Alessandria: Dalle Fortificazioni alla Nascita della Carità nel 1892

Alessandria: Cenni Storici e Geografici

Alessandria, città del Piemonte, è situata nel tavoliere compreso tra le colline delle Langhe e del Monferrato, sul Tanaro, poco a monte della confluenza con la Bormida. È il più popoloso centro abitato del Piemonte, dopo Torino, grazie alla sua posizione strategica nel luogo dove si incrociano parecchie strade di comunicazione fra la Liguria e la Valle Padana, fra l'Emilia e la Lombardia e il Piemonte meridionale.

La Fondazione e lo Sviluppo Strategico

L'importanza di Alessandria si spiega con la felice posizione geografica rispetto all'intera pianura padana. Posta nella pianura di Marengo, un po' fuori dal centro ma in modo da poter dominare la valle della Scrivia, da cui scende la strada che varca il passo dei Giovi e congiunge il Piemonte con il mare, la città domina il punto di divergenza di questa strada, che si biforca in due rami verso i due maggiori centri della pianura padana, Milano e Torino. Poiché anche il solco tra la catena delle Langhe e il Monferrato è uno dei passaggi più frequentati tra Milano e Torino, Alessandria guarda contemporaneamente i passi dalle Alpi al Mar Ligure e i passaggi dalla pianura orientale a Torino. Questo ci spiega come Alessandria abbia avuto importanza militare grandissima, e come alla cinta murata sia stato connesso, fino a pochi anni or sono, lo sviluppo di essa.

Mappa storica che illustra la posizione strategica di Alessandria e le sue vie di comunicazione

La fondazione di Alessandria si fa risalire al 1168 circa, per opera della Lega Lombarda, auspice papa Alessandro III. È da ritenere che essa si ricolleghi con la politica di espansione in Piemonte del marchese di Monferrato, Guglielmo il Vecchio, il quale, seguendo il Barbarossa e le insegne imperiali, stimò utile, dopo l'annientamento della vicina Tortona e la distruzione di Milano, di assicurarsi il possesso del paese sulla destra del Tanaro, dove convergono le strade che dal Monferrato si dirigono su Acqui-Savona, su Ovada-Voltri, su Tortona-Milano. D'accordo con il marchese del Bosco, signore del luogo, Guglielmo raccolse attorno al Castello di Rovereto "uomini" dei vicini comuni imperialisti, costruendo, tra il 1164 e il 1167, le prime opere di materiale difesa.

Così sorse il "consorzio degli uomini" dei primi quattro comuni: Rovereto, Bergoglio, Marengo e Gamondio, che prese il nome di Civitas Nova o Palea (nome proprio della regione) o Cesaria (in omaggio all'imperatore). Ma, allorché la politica generale dei comuni si orientò d'un tratto sulla Lega Lombarda, un gruppo di altre famiglie anti-imperiali, capitanate da Uberto di Foro, convenne con programma anti-monferrino nella nuova città, portandovi una maggioranza contro Pavia e l'Impero, in favore di Milano. I nuovi "uomini" provenienti da Villa del Foro, Solero, Oviglio e Quargnento, si aggiunsero ai primi quartieri accresciuti rapidamente da una quantità di bassa gente e di servi fuggiti dai contadi vicini nella fiducia di diventar "popolo" ed imposero alla città il nome di Alessandria, dal capo della Lega, che poteva in certo modo legalizzare con il prestigio del papato il nuovo corpo politico che l'impero rifiutava di riconoscere.

