né all'interpretazione. Il Commento del Manâr ribadisce: «Il fatto è che i giudei non l'hanno ucciso, contrariamente a quanto pretendevano nella loro gioia di commettere il crimine, e non l'hanno crocifisso come hanno vanamente affermato e come si è sparsa voce... ma sembrò loro soltanto (shubbiha la-hum): un'immagine o un sosia fu per loro sostituito, così essi pensarono di aver crocifisso Gesù mentre avevano crocifisso un altro; un simile sbaglio può verificarsi in tutte le epoche... essi non l'hanno ucciso con certezza (yaqînan): non l'hanno veramente ucciso, pur certi che si trattasse di lui, poiché non lo conoscevano molto bene.»

I commenti abbondano di spiegazioni filologiche per interpretare autenticamente il shubbiha la-hum, rivelandosi dipendenti dalle loro implicazioni filosofiche e metafisiche. Autori che non considerano il corpo come parte essenziale dell'essere umano non hanno difficoltà ad ammettere la crocifissione, intesa come l'uccisione del solo corpo. Tuttavia, come ammette Ali Merad, «un'interpretazione di questo genere è per noi fuori luogo; del resto essa è totalmente esclusa dalla dottrina ortodossa classica quanto da quella dei riformisti moderni.» L'esegesi «docetista», di cui non si conosce la data di nascita, ha focalizzato le sue ricerche sull'identità del «sosia» sostituito a Gesù. Padre Michel Hayek sottolinea che «tutta la difficoltà consiste nel determinare l'origine, il senso e la portata del termine subbiha la-hum: una persona somigliante a Gesù fu crocifissa da essi; un sosia si è sostituito a lui; essi hanno creduto di ucciderlo, ma non fanno che seguire delle congetture ecc...» La tradizione storica ed esegetica musulmana è unanime: Gesù non è morto sulla croce; egli ha sventato i perfidi piani dei suoi detrattori, che hanno crocifisso un sosia. L'essenziale per la tradizione è stato scoprire l'identità di questo sosia.

Infografica: Rappresentazione schematica dei versetti coranici sulla non-crocifissione di Gesù

Qualunque sia l'identità di un tale sosia, tutta l'esegesi musulmana è oggi unanime nel rifiutare la crocifissione: il v. 157 della IV sura chiarisce meglio il v. 55 della III sura (e il suo «richiamo» tawaffî ambiguo) poiché è seguito dal v. 158 in cui è detto: «Al contrario Dio l'ha innalzato verso di Sé», prova supplementare che prima dell'ascensione non vi è stata crocifissione, anche se, secondo alcuni rari autori, vi sarebbe stata morte (ma per nulla causata dai giudei).

La Tradizione Musulmana Post-Coranica e il Ritorno di Gesù

La tradizione musulmana fornisce molti altri particolari sugli ultimi istanti di Gesù e sul suo ritorno sulla terra come mahdî, alla fine dei tempi. Ibn 'Arabî, mistico musulmano morto nel 1240, afferma che «sarebbe strano che Gesù fosse morto, lui che dissotterrava noi vivi dai sepolcri!» Secondo Damîrî, morto nel 1405, «Gesù fu innalzato nella Notte del Destino (27 Ramadân); aveva trentatré anni.» Quanto a Tabarî, morto nel 923, i suoi Annali sono pieni di informazioni riprese senza posa negli storici posteriori: «Quando Gesù fu innalzato, aveva trentadue anni e sei mesi. La sua missione profetica era durata trenta mesi al termine dei quali Dio lo innalzò nel suo corpo. Egli è vivo fino ad oggi.»

