Pacecco De Rosa, noto anche come Francesco De Rosa, raggiunse la sua fama inizialmente nei dipinti profani. Egli seppe sfruttare la cospicua committenza laico-borghese presente a Napoli, che richiedeva soggetti biblici e scene mitologiche, sante languide ed eroine vittoriose, purché interpretate da modelle belle e soprattutto discinte. Questa varietà di richieste rese il Seicento napoletano un periodo d'oro per l'arte e mantiene tutt'oggi una grande attualità, in sintonia con il gusto moderno sia del collezionista sia del semplice frequentatore del museo.
Nonostante questa sua predilezione per il soggetto laico, la produzione religiosa di Pacecco De Rosa è copiosa e sicura, interessando un ampio arco temporale. I pochissimi dipinti firmati o documentati dell'artista sono, infatti, quasi tutti quadri sacri.
Le Opere Sacre Giovanili e lo Stile Renziano
Tra le sue prime opere religiose si distingue l'Annunciazione della chiesa di San Gregorio Armeno, doppiamente firmata (sullo zoccolo del leggio e sulla prima pagina del libro) e datata 1644. Quest'opera, a carattere devozionale, mostra un'ostentata eleganza reniana, frutto di una felice contaminazione tra la cultura bolognese e i modelli stanzioneschi. È impregnata di colori dalle tonalità brillanti che impreziosiscono i pesanti panneggi, rivelando il gusto inconfondibile dell'artista per "l'eleganza facile ed ostentata di sete e rasi sovrabbondanti, del languore teatrale popolarescamente agghindato, della materia inconfondibile per quelle superfici terse, sempre pronte al luccichio, come un ferro smaltato sotto il rivestimento di colori squillanti, dall'effetto fragoroso e stridulo", come descritto dal poeta Raffaello Causa.

Collaborazioni e Attribuzioni controverse
Importanti opere a carattere sacro, collocabili intorno alla metà del quinto decennio, sono le due lunette della cappella della Purità in San Paolo Maggiore, raffiguranti la Nascita della Vergine e la Presentazione di Gesù al tempio. Queste furono precedentemente assegnate a Massimo Stanzione, autore delle tele sottostanti già firmate.

Nella cappella Cacace in San Domenico Maggiore, ai lati della Madonna del Rosario, capolavoro di Massimo Stanzione, sono presenti i tradizionali misteri: scene della Passione di Cristo e della vita della Vergine. Queste sono chiaramente eseguite da due diversi collaboratori del maestro. Le opinioni degli studiosi divergono: Spinosa identifica i due allievi in Niccolò De Simone e Giuseppe Marullo, mentre Schutze attribuisce le opere al pennello di Pacecco e del cognato Beltrano. In particolare, Schutze ascrive a Pacecco De Rosa gli episodi dell'Annunciazione, la Natività, Cristo tra i dottori, la Flagellazione, Cristo portacroce e la Resurrezione.
L'Immacolata con i Santi Francesco d'Assisi ed Antonio da Padova (1651)
Lo scorrere degli anni nel percorso artistico del De Rosa è scandito dall'Immacolata con i Santi Francesco d'Assisi ed Antonio da Padova della chiesa dei Cappuccini di Vibo Valentia, firmata e datata 1651. Questa tematica, ampiamente diffusa nella pittura spagnola e napoletana dell'epoca, viene resa dall'artista con qualche cedimento accademico, anche se le ombre tendono quasi a scomparire e il colore diviene sempre più levigato.

Un particolare curioso, rivelato dall'amico Vincenzo Rizzo e che ha permesso alla tela di giungere a noi in ottimo stato di conservazione, è stata l'abitudine, osservata per secoli dai frati, di conservare la pala d'altare preservata da una tenda, aperta a richiesta dei fedeli o dei visitatori in cambio di una piccola offerta o di un semplice grazie.
Capolavori della Maturità (1652-1654)
Al 1652 appartiene lo spettacolare quadrone della chiesa di Santa Maria della Sanità, gli Angeli che impongono il cingolo della castità a San Tommaso d'Aquino, firmato e datato. Quest'opera fu accuratamente descritta dal De Dominici: "Un S. Tommaso d'Aquino nella chiesa della Sanità, con alcuni angioli che al detto Santo legano il Cingolo della purità, per conservargli la sua castità; vi è tanta gioia e riso in quei volti angelici che fanno meditare in quelli l'idee celesti del Paradiso, oltre il vedervisi le più belle forme di mani e piedi e tutte l'altre parti così ben disegnate che non resta che desiderarvisi". Secondo Lattuada, quest'opera è "un singolare pastiche di citazioni da Reni, Domenichino e Stanzione".

Sempre di altissima qualità sono altre due pale d'altare documentate al 1654, segno indefettibile di importanti commissioni pubbliche e lampante dimostrazione dell'infondatezza dell'idea, avanzata dalla critica meno attenta, di un Pacecco stanco ripetitore di formule accademiche negli ultimi anni della sua attività.
San Pietro che battezza Santa Candida (1654)
Una di queste è il San Pietro che battezza Santa Candida, sito nel coro della chiesa di San Pietro ad Aram. Quest'opera è stata restituita di recente ai luccicanti colori del passato da un attento restauro ed è firmata e datata "Pacheco De Rosa 1654". In essa, ad ulteriore dimostrazione dell'autografia delle due lunette della cappella della Purità in San Paolo Maggiore, il San Pietro, dal volto sorridente che battezza la Santa, è un prelievo letterale del San Giuseppe nell'Offerta lustrale del ciclo mariano precedentemente descritto.

Madonna del suffragio con i Santi Domenico e Gaetano e l'angelo custode (1654)
L'altra importante cona d'altare è la Madonna del suffragio con i Santi Domenico e Gaetano e l'angelo custode, firmata e datata 1654, della parrocchiale di Sant'Agata di Puglia. Nel pubblicarla, il Pugliese coglieva lontani echi dell'Angelo custode della Pietà dei Turchini, capolavoro del Vitale, e influenze falconiane nel paesaggio sulla destra. Si nota, inoltre, un potente richiamo al dipinto della chiesa della Sanità, caratterizzato da angeli poderosi come quelli che impongono dinamicità alla parte centrale della tela in esame.

tags: #immacolata #francesco #de #rosa