Nel 1174-75 Alessandria sostenne vittoriosamente il famoso assalto di Federico I e di Guglielmo il Vecchio, con un assedio di sei mesi, dopo i quali la città, un po' abbandonata a sé stessa dalla Lega con il compromesso di Montebello (1175), difesa più a parole che a fatti dal papa, cercò la sua salvezza in una pace a qualunque costo, anche con la sottomissione all'impero, pur di sfuggire al Monferrato. Il Barbarossa, prima ancora della pace generale di Costanza, le impose il nome di Cesaria (1183): nome che le fu di salvaguardia per quindici anni e che essa portò sino alla fine del secolo, quando poté riprendere il programma guelfo, e, chiamata di nuovo Alessandria, pose termine al comune consorziato per dar luogo al comune unito. Dal 1198 al 1348, il libero comune fu continuamente in lotta contro i vicini Casale o Genova, dilaniato sempre dalle fazioni dei Guelfi (Guaschi e Dal Pozzo) e dei Ghibellini (Lanzavecchia ed Inviziati), le quali portarono la città ad essere dapprima preda di Guglielmo VII di Monferrato (1260), poscia di Carlo d'Angiò (1268). Nel periodo che segue, sotto i Visconti, gli Sforza e gli Spagnuoli (1348-1708), la storia di Alessandria non ha fatti notevoli, tranne la vittoria di Jacopo dal Verme contro i Francesi del D'Armagnac nel 1391, il sacco del 1500, dovuto alle armi di Luigi XI, l'assedio infruttuoso postole dai Francesi e dal duca di Modena nel 1657. Ceduta poi al duca Vittorio Amedeo II nel 1707, Alessandria cadde più tardi nelle mani di Napoleone.

Il Contado e la Crescita Demografica

L'esistenza di un contado abbastanza vasto (il comune ha una superficie di 22.419 kmq.) e intensamente coltivato, e l'impossibilità per Alessandria di espandersi notevolmente, ci spiegano come dei 77.768 abitanti che abitavano nel comune nel 1921, solo 38.067 appartenessero ad Alessandria città; gli altri vivevano in 18 sobborghi (di cui uno, il Cristo, supera i 6000 abitanti e sette hanno più di 2000 ab.) e in case sparse. Gli abitanti del comune erano 11.619 nel 1734 e salirono a 22.084 nel 1741, per diminuire a 18.581 nel 1774. Alessandria è ormai un grande centro commerciale ed industriale. Tra le industrie, occupano il primo posto gli stabilimenti Borsalino, le officine ferroviarie e meccaniche; le fabbriche di letti in ferro e di concimi; le filature e tessiture di cotone, ecc.

La Piazzaforte e le Sue Trasformazioni

Sin dalla sua fondazione, Alessandria fu circondata da cinta terrapienata, con fosso acqueo e torri di guardia staccate: in tali condizioni sostenne l'assedio del Barbarossa. Nel 1200 si cominciò a rivestire di muro la cinta, aggiungendo agli angoli torrioni circolari e, lungo le facce, torri minori (garettoni) e si circondò anche Borgo Bergoglio con cinta turrita. Questo era unito alla città da un ponte sul Tanaro, difeso da una torre e una rocchetta. Nel 1362 Luchino dal Verme rinforzò la cinta con baluardi (torri terrapienate sporgenti), e così Alessandria sostenne parecchi assedi, con varia fortuna. Nel 1550 fu costruito il primo bastione detto bastione novo, poi della cittadella, secondo il sistema italiano; successivamente la cinta fu trasformata in bastionata, lavorandovi gli ingegneri Gio. Maria Olgiati e Martino Bassi, e si eresse anche la vecchia cittadella, rettangolare e turrita, presso Porta Marengo. Alla metà del sec. XVII la cinta di riva destra comprendeva due torrioni e sei bastioni, che nella prima metà del sec. XVIII erano dodici, ampi e regolari: il fosso era acqueo con immissione di acqua dalla Bormida. Sotto la dominazione spagnuola (1643-1714), furono aggiunte anche otto mezzelune esterne e altre opere dall'ingegnere Pompeo Robutti, alessandrino. Assediata nel 1657, Alessandria si difese valorosamente: in tale occasione si formò una compagnia armata di 300 donne, comandata dalla contessa Trotti, la quale respinse eroicamente gli assalti al bastione, che da ciò venne detto delle Donne.