Viene anche riportato che, dopo il presunto evento, «vennero ai piedi del Crocifisso la Madre di Gesù e la donna che Dio aveva guarito dal possesso demoniaco per mezzo della sollecitudine di Gesù. Ed ecco che apparve loro: "Perché piangete?", domandò. Esse risposero: "Piangiamo su di te!". Disse loro: "Dio mi ha innalzato fino a Sé. Non ho subìto alcun male, poiché essi ebbero soltanto la mia immagine. Ordinate dunque agli Apostoli di raggiungermi nel tal luogo!"... Allora li mandò in missione... Dio poi l'innalzò a Sé, lo coprì di penne, lo rivestì di luce ed estinse in lui il gusto del mangiare e del bere.»

Râzî, morto nel 1209, si fa eco delle varie «spiegazioni» fornite allora dai cristiani ai musulmani nelle loro diverse polemiche: «I nestoriani pensano che Gesù sia stato crocifisso nella sua umanità e non nella sua divinità. La maggior parte dei filosofi opta per un punto di vista simile a quello. Poiché è stabilito, essi dichiarano, che l'uomo non è l'espressione del suo organismo...: è dunque l'organismo che ha subìto l'omicidio, e non l'anima in se stessa che è veramente Gesù... I melchiti, da parte loro affermano che la morte e la crocifissione sono state provate e sentite dalla sua divinità, ma per nulla direttamente. I giacobiti infine pretendono che la morte e la crocifissione abbiano colpito il Messia stesso, sostanza generata a partire dalle altre due.»

Ma cosa accadrà di questo Gesù alla fine dei tempi? «La letteratura religiosa tradizionale ha elencato... le "condizioni dell'Ora" e ne ha fissato il numero a dieci... Si tratta in primo luogo dell'apparizione del falso Messia, o il Messia menzognero, o l'Anticristo (Dajjâl), seguita dalla discesa di Gesù (Nuzûl 'Îsâ) nel campo dell'armata musulmana presso il Giordano o sulla collina di Afiq a Gerusalemme, o sul minareto bianco ad est di Damasco; la seconda fase della lotta opporrà Gesù e gli ultimi credenti ai mostri Gog e Magog che invaderanno la terra. Dio, per la preghiera di Gesù, li sterminerà; e sarà l'èra, per un tempo indeterminato, della pace messianica. Gesù sarà il giudice, l'arbitro che riempirà la terra di giustizia come era stata colma di iniquità.» Questo Gesù «giustiziere» è allora uno fra i numerosi testimoni dell'Islam. Le raccolte di tradizioni lo descrivono nel modo seguente: «Gesù, figlio di Maria, scenderà fra voi come giusto giudice. Egli spezzerà la croce, ucciderà il maiale, sopprimerà la capitazione, non si servirà affatto di cammelli come cavalcatura. I rancori, gli odi e le gelosie scompariranno; e nessuno vorrà più il denaro che gli si offrirà.» E ancora: «Lo Spirito di Dio, Gesù sta per scendere fra voi. Quando lo vedrete, riconoscetelo: è un uomo tozzo, dal colorito bianco e rosso. Scenderà portando due corti perizomi; i suoi capelli sembreranno sgocciolare senza essere bagnati. Egli chiamerà gli uomini all'Islam, spezzerà la croce, ucciderà il maiale, sopprimerà la capitazione. Durante la sua vita, Dio distruggerà tutte le sette religiose e farà perire l'Anticristo. La sicurezza si estenderà su tutta la terra al punto che i leoni pascoleranno coi cammelli, le tigri con i buoi, i lupi con gli agnelli.» Non mancano testi che affermano che Gesù si sposerà, farà la preghiera musulmana, si recherà in pellegrinaggio alla Mecca, ecc.