Ricostruzione grafica della fortezza di Alessandria nel XVII secolo

Napoleone I divise di fare della fortezza un grande campo trincerato, baluardo avanzato di Francia nella pianura padana, con vasti magazzini e caserme; il generale del genio Chasseloup-Laubat eseguì i progetti e vi lavorò dal 1803 al 1814, spendendo 30 milioni dei 55 previsti. La cinta bastionata fu rinforzata, vi si aggiunsero grandi lunette esterne, denti ed opere a corona; i fossi furono ampliati; la manovra d'acqua dei fossi migliorata. Il trattato di Parigi del 1815 decretò la demolizione di queste fortificazioni, ma il governo sardo la iniziò con molta lentezza e l'eseguì solo saltuariamente e parzialmente, tanto che nel 1837, sotto la direzione del generale Chiodo, si diede principio alla riparazione, intensificata dopo la guerra di Crimea. Re Carlo Alberto già nel 1831 aveva fatto costruire il forte Valenza, e nel 1837 vi fece aggiungere il forte Acqui, il forte della ferrovia, e il forte Bormida, tutti di pianta pentagonale, formati da un muro staccato con feritoie e caponiere di fiancheggiamento, distanti da 1000 a 2000 m. dalla cinta. Con sottoscrizione nazionale, nel 1848 fu raccolta la somma occorrente per la fusione di 100 cannoni necessarî al suo armamento.

Il Patrimonio Architettonico e Artistico di Alessandria

L'Impatto delle Esigenze Militari sull'Edilizia

La funzione d'importante piazzaforte non ha consentito alla città, costretta entro la cerchia delle sue mura, l'erezione di edifici monumentali, mentre d'altra parte, quando le esigenze militari lo richiedevano, si sono abbattute, senza pietà, costruzioni sacre e civili, d'importanza artistica e storica. Basti ricordare che sui primi del sec. XVIII, per la formazione dell'attuale cittadella, in regione Bergoglio oltre Tanaro, si demolì addirittura un intero quartiere. I signori in conseguenza costruirono le loro case di qua dal fiume, e il popolo si raggruppò in tre nuovi borghi: San Bartolomeo, Valmadonna e gli Altini. Così nel 1805 il governo francese ordinava la demolizione dell'antica cattedrale di S. Pietro (secoli XII-XIII) per formare una vasta piazza d'armi, la presente piazza Vittorio Emanuele II.

Chiese e Confluenze Storiche

  • La chiesa di S. Maria di Castello rimonta al sec. XIII e sorse su una chiesa, già esistente nel borgo Rovereto fin dal 1107. L'edificio d'oggi è il risultato di continui rimaneggiamenti e ampliamenti, che ne hanno alterato l'originario aspetto lombardo. Lavori di consolidamento e di ripristino, oggi in corso, assicurata la stabilità dell'edificio, gli stanno ridando l'aspetto originario. Così la facciata, liberata da un moderno intonaco, mostra di nuovo il mattone in vista, e una povera trifora aperta sul sommo della facciata è stata sostituita con l'occhio quattrocentesco originario. Nella prima cappella di destra è una pietra tombale di Federico Dal Pozzo (1380); in quella successiva, dedicata a S. Onofrio, un affresco, che fino a poco tempo fa recava la data 1471 e che rappresentava la Vergine col Bambino e S. Giovanni Battista, tra S. Onofrio e S. Crispino. Nel transetto di destra, una Deposizione in terracotta policromata del sec. XVI, di bella modellazione. Di buona scultura settecentesca sono il pulpito, gli armadi della sacrestia e la bussola, o porta interna della chiesa. Nella sala capitolare dell'annesso convento, adattato prima a caserma e ora ad ospizio, è un affresco di scuola vercellese, datato 1520, col Cristo in croce tra la Madonna e S. Andrea, S. Giovanni e S.
  • La chiesa del Carmine, coeva di quella di S. Maria di Castello, ma frutto di un rifacimento quattrocentesco, è anch'essa in cattive condizioni di conservazione. È a pianta basilicale, con le volte a sesto acuto, ma il pavimento, ora soprelevato, ne toglie l'originaria altezza. Vi si conserva un pregevole polittico del sec. XV.
  • La Cattedrale fu costruita sull'area dell'antica chiesa di San Marco e dell'annesso convento domenicano, quando nel 1805 il governo francese demolì l'antica cattedrale di S. Pietro. La sua facciata, dovuta all'architetto Leopoldo Valizzone, alessandrino, fu quasi interamente rifatta fra il 1870 e l'80 dall'architetto Mella. Le lunette del Sancta Sanctorum sono affrescate da Enrico Gamba, e la cupola reca ventiquattro statue in pietra, rappresentanti le città che parteciparono alla Lega Lombarda. Il campanile è stato alzato e munito di alta cuspide in questi ultimi tempi dall'architetto Boidi-Trotti. Nell'interno: pietre tombali del vescovo Momo Decapitani (1478) e di Pier Antonio Soleri (1484), e frammenti di sculture provenienti dalla demolita cattedrale. All'esterno, incastrata nel muro della Canonica, una lunetta in pietra con una scultura del sec. XIII sul miracolo francescano del lupo; e all'angolo della facciata della chiesa una colonna di marmo, che la tradizione riannoda alla predicazione di S.
  • La chiesa di S. Rocco occupa anch'essa l'area di una chiesa più antica, S. Giovanni del Cappaccio, del sec. XII, e rimonta solo alla fine del 1700, rifacimento di un'altra chiesa, edificata nel 1462 dagli Umiliati e passata poi nel 1621 ai minimi di S. Francesco da Paola. Alessandria fu centro importante degli umiliati, tanto industriale, per la lavorazione della lana e delle porpora, quanto d'affari, per il commercio e trasporto dei loro prodotti; essi possedevano per il traffico un proprio piccolo porto fluviale sul Tanaro.
  • D'altri antichi edifici sacri si conservano i resti: della chiesa di S. Francesco (secoli XIII-XIV) che, sebbene ingrandita e trasformata in ospedale militare, mostra l'antica struttura lombarda e la ricchezza del materiale con cui fu decorata; del convento degli umiliati, (sec. XIV), in fondo al cortile della casa di via Lumelli 5. Più recenti la chiesa di S. Stefano (primi del'700), quella di S. Lorenzo o Madonna della Neve, o Madonna della Piazza, affrescata dai fratelli Pozzi alla fine del sec. XVIII.
Foto della Cattedrale di Alessandria o di Santa Maria di Castello