Illustrazione: Gesù che scende sulla terra secondo la tradizione islamica

Il Rifiuto della Redenzione e le Sue Implicazioni Teologiche

La croce e la crocifissione, oltre a rimanere incomprese, furono perfino rifiutate nell'Islam. Inoltre, gli antagonismi politici e le guerre di conquista o di riconquista, come le crociate, svilupparono nei musulmani una specie di allergia profonda e viscerale a tutto ciò che riguardava più o meno da vicino la croce. È tuttavia conforme a verità riconoscere che i migliori fra musulmani e cristiani hanno spesso respinto simili confusioni, come testimonia un altro passo del Commento del Manâr a proposito dell'«amicizia dei musulmani per i cristiani»: «L'inimicizia che ha potuto esistere fra musulmani e cristiani non ha altra causa che la dimenticanza di una delle due parti o di entrambe, dei buoni principi della propria religione, o il misconoscimento e l'incomprensione che si sono potuti sviluppare fra esse: la cosa è fin troppo chiara quando si tratta degli ultimissimi governi in carica da una parte e dall'altra.»

Se l'Islam rifiuta di riconoscere la crocifissione di Gesù, è perché intende negare i significati profondi che vi sono implicati: a suo avviso è contrario alla sana ragione che qualcuno muoia per gli altri, così come è indegno di Dio lasciar morire i suoi inviati nella sconfitta. Il Commento del Manâr è tra i più rivelatori a questo proposito, poiché dopo aver consacrato quattro pagine all'esegesi del v. 157 della IV sura, che tratta in senso proprio della crocifissione (salb), ne dedica trentacinque alla questione della redenzione (fidâ'). Si sviluppa allora il pensiero di Rashîd Ridâ, con riferimento all'intera eredità islamica. Se Cristo non è morto, affermano i cristiani, che cosa è diventato? Così dunque, per l'Islam come per Rashîd Ridâ, la realtà stessa di «redenzione» si oppone alla ragione. È impossibile pensare che Dio, che è nello stesso tempo giusto e misericordioso, abbia fatto soffrire fino a tal punto un innocente. Inoltre, ciò porterebbe a una gravissima conseguenza: «Se tutti quelli che confessano questa dottrina sono salvati dai tormenti della Vita Futura, di qualsiasi genere siano i loro costumi e le loro azioni, è chiaro che queste persone sono libertine» e possono permettersi ogni licenza in nome di una salvezza ricevuta senza le opere!

Nell'Islam la salvezza consiste in una «purificazione dell'anima dalle vane credenze pagane e dai costumi corrotti»; non è ammesso alcun mediatore, non è concepibile alcun ricorso ad un «mezzo» magico (come la croce); «la redenzione e la salvezza (nell'Islam) dipendono da ciò che si trova nell'anima dell'uomo e non da ciò che è al di fuori di essa, come immaginano gli infedeli a proposito della redenzione... È una differenza essenziale e chiara fra l'Islam e le altre religioni...» Così dunque «la fede in un Redentore per Rashîd Ridâ è ancora un modo di associare a Dio un'altra divinità; in quanto tale, questo dogma è un attacco diretto al tawhîd (Dio unico e solo). Inoltre, esso falsa la relazione di fede, fatta di sottomissione e di responsabilità, che deve esistere fra l'uomo e Dio; al suo posto, introduce una mediazione che nuoce tanto alla grandezza di Dio quanto a quella dell'uomo», dal momento che, nell'Islam, entrambi devono trovarsi «soli» l'uno di fronte all'altro, senza che alcuna solidarietà, comunione o sostituzione possa volgersi a suo favore! E se Kâmil Husayn, uno dei migliori scrittori «spirituali» dell'Egitto musulmano d'oggi, ci ha dato la sua "Città iniqua" (Qarya zâlima) in cui medita sugli avvenimenti del venerdì santo e sulle «coscienze» implicate in questo dramma, non significa pertanto che egli accetti la crocifissione di Gesù e tutte le conseguenze di «salvezza» che ne derivano: «Si dice sempre che l'Islam non accetta il fatto della crocifissione e si è creduto di poter concludere dal mio libro che io l'accetto. In realtà non si tratta di questo. Io penso che la grande differenza fra l'Islam e il cristianesimo non sia che l'uno rifiuti il fatto storico della crocifissione e che l'altro l'accetti, ma qualcosa di più profondo. La crocifissione suppone l'idea di redenzione, cioè che qualcuno soffra e muoia per salvare gli altri. Ma l'Islam non ha bisogno di questa idea di redenzione.» Se la croce significa «apparente sconfitta» e «abiezione» totale e se il segno della «vittoria» (nasr) deve sempre accompagnare i testimoni di Dio, si comprende come nell'Islam un ulteriore motivo venga ad impedire al credente di accettare la crocifissione. «Consideriamo allora - con Ali Merad - la portata morale e spirituale dell'insegnamento coranico alla morte di Cristo. L'innalzamento di Cristo al cielo costituisce un atto gratuito dell'Onnipotente che, nella sua...»

Il Crocifisso nel Contesto Italiano: Tra Politica e Spiritualità

La Strumentalizzazione Politica del Simbolo

La recente proposta della Lega di esporre obbligatoriamente il crocifisso nelle scuole, negli uffici pubblici e nei porti ha suscitato ampie polemiche. In questa circostanza il dibattito non si incentra, però, sulla laicità e sull'opportunità o meno di usare simboli religiosi, ma su un uso degli stessi che appare strumentale e politicizzato. Il crocifisso sembra chiamato in causa come un segno di demarcazione, uno spartiacque tra 'noi' e 'voi' che sembra forzare la mano e definire 'i buoni' e 'i cattivi'.

Questa strumentalizzazione è stata criticata da molteplici fronti. Ad esempio, è paradossale la posizione di chi, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”, ignorando che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. È triste vedere chi parla del crocifisso come un “simbolo inoffensivo”, quasi a dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Altrettanto discutibili sono le argomentazioni di chi pontifica di “radici cattoliche” o di chi, a giorni alterni, impugna la spada delle Crociate per poi dedicarsi a riti pagani. Anche la difesa del crocifisso come “simbolo della nostra tradizione” contro “genitori ideologizzati” e “Corte europea ideologizzata”, facendo riferimento a una “Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”, è debole; la Costituzione non dice nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito.

Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo di chi poi non dice una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare). Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. È l’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”). Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta.

Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo - come ricordato da Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo. Eppure basterebbe prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola.” Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno - ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.

La Difesa del Crocifisso dalla Prospettiva di una Musulmana Italiana

Non credo affatto che imporre il crocifisso sia il modo giusto per onorarlo e rispettarlo, e lo dico da credente, anche se di una fede religiosa diversa. Sono musulmana, nata e sempre vissuta in Italia e il crocifisso fa da sempre parte della mia vita e della mia cultura; per questo ne difendo fermamente l’esposizione là dove è presente, quindi anche nelle scuole, ma non sono felice che diventi un simbolo politico, soprattutto in un clima teso e anche verbalmente violento come quello odierno.

Foto tematica: Crocifisso appeso in un'aula scolastica italiana

Ho sempre frequentato scuole dove il crocifisso era su tutte le pareti ed era un simbolo rispettato, vissuto. Ricordo che prima di ogni verifica o quando qualcuno stava male, i compagni più religiosi si rivolgevano alla croce chiedendo aiuto e raccomandavano anche a me di «pregare a modo mio» affinché tutto andasse bene. Quel simbolo ci univa, rappresentava una speranza. Quella speranza di cui tutti abbiamo un profondo bisogno, per esempio, quando siamo in ospedale e ci sentiamo vulnerabili e tristi. Anche in questa circostanza vedere un crocifisso ricorda che la vita non finisce tra quelle quattro pareti, ma che sopra di noi e dentro di noi c’è l’immensità di Dio, quindi, la speranza, la fede, il vero antidoto alla sofferenza.