Palazzi Civili e Memorie Storiche

  • Tra gli edifici civili è da ricordare il palazzo vescovile, l'unico esempio in Alessandria di casa signorile del'400. Costituito verso la fine del secolo dalla famiglia Inviziati, e acquistato per sede del vescovado nel 1572, dal vescovo Guarniero Tratti, ha, per restauri e aggiunte posteriori, perduto il suo primo aspetto. La bella facciata di mattoni in vista è stata recentemente intonacata; le stanze del piano terreno suddivise con tramezzi e dimezzati i soffitti di stucco. Ma di recente è stata rimessa in pristino la sala a sinistra entrando nel portico, detta dei vescovi, che recava nel fregio la serie dei ritratti di quindici vescovi alessandrini, da Arduino (1175) ad Ottavio Parravicini (1596). I ritratti sono tornati in luce, ma i più sono perduti. Le altre quattro sale restaurate hanno i soffitti a travi e travetti cordonati, retti da mensole elegantemente scolpite; una decorazione policroma ricopre le cornici e i coprigiunti, nonché le tavolette che recano medaglioni a fiori con stemmi di Gian Galeazzo Sforza, della famiglia Inviziati; e di donne entrate, per matrimonio, in quest'ultima casata; il soffitto della sala d'angolo, la minore, è arricchito di dorature. Recentemente si sono scoperti soffitti dello stesso genere anche al piano superiore.
  • Il palazzo Ghilini è un buon esemplare di palazzo settecentesco in mattoni, dovuto all'architetto Benedetto Alfieri (1700-1767). Lasciato dalla famiglia Ghilini, divenne palazzo reale; ora è sede della prefettura. L'atrio, il vestibolo e il giardino, che fa da sfondo, raggiungono un grand'effetto scenografico. Al piano nobile sono pregevoli i soffitti affrescati dai fratelli Vacca.
  • Il palazzo comunale sorge in un'area anticamente occupata da un gruppo di case, in una delle quali era fin dal 1330 la sede del comune. La presente costruzione, iniziata per volontà del Consiglio civico nel 1770 dall'architetto Andrea Caselli, venne portata a compimento solo nel 1824 dall'architetto Lorenzo Valizzone, sicché all'originaria linea barocca s'è sovrapposto lo stile neo-classico. Nuove modificazioni alla facciata portò nel 1826 l'architetto Ferdinando Bonsignore, quando aggiunse il frontone per collocarvi i quadranti dei vari orologi.

Casale Monferrato: La Parrocchia di San Germano

Casale Monferrato, situata nella provincia di Alessandria, ha una storia ecclesiastica ricca, esemplificata dalla parrocchia di San Germano.

Origini e Contesto della Parrocchia

La nuova parrocchia di S. Germano venne eretta nel 1577 smembrandola dalla Cattedrale di S. Evasio di Casale, data l'impossibilità del curato di S. Evasio di portare i sacramenti fuori dalla cinta muraria nelle ore notturne, quando le porte della città dovevano restare chiuse. I primi rettori di S. Germano erano amovibili non avendo alcun titolo beneficiario. La sede della canonica è attestata attorno alla metà del sec. XVIII. Il 12 dicembre 1782, il parroco di S. Germano ricevette l'incarico di far edificare una nuova chiesa, dotata anche di casa parrocchiale, nella sede attuale, basata su un progetto di Ottavio Francesco Magnocavalli. Il 21 giugno 1789 si posero le prime tre pietre.

L'Evoluzione Architettonica della Chiesa di San Germano

La chiesa parrocchiale di San Germano, con il suo impianto ad aula rettangolare e presbiterio di minore larghezza, presenta una facciata neoclassica, con quattro lesene e un frontone triangolare completato da un basso attico. Sopra la porta d'ingresso si trovano una scritta con il titolo della chiesa e una finestra semicircolare. Un campaniletto a sezione triangolare si eleva posteriormente all'aula sul lato sinistro. Le statue di S. Germano e il cranio di S. furono trasportate dall’antica parrocchiale. Il vescovo consacrò la chiesa il giorno 1 settembre 1822. La facciata fu realizzata solo verso il 1838-40. All'interno si trovano le cappelle dell'Immacolata e di S., e allo stesso artista si deve il S. Sereno. Il pulpito di noce scolpito risale alla prima metà del sec. XIX. La sacrestia ha mobili di noce del sec. XVIII. Nuovi restauri sono stati effettuati nel 2022.

Immagine della facciata della chiesa di San Germano a Casale Monferrato

Beata Teresa Grillo Michel e l'Anno 1892: L'Immacolata Ispirazione della Carità

Il Ritorno ad Alessandria e la Scoperta del Bisogno

Quando Teresa Michel torna ad Alessandria dopo la morte del marito, la città sta cambiando rapidamente e non è facile capire le profonde trasformazioni sociali in atto. Tuttavia una cosa è evidente: i poveri, i mendicanti, le persone in difficoltà sono più visibili che in passato. Sono in aumento e chi è sensibile alla loro condizione si chiede cosa fare. In un momento di profonda solitudine e amarezza, acuiti dalla mancanza di fede e dell'amor di Dio, Teresa Michel arrivò a credere quasi d'impazzire. In una lettera datata 2 luglio 1900, indirizzata al cugino Avvocato Federico Pasquarelli, racconta di aver pensato di rivolgersi alla Madonna, la quale la guarì, e di aver letto avidamente libri religiosi, trovando conforto.

L'Incontro Illuminante con l'Opera di Giuseppe Cottolengo

La storia di Giuseppe Cottolengo aprì gli occhi di Teresa Michel sulla realtà dei poveri e le suggerì di visitare quest’opera a Torino. Il libro sul santo torinese fu un regalo di un parente, il canonico Prelli, già amministratore del sanatorio per malati di mente di Alessandria, sacerdote particolarmente sensibile alle problematiche sociali. L’opera di Giuseppe Cottolengo era iniziata nel 1827 per accogliere tutti quelli che non avevano alcun posto dove essere curati e assistiti. La prima visita di Teresa Michel al Cottolengo di Torino fu nel 1892.

La vita di San Giuseppe Benedetto Cottolengo

L’Istituto fondato da Giuseppe Cottolengo si estendeva in quegli anni su di un’area di circa ventimila metri quadri, compresi terreni e fabbricati, fra i quali la prima chiesetta intitolata ai santi Antonio abate e Vincenzo de’ Paoli, noti come santi della preghiera e della carità. Dopo 50 anni l’opera si era profondamente radicata nel tessuto urbano torinese, ed era divenuta un punto di riferimento per la Chiesa e la società della città nella quale il nuovo sviluppo industriale aveva accresciuto le dimensioni del problema assistenziale e caritativo. Questo incontro con l’istituto del Cottolengo fu fondamentale per comprendere i successivi sviluppi dell’opera di Teresa Michel.