Foto tematica: Crocifisso in una stanza d'ospedale, simbolo di speranza

Per me il crocifisso è tutto questo e sono fiera di portarlo come simbolo sulla mia divisa da volontaria di Croce Rossa. Ai miei occhi il crocifisso fa emergere la parte più bella di noi e vederlo strumentalizzato come semplice oggetto, senza un accompagnamento di sentimento e fede, non mi piace. In questo frangente chi lo vuole imporre non sta facendo appello alle coscienze, alla pietas, alla solidarietà, ma al «divide et impera». Il crocifisso non si impone, è una storia che si insegna, e si rispetta. Molti dei miei amici sono cristiani praticanti e la nostra frequentazione, unita alle diverse letture che ho sempre fatto, mi hanno permesso di cogliere, oltre al significato simbolico e affettivo del crocifisso, anche quello più puramente teologico. Dio che si fa uomo e per amore dei suoi figli sale sulla croce e si sacrifica, insegnando il perdono e il dono di sé per il bene degli altri. Non è necessario abbracciare teologicamente questi significati per rispettarli e per apprezzarne la forza e la bellezza.

Il crocifisso è un inno alla bontà verso il prossimo, all'accoglienza dell’altro e - come già detto - alla speranza. L’immagine del crocifisso si collega a quella della pietà, con Maria madre che piange il figlio morto stringendolo a sé. Un’immagine che ricorda le donne di ogni tempo e ogni luogo, che piangono per la perdita dei propri figli. Un altro particolare su cui ho sempre riflettuto è che nelle immagini del Cristo risorto Gesù ha sempre le mani aperte, come ad accogliere l’altro, ad accarezzarlo.

Scultura: Pietà di Michelangelo

Da sempre desidero che nel mondo musulmano si operi una separazione tra politica e religione; vorrei che quest’ultima fosse espressa come spiritualità e non fosse più ostaggio dei potenti di turno, che ne fanno un mezzo di controllo e di condizionamento delle masse.

La Voce Critica di Don Paolo Farinella

In questo contesto di dibattito, è opportuno considerare anche la prospettiva di voci religiose interne al cristianesimo, come quella di don Paolo Farinella da Genova. Egli osserva: «Povero Cristo, difeso dai preti come suppellettile e raccoglitore di polvere nei luoghi pubblici e da tutti dimenticato come Uomo-Dio che accoglie tutti e dichiara che sono beati i poveri, i miti, coloro che piangono, i costruttori di pace, i perseguitati, gli affamati! Povero Cristo, difeso dagli adoratori del dio Po e di Odino che ne fanno un segno di civiltà, mentre lasciano morire di fame e di freddo poveri sventurati in cerca di uno scampolo di vita. Povero Cristo, difeso dalla “ministra” Gelmini che trasforma il Crocifisso in un pezzo di tradizione “de noantri”, esattamente come la pizza, il pecorino, i tortellini. Povero Cristo, difeso da Bertone che lo mette sullo stesso piano delle zucche traforate. Povero Cristo! Gli tocca ringraziare la Corte di Strasburgo, l’unica che si sia alzata in piedi per difenderlo dagli insulti di chi fa finta di onorarlo. Signore, pietà! Guardando a quel Cristo che è il senso della mia vita di uomo e di prete, ho la netta sensazione che dalla sua comoda posizione di inchiodato alla croce, dica: “Beati voi, difensori d’ufficio… beati voi che ho i piedi inchiodati, perché se fossi libero, un calcio ben assestato non ve lo leverebbe nessuno”.»

Questa forte critica evidenzia come la difesa del crocifisso dovrebbe andare oltre la mera imposizione di un simbolo, per riscoprire i suoi valori spirituali e universali. Il crocifisso, come simbolo di libertà, umanità, sofferenza e speranza, trascende le barriere culturali e religiose quando viene compreso nel suo significato più profondo, lontano da strumentalizzazioni politiche e ideologiche. In un Paese laico e moderno come dovrebbe essere l'Europa, l'imposizione di un simbolo religioso negli edifici pubblici è una questione complessa, che richiede una riflessione attenta su laicità, rispetto e vera fede.

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