Torino in quegli anni, per il mondo cattolico, non era solo il Cottolengo. In quella che stava diventando la prima città industriale d’Italia si intesseva una rete di relazioni in cui si mescolavano spiritualità e iniziative sociali. Teresa Michel non perse occasione per conoscere ed approfondire le diverse esperienze di questo tessuto di preghiera e carità del capoluogo piemontese. Anche i francescani della parrocchia di San Tommaso divennero per la donna alessandrina un punto di riferimento. Qui era attivo un gruppo del terz’ordine di cui facevano parte molti cattolici laici impegnati a vari titoli nella società torinese dell’epoca, spinti ad organizzarsi sul piano sociale a seguito dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.

La Nascita del "Piccolo Ricovero" ad Alessandria

Tornata ad Alessandria, Teresa Michel volle aprire nella sua città una casa della Divina Provvidenza, sul modello di quella di Torino, a cui diede il nome di Piccolo Ricovero. La sua esperienza al Cottolengo, che la fece entrare in un nuovo mondo dove "la ‘laus perennis’, la carità fraterna, gli atti più umili trasformati negli atti più meritori, più sublimi, la fecero convinta che i miracoli sono di ogni minuto", la spinse a deliberare di vivere eroicamente questa fede. Quella visita le fu ispirazione, come testimonia: "Mi venne in mano il libro del Cottolengo. Lo lessi, non ne avevo mai sentito parlare prima e mi venne il desiderio di andare a Torino a visitare quel monumento della carità cristiana. Mi vergognai di essere arrivata a 36 anni... Mi sentii vinta e caddi in ginocchio davanti a quel Dio d'amore che aveva ispirato a quella santa anima tante belle cose e lo pregai che m'aiutasse a fare un po' di bene anch'io. Da quel giorno mi sentii trasformata e incominciai una nuova vita. Una vita non più per me, com'era stato fino allora, ma per gli altri".

La Grammatica dell'Amore: Spiritualità e Carità

Come insegnava S. Bernardo, "il linguaggio dell’amore è barbaro per chi non ama…Coloro invece che dallo Spirito Santo hanno ricevuto la capacità di amare, avendo compreso il linguaggio dell’amore, sono in grado di rispondere con un linguaggio adeguato, cioè con opere di amore e con iniziative di bontà". Questo fu ciò che avvenne nella Beata Teresa Grillo Michel. Non solo fu deposto nel suo cuore, dallo Spirito Santo, il seme dell’amore, ma ella apprese anche la grammatica del linguaggio d’amore, un'esperienza simile a quella di chi apprende una lingua nuova dopo un'iniziale estraneità. Il grande cardinale Henry Newman diceva: "La fede può fare un eroe; solo l’amore può fare un santo". Fede e opere da sole non bastano, se non sono trasformate dall’amore: "Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla" (1 Cor. 13,2). In Madre Michel, come già nel Canonico Cottolengo, questo si tradusse in una vita spesa a fare felici gli altri, soprattutto quelli che il mondo considera "infelici", comprendendo la frase di Cristo secondo la quale c’è "più gioia nel dare che nel ricevere" (Atti 20,35).

Il maestro che ha svegliato "la santa che era in donna Teresa" fu certamente il Cottolengo, la cui ispirazione derivò a sua volta dalla lettura della vita di San Vincenzo de' Paoli. Ciò dimostra come i libri e le vite dei santi possano essere catalizzatori di grandi "rivoluzioni della carità". Mons. Charrier, Vescovo di Alessandria, sottolineò che "Ad alcuni si fanno dei monumenti dopo la morte, e sono di pietra o di bronzo, quindi non parlano; i santi ‘fanno dei monumenti in vita’…che parlano lungo i secoli. Teresa Grillo Michel ha costruito uno di questi monumenti…proprio qui ad Alessandria: è il suo Istituto Divina Provvidenza. Chi varca le sue porte incontra un miracolo permanente". È così, soltanto entrando in questo miracolo, o divenendone in qualche modo partecipi, anche varcando la soglia di quell’Istituto che, non senza ragione, alcuni definiscono il "Cottolengo di Alessandria", altri "il Piccolo Cottolengo della Michel", si potrà cogliere qualcosa di quel gemellaggio originante il carisma michelino.

Foto storica dell'Istituto Divina Provvidenza ad Alessandria fondato da Teresa Michel

tags: #immacolata #1892 #alessandria #cas